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Ogni tanto, la domenica mattina, vado ad ascoltar la Messa in una chiesa francescana che, a mio avviso, merita a buon titolo di essere definita senza uguali in Puglia: quella, dedicata a S. Caterina di Alessandria, che si erge, con composta maestosità e in una veste di singolare bellezza, nel centro storico di Galatina.
A proposito di tale monumento, devo sottolineare una cosa: sebbene mi sia capitato di accedervi e di ammirarlo oramai diverse volte, in ogni singola occasione avviene come se vivessi l’afflato emotivo del magico godimento che avvertii al primo contatto, tanto è il senso di gioia e di estasi che mi pervade nel soffermarmi al cospetto delle meraviglie artistiche, soprattutto affreschi, che vi si trovano racchiuse.
L’opera fu fatta realizzare, alla fine del quattordicesimo secolo, dalla famiglia Orsini del Balzo: di qui la denominazione, anche, di Basilica Orsiniana. Con essa, si intendeva perseguire una finalità molto significativa e di grande spessore, cioè dare un forte segnale per l’insediamento, nell’ area salentina, del rito cattolico romano, posto che, fino a quei tempi, nella zona era invece dominante il rito bizantino.
Sicché, i nobili committenti del cantiere, evidentemente in sintonia con i vertici della Chiesa di Roma, vi profusero mezzi ingenti: così si spiega la inconsueta grandezza del luogo di culto che, sin dall’inaugurazione, nell’anno 1391, venne affidato ai Frati francescani (a ragione, è quindi dato di affermare che S. Caterina in Galatina ha costituito un rilevante avamposto della grande messe di cristianità – a partire dai suoi primi albori – che trasse ispirazione dal Poverello di Assisi) .
Brevi note sul perché della specifica dedicazione della basilica: S. Caterina, vergine di Alessandria, visse nel 10° secolo e, per non aver inteso abiurare la fede cristiana, fu torturata e decapitata. Ben presto, il culto verso la sua figura si diffuse anche in aree lontane, fra cui diversi paesi europei; fu proclamata patrona dell’Università di Parigi e protettrice degli studenti e delle ragazze da marito. Anche Raimondello Orsini del Balzo e la sua illustre consorte Maria d’Enghien si sentirono presi da profonda devozione verso la giovane vergine egiziana e, malgrado i disagi della lunga trasferta, si determinarono a compiere un pellegrinaggio all’omonimo Monastero, eretto sul Monte Sinai, dove riposano le spoglie della santa.
La chiesa si presenta con una sobria, ed insieme elegante, facciata, tipica del tardo romanico pugliese; l’interno consta di cinque navate, di cui quella centrale davvero magnifica, con pareti e volte rivestite di affreschi risalenti alla prima metà del ‘400, di ispirazione giottesca (taluni sembrano quasi identici a quelli esistenti nella famosa Cappella degli Scrovegni di Padova) e opera di artisti provenienti, forse, dalle Marche e dall’Emilia e, in parte, sicuramente della Scuola, appunto, di Giotto. Complessivamente, si susseguono ben 150 scene, raffiguranti episodi della Genesi e dell’Apocalisse, del martirio di S. Caterina e di S. Agata (a Galatina sono custodite preziose reliquie di entrambe).
La basilica comprende anche un presbiterio, nonché una cappella ottagonale aggiuntasi in epoca successiva alla originaria costruzione dell’edificio; annessi, trovansi infine il «tesoro» con reliquari d’argento, un mosaico mobile ed una Madonna bizantina in legno e, sul lato sinistro, il chiostro, anch’esso arricchito da affreschi.
Dunque, un’opera d’arte così bella ed interessante, eppure non adeguatamente nota. Ancora più paradossale è la circostanza che i visitatori della basilica sono rappresentati prevalentemente da genti che arrivano da lontano, specie dall’estero, mentre scarseggiano le correnti di interesse, malgrado la vicinanza e anzi la contiguità, da parte della popolazione pugliese e in particolare del Salento: molte persone non ne conoscono neppure l’esistenza.
Secondo me, ciò è da ascriversi anche al fatto che la città di Galatina, che pur si colloca fra i più importanti centri della provincia di Lecce, trovasi situata in una posizione leggermente defilata rispetto ai classici e modaioli circuiti turistici e delle vacanze e, di conseguenza, i visitatori che vi si portano appositamente finiscono col risultare di numero limitato. Si pensi che Galatina sembra essere più ricordata per la tradizione delle «tarantolate» e della Cappella di S. Paolo, santo che, secondo la credenza popolare, guarisce dal morso del ragno, oppure per la sua base aerea o per la cementeria.
Qualunque motivazione o giustificazione si voglia o si possa addurre, rimane comunque una grossa lacuna, cui bisognerebbe, in un modo o nell’altro, porre rimedio ancorché gradualmente.
Tanto per cominciare, si faccia ricorso al veicolo del “passaparola” fra amici, parenti e conoscenti, svolgendo una spontanea opera di sollecitazione e di sprone per la visita a questo insigne monumento. In pari tempo, un importante lavoro al medesimo fine dovrebbe essere svolto costantemente da parte delle istituzioni civili, militari e anche religiose: fra esse, la Scuola in primo luogo, in quanto non va dimenticato che la visita a S. Caterina di Alessandria in Galatina costituisce, in fondo, un vero e proprio percorso educativo.

12 marzo 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

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Non c’è che dire, senza voler seminare disfattismo, il nostro sembra, talvolta, essere il Paese dei ritardi, della trascuratezza e del pressappochismo a 360 gradi.

Nel fissare, al solito, il calendario fiscale, il competente Ministero dell’Economia ha stabilito, fra le altre, le seguenti scadenze: 28 febbraio, termine per la consegna del modello CUD – Certificazione unica dei redditi di lavoro dipendente, equiparati ed assimilati, ai pensionati e ai lavoratori dipendenti, 30 aprile, termine per la presentazione del modello 730 (dichiarazione dei redditi) al sostituto d’imposta (n.b. a quest’ultimo adempimento, si può provvedere a partire dal 1° aprile).

Ma, qui casca l’asino. Come verificatosi negli anni scorsi, a tutto giovedì 11 marzo 2010, di CUD neppure l’ombra, tale almeno è lo stato dell’arte per chi scrive, che deve ricevere il documento dall’INPS.

Il bello, anzi il brutto, aggiuntivo è che, entrando – previa registrazione – nel sito dell’Istituto previdenziale e provando a stampare la benedetta certificazione, si impatta nel sibillino esito “Cud non stampabile, rivolgersi alla sede di competenza”.

Al che, personalmente, non ho mancato di rivolgermi alla locale sede INPS, ricevendo, ahi me, ancora una risposta che mi fatto letteralmente cadere le braccia:”Lei non può scaricare il Cud dal sito, né farselo stampare venendo qui da noi, sino a quando la Direzione Generale dell’Inps non avrà finito di inviare il Cud a tutti gli assicurati”.

A questo punto, non mi resta che rivolgere un’esortazione:”INPS, svegliati, basta cincischiamenti, fai in modo da rispettare le scadenze per la consegna dei Cud ai tuoi assicurati”.

 

11 marzo 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

   

 

 

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Séguita la stucchevole pantomima, liste sì, liste no, a questo punto la misura sembra davvero colma: se in precedenza, la gente non andava in brodo di giuggiole nel rapportarsi con la politica, adesso non gliene può fregar di meno.

Purtroppo, si ha la sensazione che gli addetti ai lavori, di qualsivoglia collocazione o tendenza, vivano indistintamente in una sorta di obnubilazione, per non dire, con maggiore severità o realismo, che abbiano completamente perduto il lume dell’intelletto.

Difatti, si rendono protagonisti di prese di posizione più infantili che risolute, talvolta meramente pretestuose, quando, addirittura, non campate in aria.

Tra le altre uscite in scaletta, da qualche parte si suole far riferimento a successo sul campo, preferito a successo a tavolino, come se si trattasse di un incontro di calcio.

Chiaramente, è risaputo da tutti, bambini compresi, che nel contesto delle partite di football, dove gli attori, gli artefici del risultato di vittoria, pareggio o sconfitta, sono solamente ed esclusivamente le squadre ovvero i calciatori che si affrontano sul terreno di gioco, nel caso in cui una compagine non si presenta, è decretata, secondo regolamento, la vittoria dell’altra squadra.

Ma la richiamata fattispecie calcistica non ha proprio alcunché in comune con le elezioni, dove, indubbiamente, si pongono in competizione i partiti (squadre), e però a decidere il risultato non sono loro, bensì i cittadini elettori, i quali scelgono liberamente e in coscienza all’interno di una cabina.

Un accostamento calzante si può effettuare ponendo l’esempio di una comunità, all’interno della quale si trovano due belle ragazze, i cui componenti hanno deciso di eleggere la più bella, la vincente della coppia.

Laddove una delle due figliole non accorra nell’ora e nel luogo stabilito, che fanno gli “elettori”? Proclamano vincente colei che è lì da sola, senza praticamente compiere la minima scelta? No di certo, semmai, pur biasimando il comportamento della bellezza assente, la cercano, la convocano, oppure, al limite, rinviano l’elezione.

In fondo, la stessa cosa si trova in Italia sul fronte degli schieramenti partitici, in sostanza si contano due, solo due raggruppamenti fondamentali. Perciò, se uno di questi, per qualsivoglia ragione, manca all’appello, che razza di scelta possono concretamente compiere gli elettori?

Si voglia scusare, il ragionamento apparirà terra terra, ma così è per la naturale legge del buonsenso, legge che, in certo qual modo, non è seconda a nessun’altra.

 

9 marzo 2010

 

 

Rocco Boccadamo

Lecce

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Sulla scia di una tradizione ormai secolare, nella prima domenica di marzo si svolge a Marittima una manifestazione ancora molto sentita, la fiera della Madonna di Costantinopoli, la Vergine compatrona del paesello, venerata sotto forma di un’artistica statua in cartapesta e attraverso un’antica icona bizantina nel piccolo e grazioso Santuario a Lei espressamente dedicato.

 

Si diceva manifestazione molto sentita, non a caso, bensì per due ordini di motivi da sempre radicati nella mente e nella sensibilità dei marittimesi. Una volta, praticamente sino a pochi decenni addietro, trattatasi  dell’unica occasione di mercato a domicilio, tant’è che, in seno alle famiglie, molti acquisti erano programmati e scadenzati giustappunto in concomitanza della fiera; inoltre, l’arrivo della prima domenica di marzo inculcava nella suggestione popolare una specie di simbolo, se non proprio di definitivo distacco dal periodo freddo, perlomeno di inizio del passaggio dall’ inverno alla stagione  primaverile.

 

Certo, nei tempi recenti, sono man mano intervenuti innumerevoli stravolgimenti ed evoluzioni, vuoi attraverso l’apertura un po’ ovunque di mercatini, supermercati, ipermercati e megastore, vuoi per la diffusione dei mezzi di trasporto che consentono di muoversi quando si vuole e di raggiungere per gli acquisti le più  disparate località, sia, infine, in virtù del fenomeno della pubblicità, soprattutto radio-televisiva, e grazie alle schiere di venditori porta a porta che, come dire, non ti fanno mancare quasi nulla.

 

Così, invece, non accadeva prima. La fiera era attesa, con autentica ansia, da tutti, a partire dai piccoli e sino alle persone anziane.  

 

I ragazzini, solo in quella particolare domenica, a differenza delle altre festività, erano eccezionalmente mattinieri, non vedevano l’ora di uscire, sfoggiando per la prima volta dopo l’inverno i pantaloncini corti, preceduti, nel compimento di tale atto, soltanto da qualche visita di nonni o zii, i quali come sempre si erano alzati presto, recanti in dono, come primo segno della manifestazione, un fascio di fresche carote, le mitiche pistinache secondo il gergo dialettale.

 

Su e lungo una serie di strade e piazzette del paese, la fiera si snodava sistematicamente in sequenze  scandite e organizzate a seconda della natura merceologica dei prodotti in esposizione: in piazza Umberto, di fronte alla Chiesa matrice, prendevano posto le baracche di generi alimentari, casalinghi, piccoli e artigianali giocattoli, dolciumi; il largo cosiddetto della “Campurra”,  dominato dalla Cappella di S. Giuseppe, era invece deputato alle baracche di tessuti, arredamenti per la casa, confezioni e calzature. In via Convento, nella direttrice conducente al Camposanto e al già citato Santuario della Madonna di Costantinopoli, si situavano i venditori di articoli per l’agricoltura, cereali e granaglie in genere, ortaggi e verdure, scale, corde e quindi, dulcis in fundo, i venditori di animali vivi e bestiame (dai piccoli volatili – pulcini, galletti e puddrasce – ai conigli, agnelli, pecore, capre, suini, cavalli, asini e muli, nonché qualche capo bovino).

 

Consisteva essenzialmente in questo la gamma di mercanzie che la fiera offriva alle del resto povere possibilità di acquisto dei marittimesi  e degli abitanti dei paesi vicini, i quali vi convenivano anch’essi in numero ragguardevole. Le contrattazioni iniziavano verso le sei/sette del mattino, protraendosi sino alle 14/15 dopo pranzo: piccoli e onesti e dignitosi affari per entrambe le parti che li animavano e generavano.

 

Talvolta, poteva capitare che in occasione della ricorrenza, all’ultimo minuto della vigilia  o addirittura nel corso della manifestazione, si registrassero gravi perturbazioni meteorologiche, con  acquazzoni e  temporali: in casi del genere, per fortuna  non frequenti, il cattivo tempo stravolgeva e metteva a soqquadro tutto, sicché la fiera veniva spostata alla domenica successiva.

 

A comprova di siffatta sfaccettatura, a chi scrive è direttamente accaduto, in un paio di occasioni, dopo essere uscito di buon’ora da casa, di imbattersi improvvisamente nel maltempo, di trovarsi costretto a rifugiarsi per ore, si pensi un po’, all’ interno della chiesa e, da lì, assistere allibito allo smantellamento di baracche e merci, per poi, una volta passata la tempesta, fare mesto e inglorioso ritorno fra le mura domestiche.

 

D’altronde, non si deve dimenticare che, allora, l’ombrello rappresentava un optional non propriamente comunissimo, di macchine, praticamente, non ne esistevano, contandosene, nel paese, appena due (una “topolino” e una “Fiat giardinetta”): e i torrenti d’acqua generati dal temporale non potevano certamente affrontarsi e guadarsi a cuor leggero, neppure dai più temerari.

 

°  °  °  °  °

 

Nell’ ambito della mia famiglia, l’occasione della fiera significava anche rivedere uno zio che viveva nel brindisino e lavorava presso un magazzino di tessuti. Egli, difatti, insieme con i suoi titolari, così come faceva sovente “mercato” qua e  là mediante una grande baracca espositiva auto trasportata, era solito partecipare alla fiera di Marittima, arrivando la sera del sabato e recandosi per la cena e per dormire dai miei nonni.

 

Ricordo, relativamente alla baracca dello zio V., sempre lo stesso “posteggio” al largo “Campurra”, a ridosso del muro sud della navata della cappella di S.Giuseppe.

 

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Ma, un episodio rimastomi straordinariamente impresso risale a cinquantacinque, forse sessanta anni addietro, nell’approssimarsi, appunto, della fiera.

 

Mi trovavo di sera, insieme con i miei fratelli, in casa dei nonni paterni, accomodato su una panchetta all’interno del rustico e caldo “focalire”, di fronte al nonno C. impegnato a fumare il suo toscano, con la brace puntualmente in bocca perché tirasse meglio, dopo una giornata di lavoro; la nonna C. seduta vicino al medesimo angolo di calore e intenta a sferruzzare qualche piccolo capo di lana, la zia L. seduta, a sua volta, accanto  al tavolo, con fidanzato nelle adiacenze, nell’ atto di ricamare gli ultimi capi per il suo corredo.

 

Ad un certo punto, la nonna passò a commentare, con  voce chiara e distinta, che quell’anno la fiera avrebbe comportato una lunga serie di acquisti in vista del matrimonio del figlio V. e del conseguente arredo, sia pure sommario, della di lui nuova abitazione: zappa, vanga, calderina, falce, limmo, limmune, limmiteddro, pignate, pentole, bisaccia, treppiedi, quadare e quadarotto, scala, lavaturo…. e, così via dicendo, la lista seguitava con tanti poveri altri aggeggi, quasi non finiva mai.

 

Il nonno C. andava ascoltando e, evidentemente, cercava dentro di sé di metabolizzare il lungo elenco, facendo contemporaneamente il conto, soprattutto, di quale sarebbe stato il relativo esborso, paventando che lo stesso potesse finire col prosciugare fino all’ultima lira i magri risparmi familiari  e, addirittura, costringere a  contrarre qualche debito (all’ epoca, di certo, non era di moda il ricorso al credito al consumo). Sta di fatto che, come fulmine a ciel sereno e in barba al suo temperamento di solito mite e calmo, egli sbottò in un improperio, alla buona ma sonoro, all’ indirizzo della malcapitata consorte, intimando, praticamente, di farla finita.

 

La violenta reazione del buon uomo generò grande sconforto, non solo nella nonna, ma anche nella  zia L.: difatti, di fronte alla reprimenda del padrone di casa,  proruppero entrambe, per diversi minuti, in un pianto sconsolato. E  noi, piccoli ma attenti spettatori, lì  bloccati , zitti e muti, durante tutta la scena.

 

°  °  °  °  °

 

Al giorno d’oggi, ogni cosa è inevitabilmente mutata: i venditori presenti alla fiera sono costituiti in prevalenza da immigrati extra comunitari, i quali, poveracci, espongono, più che altro, cianfrusaglie e paccottiglie di scarso e dubbio valore qualitativo. D’altronde, per la platea degli acquirenti, le fiere e i mercati sono a portata di mano tutti i  giorni del calendario.

 

In siffatta radicale metamorfosi, a Marittima è, però, dato di riscontrare un tratto positivo che vale la pena di mettere in evidenza, una buona novità e un’ utile iniziativa nella discontinuità dell’ antica, e a questo punto introvabile, tradizione.

 

Su idea di una famiglia di costruttori di imbarcazioni per la pesca e da diporto in legno, artigiani veramente bravi ed apprezzati diffusamente in tutto il Salento, nell’ ambito della fiera della Madonna di Costantinopoli è stata inserita una nuova sezione sotto forma di salone nautico e di attrezzature per la marineria. Per quanto mi riguarda, trattasi dell’ unico modulo della fiera  rimasto ad attirarmi ed a cui mi accosto.

 

Dunque, complimenti e un plauso amici e compaesani barcaioli di Marittima! Al troncone della classica fiera intrisa di ricordi e nostalgie lontani, avete saputo innestare un virgulto vitale  ed interessante per l’ attenzione dell’ utenza del terzo millennio.

 

 

6 marzo 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

 

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Il Governo greco, nell’ambito dei provvedimenti per scongiurare il crack finanziario a livello Paese, ha deciso di ridurre del 12% le retribuzioni dei pubblici dipendenti.

Come prevedibile, tale iniziativa ha finito con lo scatenare vibrate reazioni, scioperi e altre robe del genere, ad ogni modo le Autorità al vertice hanno avuto il coraggio di assumerla senza guardare in faccia a nessuno.

Si immagini un eventuale passo analogo in Italia: sicuramente, ne verrebbe fuori la fine del mondo.

Del resto, non molto tempo addietro, si sono registrate conclamate situazioni di dissesto in seno ad importanti realtà metropolitane, come Catania e Taranto, dove le casse figuravano ridotte proprio alla frutta e meno ancora, ma gli stipendi non sono stati tagliati di un millesimo.

Poi, non si deve dimenticare che la popolazione italiana, nel solo 2009, si è concesso di investire ben 54,4 miliardi in giochi e scommesse.

Infine, un giovane, certamente non gran, signore padovano ha appena affermato, spavaldamente, di prendere la cocaina da quando aveva 18 anni, di sentirsi invincibile, di spendere anche 2000 euro al mese e di sapere che sniffano sette ventenni su dieci.

Facile a vedersi, nella piccola commedia o cornice sociale descritta ce n’è per tutti: inferno, purgatorio e paradiso (illusorio).

 

4 marzo 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

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Nel 2009 gli italiani hanno investito 54,4 miliardi di euro per tentare la fortuna; a valle di tale stratosferico giro d’affari, lo Stato, mediante lo strumento delle imposte, ha conseguito incassi pari a circa 9 miliardi.

Si tratta di notizia indubbiamente clamorosa e che, inoltre, dà l’estro per molteplici e variegati commenti.

La riflessione, magari provocatoria, che viene in mente a me è che, forse, non bastavano le disastrose calamità naturali – terremoti, frane, smottamenti e allagamenti – che di tanto in tanto si abbattono e infieriscono sul nostro Paese.

Ora, sembra essersene aggiunta una “nuova”, di carattere sociale, dal nome “passione per giochi e scommesse”, che, è vero, non causa direttamente vittime umane, e però genera effetti e conseguenze, dal punto di vista economico finanziario e per lo stesso equilibrio dei costumi, ben più gravi delle prime, anche perché il fenomeno, chiamiamolo indolore, imperversa non ciclicamente, bensì costantemente e a ritmo inarrestabile.

Gli italiani che giocano in modo abituale sono 20 milioni e quindi, lasciando da parte le persone che scommettono di tanto in tanto, nell’arco del calendario verrebbe fuori un investimento pro capite di 2720 euro.

Ma, è il caso di soffermarsi su una seconda rilevazione: il nostro Paese è composto, pressappoco, da 22 milioni di famiglie,  la qual cosa vuol dire che, in rapporto ai nuclei, il consumo in Superenalotto, Galline dalle uova d’oro, Bingo e Poker on line, ammonta a 2000 euro circa per ciascuno.

Si è, dunque, alla presenza di una voce di spesa da primissimi posti. Difatti, è sufficiente considerare che, ad esempio, nel Nord Italia il consumo di pane e cereali, non di quisquilie, oscilla intorno a 800 – 850 euro l’anno per famiglia, mentre nelle regioni del Centro, per l’acquisto della carne si consumano mediamente 1300 – 1400 euro.

A questo punto, ecco stagliarsi, in lontananza, la suggestiva figura evangelica del “figliol prodigo”, il quale sperperò le sue ricchezze conducendo una vita dissoluta, fra banchetti e escort. L’accostamento può sembrare azzardato, nondimeno, a parer mio, bisogna sperare che non ci si sia “ridotti “ irrimediabilmente ad una collettività che spende e spande con disinvoltura e a livelli esagerati in giochi e scommesse e che si tratti, invece, di una sbandata modaiola e passeggera.

 

2 marzo 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

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Di S. Maria di Leuca, per le sue peculiari connotazioni di incomparabile attrattiva paesaggistica all’estrema punta dell’italico tacco, esiste una diffusa conoscenza ormai a tutto campo, non solo in Italia, ma anche all’estero.
Dell’ascesa qualitativa di detta località, da sempre particolarmente cara ed amata come poche altre, i salentini non possono che sentirsi orgogliosi, anzi felici.
Nello stesso tempo, si rende però opportuno che, da parte di tutti, vengano «difese» con sano spirito di gelosia le naturali e preziose bellezze del piccolo centro e dei relativi dintorni: l’accostamento di un sito della propria terra e delle proprie radici ai più rinomati posti del turismo di élite deve costituire senza dubbio motivo di soddisfazione e di gratificazione, ma non indurre a trascurare eventuali eccessi e spinte all’iperattivismo di qualche operatore senza scrupoli (col rischio di deturpazioni e scempi ambientali), allettato dal miraggio di speculazioni a portata di mano e di facili profitti.
Ad ogni modo, a parte la doverosa cornice di approccio, qui si vorrebbe soprattutto porre in evidenza una particolare inquadratura di osservazione, che, forse, ai più sfugge.
All’interno dell’antico Santuario di S. Maria de Finibus Terrae, ora elevato al rango di Basilica, dominante un ampissimo orizzonte a fianco dell’imponente faro che svetta sul promontorio a punta e terminale della penisola salentina, alla sommità dell’altare trovasi collocato un quadro, assai venerato, con l’effige della Vergine.
Il volto della Madonna, difformemente dalle sfumature di colori cui si è tradizionalmente abituati osservando analoghe riproduzioni classiche o attuali, in questo caso reca un colorito non chiaro o roseo, ma decisamente bruno.
Al che, viene da pensare che l’estro e il pennello dell’autore si siano con precisa volontà ispirati fedelmente all’incarnato tipico delle donne del sud in genere, e delle donne di queste plaghe in particolare, incarnato che si presenta spesso bruno o olivastro: dunque, la Madre di Dio che si pone allo sguardo della gente giustappunto con l’identico volto di molte, di tutte le madri comuni. Quanta profonda espressività in tale volto e in tali tratti! Quanta aderenza alla vita e ai suoi travagli, turbamenti e sogni!
In chi scrive, l’effige della Madonna di Leuca ha determinato un’emozione forte e intensa sin da epoca lontana, a partire cioè dalla prima opportunità di ammirarla in occasione del pellegrinaggio itinerante del quadro per tutti i paesi del Capo, svoltosi nell’anno 1949, e dalla visita di devozione al Santuario, effettuata insieme con la famiglia, nel maggio del medesimo anno.

Nel gruppo, era presente anche una giovane mamma di trentadue anni (la quale portava in grembo il sesto figlio), una mamma che, ancora giovane, nell’estate 1966 se ne è volata lassù a raggiungere la sua Madonna bruna.

1° marzo 2010

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Davvero, sul fronte degli scandali, furti, truffe, approfittamenti, episodi di corruzione e altre iatture similari, sembra muoversi e avanzare inarrestabile una sorta d’onda lunga senza limiti, nel senso che neppure la distanza fra i due poli dell’asse terrestre è bastevole a contenere le sue dimensioni.

Nessuna voglia o intento di spargere qualunquismo, la spaventosa sequenza di casi e realtà concrete del genere sta a portata di mano, anzi proprio sulla punta delle dita, senza bisogno di andare troppo lontano nel tempo.

La scansione più recente reca il titolo “presunto maxi riciclaggio di circa 2 miliardi d’euro”, ossia 3.874 miliardi delle cessate lire.

Di primo acchito, salvo beninteso accertamenti definitivi e inoppugnabili, al cospetto di tanto ben di Dio o mal del diavolo, si può avvertire unicamente un senso di sgomento.

In paragone numerico, finisce col ridursi ad acquetta, ad una facezia, la portata del tristemente famoso crack del Banco Ambrosiano, sui cui conti risultò gravare un buco finanziario di “appena” 1200 miliardi.

E una pillola d’analgesico lo sboom della Banca Privata Italiana del satanico Michele Sindona, in cui finirono in fumo 268 miliardi.

A andando ancora avanti, si avvertono come meno che un punto e virgola i 10 miliardi che l’inglese avvocato Mills si sarebbe illecitamente “trattenuto” dal Gruppo Fininvest.

Purtroppo, la sensazione è che, in giro, con vorticosa progressività man mano che si sale ai “piani alti”, imperversi attualmente la moda o, in sintonia con altre tristi cronache, la droga del mordere la mela giorno e notte, dello spingersi oltre, scavalcando confini e barriere morali e materiali, ventiquattro ore su ventiquattro.

Certamente, anche il mitico Paride “morse” idealmente la mela, con la conseguenza, da un lato, di conquistarsi in cambio l’amore di Elena, la donna più bella del mondo, dall’altro, però, di indurre il di lei marito Menelao alla vendetta, con lo scatenamento della guerra di Troia.

Ma, intorno all’oggi, si è arrivati a spingersi di gran lunga più oltre.

A questo punto, autentico paradosso esistenziale e di costume, ecco riecheggiare, intrisi essenzialmente di contenuto simbolico, i versi in gergo dialettale che le contadine erano solite intonare curve sotto il sole nel lavoro dei campi:

“Quannu lu ceddrù, pizzica la puma, la ucca se la sente zzuccarata”( in italiano “ogni volta che l’uccellino dà un piccolo morso  alla mela, si sente la bocca zuccherata”.

Come è agevolmente osservabile, nel verso anzidetto il motore dell’azione è rappresentato dal minuscolo becco di un piumato, passero o pettirosso o storno, che, mosso dal naturale bisogno di sostentarsi, genera anche un “godimento” dolce al palato.

Al contrario, a volteggiare e a far man bassa dei frutti e delle messi dei campi contemporanei, si muovono fraudolentemente immense e insaziabili fauci. La qual cosa, a parte i nefasti effetti d’altro ordine che viene a provocare, è triste e disarmante per ogni animo comune.

 

26 febbraio 2010

 

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Secondo gli ultimi dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), la popolazione residente in Italia si attesta su 60.387.000 unità, rispetto ai 57.000.000 di soggetti censiti il 21.10.2001; negli anzidetti totali sono compresi gli stranieri, pari rispettivamente a 4.279.000 e 1.335.000.

I più 2.944.000 residenti originari di altri paesi risultano, quindi, assolutamente determinanti ai fini della lievitazione complessiva, 3.387.000, nel numero degli abitanti.

Dati particolari assai indicativi, i residenti minori di 14 anni costituiscono il 14% del totale, mentre gli over 65 sono il 20,2%.

Come è noto, l’Istat si identifica come caposaldo positivo e lodevole in seno alle strutture della Pubblica Amministrazione. Le sue tabelle, rilevazioni e analisi sono sempre frutto di studi approfonditi e di ricerche rigorose e puntuali.

Nella lodevole linea d’azione dell’ente si colloca anche l’aggiornamento del cosiddetto “paniere di prodotti” preso a base per la determinazione delle variazioni annuali del costo della vita. Durante l’ultimo triennio, vi sono stati inseriti “cespiti” nuovi, come chiavi USB, film in dvd, mais in confezione, badanti, smartphone, insalatina in confezione, navigatori satellitari, voli nazionali low cost; mentre, di contro, sono stati eliminati le seguenti voci: lampadine ad incandescenza, fiammiferi, riparazioni orologi, prodotti della “Cucirini”, ossia gomitoli e spagnolette di cotone.

Chi scrive, serba ancora viva la memoria del censimento generale della popolazione del 1951: un mito, le due – tre persone del paese incaricate delle rilevazioni famiglia per famiglia (ufficiali di censimento); un’avventura quasi magica, il viaggio su una vecchia “Balilla” in compagnia del padre impiegato all’anagrafe e del Signor Segretario Comunale, da Marittima a Ugento, capoluogo di Mandamento, per il deposito dei registri e documenti riepilogativi del censimento in parola.

All’epoca, nel rione Ariacorte in cui sono stato messo al mondo, si contavano 21 nuclei familiari per 124 componenti. Non c’è che dire, una densità “pressappoco” sulle basi attuali.  

Ritornando all’Istat e invocando un sogno, non sarebbe niente male se, alle notizie che allo stato acquisisce e fornisce pubblicamente, arrivasse a poter aggiungere anche la determinazione esatta dei giri d’affari sommersi che sfuggono, cioè, a qualsiasi prelievo fiscale e, soprattutto, l’indicazione, nome, cognome, ragione e denominazione sociale, di quanti non danno all’Erario il dovuto, ai sensi delle leggi in vigore.

Infine, un personale desiderio. Il principe Emanuele Filiberto di Savoia e il cantante Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, sulla scia del successo sanremese, diano vita ad un partito o movimento politico: sarà un indicatore prezioso, una linea guida essenziale, vedere quanti italiani residenti aderiranno all’iniziativa.

 

20 febbraio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Scritto da rocco in Senza categoria

 

 

Quest’anno, come è noto, in leggero anticipo rispetto alla più famosa rassegna canora di Sanremo, si è inaugurato il festival dei lenzuoli, intesi in senso di manifesti murali cinque x sette, preludio alle elezioni regionali di fine marzo.

Tali strumenti di propaganda, oltre che per gli abbelliti e nell’intenzione accattivanti volti in cinemascope dei personaggi candidati, si distinguono, al solito, per l’inventiva, l’originalità e  la ricercata ecletticità  insite negli slogan, motti e frasi che propongono.

Davvero, spartiti per ogni gusto, idonei a soddisfare qualsiasi inclinazione o orientamento: ci vuole poco, è sufficiente un breve giro in città per restare abbacinati.

Chi scrive, con metro d’osservazione discreto e in perfetta par condicio, ha potuto cogliere, ad esempio, con riferimento alla propria Regione, questa terna -  è ovvio, non di brani di canzoni – di veicoli di propaganda:

 

manifesto del Governatore uscente che si ricandida

Poche scorie, via smammare,

disse il sole al nucleare.

La poesia è nei fatti.

manifesto del candidato consigliere del Pdl Aldo xxxxxx

Noi Leccesi puntiamo in Aldo

… naturalmente.

manifesto del candidato Governatore del Centro

Io Sud. E tu?

 

Analogamente a Sanremo, sia pure portando un po’di pazienza, anche nella sfida dei lenzuoli si avrà un vincitore.

16 febbraio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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