Archivio per aprile, 2009

Dopo un inverno particolarmente inclemente, caratterizzato soprattutto da copiose piogge che, accanitamente, continuano a cadere tuttora, sembra, per fortuna, dischiudersi in anticipo il calendario delle feste paesane, sagre e/o altre manifestazioni del genere, eventi che costituiscono il preludio alla bella stagione estiva e stimolano i trattenimenti, in serenità e allegria, all’aria aperta.

A testimonianza di ciò, ecco il primo manifesto della serie, che campeggia agli incroci della rete viaria del nostro territorio:

LOCALITA’ (UN COMUNE DEL SALENTO)

FESTA DE U PANINU D’A ZITA

A MENZU A CHIAZZA

2^ EDIZIONE – 2 MAGGIO 2009 – 0RE 20

Tale testo incornicia l’immagine di due sposini e di una rosetta farcita di mortadella e provola.

Non c’è che dire, messaggio semplice, addirittura banale, ma diretto e, c’è da scommettere, foriero di un certo effetto: quando si tratta di mangiare, l’audience è già assicurata.

E però, alla memoria di chi scrive, la prospettiva della gustosa consumazione ammiccante dal cartellone in esame richiama un rito, a suo tempo quasi sacro e ad ogni modo particolarmente gradito e atteso, che, fino a qualche decennio fa, si celebrava in occasione dei matrimoni.

All’epoca, non si portavano gli invitati al ristorante, di soldi ve n’erano pochi e venivano utilizzati per il soddisfacimento di bisogni più durevoli. Pur tuttavia, i genitori di ogni sposo solevano ordinare al fornaio alcune centinaia di panini o rosette; inoltre, per imbottire i medesimi, andavano ad acquistare una “cocuzza” di mortadella che, mediante l’affettatrice presa in prestito dal salumiere, tagliavano poi in sottili fettine.

Siffatto sandwich, accompagnato da vino a volontà, era il “complimento” riservato agli uomini e ai ragazzi partecipanti al matrimonio, mentre il rinfresco per le donne, sedute lungo i perimetri delle stanze all’interno dell’abitazione nuziale, consisteva in bicchierini di liquori fatti in casa e in uno/due dolcetti artigianali, denominati, non a caso, “dolci della zita”.

Allora, le famiglie che festeggiavano il lieto avvenimento offrivano gratuitamente, a costo di enormi sacrifici, uno spuntino; invece, in occasione di feste e sagre, come quella richiamata del 2 maggio prossimo, a quanto riferitomi da un amico che le frequenta, per un panino con mortadella e provola sono richiesti almeno due euro.

Attualmente, dunque, commercio, affari e lucro, prima e sopra di tutto.

 

28 aprile 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

 

 

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Sono ormai trascorsi oltre sessanta anni, ma nelle scansie della mente determinati tasselli sembrano risalire appena a ieri.

Sud Salento, litorale di Marittima. Durante un mite pomeriggio della stagione autunno-invernale a cavallo fra gli anni 1944 e 1945, in un piccolo e povero fondicello (più rocce e pietre che terra coltivabile) che degrada a ridosso della scogliera confinante con la caratteristica e fascinosa insenatura denominata «Acquaviva», staziona un gruppo di persone: trattasi, esattamente, di un bimbetto, in compagnia dei nonni e di alcuni zii paterni. Nelle vicinanze del muretto a secco che delimita il podere lungo la strada, la creatura è intenta a giocare senza pensieri: o cercando qua e là piccole e leggerissime palline rosse di bauxite (uddhrìe), o cogliendo e mangiando baccelli di «curumusciuli» (una specie di piselli freschi di più minuscole dimensioni), o cercando di sorprendere nell’erba innocenti grilletti, per quindi «catturarli» e divertirsi assistendo ai loro improvvisi e un tantino goffi saltelli.

Gli adulti, invece, trovansi occupati a brucare manciate di olive da due fronzute piante, su un gradone del fondo un po’ più in alto (di quei tempi, facevano comodo anche risicati quantitativi di olive, appunto, sia per conservarle in salamoia, sia per ricavarne qualche «cria» d’olio).

In corrispondenza del fronte dell’appezzamento di terreno, corre, sinuosa come la costiera, la strada che collega S. Cesarea Terme a Tricase e Leuca, arteria dal fondo non asfaltato ma ricoperto da brecciolino. Ad un certo punto, il bimbo ode il rumore di qualcosa che sta per avvicinarsi e, subito dopo, vede spuntare, dalla curvetta che insiste lì davanti, la figura di un militare che sfreccia a cavallo della sua bici: purtroppo, probabilmente a causa del tratto viario a gomito o soprattutto del brecciolino, il veicolo scivola e sbanda finendo rovinosamente a terra insieme con il velocipedista. Questi, in particolare, striscia a lungo con le ginocchia sul fondo di pietrisco, procurandosi diffuse sbucciature; a ragione, quindi, resta alquanto sconvolto e si lamenta.

La scena richiama l’attenzione anche degli adulti, i quali accorrono immediatamente in aiuto al malcapitato, aiuto che, peraltro, può estrinsecarsi unicamente sotto forma di acqua attinta da un otre di terracotta e di un fazzoletto di tela bagnato, con il ché si ripuliscono alla meglio le escoriazioni del soldato e gli si deterge il volto; l’uomo in divisa, ripresosi un po’, racconta, in incerto italiano, di essere di origine polacca (nella zona, stazionano distaccamenti di suoi conterranei, in appoggio alle forze alleate anglo americane) e di aver intrapreso il viaggio da S. Cesarea Terme con destinazione Marina Serra di Tricase, per recapitare un dispaccio al comando militare installato in tale ultima località. La bicicletta è integra e quindi, dopo pochi minuti, la staffetta è in grado di rimettersi in cammino; contemporaneamente, anche i soccorritori continuano le loro occupazioni.

Passano alcune ore, è vicino il tramonto, quando il bimbetto percepisce un rumore «familiare»: è il medesimo soldato che, di ritorno dalla Marina Serra di Tricase, sta per transitare da quel tratto. Ecco, la bici si arresta, il guidatore smonta e, sorridente, si avvicina al piccolo regalandogli una minuscola tavoletta di cioccolato, un gesto inaspettato e ovviamente assai gradito per il donatario. Dopodiché, un buffetto sulle piccole gote arrossate e, poi, la corsa in bici prosegue.

Una spigolatura di lontana cronaca dal vivo. Che dedurne? Forse che il sentimento della gratitudine o riconoscenza non conosce davvero confini, né tempi, né idiomi, né modalità di manifestazione? Che basta poco o pochissimo? Concludendo e chiedendo venia, per integrale fedeltà di racconto, si precisa che il bimbetto di sei decenni e passa addietro si identifica con chi scrive, ragazzo di ieri classe 1941.

25 aprile 2009 

 

Rocco Boccadamo

Lecce

 

e.mail: rocco_b@alice.it

 

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Tra i vari mestieri e attività utili, vecchi e nuovi, esercitati in seno alla società civile, quello dello spazzacamino riecheggia connotati e pensieri un tantino particolari, quasi mitici, e, in ottica visiva, richiama l’insolita figura di artigiano ricoperta – sul volto, sul capo, sul corpo, ovunque – di carbone e fuliggine, dalla colorazione della pelle  nero fumo.

Eppure, il ruolo di questo lavoratore è sempre stato presente e attivo, specialmente sino a cinquanta – cento anni addietro, allorquando di condomini e palazzoni ne esistevano pochi e i centri urbani risultavano costellati, più che altro, di abitazioni a uno o due piani, tutte dotate di un bel fumaiolo/camino che si dipartiva dalla bocca del focolare alimentato a legna o a combustibile fossile e si innalzava sino al tetto.

Ma, è proprio vero, i tempi si sono evoluti e hanno subito mutamenti in ogni senso, ivi compresi i criteri e  le modalità con cui, giustappunto, lo spazzacamino, attualmente, si propone all’utenza e svolge la sua stessa attività.

Difatti, fra le migliaia di annunci pubblicitari che promanano dalle radio locali, poco tempo fa mi è capitato di coglierne uno, almeno per me, inedito: ”Per qualunque esigenza c’è Caio, lo spazzacamino che fa per voi, dotato di elevata professionalità, l’unico con marchio di fabbrica registrato, in grado di effettuare gli interventi di ripulitura più adatti onde evitare pericolosi incendi delle canne fumarie e odori cattivi. Affrettatevi a contattarlo al numero telefonico 0836……, oppure (nota di chi scrive: sentite un po’!) all’indirizzo elettronico info@Caiospazzacamino.it”.

Visto che roba? Al che, spinto dalla curiosità, ho agevolmente trovato e guardato un efficiente, moderno e completo sito web intestato al nostro spazzacamino, con foto del personaggio, per niente dipinto di nero fumo, e immagini di avanzati mezzi di trasporto e attrezzature per l’espletamento del lavoro.

Volendo innestare, a cotanta e positiva evoluzione, una piccola punta di malizia (solo questa), viene da domandarsi se alla figura professionale in questione, al giorno d’oggi, si dischiudono ancora, in corso d’opera, incontri e interventi di genere “collaterale”, come recitano i testi di un famoso canto popolare, intitolato esattamente “Spazzacamin”.

 

22 aprile 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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La locuzione sostantivale “joint venture”, mutuata, al pari di tante altre, dalla terminologia inglese, ma ormai divenuta di uso comune in tutto il  mondo, dà, di primo acchito, l’impressione di qualcosa di complicato, difficile.

Invece, come è noto, tradotta in italiano, può significare, anche e semplicemente, alleanza, collaborazione.

Ad ogni modo, vocabolo a parte, nella specifica fattispecie è il caso di osservare che gli amici anglo sassoni non hanno scoperto proprio alcunché di originale.

I miei nonni materni, i quali vivevano insieme con i sei figli in una modesta abitazione a piano rialzato, fino a quando non sono divenuti vecchi o inabili, hanno sempre allevato una capretta, che, di giorno, conducevano immancabilmente al libero pascolo nei loro fondicelli, tenendola poi, la sera e durante la notte, ricoverata in un angolo della cantina a livello interrato.

Una compagnia, fissa e costante, per la famiglia, dunque, il mite ovino, e, in più, una fonte di esigui guadagni a beneficio del magro bilancio domestico.

A proposito del contributo dell’animale in termini di utilità, serbo nitido, sebbene siano trascorsi circa sessanta anni, un particolare ricordo.

Dalla mungitura della capretta, la nonna Lucia ricavava quotidianamente un quantitativo di latte assai modesto, assolutamente insufficiente per mettersi a trasformarlo in formaggio. E però, la brava donna rimediava alla limitata “produzione propria”, mediante un accorgimento concordato con le famiglie del vicinato, anch’esse proprietarie di un ovino per ciascuna.

Un determinato giorno, gli allevatori, praticamente consorziatisi sulla parola, erano chiamati a conferire le rispettive produzioni, in blocco, alla famiglia  X, il giorno seguente ad un’altra e così via. Presso ciascun nucleo, veniva così a concentrarsi, ogni volta, un’apprezzabile raccolta di bianco liquido, bastante per ricavarne, attraverso una lenta operazione di bollitura e con l’ausilio del caglio naturale, una piccola forma di formaggio.

Ho ancora davanti agli occhi la semplice perizia, la cura, con cui la nonna Lucia girava e rigirava, quasi accarezzandola, la ricotta, tirandola man mano su e sistemandola in una fiscella di vimini che, alla fine, veniva deposta, con un rito quasi sacro, sull’alta scansia sporgente da una parete, per il processo di essiccazione e stagionatura.

Nonostante la lontananza temporale, dentro di me riecheggia finanche il sapore di quel prodotto casalingo, che aveva per catena di montaggio la mungitura della capretta, la bollitura del latte nella pentola sul fuoco di legna, la maturazione del semilavorato sulla scansia.

Un’ultima notazione: quando ricorreva il turno della nonna Lucia, noi nipotini eravamo direttamente interessati al processo lavorativo, giacché, dopo il prelievo della ricotta “buona” per il formaggio, nella pentola restava un residuo liquido di colore giallo (siero, nel nostro dialetto “seru”) con piccoli grumi bianchi (in gergo, “minora”), che ci spartivamo nei nostri minuscoli bicchieri d’alluminio, per intingervi e bagnare la frisella della prima colazione.

Insomma, cosa sarà mai una joint venture! Ne esisteva ed era attiva una, già a metà del secolo scorso, a Marittima, in Via Convento.

 

19 aprile 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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E’ subentrata da un pezzo, morde tuttora e, purtroppo, non è dato di sapere fino a quando durerà, una pesante crisi economica, che, peraltro, riguarda la maggior parte del pianeta.

In aggiunta, sul nostro Paese,  è ora venuta ad abbattersi la terribile scure – in termini di perdita di vite umane, di drammi esistenziali e di enormi danni – del terremoto a L’Aquila e dintorni.

Disagi su disagi, insomma, che fanno ritornare alla mente il detto “ U cane mozzica sempre allu strazzatu” (il cane morde sempre lo straccione).

Di fronte a tali emergenze, le Autorità istituzionali, il Governo e i Partiti discutono e si confrontano circa i rimedi e gli interventi idonei per il superamento della crisi e, in particolare, per la ricostruzione in Abruzzo: proposte disparate che, però, talvolta sembrano minimali, alla stregua di compresse d’aspirina assunte per la cura della broncopolmonite.

A me personalmente, senza alcuna pretesa di originalità, viene d’osservare che le soluzioni valide, sostanziali vanno ricercate soprattutto nell’azione di lotta, voluta convintamene e seriamente, all’evasione e/o elusione fiscale.

Il Sole24Ore, a conclusione di un’indagine sull’infedeltà fiscale in Italia basata sui dati ISTAT dell’economia sommersa, ha quantificato in 250 – 270 miliardi di euro all’anno l’area del sommerso economico, ossia dei redditi che “sfuggono” al prelievo tributario e/o contributivo, con la conseguenza che, ogni dodici mesi, risultano sottratti al Fisco circa 115 miliardi di euro.

Se non esistono dubbi sull’attendibilità della fonte, si tratta, inconfutabilmente, di cifre terrorizzanti. E’ come dire che, senza le “perdite” inflitte da tale realtà, in Italia, malgrado gli sperperi e gli sprechi, non si sarebbe punto formato il debito pubblico o, con proiezione verso il futuro, che, nel giro di venti – trenta anni (poco più di un baleno nella vita e nella storia di una nazione) si potrebbe rientrare completamente dall’attuale, faraonico “fardello”, giustappunto, del debito pubblico.

Però, bisogna cambiare radicalmente registro, la caccia e la lotta ai “furbi” – di qualsivoglia dimensione – che non pagano le tasse, deve diventare dura, implacabile, i rei scoperti e accertati vanno puniti, non solo con pene restrittive della libertà, ma anche con il lavoro obbligatorio durante la detenzione, in modo che si auto mantengano e paghino i costi delle strutture carcerarie.

La faccenda è ormai indifferibile e assolutamente vitale, non si lasci nulla d’intentato per, finalmente, sistemarla, si ricorra, al caso, anche all’aiuto e alla collaborazione, con costi ovviamente a nostro carico, del Governo degli U.S.A., dove, come noto, le tasse sono corrisposte da tutti e su qualunque reddito, così da mettere finalmente a regime, anche da noi, un’efficiente macchina fiscale e far dare allo Stato ciò che è dello Stato.

 

17 aprile 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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A partire dall’ultimo decennio, forse anche da prima, nei paesi cosiddetti avanzati, compreso il nostro, si va registrando una crescita demografica a saldo zero, se non addirittura negativo, originata soprattutto dal diffuso fenomeno della denatalità.

Ciò, nonostante le imponenti masse di immigrazione da aree tutt’altro che avanzate, diciamo “giovani”.

La scarsità di cicogne viene messa in relazione con problematiche diverse, ma sostanzialmente fondate: penuria di case, lavori precari, stipendi insufficienti, esplosione dei prezzi, incertezza nel futuro.

Sennonché, pur spettatore consapevole di siffatti scenari globali, mi è appena capitato di cogliere uno spunto – non importa se, forse, occasionale e isolato -   che sembra suonare note meno pessimistiche, come una sorta di incoraggiamento. Qualche giorno addietro, passeggiando per il centro cittadino a tramonto incipiente, in un brevissimo tratto di strada, si o no una ventina di metri, mi sono difatti imbattuto, in sequenza, in ben quattro giovani donne in evidente stato di gravidanza, tre delle quali verosimilmente alla prima maternità, la restante già accompagnata da una bimbetta.

Non c’è che dire, personalmente ho interpretato tali incontri alla stregua di auspici favorevoli per il tempo a venire, dal momento che, bisogna riconoscerlo, alla decisione di mettere al mondo un figlio, concorrono, indubbiamente, anche sentimenti di fiducia.

Ed è stato bello il particolare che, mentre ero intento a gustare i quadretti di tali incontri, nutriti stormi di rondini volteggiavano sul mio capo all’altezza dei tetti del magico centro storico di Lecce, dando l’impressione, con i loro festosi garriti, di giocare e divertirsi.

 

14 aprile 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it   

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Alla cortese attenzione dell’ Amministrazione Comunale di  Castro

 

Non v’è alcun dubbio, l’autunno e l’inverno ultimamente scivolati sul calendario sono stati “terribili”, si sono accaniti con ripetuta insistenza, spargendo e lasciando in giro danni enormi, sofferenze e, finanche, lutto.

I segni sono presenti, nella loro crudezza, innanzi agli occhi, gli effetti sono penetrati fin dentro: essenzialmente, nell’animo della popolazione di Castro, ma anche in quello delle genti del più vasto “mondo” che, verso Castro, si sentono attratte e legate.

L’impronta maggiormente disastrosa e dolorosa si trova impressa, ovviamente, lì, in quell’angolo della Piazzetta alla Marina, un sito che, senza tema di retorica, può definirsi l’autentico amore di tutti. E chissà per quanto tempo vi resterà così tristemente stagliata!

Non v’è, parimenti, alcun dubbio che gli eventi verificatisi hanno scaricato, a valanga, pesi, preoccupazioni e impegni, straordinari e immani, sulla spalle della Civica Amministrazione, un fardello di problemi a cui appare estremamente difficile stabilire e dare risposte e soluzioni.

Ne discende, perciò, che la strada meno irta, percorribile utilmente, è quella di un passo alla volta, a partire dalle situazioni meno impastoiate o vincolate (sequestro Autorità Giudiziaria, indagini e accertamenti in  corso, controversie fra privati comproprietari di immobili coinvolti), sulla base di un’obiettiva scala di priorità.

In un simile scenario, è stato certamente bene ed opportuno porre rimedio ai danneggiamenti registratisi, causa mareggiate, alla grotta Zinzulusa, che ne avevano imposto la chiusura al pubblico.

Adesso, però, esiste un’altra urgenza che codesta Amministrazione dovrebbe prendere di petto, affrontare e superare.

Immediatamente dopo i crolli del 31 gennaio, era stato dichiarato solennemente che, a parte il resto, l’immane resto del da farsi, si sarebbe pensato subito all’approntamento, alla collocazione e alla messa a punto funzionale di una serie di strutture provvisorie, in cui allocare gli esercizi commerciali della Piazzetta rimasti cancellati o bloccati.

Sennonché, al riguardo, sinora non si scorge alcunché di concreto, tanto da far paventare in giro che, rispetto allo specifico progetto ed ai relativi tempi, anziché procedere verso la méta, si stia assurdamente regredendo. Ovviamente, sarebbe il caso di scongiurare  l’ombra, anche minima, di un’eventualità del genere, di vuote dilazioni e, al contrario, concretizzare, rompendo gli indugi, i presupposti per la ripresa delle attività produttive interrotte o spezzate.

Dunque, dalla “piazzetta” virtuale di Facebook e, specificatamente, dal “Gruppo Amici di Castro”, con spirito chiaramente disinteressato e super partes, l’esortazione che viene rivolta a Voi, eletti  e/o delegati alla gestione pubblica locale, è di serrare le fila, di non aver timore e/o remore a compiere ogni atto idoneo e utile, beninteso in trasparenza e pulizia assoluta, anche se, talvolta, lo strumento non dovesse rivelarsi perfettamente allineato, dal lato formale, alla normativa burocratica.

Confrontatevi, certamente, con le regole vigenti, non cancellandole o stravolgendole, ma interpretandole e, ove occorra,  snellendole con  la diligenza del buon padre di famiglia.

Purché, facciate presto! Come è noto, si affacciano a vista i ponti del 25 aprile e del 1° maggio, l’estate è anch’essa alle porte, senza contare che Castro vive di turismo e di visitatori durante l’intero anno.

Sono arrivate e trascorse la Pasqua e la Pasquetta, ma, a prescindere dalle sfavorevoli condizioni meteorologiche, nella Piazzetta alla Marina, non si è respirato aria di festa.

Unica nota distintiva, scendendovi, si sono notati, sparsi o poggiati in giro, numerosi serti di fiori. Non c’è che dire, belli.

Gli è, purtroppo, che qui non è propriamente tempo di…  fiori, bensì tempo di… fare.

Auguri Castro, risboccia al più presto al tuo integrale splendore.

 

13 aprile 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

Gruppo “Amici di Castro”

e.mail: rocco_b@alice.it

 

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Sono parole sante, anzi sacrosante in linea con la particolare settimana del calendario, le osservazioni di Aldo Grasso, in 1^ e 8^ pagina del “Corriere” di sabato 11 aprile, in merito all’ultima puntata tv di “Annozero”.

E perfettamente calzanti, le titolazioni in cui le ha inserite “Santoro, in onda l’abuso di libertà” e “Zizzania in tv”.

Di mio, vorrei dire che il modo di fare del “tribuno” Santoro è diventato proprio insopportabile. Il personaggio avrà anche la stoffa del super conduttore, e però ciò che predomina in lui, come pure nei suoi collaboratori, è il malanimo preconcetto, l’accanimento spietato di parte, in stucchevole monotonia,  nei confronti di Berlusconi.

Lo hanno capito anche le pietre.

Provocatoriamente, ma non più di tanto, suggerirei ai Responsabili della RAI di continuare a versargli il compenso, dispensandolo però dall’accesso negli studi televisivi e affidandogli, in cambio,  un nutrito gregge di ovini da condurre al pascolo.

A mio avviso, una soluzione del genere risulterebbe idonea affinché il signor Santoro non seguiti a far danni a suo piacimento ed arbitrio.

 

11 aprile 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Da credente, sin da piccolo e tuttora, vivo con intensità ed atti partecipativi la settimana che precede la Pasqua.

E però, questa del 2009, credo che la terrò impressa in modo un po’ speciale, per via di immagini ed eventi che vi hanno trovato coincidenza e svolgimento.

La mattina del 9 aprile, Giovedì Santo, un inspiegabile abbrivo interiore mi ha indotto e condotto al capezzale del giovane fratello di una persona da molto tempo vicina alla mia famiglia, già conosciuto in una circostanza e che sapevo gravemente ammalato. L’ho trovato, come paventavo, agli stremi, nondimeno gli ho augurato la Buona Pasqua, lasciandogli anche dei libri, per quando avesse voluto scorrerli: e lui, ha ricambiato con un silenziosissimo grazie.

Fra pomeriggio e sera, ho assistito, in Duomo, alla funzione della Cena e, secondo consuetudine, ho peregrinato per una serie di altre chiese della città.

Ovunque, mi ha sorpreso un particolare, segno, forse,  senza rumore ma significativo, dei tempi che andiamo attraversando.

Nell’occasione, giustappunto, della Cena, all’interno dei luoghi sacri si suole allestire appositi altari per l’esposizione del Santissimo Sacramento, altari già comunemente noti come Sepolcri e, per tradizione, sempre ricchissimi di fiori, piante, addobbi, luci, insomma sfarzosi.

Stavolta, invece, frammista all’immutata intensa partecipazione dei fedeli, la nota distintiva e comune di detti apparati ornamentali, almeno qui a Lecce, è risultata la semplicità, la sobrietà: vi ho finanche scorto tantissimi vasi con  pianticelle  ricavate dal germoglio, in estrema naturalezza, dei semi di lino, come accadeva cinquanta anni fa e prima ancora.

Nel pomeriggio dell’11, Venerdì Santo, ho purtroppo appreso della fine, a soli trent’anni  compiuti il 25 marzo dell’Annunciazione, del povero  Luca, mite, buono e sfortunato, al quale ero andato a far visita il giorno precedente. Due sequenze: i ragazzi e le ragazze stazionanti numerosissimi sotto il portone di casa, lui coricato a dormire, un’ultima volta, fra lenzuola candide, finemente ricamate, verosimilmente, dalle mani amorevoli e sperimentate carezzevoli sino all’ultimo, della sua mamma, prima che divenisse sposa.

Siffatte immagini mi sono ripetutamente sfilate innanzi agli occhi e dentro, anche nel clima assorto con cui ho presenziato alla processione della Croce, nel fresco buio notturno, per le strade del mio quartiere.

 

11 aprile 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

 

   

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Venerdì 10 aprile, ore 9.45 circa, statale 16, tratto a quattro corsie, comunemente noto come superstrada Lecce – Maglie, dove vige il limite di velocità di 110 chilometri.

Pur in presenza di traffico sostenuto, ecco, improvvisamente, irrompere un autocarro Iveco turbo daily, rombante, esattamente così, ad un’andatura che definire pazzesca è poco: 140/150 all’ora.

Quando mi trovo al volante, io non sono propriamente una lumaca: ciò nonostante, l’episodio mi ha sconvolto e preoccupato, inducendomi a tirare, in un attimo, quattro conti sulla valanga di pericolosità che quel guidatore si portava accanto e appresso.

Commenti a parte, per senso civico, mi sento in dovere di indicare gli estremi, ancorché mancanti dell’ultima lettera, della targa del mezzo: DF 996 M..

Lasciando ovviamente a chi spetta, il compimento, al caso, dei passi più opportuni.

 

11 aprile 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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