Archivio per maggio, 2009

Aspettarsi che i prezzi effettuino una drastica marcia indietro dopo l’abnorme escalation registratasi particolarmente negli ultimi sette – otto anni, sembra mera utopia, un sogno.

Eppure, sottosotto, il loro assestamento su livelli equi potrebbe risultare fattibile.

Almeno, stando al solenne e inequivocabile proclama dell’annuncio pubblicitario che ho appena sentito attraverso un’emittente radiofonica di queste parti: “Massaie, cittadini,  aprite gli occhi, sono a vostra disposizione detersivi e altri prodotti per la casa a prezzi da prima dell’euro!”  (esattamente così).

Si tratta del solito amo con esca imbevuta di miele, lanciato affinché sprovveduti branchi di ascoltatori/consumatori abbocchino e finiscano, per l’ennesima volta, con l’essere presi per i fondelli? Ovvero, è che certi manovratori del mercato, dopo aver realizzato a lungo guadagni spropositati e immeritati a  discapito degli acquirenti o utenti finali, incominciano a registrare intermittenti trafitture di scrupolo, se non di vero e proprio rimorso?

Sia chiaro, pur coltivando qualche prudente speranzella per il futuro, non è il caso di crearsi illusioni.  

 

30 maggio 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

 

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Una volta, in numerosi paesi del Salento, per appagare la fantasia e i «miraggi» di grandi e piccini, esisteva unicamente (e bastava) l’albero della cuccagna .
Il palo, spalmato di grasso o di altre sostanze scivolose, veniva di solito issato al centro della piazza in occasione della festa del santo patrono o di qualche tradizionale sagra, recando legate saldamente alla sommità una «cocuzza» di mortadella, poche coroncine di salsicce, un fiasco di vino e, eccezionalmente, una bottiglia di marsala.
Non c’è che dire, un monte premi «faraonico» per gli impavidi che si cimentavano nella scalata della suddetta asta di legno.
Eppure, appariva tantissima la passione che i valorosi, tutti indistintamente, ponevano nell’impresa; per non parlare, del vincitore della gara il quale, quasi quasi, assurgeva al ruolo di eroe.
Così poco, per di più riservato a ricorrenze assolutamente rare, valeva, insomma, a seminare gioia, interesse ed entusiasmo di partecipazione collettiva.
Noi, abitanti del villaggio globale del terzo millennio, ci ritroviamo invece circondati, pressoché quotidianamente, da veri e propri campionati (o campionari) di vincite, premi miliardari, cotillon di ogni tipo.
Al riguardo, credo che sia viva nella mente di ognuno la grande kermesse dell’ormai istituzionale Lotteria Italia, evento che viene organizzato e gestito da un organismo di emanazione statale.
Nella fatidica serata conclusiva della manifestazione in parola, talvolta concomitante con la solennità dell’Epifania, sono distribuite alcune decine di milioni di euro (!) ad una schiera di fortunati estratti, insieme di persone decisamente sparuto rispetto ai milioni di acquirenti dei tagliandi della lotteria. Ciò, in aggiunta alle considerevoli somme assegnate sotto la voce di vincite settimanali.
Saltellando con il telecomando, una sera mi è capitato di assistere ad una delle trasmissioni TV collegate, appunto, alla Lotteria Italia e, in tal modo, ho acquisito diretta testimonianza dell’elargizione ad un telespettatore, a seguito di semplice chiamata telefonica, di un premio della bellezza di centomila euro.
Sennonché, ironia del palinsesto, durante la medesima fascia temporale, un altro canale della televisione pubblica andava proponendo una trasmissione di ben diverso genere, presentando la tragica realtà sociale di alcuni paesi africani: immagini tanto crude e drammatiche, da farmi avvertire una sensazione struggente, come se la tristissima sorte di quella povera gente arrivasse a penetrarmi fin dentro, negli occhi e nel cuore.
Volti di bambini gravemente ammalati o morenti, denutriti, ridotti a scheletri, oltraggiati da sciami di mosche; seni letteralmente avvizziti, e di conseguenza offerti con dubbio esito a lenire la fame di creature disgraziate, penzolanti da madri magari ancora giovani, i cui tratti, però,  si ragguagliavano ad un’età di 60/70 anni .
Una pena indescrivibile. Nondimeno, fotografia cruda di un mondo attanagliato da una morsa di fame, sofferenza e miseria, un mondo che, al contrario, dovrebbe poter godere degli stessi diritti del «nostro» mondo.
E’ giusto siffatto stato di cose?

 

30 maggio 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Sabato scorso, ho viaggiato in Eurostar da Lecce a  Roma.

Seduta accanto a me, una bella ragazza dai capelli rossi raccolti a coda, sulla ventina, la quale, poco prima dell’orario di partenza, era giunta nel vagone “scortata” dal padre e da un giovane amico o parente.

Avviatosi il convoglio, la predetta ha tirato fuori il suo bravo cilindro, non so bene se in carta stagnola pestata o in materiale simil plastica, contenente, impilate, ostie di patatine fritte. Etichetta a tutto campo e dai colori sgargianti, con la scritta snack alla paprika, prodotto in Germania per conto della ditta xxx di Casalecchio di Reno e l’effige di due peperoni, uno verde e l’altro rosso.

E da lì, via a trangugiare le ostie di buona lena; sennonché, dopo averne mangiato un po’, la mia vicina dichiara di  avvertire un forte mal di stomaco e di essere, perciò, pentita di aver acquistato quel prodotto.

Semplice, e forse ingenuo, interrogativo dello scrivente: come è possibile che dall’Italia, produttrice in abbondanza di patate e ancora più di peperoni, si spediscano le materie prime, per la lavorazione ed il confezionamento, addirittura in Germania? A voler approfondire, che tipo di olio, nella fattispecie, sarà stato adoperato per la frittura?

La confidenza sulla piccola – comunque, rivelatasi passeggera – disavventura alimentare, mi dà l’estro per chiedere qualcosa alla mia compagna di viaggio: è di Lecce, lavora in un call center, è finanziariamente autonoma, si sta recando a Roma su invito di un amico, conosciuto un anno fa in una località marina del Salento. Costui è già venuto a trovarla da Roma a Lecce un paio di volte e ora ha pregato lei di raggiungerlo nella Capitale.

Situazioni e discorsi del tutto normali e comuni, soprattutto riguardo ai giovani.

Il treno va e, intanto, si instaura una lunga serie di conversazioni telefoniche via cellulare tra la fulva salentina e l’altro che l’attende a destinazione.

Devo francamente ammettere che, a causa dell’estrema contiguità, ben oltre la classica situazione del contatto di gomito, non posso fare a meno di percepire le telefonate e, preciso, non solo ciò che dice la mia vicina di posto, ma finanche le frasi, gli argomenti dell’interlocutore lontano.

Si succedono per lo meno venti – trenta chiamate reciproche.

Intanto, durante la parte finale del viaggio, riprendono le “manovre” della giovane con il cilindro di patatine.

Imprevedibilmente, ad un certo punto viene ad affacciarsi una notizia, una novità, diciamo così, rivoluzionaria rispetto al canovaccio dialettico sviluppatosi fino a quel momento. La bella figliola dice al lui, e io sento chiaramente, queste parole “guarda che non avrai alcuna difficoltà a riconoscermi all’arrivo a Roma Termini, scenderò dalla carrozza 8, indosso un top senza maniche dal fondo maculato, jeans blu e stivali neri”; e l’altro, da parte sua “io sono in maglietta blu senza maniche e jeans”.

Al che, s’impone di fare un passo indietro: quale conoscenza al mare del Salento, quali pregresse visite a Lecce del partner romano? Appare indubbio che i due si sono “avvicinati” chattando e, ora, si apprestano ad avventurarsi nel fatidico contatto di persona.

Anche queste cose, sono ormai comuni e, diciamo così, in linea con i tempi.

E però, io, pur navigando in internet ed essendo aperto all’evoluzione della modernità, una domanda me la pongo: come è pensabile che una bella ragazza, con un lavoro (qui al Sud, è spesso una chimera) non si realizzi, nei suoi rapporti interpersonali, nella sua sfera affettiva, con ragazzi o giovani del posto e non viva esperienze sentimentali e di crescita dal vivo?

Forse, ci sarebbero tante analisi da sviluppare in proposito, in cui non è il caso, almeno per me, di avventurarsi.

Nondimeno, mi vengono in mente alcune parole della bellissima canzone di Fiorella Mannoia “Quello che le donne non dicono” : ma i complimenti non li sentiamo più se non c’è chi non ce li fa più.

La situazione cantata da Fiorella deve essere evidentemente invariata, può darsi, anzi, che si sia accentuata, sino a coinvolgere e riguardare una bella ventenne dai capelli rossi.

Piccolo particolare, attraverso il cellulare della ragazza “stai tranquillo, lui mi aspetta al treno”, vengo ad apprendere che il padre  sa della visita della figlia ad un conosciuto (sconosciuto) via internet.

Epilogo della cronaca: all’arrivo a Roma, passa ben un quarto d’ora, sul marciapiedi della stazione, con la ragazza, chioma non più raccolta a coda ma sciolta,  che fa su e giù verso l’atrio, prima che le vada incontro un uomo, non propriamente giovane, affatto bello, cuoio capelluto liscio, immancabili maglietta blu e jeans, e che fra la coppia, con esultanze incrociate, si materializzi un festoso abbraccio.

 

23 maggio 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Mi sono diplomato, con una sfilza di otto e di nove, nel luglio dell’ormai lontano 1960.

Ricordo che era appena passato a miglior vita un vecchio marittimese, maestro Vitale Bianchi, già falegname di mestiere e, soprattutto, per molti decenni, sacrestano della locale parrocchia, in tale funzione sempre presente ad ogni evento, lieto  e non, che si verificava in seno alla comunità paesana.

Una figura, insomma, ben conosciuta e quasi familiare.

Poco tempo dopo, grazie a quel pezzo di carta e con la mente colma di tanta e convinta voglia di nuovo, ho detto ciao a Marittima e alla mia Ariacorte per incamminarmi verso il mondo del lavoro.

Non sono rimaste disattese, per fortuna, le aspettative postemi in tema di traguardi e di carriera, anche se nessuno mi ha fatto regali e ho, anzi, dovuto impegnarmi, come si suole dire, anima e corpo.

Mi è, invero, capitato di calarmi in un impiego, a diretto contatto e a confronto con la gente, che mi ha preso e coinvolto sin dall’esordio.

In più riprese, ho cambiato sede di lavoro, in giro  per l’Italia, dalla Puglia alla Toscana, dalla Campania alla Sicilia e alla Liguria, dalla Lombardia  al Lazio; e questo peregrinare – malgrado le connesse scomodità logistiche, di insediamento, adattamento ed ambientamento – si è tradotto in un significativo  supporto di arricchimento delle mie conoscenze ed esperienze, non solo a livello professionale, ma anche e soprattutto dal punto di vista culturale  e umano.

Devo riconoscere che ho avuto la buona ventura di essere assecondato – particolare non trascurabile –  dalla famiglia, prima di tutto da mia moglie, quindi pure dai nostri tre ragazzi. A loro, perciò, un grosso grazie.

Trascorsi circa quaranta anni di servizio attivo da girovago, ho dovuto domandarmi e scegliere  dove andare a vivere da pensionato.

Il passaggio rivestiva molta importanza ed ha pertanto richiesto una lunga riflessione.

Alla fine, ha prevalso, devo dire nettamente, l’opzione del ritorno alle origini, per cui mi sono ritrovato di nuovo abitante di Marittima, per l’esattezza abitante in part time durante il periodo invernale, allorquando mi “divido” fra il paesello natio, appunto, e la vicina Lecce.

All’inizio, sinceramente, ho talvolta avvertito un senso di disorientamento, mi sono posto degli interrogativi. Ma, adesso, sono convintamene lieto e soddisfatto di essere ritornato.

Certo, l’arco di tempo della mia assenza, sebbene non lunghissimo, ha coinciso con un’epoca in cui sono maturati e si sono sviluppati tumultuosi e radicali cambiamenti, sicché ora molti scenari risultano profondamente mutati. Anche a Marittima, di conseguenza, appaiono diffuse le tracce del nuovo: sui muri, nelle vie, sui volti e negli abiti della gente, nella stessa aria che si respira.

Da sottolineare che i miei primi diciannove anni trascorsi qui erano stati caratterizzati ed impregnati da una elevata dose di “partecipazione” e di coinvolgimento, tanto che, dopo, pur vivendo lontano e malgrado lo snodarsi del tempo, mi  sono costantemente sentito  “pieno” di quel periodo.

Adesso, oramai ragazzo di ieri, mi rendo meglio conto che, in quella fase, intorno a me, non esistevano steccati o fossati rispetto agli altri, più giovani, più grandi o più vecchi che fossero. Ai miei occhi, la comunità marittimese era un tutt’uno e basta.

Di riflesso,nella realtà, mi succede ancora di sperimentare la profonda conoscenza delle persone acquisita allora, una vera e propria somatizzazione, sin dai caratteri e dalle sagome del loro fisico.

Ad esempio, sono in grado di  riconoscere  agevolmente un compaesano, basta che lo osservi di spalle, senza alcun bisogno di scrutare i dettagli del volto.

Eppure di tempo ne è passato!

Lo accennavo prima, anche qui, purtroppo, si scorgono, inevitabilmente, immagini comuni ad altri posti, si ha l’impressione di vedere in giro più autovetture e scooter che abitanti, sono ben presenti le mode in voga, i discorsi che si ascoltano risultano spesso imbevuti del tipico, moderno consumismo, delle usanze e delle tendenze che prevalgono.

Ma, ciononostante, per me, al massimo livello della scala dei valori, rimangono pur sempre le persone, non importa se ricche o povere, colte o poco istruite, eleganti o modeste e approssimative nell’abbigliamento.

Non essendo un critico di professione, ma soltanto uno spettatore, e non ritenendomi, comunque, all’altezza per poterlo fare, mi  astengo volutamente dall’esprimere giudizi o dall’additare negatività circa i cambiamenti intervenuti in maniera specifica nello spaccato della nostra piccola comunità.

Tanto, la situazione attuale è perfettamente alla portata e nella consapevolezza di tutti.

Mi piace, invece, tentare di  offrire un “contributo” di tacito e sereno confronto costruttivo, attraverso qualche  riflessione, testimonianza o ricordo.

Come in uno speciale lungometraggio cinematografico, di cui non ci si stanca mai di rivedere le sequenze, nella mia mente, e non solo lì, si succedono con incredibile freschezza molte scene della vita marittimese di più di mezzo secolo fa.

Qui, provo a metterne a fuoco talune, che maggiormente si sono incarnate nella  memoria.

Regnava una totale e assoluta familiarità, si conosceva tutto di tutti, i vecchi avevano presenti i nomi finanche dei neonati e, analogamente, anche i bambini conoscevano quelli degli anziani.

Indimenticabili i semplici giochi delle serate estive, nelle viuzze dei vari rioni, sotto una casuale lampadina dell’illuminazione pubblica, se e quando esistente, altrimenti al buio  rischiarato solo dal luccichio delle stelle e dalla luna: si partecipava in numerosi, serenamente  e gioiosamente, a prescindere dall’ età.

Quotidianamente, anche col tempo inclemente, i giovani, gli adulti e gli anziani, di sera, erano soliti “uscire in piazza”, con lo scopo prevalente, se non esclusivo, di incontrarsi, far crocicchi, parlarsi e, così, tener sempre aggiornate le reciproche conoscenze.

Magari, ci stava anche qualche passata dalla bottega di mescita del vino, ma, ripeto, essenzialmente si discorreva, del più e del meno, come nell’agorà delle civiltà antiche.

Le ricorrenze delle feste, almeno delle principali, rinfocolavano vieppiù gli stimoli ai contatti, alla socializzazione, alle passeggiate, in coppie o in gruppi. In quelle circostanze, si registrava anche il fenomeno dei numerosi compaesa- ni – residenti altrove – che mai mancavano all’appuntamento di un rientro, seppure di breve durata; si materializzavano, in tal modo,  più ampi e  festosi spunti per incontrarsi.

Quando qualcuno versava in cattive condizioni di salute, non passava  giorno senza che i compaesani, a frotte, di solito al rientro dalle fatiche nei campi, passassero a rendergli visita, per informarsi sul decorso della malattia, per condividerne le sofferenze mediante due parole o un sorriso.

In occasione ,poi, della dipartita di un paesano, si registrava un unanime senso di autentico dolore, la partecipazione e la vicinanza alla famiglia coinvolgevano la totalità della popolazione; la chiesa, sovente, non bastava a contenere i partecipanti  all’ultimo saluto allo scomparso, il corteo che si snodava verso il camposanto era quasi sempre interminabile, eppure – malgrado tanta folla -  aleggiava un clima di assoluto raccoglimento, non volava una mosca. Con spontanea partecipazione e dignità, si tributava, così, un corale abbraccio finale a chi se ne era andato.

Nei ragazzi e negli adolescenti era radicata  l’abitudine, alla domenica, di assistere alla “prima” messa al Convento; si saltava giù dal letto verso le cinque e mezzo, in certe stagioni ancora notte, si compiva il tragitto a piedi sotto l’incanto di cieli tersi e stellati. La funzione, per le otto , era già terminata e, così, si aveva a disposizione l’intera mattinata, per giochi e divertimenti nel boschetto sulla via dell’ Arenosa.

D’estate, i giovani, se  non c’era altro da fare, si attardavano in piazza o nelle strade principali del paese per tutta la notte, sino alle prime ore del mattino, discorrendo e scherzando, ma senza schiamazzi,  per non arrecare disturbo agli altri, in un clima di autentica amicizia e di schietto cameratismo.

Succedeva, non di rado, che la loro permanenza così prolungata si incrociasse con le prime sortite da casa degli adulti, i quali, ancora buio, si avviavano verso i campi. Ed era  molto bello scambiarsi, insieme, quel buongiorno avente un sapore assolutamente speciale.

Saltuariamente, di solito nella tarda serata del sabato, si spostavano in gruppi verso le marine per pescare i granchi, qualche scorfano o, magari, i polpi, sorprendendoli sugli scogli bassi e nelle buche a ridosso del bagnasciuga erboso sotto il fascio di luce di rudimentali lampade ad acetilene. In qualche punto, i gruppi si incontravano e  facevano il confronto dei rispettivi bottini che, intanto, strusciavano scivolando lungo le pareti interne delle caratteristiche anfore di rame o zinco (capase).

Gli usci delle case restavano in genere aperti, il rispetto della proprietà altrui era sacro, le notizie di qualche furterello costituivano un evento davvero eccezionale.

All’intensità dei rapporti civili interpersonali, si abbinava una diffusa partecipazione alla vita religiosa della comunità; la chiesa, le messe e le funzioni erano assai frequentate, senza differenze fra le diverse fasce di età.

Ogni marittimese sentiva un tantino suo, con umiltà ma con attaccamento, quanto doveva svolgersi in seno alla parrocchia: liturgie, cerimonie, manifestazioni ecc. Siffatto coinvolgimento materiale, diretto e continuo, era avvertito, pesato e considerato da parte del Parroco, il quale lo rispettava e ne faceva tesoro.

Queste le immagini che, con più frequenza, si proiettano a distanza dentro di me, con riferimento al mio paese e alla sua gente .

Ma, le origini e, nella fattispecie, il ritorno alle origini,  non possono, ovviamente, prescindere dall’ambiente naturale -  in primis il cielo e  il mare – circostante.

Attualmente, specie nelle grandi città, si avverte molto forte il rimpianto dei cieli azzurri  di una volta, delle  stelle luccicanti e vicine, della luna che “sembrava ti parlasse”, del mare che, nelle giornate burrascose, pareva volerti rimproverare con il fragore sordo e cupo delle onde, mentre, negli altri momenti, con il suo sciacquio leggero, ti raggiungeva dolcemente alla stregua  di una tenera carezza.

Sotto questo aspetto, qui, al contrario,  non è cambiato pressoché nulla, e ciò, con grande appagamento per il mio animo che, di sicuro, non nutre rimpianti per  l’atmosfera poco naturale delle varie località di precedente residenza.

Concludendo questi appunti, confesso che mi rallegro dal profondo del cuore osservando le generazioni giovanissime, le quali si presentano come l’essenza  più bella e autentica di questa società del ventunesimo secolo; soffermandomi a guardare fugacemente i loro volti freschi, dagli occhi vivi e intelligenti, mi viene spontaneo di dire: “Buona fortuna per voi stesse, creature che andate sbocciando, come pure per il vostro mondo del futuro!”.

Egualmente, mi rallegro nell’osservare, o meglio ammirare, le persone anziane o vecchie, spesso di ottanta, novanta e  ancora più anni, in buona salute, autonome, in certi casi addirittura più vitali e serene di come mi apparivano, all’epoca, sotto il peso delle fatiche e delle preoccupazioni, quando  ero ragazzo.

E trovo che tali ultime immagini stabiliscano un magnifico collegamento, un bel segno di continuità fra le realtà di ieri, il presente e il tempo a venire.

Si potrebbe, con facilità, obiettare che, in fondo, si tratta di discorsi, rappresentazioni e storie di un tempo ormai passato, che i ricordi sono ricollegabili più che altro all’avanzare dell’età anziana.

Da parte mia, vorrei però osservare che quando  si fa riferimento alle proprie origini e alle proprie radici, il che vuol dire alla propria anima, è bene non cancellare tutto, ma al contrario custodire gelosamente i punti fermi e importanti del nostro passato, con l’accortezza, beninteso, di  adattarli ai mutamenti che man mano intervengono.

Riconoscersi nei valori veri delle proprie origini è già, e comunque, un passo avanti.

 

22 maggio 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

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Mi permettete di dedicare queste brevissime righe a…me stesso?

 

Il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Puglia, deliberando favorevolmente in merito alla domanda da me presentata, ha iscritto il mio nome nell’Elenco Giornalisti Pubblicisti dell’Albo di Bari.

Non c’è che dire, sono particolarmente contento.

 

20 maggio 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

 

 

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Alcuni anni fa, mi è stato dato di assistere ad un interessante faccia a faccia televisivo fra il giornalista Pier Luigi Battista e lo storico Paolo Mieli, incentrato sul disastro verificatosi, nell’ ormai lontano 1956, nel pozzo di un giacimento di carbone a Marcinelle, in Belgio, incidente che costò a vita a 261 minatori, di cui ben 138 italiani.
Nelle prime battute, il servizio poneva in evidenza come il prezzo più alto di tale tragedia fosse stato pagato proprio dagli italiani, i quali, nella specifica circostanza, si erano spostati da emigranti verso il distante cuore dell
’Europa, anche sulla scia di una sorta di proclama esortativo, lanciato dalle nostre autorità governative quale unico mezzo per ottenere l’assegnazione da parte del Belgio, in quantitativi adeguati, di minerale indispensabile pe
r le nostre industrie e, più in genere, per svariati fabbisogni interni.
L
’occhio delle telecamere ed i commenti – sia quelli insiti nei servizi man mano proiettati, sia quelli degli ospiti in studio – passavano quindi a soffermarsi sulla pesantezza del lavoro, assolutamente nuovo e per di più da svolgersi in ambienti disagiati, quasi infernali (sino a 2000 metri di profondità nelle viscere della terra), a cui erano chiamati i poveri nostri connazionali, attività che le popolazioni «indigene» ormai non accettavano più di svolgere.

Personalmente, sebbene all’epoca avessi solo quindici anni, grazie ad un paio di piccole ma strane coincidenze, serbo ancora vivo nella mente il ricordo di quella sciagura.

Intanto, un mio zio era partito da Marittima, per il Belgio a fare, giustappunto, il minatore; per la precisione si trovava ad Houthalen nei pressi di Limbourg.

Inoltre, in quel periodo, insieme ad alcuni coetanei, ero solito frequentare una famiglia del paesello, originaria di Gagliano del Capo, che rimase direttamente coinvolta nella tragedia per via di certi parenti periti lì, a Marcinelle: vicino a dette persone, attraverso i notiziari della radio, mi tenevo aggiornato sul seguito del disastro, compresi i tristi pellegrinaggi dei familiari delle vittime dall’Italia, e dal Salento in particolare, al Belgio, finalizzati a riportare a casa le misere spoglie.
Ma, a parte i ricordi fedeli della vicenda che ancora oggi alimentano dentro di me ventate di commozione, la rievocazione della tragedia di Marcinelle mi conferisce stimolo e spinta per una serie di riflessioni e considerazioni di fondo, nonché di accostamenti, similitudini e parallelismi con realtà di vita che ruotano nell’attuale società.
Innanzitutto, a me sembra che il fenomeno, dell’emigrazione costituisca da sempre un tutt’ uno con l’essenza e la natura umana, anzi una realtà dallo spettro addirittura più allargato, arrivando in pratica ad estendersi all’intero regno animale.
Non sono forse «migratori», seppure stagionali, tanti e tanti volatili? Non si registrano grandi spostamenti, temporanei e non, anche fra le creature del mare?
E, ritornando agli uomini, non erano emigranti i padri e i figli di famiglia del Sud Salento i quali, almeno due volte all
’anno, lasciavano le loro case e si spostavano – in certi casi, a piedi o in bicicletta – sino a Brindisi e dintorni, Mesagne, Ceglie Messapica, Francavilla Fontana, per le dure fatiche della vendemmia e della molitura delle olive nei frantoi? Si ha presente su quali «confortevoli» giacigli i predetti consumavano le loro ore di sonno, su tavolacci e in ambienti risicati e bui?

C’era, purtroppo, l’indispensabilità di conquistare ad ogni costo quei salari che, al paese d’origine, le lunghe e frequenti parentesi di disoccupazione non potevano in alcun modo consentire.
Gente, che trascorreva quattro o cinque mesi senza l
’affetto di mogli e figli, con addosso pochi stracci, che non era neppure possibile lavare da sé e che, di conseguenza, per il bucato, facevano la spola fra stabilimento vinicolo/frantoio e le famiglie, attraverso i periodici viaggi effettuati in traino da una mitica figura di corriere, detta non senza motivo «mutatiere» (da «mutate» o cambi d’abito).

E non emigravano, a loro volta, i numerosi interi nuclei domestici che lasciavano un po’ tutti i paesi del Capo di Leuca per portarsi nelle campagne della Basilicata, in aree paludose e poi bonificate nell’ambito della riforma agraria, per la coltivazione, in regime di mezzadria, del tabacco? Si ricorda in che «ambienti» vivevano quelle genti?

E però, anche qui non si doveva guardare ai sacrifici: c’era la famiglia da mantenere e da portare avanti, i più piccoli da crescere, la dote per le figlie femmine da approntare.
A proposito di Marcinelle, si è sottolineato che il lavoro nelle miniere era praticamente rifiutato dalle popolazioni del posto. Ma, oggi non si verificano analoghi fenomeni pure in Italia?

A questo proposito, credo che basti ricordare, ad esempio, la provenienza della manodopera impiegata nelle concerie del Vicentino, specie ad Arzignano, oppure la nazionalità degli addetti ai diversi lavori nelle stalle e negli allevamenti delle ricche regioni dell’Emilia Romagna e della Lombardia, in stragrande maggioranza costituita da immigrati extracomunitari. Infine, di che cittadinanza sono gli eserciti di badanti che vivono in mezzo a  noi?
Si tratta, purtroppo, di realtà, di temi senza limiti temporali o confini geografici, che ricorrono ciclicamente e che, soprattutto, fanno registrare l’avvicendamento dei protagonisti e degli spettatori.

Sì, giacché l’esistenza dell’uomo, a qualunque latitudine, in fondo altro non è che un tema, anzi una collana di temi, da svolgere.
Da ciò, sarebbe il caso di trarre una serena, ma seria lezione.

 

3 maggio 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

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Quando ero ragazzo, mezzo secolo e passa fa, per le strade del mio paese vedevo spesso girare, in groppa alla bicicletta oppure su rudimentali carretti trainati stancamente da un asinello, dei poveri ambulanti, i quali solevano dare avviso del loro passaggio ai poveri residenti arringandoli con il grido «capiddri e pezze!».
Un richiamo effettuato semplicemente a viva voce, sembra ombra di strumenti di amplificazione.
Tali «operatori» commerciali proponevano alla gente di ritirare i ciuffetti di lunghi capelli frutto della auto pettinatura delle donne che, ricordo, venivano custoditi dietro qualche sassolino dei muretti a secco attigui alle abitazioni, oppure stoffette o parti non più utilizzate di tessuti o indumenti di lana (prodotti che, attraverso intermediari, venivano poi conferiti a fabbricanti di parrucche o ai cenciaioli della zona di Prato), offrendo in contropartita qualcosa a scelta fra pettini, pettinini, aghi, spagnolette di cotone, fermacapelli.
Non c’è che dire, magri, anzi magrissimi affari, nella formula più antica e primordiale del baratto. Eppure, nel contesto di un’indigenza assai diffusa, sebbene non proprio nera, l’utenza non mancava.
Al giorno d’oggi, segnato da un nuovo secolo e insieme da un nuovo millennio, pur con schemi radicalmente mutati, v’è sempre chi acquista e chi vende.
Capita, invero, di osservare, grazie fra l’altro al veicolo della promozione pubblicitaria (certamente non lo stesso sgangherato carretto degli ambulanti rievocato prima) o a robe similari, soprattutto la grande proliferazione dei venditori. E, fra essi, dei «venditori di pezze». E, per essere ancora più precisi, dei «venditori di pezze a colori».
Tanto, da dover sempre tenere gli occhi ben aperti.

18 maggio 2009

Rocco Boccadamo

Lecce

 

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Milano, aerostazione di Linate o city airport.

In un angolo del grande salone dove si susseguono le uscite per l’imbarco (gate A1, A2 eccetera), trovano posto, opportunamente, i servizi igienici, distinti, al solito, per donne e per uomini.

Orbene, come sperimentato personalmente qualche giorno addietro, la fila di lavabi nella toilette per i maschietti risulta priva del cilindretto metallico dispensatore di sapone liquido; è solamente rimasto incastrato nel muro il peduncolo d’acciaio di sostegno dell’utile accessorio.

Vorrei pregare i responsabili della S.E.A., fra i contingenti e assai  più grandi  impegni e problemi connessi con le vicende Alitalia – Malpensa e Linate, di dedicare un momento per un’occhiata di verifica e, ove non già provveduto,  per far porre rapidamente rimedio alla minuscola ma importante carenza.

 

18 maggio 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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A cavallo della domenica delle Palme, approfittando del volo diretto Brindisi a Venezia (finalmente senza la “forca caudina” del transito per Roma Fiumicino), mi sono ritagliato un week-end in Veneto e nel Friuli.

Ciò, sia con la finalità di adempiere ad una “visita” d’obbligo – per cui, da tempo, mi sentivo interiormente pressato -, sia per rivedere terre ben note e particolarmente care, sia, infine, per salutare alcuni vecchi amici.

Innanzitutto, quindi, ho vissuto, e mi ha coinvolto, un rapido appuntamento con il “Santo” a Padova, nella Sua Basilica, in un’atmosfera di religiosità e devozione sempre tanto straordinaria e suggestiva.

Il giro è poi proseguito in direzione Nord – Est, fino ad Udine, il bellissimo capoluogo friulano che, a mio avviso, letteralmente incanta chi arriva, già con quella stupenda corona delle Alpi Carniche e Giulie che sormontano il suo orizzonte a tutto campo.

Devo però dire che, nella circostanza, la fase del viaggio per me più accattivante ha coinciso con il raggiungimento del litorale adriatico – che da queste parti si caratterizza con candidi e spaziosi arenili e con una placida, apparentemente sonnacchiosa, distesa delle acque sotto forma di laguna – e con la sosta nella splendida cittadina di Grado, che si presenta come adagiata, con elegante garbatezza, sulle onde quiete e leggere, a guisa di una conchiglia dischiusa sotto la luminosità solare.

Non a caso, la località, assai rinomata dal lato turistico, si fregia anche dell’appellativo di “Isola del Sole”.

Negli anni, ho avuto svariate occasioni di trovarmi nella zona, per lavoro o in gita. E devo dire che, ogni volta, mi è capitato di avvertire una sensazione eguale, costante: pur nella assolutamente diversa conformazione della costa, pur di fronte a colori differenti, malgrado la distanza di oltre mille chilometri dalla mia  Marittima, sono stato sistematicamente pervaso da un sentimento di affinità elettiva, da una sorta di confidenza, verso questo tratto dell’ Adriatico, quasi come a casa mia.

Ed è tutto dire.

Ora, a freddo, una spiegazione riesco a darmela: essendo nato ed avendo vissuto, negli anni più significativi e pregnanti, lungo l’estremo sud del medesimo mare, credo che, dentro di me, sia venuto a suo tempo a formarsi una sorta di inesauribile processo di somatizzazione, che, in quanto tale, resiste vivo e riaffiora in ogni contatto o approccio con le coste dell’Adriatico, non importa se vicine o lontane rispetto ai luoghi delle mie origini. E, per me, ciò costituisce un’ impagabile “dote” donatami dalla natura.

Non solo Mare Adriatico, ma, poggiata sulle sue onde, dicevo, anche Grado.

Percorrendo la strada statale che da Udine – attraverso Palmanova, Cervignano e Aquileia – invola il viaggiatore fino alla sua laguna, già subito dopo l’antica residenza dei Patriarchi, allorquando rimangono ancora da percorrere una decina di chilometri, si scorge il primo simbolo della cittadina, cioè il campanile del suo Duomo, che, peraltro, richiama molto, anzi sembra per approssimazione una vera e propria copia, quello di Aquileia.

Come anzi detto, più volte mi è stato dato modo di visitare Grado, da solo o con la famiglia. Da sempre, mi sento particolarmente attaccato al suo Duomo, dedicato a S. Eufemia, opera di stile romanico, certamente non eccelsa, ma, nondimeno, interessante e piacevole, che ti prende subito per la compostezza armonica della sua struttura d’insieme e per quella particolare e intensa aria di raccoglimento e di meditazione che aleggia e si respira all’interno.

Pensate, pur facendo capo ed essendo soggetto in via giurisdizionale alla Diocesi di Gorizia, il duomo di Grado, per la sua antica storia ed i riconosciuti fasti, gode di particolari prerogative, e così è anche per il suo parroco. Questi ha infatti il rango di Monsignore, indossa i paramenti e la berretta violacei, porta al dito un prezioso anello che, sebbene non costituisca simbolo di dignità vescovile, è ad ogni modo un segno distintivo e altamente significativo.

Nell’occasione, ho partecipato, in questa chiesa, ai riti della Domenica delle Palme.

Prima all’esterno, con la presenza di una folta schiera di persone – composta non solo da turisti ma anche da gente locale – recante in mano i tradizionali ramoscelli d’ulivo oppure foglie “preziose” di palma. Nell’assistere alla consueta benedizione, non ho potuto fare a meno di riandare con il pensiero agli anni dell’infanzia, lontani ma tuttora vivi, quando, con l’esuberanza propria dell’età, vivevo analoghi, intensi momenti celebrativi sul sagrato della parrocchiale di Marittima.

Dopo la benedizione, ecco formarsi un ordinato corteo, che – preceduto da un antico crocifisso, dal Monsignore e da un coro (composto interamente da uomini anziani) che intona vecchi inni e note che richiamano la Festività, appunto delle Palme – incede lento e solenne verso il centro e l’altare del Duomo.

Quindi, il rito della Messa in latino, con il celebrante che – secondo il vecchio cerimoniale – rivolge le spalle ai fedeli, con lodevole e tangibile partecipazione da parte di tutti, anche nel corso della lettura – sempre nella versione in latino – del lungo racconto della Passione, lettura inframmezzata, da una fase all’altra del cammino del Nazareno verso il sacrificio, da canti tradizionali molto belli eseguiti dal coro “anziano” prima citato.

A proposito di canti, mi piace rievocare che, durante qualche mia pregressa presenza nel Duomo di Grado, mi è successo di vivere, con gioiosa meraviglia, anche una singolare coincidenza di testi, contenuti ed intonazioni che, in un attimo, mi hanno ricondotto dalle mie parti.

Non so se vi sia capitato di trovarvi, in talune ricorrenze, nella ex cattedrale di Castro e di ascoltare il canto “Madonnina del mare”, ispirato chiaramente alla vita dei pescatori, per i quali viene invocata la benedizione e la protezione della Vergine. Ebbene, pure a Grado ho goduto dell’esecuzione di tale canto: mentre, a Castro, ciò è indubbiamente collegato alla venerazione della Madonna di Pompei, la cui statua durante l’estate viene – come si sa – portata in processione a mare, per i gradesani la circostanza ha per riferimento la devozione alla Madonna dell’isoletta di Barbiana, che affiora limitrofa nella laguna con un aggraziato santuario.

 

E’ vero, questo genere di note e di armonie può sembrare di piccola portata e di modesto significato; in realtà, soprattutto nelle corde più profonde, esercita invece un effetto non da poco.

Ma Grado non è bella unicamente per via del suo Duomo: un po’ tutto il suo complesso dà la sensazione di un habitat gradevole, proprio da godere.

Gli ampi arenili, utilizzati anche per finalità terapeutiche attraverso le benefiche “sabbiature”, il verde inebriante del quartiere denominato “Città giardino”, gli angoli e le numerose linde casette e bottegucce delle stradine del centro storico, lo stesso accento – in dolce cantilena ma non stucchevole – delle voci degli abitanti.

Si ha la percezione di stare bene. Io, almeno, anche se qui mancano i nostri magici fondali dalle struggenti sfumature e trasparenze, mi sento inequivocabilmente bene.

Ora, però, è giunto il momento di passare alla seconda parte del titolo di queste note, “A lezione dai gabbiani”.

Nel pomeriggio, sto oziando beatamente ad assaporare il bel sole primaverile di Grado, sdraiato su una comoda panchina proprio a ridosso della spianata di sabbia che segna l’inizio della serie di stabilimenti balneari ubicati nella “Città giardino”. Di fronte, a destra, conficcati nel basso e molle fondale, tre o quattro solidi pali, disposti – non ricordo bene -a triangolo o a quadrato, a cui si usa di solito ormeggiare piccole imbarcazioni di passaggio o per brevi soste. Di fronte, a sinistra, un pontile che si diparte proprio dalla zona di passeggio sul lungomare, estendendosi per una settantina di metri verso il largo.

All’ improvviso, mi si para innanzi allo sguardo una coppia di gabbiani, che, mi rendo subito conto, deve essere costituita da madre e figlioletto in tenera età. Vedo, in particolare, il piccolo intento a sguazzare, un po’ impacciato ma allegro, a pelo d’acqua, con strida ravvicinate, mentre la madre va volteggiando più su, a tre/quattro metri d’altezza, e lo incita insistentemente a nuotare, a muoversi sull’acqua, a librarsi in volo: così, quantomeno, mi pare di capire.

Sembra, la madre, compiere una autentica, lunga maratona di dedizione, tutta intrisa di amorevolezza, che solo quel “ruolo” può sostenere, convincente e faticosa insieme. Non si stanca mai di insegnare, dà la sensazione di voler mettere l’ intero bagaglio di esperienze posseduto a disposizione della sua creatura, esortandola a sforzarsi per divenire a sua volta adulta e così affrontare autonomamente e con sicurezza il domani.

Ricordate quell’ altra famosa “gabbianella” del racconto di Sépulveda, con il gatto che le fa da balia e da istruttore?

Il giovanissimo gabbiano dimostra sì di voler ascoltare gli insegnamenti della genitrice, ma stenta a metterli in atto, forse a causa della naturale paura che tutti i piccoli hanno. E continua, perciò, con la sequenza di strida che sono un insieme di gioia, di timore e di esitazione.

La “madre”, ad un certo punto, è completamente esausta e, di conseguenza, deve appoggiarsi per alcuni minuti su uno di quei pali conficcati sul fondo sabbioso. Ha bisogno di tirare un respiro, di ritemprarsi.

Intanto, il piccolo sta pian piano arrivando, muovendosi sempre a pelo d’acqua, all’altezza della parte terminale del pontile, sotto il costante occhio vigile della madre. Ed è lì che questa ultima gli si ricongiunge, continuando a prodigarsi nei suoi suggerimenti.

Che magnifico esempio, stupenda “mamma” di gabbiano! Chi, fra noi persone, al giorno d’oggi, si prodiga in tal modo, cioè con infinita pazienza ed amore assoluto?

Ecco, a mio giudizio, un’ autentica lezione per l’umanità del terzo millennio, la quale si autodefinisce così ricca e dotata di tutto, mentre in realtà è povera e debole. Non ci vuole del resto molto a cogliere i segni di questa “precarietà”, di questo “vuoto” di sensibilità e di amorevolezza.

Sentite un po’, difatti, che cosa accade nella specifica circostanza.

All’estremità del pontile, staziona un gruppo di adulti, non ragazzini, bensì adulti. Hanno a lungo osservato, anche loro, la scena dei gabbiani.

Eppure, ad un certo punto, nel momento in cui le evoluzioni dei due meravigliosi volatili del mare si svolgono proprio a due passi da loro, questi signori non trovano da fare di meglio che di lanciare addosso ai gabbiani delle assicelle di legno, costringendoli, ovviamente, a scappare via nello scompiglio.

Un gesto tanto crudele quanto inutile, che se da un lato mi rattrista, mi fa pensare e un po’ vergognare, dall’altro, però, non cancella la bella giornata trascorsa a Grado e, in particolare, l’ammirevole esempio offertomi dai gabbiani.

6 aprile 2009

Rocco Boccadamo

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Prendo l’estro dal «buio» elettrico – cupo, integrale e assolutamente inedito per durata e ampiezza di propagazione – che, nelle prime ore di quell’ormai lontana domenica 28 settembre 2003, venne improvvisamente a calare sull‘Italia, con la sola eccezione della Sardegna e di qualche altra isola minore. Rammento che, di primo acchito, impattando con tale evento, mi venne da esclamare non: ”Che disastro!”,  bensì: “Che vergogna!”.
Ora, a distanza e a freddo, provo a chiarire siffatta mia reazione.
Da decenni, andiamo ascoltando il ritornello secondo cui il nostro Bel Paese si colloca come sesta o, addirittura,  quinta potenza mondiale e noi, comunque,  vantiamo il privilegio di godere di un livello di civiltà, di benessere e di servizi che tante altre nazioni ammirano e ci invidiano.
Ma siamo sicuri che le cose, in concreto, stiano proprio in tal modo? Personalmente, al riguardo, nutro dei dubbi.
Intanto, per restare sull’accaduto di quel settembre, sembrò, e ancor più pare adesso, inconcepibile che, con riferimento ad un servizio tanto essenziale qual è la distribuzione dell’energia elettrica, si dovesse e si debba essere legati, in gran parte, a fonti produttive di altri paesi (quando si potrebbe generare autonomamente l’intero fabbisogno), rischiando, a causa di un banale errore, incidente, ritardo o altro, di cadere così in basso, di tornare indietro «anni luce» (mi si passi l’accostamento ironico), di perdersi in un bicchiere d’acqua.
All’epoca, dopo il fattaccio, fu, ovviamente,  un susseguirsi di polemiche, addebiti di colpe, inchieste: insomma il solito rituale, già visto e rivisto infinite volte. Che tristezza!
E, soprattutto, durante l’intera giornata del “buio”, si verificarono, dove più dove meno, scene da autentico terzo mondo: moccoli d’emergenza tirati fuori dal fondo lontano di vecchi cassetti, interminabili code alle fontanelle pubbliche, bottiglie e taniche per lavarsi, file di persone di ogni età impazienti ai servizi igienici dei distributori di benzina, cancellazioni, ritardi e disagi nei trasporti e così via dicendo.
Il mio modesto pensiero è che, di fronte ad emergenze del genere, che  ovviamente si possono riproporre, gli alterchi e le polemiche non servano a nulla.
Invece – con senso di umiltà, onestà e pragmatismo – bisogna semplicemente trarre tesoro dalle negative conseguenze ed esperienze precipitate addosso ad un’intera popolazione, per cercare di individuare, organizzare e porre in atto i rimedi necessari, facendo così in modo che, almeno nel futuro, non ci si debba trovare ancora in analoghe situazioni.
Insomma, le reali e serie emergenze vanno affrontate senza indugi, senza sbarramenti di principio ed ideologici. E qui, davvero, non fa alcuna differenza che il governo sia di centro destra o di centro sinistra.
Da parte di noi semplici cittadini, è il caso che ci solleviamo moralmente di fronte a certe macroscopiche incongruenze, dimostrazioni di inciviltà e di arretratezza, certamente non degne di un «grande» Paese.
Solamente così, avrà senso quel profondo sentire, il sano orgoglio nazionale che sgorga con naturale impeto dal nostro intimo e che – in occasione di cerimonie, manifestazioni, rievocazioni, anniversari – ci fa esclamare e gridare «Viva l’Italia!».

 

16 maggio 2009

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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