Archivio per maggio 14th, 2009

Secondo statistiche ufficiali, dall’inizio del 1969 al 30 giugno 2004, hanno perduto la vita, vittime di disgrazie sulle strade, circa 100.000 persone di età compresa fra i 14 e i 29 anni (ben il 33% del totale).

L’ISTAT pone in evidenza che, in aggiunta al sacrificio di vite umane, l’incidentalità sulle arterie del nostro Paese si porta appresso anche una montagna di danni economici : per il 2002, sono stati stimati in 34.100 milioni di euro, corrispondenti al 2,7% del prodotto interno lordo.

Dunque, una vera e propria  ecatombe su più fronti.

E però, è chiaro che, alla luce di quanto dianzi accennato, nell’insieme delle sciagure stradali, attenzione e riflessione più marcate vanno rivolte a quelle che riguardano i nostri giovani e giovanissimi, i quali, di notte e ancora maggiormente nelle prime ore del mattino, si muovono in macchina per recarsi in luoghi di svago (discoteche, pub ecc. ecc.) e, successivamente, per fare rientro a casa.

Corse nella notte avanzata, inevitabile stanchezza, riflessi meno pronti, abitualmente anche qualche bicchiere di bevande alcoliche.

Il punto, il vero punto, sta proprio qui.

V’è intanto da dire che nessun ragazzo riesce a spiegare come mai i divertimenti – a cui ci si abbandona, ad esempio, dalle ore 24 alle ore 4 – non possano essere coltivati fra le 20 e le 24. Ho personalmente svolto con sistematicità indagini in tal senso, ma niente risposte o chiarimenti congrui.

E poi, i locali, altro grosso bastione di diatribe e resistenze: perché devono chiudere quando è già nuovo pieno giorno e non a mezzanotte?

Molto tristemente, alla fine tocca constatare come il nocciolo del problema sia costituito unicamente, o almeno prevalentemente, dalla difesa a denti stretti delle posizioni attualmente raggiunte e in vigore: in sintesi, tenere viva e accesa la macchina dei consumi 24 ore su 24 . Il che appare profondamente assurdo.

A mio giudizio, occorre prendere di petto la faccenda, ad ogni livello ed in tutte le sedi, con rigore e senza tentennamenti: altri paesi civili, vedi l’Inghilterra, hanno detto basta, conseguendo significativi risultati.

Perché dovremmo sentirci sminuiti imitando o copiando comportamenti, positivi e utili, altrui?

 

14 maggio 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

 

e.mail: rocco_b@alice.it

 

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Una volta – o, per meglio dire, sino a qualche tempo fa -  eravamo abituati  a vivere gli eventi eccezionali, quelli che lasciano il segno, con cadenze  non proprio ravvicinate, scansioni non a ritmi costanti e neppure frequenti. Ciò, vuoi che ci trovassimo ad essere diretti partecipanti, vuoi semplicemente rivestendo il ruolo di  testimoni vicini o lontani.

 

Nella mente e nell’animo, ne registravamo e ne metabolizzavamo la risonanza e gli effetti,  attraverso  processi fisiologici particolari, le tracce di tali fatti restavano impresse realmente  nel nostro interiore, tanto che, a lungo, ci capitava di farne rievocazione, a guisa davvero di passaggi cruciali e indelebili dei nostri ricordi e della nostra stessa esistenza.

 

Oggi, ahinoi, di sconvolgimenti, calamità, sfracelli  o catastrofi  sensazionali, ne avvengono invece a ripetizione, un giorno si e l’altro pure, in ogni angolo del pianeta.

 

Bella globalizzazione è questa! Se, ormai, la strada tracciata davanti all’umanità reca più che altro muretti di lutti, ombre di distruzioni, segnali di disdegno della sacralità della vita e  di disprezzo dell’esistenza del prossimo, bella conquista ha compiuto la società del terzo millennio!

 

Non importa se i “pupari” che preordinano ciò che accade – da soli o in scellerate congreghe – siano dittatori oppure politici avidi, oppure tiranni assetati di potere, oppure fanatici religiosi o fondamentalisti, v’è da  dire che la nostra coscienza non può che rimpiangere certi modelli di ieri.

 

Ma, forse, sbaglio a parlare di coscienza, mi sa proprio che, in seno alla realtà che andiamo attraversando, la componente “coscienza”, già costituente – consciamente o inconsciamente – la base fondante delle manifestazioni e dei comportamenti di ogni essere vivente e pensante, sia andata a farsi benedire, non esista più. Che peccato!

 

Una raffigurazione concreta. Sulla scena di non lontane, luttuose vicende scatenatesi nel tormentato territorio sovietico, ricordo di aver colto due fotogrammi, l’uno agli antipodi dell’altro: il volto, o meglio dire la maschera impenetrabile dell’allora Presidente Putin,  nell’ atto di rendere  omaggio alle vittime e di visitare i feriti della tragedia e, poi, l’immagine del  ragazzo, scampato  alla carneficina, ma col terrore negli occhi, con indosso, pensate un po’, la maglietta celeste di una squadra di calcio italiana, la Lazio, recante in bella mostra il logo dello sponsor “Cirio”, un marchio che, dalle nostre parti, rievoca altre tragedie, per fortuna non con immolazione di vite umane, ma egualmente molto pesanti, in termini economici e finanziari, per una marea di gente.

 

Conclusione: al giorno d’oggi, dunque, si può restare vittime innocenti ad ogni piè sospinto e in  mille modi diversi ed inimmaginabili, ma, soprattutto, la vampa del terrore che attanaglia  non promana tanto dai drammi, uno per uno, che si succedono, quanto dal sospetto e dall’aspettativa della loro progressiva escalation, sia come numero, sia come intensità di reiterazione, sia come dimensione.

  

Appaiono solo segni esteriori, non autentici motivi di partecipazione e solidarietà, le iniziative del genere lumini accesi sui davanzali e promozione di  messaggini:  la seconda operazione, anzi,  non si sa nemmeno se finisca  con l’indirizzare il modesto  singolo apporto degli aderenti davvero alle vittime della sfortuna, o se, invece, non rechi, in parte, vantaggi aggiuntivi ai già ricchissimi gestori del servizio.

 

 

14 maggio 2009

 

Rocco Boccadamo

Lecce

 

e.mail: rocco_b@alice.it

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