Archivio per gennaio, 2010

 

 

Sarà un puro caso, ma l’accezione “Capo” la si trova già nella denominazione della terra di provenienza e dello stesso paese natio, giustappunto Capo di Leuca e Acquarica del Capo.

Connotazione particolare, quest’ultima località ha per orizzonte verso sud il vertice che separa due mari, con un magico connubio da cui provengono e si promanano sfumature e profumi differenti, che, però, ben si amalgamano fra loro, allietando con leggerezza gli occhi e lo spirito e quasi inebriando il respiro.

Come contesto territoriale, plaghe antiche dai colori forti, consistenti in un frammisto di terra e di roccia che, certamente, non ha mai concesso e tuttora non concede sconti alla fatica, all’impegno operativo a ritmo intenso, serrato e continuo.

In pari tempo, animate da gente tosta, da cui sono venute fuori nel secolo e nei decenni passati, e pure adesso si alimentano, anche nutrite schiere d’emigranti, su molteplici e svariati percorsi, in direzione sia del nord Italia, che dell’estero.

L’io fisico di Rocco Palese è di standing medio, ma, dentro, non v’è alcun dubbio che sia attrezzato con un motore potentissimo, di una forza d’animo non comune e di fasci muscolari scattanti, come è comprovato dall’andatura rapida, idonea per lasciare in surplace chicchessia e arrivare al traguardo di spinta e prevalere.

Nella sua Acquarica, Rocco è cresciuto attingendo l’humus materiale e formativo dal desco familiare e dall’atmosfera di casa e, in pari tempo, alimentandosi anche alla scuola e al sano vivere dei compaesani, e ciò sino all’età giovanile e precisamente sino alla sua migrazione al nord, a Bologna, con l’obiettivo di diventare medico.

Poi, dopo la laurea e la specializzazione, la lunga parentesi professionale nel capoluogo pugliese, e però con le radici sempre rimaste salde e stanziali nel borgo originario.

Anche successivamente alle prime esperienze pubbliche nel Comune d’appartenenza, una volta conseguita l’elezione a componente e vice presidente del Consiglio regionale e/o ad Assessore, non si è mai staccato dal paese, preferendo macinare in macchina circa cinquecento chilometri quotidianamente o, se trattenuto dagli impegni nella sede di lavoro, ogni due/tre giorni.

Viaggi da pendolare della politica compiuti ancora oggi e che verosimilmente, in caso di elezione, seguiterà a fare da Governatore.

Indicativo il particolare confidato in questi giorni ad un cronista: durante i viaggi, di primo mattino, la sosta per l’acquisto dei giornali abitualmente letti, sosta talvolta ripetuta giacché la “mazzetta” non sempre è reperibile al completo in una sola edicola.

Mette conto di soffermarsi su una singolare sfaccettatura: si tratta di un medico, per formazione, dunque, lontanissimo da conoscenze in materia, che nella gestione della cosa pubblica si occupa di finanza, economia, bilanci, contabilità, spese, controlli. Chissà quanto, per acquisire familiarità e competenza in tali settori, ha dovuto studiare e impegnarsi, forse addirittura maggiormente che per potersi laureare in medicina.

A questo proposito, sicuramente ha giovato, conferendo un contributo notevole, la combattività, la carica, l’impegno per riuscire, del soggetto.

Traendo spunto dal rilievo geografico che Acquarica si trova situata all’incirca a metà fra le cittadine di Tricase e Casarano, sempre nel Capo di Leuca,  non suona forzato affermare che, sia pure con uno stacco temporale, Rocco abbia idealmente seguito la scuola dei due politici di razza originari delle richiamate località, ovvero Giuseppe Codacci Pisanelli e Francesco Ferrari, i quali, permangono vivi e presenti nel ricordo dei salentini, non solo per le doti e le qualità di eminenti personalità pubbliche, ma anche e specialmente nella veste di persone per bene, signori, onesti e corretti.

Nell’attuale fase, sembra che il Capo, l’estremo territorio dello stivale, in un certo senso, quasi meriti la guida del governo regionale.

D’altro canto, questo suo figlio ha compiuto un apprendistato di formazione pubblica che pochi possono vantare, conosce alla perfezione la macchina amministrativa, ha estrema familiarità con il territorio,  anche per l’innata predisposizione al contatto, alla vicinanza con le comunità, le famiglie: non v’è evento, manifestazione di un qualche rilievo, in cui non si materializzi la sua presenza, a qualsivoglia ora e in ogni stagione, quasi che le sue giornate fossero costituite non  da 24 ma da cinquanta scansioni.

L’uomo, poi, come già ricordato, è combattivo, non si ferma davanti ad alcun ostacolo, va avanti con la forza e il sostegno della competenza. Ma, in modo speciale, è fidato, si può contare su di lui: non a caso, è stato fedelmente a fianco di un padre e di un figlio, il compianto Salvatore e il giovane Raffaele Fitto, entrambi già Presidenti della Regione Puglia e, l’ultimo, ora Ministro della Repubblica.

La stampa ha appena fatto gossip, forse  pretestuosamente e con interessi velati, su un ipotetico physique du role non “promosso in pieno” da Berlusconi: in realtà,  si è trattato di chiacchiere o para chiacchiere, se è vero che il Capo del Governo ha subito dopo avuto modo di definire Rocco Palese  “vero galantuomo”.

Persona di estrema fiducia, ribadendo, si prodiga senza tregua, contando sulle proprie capacità, sulla conoscenza e sull’esperienza.

Un’ultima notazione: Acquarica è pressoché confinante con il comune di Ruffano, di cui fa parte la frazione di Torrepaduli, dove si venera  ed è molto caro S.Rocco.Anche qui, è d’uopo l’osservazione espressa al primo capoverso: probabilmente non ricorre una mera casualità, anzi, vuoi che il taumaturgico Pellegrino non rivolga il suo sguardo intorno alle dolci serre salentine della zona e non faccia voti per la positiva riuscita della  missione di Rocco?

 

 

30 gennaio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Nell’edizione pugliese (per gli addetti ai lavori, dorso) del più importante e diffuso quotidiano nazionale, compare tutti i giorni la rubrica “Allora & Ora”, attraverso la quale la curatrice realizza un accostamento tra fatti di cronaca e/ di costume e notizie in genere relativi al 1910 e analoghe realtà del 2010.

Trascrivo testualmente il contenuto di tale rubrica, pubblicato giovedì 28 gennaio:

 

LE DONNE FUMATRICI

1910 – I lamenti dei fumatori:”Sono vivissime le proteste per la pessima qualità dei sigari.Umidi, rotti, sfrondati, tisici, sgradevolissimi, si è perduta la memoria dei buoni toscani e degli ottimi napoletani. I fumatori, disperati, non sanno più a quale santo votarsi, giacché i loro lamenti non sono nemmeno ascoltati dalla Direzione generale delle Privative. E non soltanto i sigari più comuni sono infumabili, ma le sigarette son dure come il legno o sono scarne e vuote. I sigari di lusso son ridotti senza alcun  profumo ovvero tramandano un odore di muffa, da stomacare”.

2010 – Le donne fumano più degli uomini. Soprattutto le adolescenti, che così si danno un’aria di persone grandi e “di vita”. La loro puzza di fumo, mista al profumo dei deodoranti, risulta veramente stomachevole.

 

Chissà cosa pensa, l’universo femminile, di qualunque età, delle note riguardanti il 2010.

 

29 gennaio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

 

 

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Unicamente per mero senso civico, si desidera richiamare l’attenzione sullo stato d’estrema precarietà – verrebbe da definirlo vero e proprio marasma da usura, lungo il tempo e anche sotto la sferza delle intemperie – in cui versano il portone centrale e le due porte laterali (manufatti in legno) sul frontespizio della Basilica di Santa Croce, primario tesoro artistico e simbolo d’eccellenza del capoluogo salentino, noto in tutto il mondo.

Basta un fugace sguardo transitando davanti alla chiesa, per rendersi conto della pietosa situazione, peraltro in netto contrasto e stridore in confronto alla splendida maestosità e luminosità del complesso della facciata e al decoro e all’ordine delle navate interne, degli altari e delle altre suppellettili.

Se, poi, si fissano le immagini in un normale scatto fotografico, la realtà appare ancora più cruda.

Urgono, insomma, opportuni interventi di manutenzione e restauro.

Sia chiaro, dalla penna di chi scrive, non s’intende muovere la minima ombra di critica a chi è preposto al luogo di culto e alle Autorità religiose in genere: fanno già tanto e non dispongono di mezzi illimitati.

E però, si vorrebbe far sgorgare un appello, un invito a premurosa attenzione, un rivolo di coinvolgimento, in molteplici direzioni: verso il Presidente della Provincia, il quale ha il proprio ufficio giusto accanto alla Basilica, il Sindaco di Lecce, il Presidente della Regione Puglia, come pure all’indirizzo del popolo degli imprenditori salentini.

Questo, in sintesi, il messaggio: date un’occhiata all’evidenza segnalata, e, soprattutto, ideate e porgete una mano, un contributo ai fini della soluzione del problema.

Non si tratta di dover realizzare una “grande opera”, bensì un piccolo, prezioso intervento a beneficio di un gioiello artistico che appartiene a tutti.

Grazie.

 

26 gennaio 2010

 

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Opera, nel capoluogo lombardo, un locale notturno, il Plastic, con fama di vero e proprio eden, per il motivo che, al suo interno, gli avventori possono fare proprio di tutto, nel senso di qualsivoglia stravaganza.

Si dice che sono rarissimi, addirittura al mondo, i monumenti dello svago così attraenti.

Ora, sembra che il gestore abbia ricevuto lo sfratto da parte dei proprietari dell’immobile, destinato all’abbattimento e ad altri usi, al che l’interessato ha reagito dichiarando di essere intenzionato a difendersi e a resistere con le unghie e fino agli estremi, evidentemente ben sapendo di poter contare sull’appoggio e sulla solidarietà dell’esercito di affezionati clienti: tanto per darsi un’idea, alle 4.30 del mattino di domenica 24 gennaio, centinaia di persone si trovavano ancora accalcate, sotto zero, all’esterno del Plastic, nell’attesa di riuscire a guadagnare l’agognato ingresso.

Nel piccolo comune agrigentino di Favara, a causa del crollo di una fatiscente catapecchia del centro storico, hanno appena perduto la vita due ragazzini.

Secondo il triste e deprecabile rituale ormai consolidato, doveva scoppiare tale tragedia perché si venisse a parlare e a riflettere amaramente sulla circostanza che, nella disgraziata località, ben 52 alloggi in case popolari sono ultimati e pronti dal 1995 e, purtroppo, rimasti in abbandono per tutto questo tempo.

Bella, si fa per dire, la faccia del locale Sindaco, il quale oggi, solo oggi, proclama che, nel giro di un anno, un anno e mezzo, dette abitazioni saranno definitivamente completate e assegnate, disponendosi già delle graduatorie.

Tra gli antipodi morali e concreti sopra accennati, secondo un’indagine dell’Associazione Contribuenti, è emerso che, in Italia, il 51,1% del reddito imponibile non viene dichiarato, così sfuggendo completamente alla tassazione.

Non occorre approfondire il dato ed esercitarsi in dettagli e analisi, qui sono in ballo decine, se non addirittura centinaia di miliardi d’imposte che lo Stato, come sarebbe suo diritto e dovere, non introita.

Al riguardo, esiste però un dubbio non nuovo: a prescindere dallo spessore di virtù civica e fiscale dei cittadini e delle imprese, coloro che hanno in mano le leve della politica e del governo, a livello nazionale e locale, coltivano davvero la volontà di combattere ogni forma di evasione e/o elusione?

Se la volontà c’è, ma difettano i sistemi e i mezzi per agire in trincea, come mai, ad esempio, non si pensa di chiedere lumi e assistenza all’amico Governo degli USA, dove, è risaputo, nulla, assolutamente nulla, sfugge all’Erario?

 

24 gennaio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Si intende far riferimento non alla freschissima riconferma di Alfredo Prete alla presidenza dell’Ente, bensì ad un “dettaglio” di carattere finanziario che ruota intorno a tale evento.

Come riportato dal più diffuso quotidiano locale, a pagina 15 dell’edizione di sabato 23 gennaio 2010, la riunione del Consiglio Camerale che ha rieletto,  giustappunto, il Presidente Prete è costata la bellezza di 13.710 euro, prodotto risultante dalla pura e semplice moltiplicazione del numero dei componenti presenti, 30 su 32 complessivi, per il gettone di 457 euro spettante pro capite.

Sembra incredibile, anzi proprio una bestemmia, 457 euro, ovvero quasi una mensilità di pensione minima. E non si venga a obiettare che questi discorsi e questi paragoni sanno di qualunquismo.

Ma, attenzione! Sempre attraverso il medesimo quotidiano, si è appreso che “la cifra ragguardevole del gettone viene però mitigata dal fatto che il Consiglio Camerale si riunisce poco, appena quattro o cinque volte l’anno”, puntualizzazione, invero, che non giustifica un bel niente e suona del tutto ridicola.

A voler andare appena più in là della punta del naso, basti pensare che in Italia esistono 110 Camere di Commercio, sicché, tirando quattro conti, viene fuori, mediamente, un onere complessivo di 1.508.100 euro l’anno per una sola riunione del Consiglio, e rispettivamente di 6.032.400 e 7.540.500 euro, in caso di quattro o cinque sedute. Noccioline o importi ragguardevoli?

No, non si può tirare avanti con simili spechi, spendi e spandi a go go, che alla fine, ciò forse sfugge, vengono pagati dai cittadini, sotto forma di diritti da versarsi, a fronte dei vari adempimenti e pratiche, alla CCIAA.

L’approfondimento e la riflessione sul “dettaglio” di che trattasi, a parte il disappunto e il risentimento che possono aver suscitato, valgano almeno ai fini di un intervento positivo: il neo confermato Presidente Prete, si adoperi immediatamente per la riduzione, da subito, del gettone di presenza a favore dei Consiglieri da 457 a 57 euro.

Inoltre, una domanda: è mai possibile che di queste “schifezze” si debba venire a conoscenza solo quando scoppia la bomba, a cose fatte? E accettabile che non esistano enti o organismi di supervisione e controllo ai quali sia dato e comminato di scrutare a freddo fra le righe delle leggine o provvedimenti che rendono attuabili e scorrevoli, lisci come l’olio, sperperi tanto evidenti?

Piccola amenità conclusiva, lo scrivente, comune osservatore di strada, si è appena “ribellato” al titolare di una cartoleria sotto casa, il quale, dal 1° gennaio, ha improvvisamente aumentato da 10 a 30 centesimi il prezzo di una busta del formato 19 x 26 centimetri, ovviamente non senza aver prima verificato che, presso un altro esercizio della zona, il costo era rimasto immutato a 10 centesimi. Ci fossero solamente guai di questa portata…

 

23 gennaio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it 

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Lunedì 18 gennaio, ho voluto presenziare alla manifestazione indetta dal Partito Democratico salentino – in vista delle primarie del 24 – per presentare il proprio candidato, onorevole Francesco Boccia, alla carica di Presidente della Regione Puglia.

Per l’occasione, l’immensa sala conferenze del Grand Hotel Tiziano di Lecce è apparsa gremita e la folta platea, sotto le stimolanti note de “La canzone popolare” di Fossati, ha riservato un’accoglienza più che degna ai big provinciali e, in modo particolare, al leader maximo D’Alema e allo stesso Boccia.

E però, anche se ciò potrà sembrare strano, il ruolo di vero eroe della serata è stato rivestito, almeno ai miei occhi, da un altro personaggio, per la verità da un po’ di tempo in disparte e completamente defilato, non so se di sua spontanea volontà o meno.

Intendo riferirmi a Sandro Frisullo, già Vice Governatore della Regione e potente Assessore alle Attività Produttive, il quale, come tutti ricorderanno, nel luglio 2009 è rimasto coinvolto in uno scandalo, spieghiamo così, a luci rosse, nell’ambito del terremoto giudiziario che ha scosso il sistema della sanità pubblica pugliese, per via delle solite commistioni fra affari e politica. Relativamente a Frisullo, all’epoca vennero fuori storie d’incontri sessuali con prostitute d’alto bordo procacciate dall’imprenditore Giampi Tarantini, grosso fornitore di apparecchiature sanitarie alle strutture ospedaliere della regione.

Invero, avventure di letto mai smentite dal protagonista e finanche perdonate dalla di lui moglie. Faccende non rare, è da sempre risaputo che la carne è debole e che “tira più un pelo di f… che un carro di buoi”. Ad ogni modo, per rispetto al ruolo istituzionale ricoperto, il Frisullo rinunciò immediatamente all’incarico.

Il 18 sera, dunque, un attimo prima dell’arrivo di D’Alema, il nostro si è materializzato nell’auditorium del “Tiziano”, al che è successo un finimondo, è esplosa un’atmosfera festosa mai vista, abbracci e baci, strette di mano, pacche sulle spalle da tutte le file, di giovani, anziani, maschi e femmine, una sorta di unanime risarcimento morale per l’ex grande Frisullo.

Difficile a dirsi e soprattutto a credersi, ma si vede che, adesso, le vicende di questo mondo vanno proprio così.

Sennonché, Frisullo santo o Frisullo diavolo  alla luce delle calde avventure emerse in estate, a distanza di appena due giorni dal descritto spontaneo processo di beatificazione popolare, ecco venir fuori, estrapolata sempre dagli interrogatori del Tarantini, la rivelazione che, in aggiunta ai piaceri sotto forma di escort, il personaggio avrebbe goduto anche di piaceri sotto forma di “tangenti o mazzette, consegnategli in buste gialle, in ascensore, al fine di far accelerare certi pagamenti”.

Secondo quanto riportato dai giornali, il legale del Frisullo ha seccamente smentito il fatto, pur tuttavia, sino a questo momento, non risulta presentata alcuna denuncia per calunnia contro il Tarantini. Per quanto ovvio, gli inquirenti seguitino ad andare avanti, sino alla verità vera.

E’ naturale che, laddove fosse accertata inequivocabilmente quest’ultima accusa, non si potrebbe fare a meno di rovesciarne il peso addosso al reo, altro che accoglienze tripudianti e beatificazione all’Hotel Tiziano.

Insomma, caro Frisullo, passi per i trastulli con Venere,ma per eventuali mazzette proprio no.

 

21 gennaio 2010

 

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

 

    

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C’erano una volta le scarpe da tennis, tela bianca o azzurra con lacci su suola di gomma. In effetti, a prescindere dalla specifica definizione/destinazione, da queste parti non venivano utilizzate, salvo rarissime eccezioni, per la pratica, giustappunto, del tennis (dove stava di casa allora il raffinato sport, nel Meridione?), ma costituivano semplicemente una dotazione, per le ragazze e i ragazzi fra gli 11 e i 18 anni, per poter partecipare, una o due volte la settimana, alle lezioni scolastiche d’educazione fisica o ginnastica.

Dette calzature erano più economiche di quelle normali, con tomaia di pelle e suola di cuoio, sicché, quando in famiglia le risorse finanziarie scarseggiavano, dovevano andar bene e bastare non solo per la ginnastica a scuola, ma indistintamente per tutti santi giorni.

Oggi, delle scarpe da tennis nel senso ricordato, non v’è più traccia, o meglio, in giro si trovano le loro eredi, rielaborate e trasformate profondamente, al punto da far moda e tendenza, ammiccanti dalle vetrine con sagome multi colorate e civettuole. I prezzi, però, non sono affatto accessibilissimi, bensì medio alti, su certe marche quotano addirittura sino a 250 – 300 euro, roba da sbiancare.

Tra le griffe cult, domina ed è particolarmente ambita una contrassegnata dall’iniziale H, acca maiuscola.

Qualche tempo addietro, ero fermo, nell’attesa di un amico, nel grande atrio di un importante palazzo delle istituzioni pubbliche cittadine. Le persone vi affluivano e mi transitavano accanto a decine, a centinaia, di tutte le età, maschi e femmine, orbene, sembra impossibile, l’80 – 90% di dette figure calzava pseudo scarpe da tennis, con la mitica H ben impressa e risaltante.

Quante paia, dunque, da 250 – 300 euro a addobbare, ad impreziosire, gli arti inferiori di quei passanti!

L’amico che aspettavo, accortosi della mia attenzione e concentrazione, mi ha fatto notare testualmente: ”Guarda che qui, pur di avere le scarpe targate H, la gente non esita ad indebitarsi, a contrarre un prestito”.

Sono stato casualmente testimone di un altro volto della nostra contraddittoria Italia, chissà poi se d’impronta positiva o negativa.

 

18 gennaio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Non sono per

distese biancastre e piatte,

amo cieli

dallo sfondo azzurro intenso

e intarsiati di nuvole

che vanno e vengono.

 

Nelle chiazze di vivo turchino

indugio a specchiare

i  pensieri,

a catalogarli e a gustare

il senso e l’anima

delle singole parole:

finanche della punteggiatura

che le tiene sottobraccio.

 

Mi capita, in tal modo,

d’ imbattermi nella magia

d’ una miriade

di piccoli coralli rossi

che, d’incanto, si spargono

a formare,

solo per i miei  occhi,

una lettera dell’ alfabeto:

la prima.

 

 

 

 

 

 

 

18 gennaio 2010

RoccoBoccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Per Natale, all’ingresso della mia città provenendo da Brindisi, è stata allestita, sospesa in aria a media altezza e quindi con il massimo impatto visivo, una grande stella cometa, sprizzante luminosità dal colore caldo e accogliente. Ormai, è abbondantemente trascorso il periodo delle feste e, però, lo speciale addobbo si trova ancora lì, a questo punto del tutto fuori tempo e fuori luogo, segno, più che altro, di mera noncuranza e trascuratezza da parte di qualche addetto ai lavori.

A Milano, più single che famiglie, per la precisione 347.651 nuclei, pari al 50,6% del totale, composti di una sola persona. Saranno pure molteplici e variegati i motivi e le cause a monte di siffatta realtà, nondimeno, che tristezza per così tanti usci silenziosi, per mura domestiche fra cui non riecheggiano vocine di bimbi e, addirittura, orfane di abituali scambi d’affetto, d’amore e di passione!

Un’ex cieca, da lungo tempo titolare, in quanto tale, di un assegno pensionistico, ha prodigiosamente riacquistato la vista recandosi in pellegrinaggio a Lourdes. La “miracolosa” guarigione è stata certificata dai medici del celebre Santuario mariano, eppure l’INPS rifiuta di non considerare più invalida l’interessata, la quale adesso guida anche l’auto. Codicilli burocratici a parte, non si tratta di una stranezza da superare senza indugi?

Crollano i BOT, i rendimenti netti per le brevi scadenze sono giunti ad una soglia sottozero, ciononostante eserciti di italiani seguitano a sottoscriverne, dimostrando fiducia nello Stato. Come non rammentare i periodi, per niente lontanissimi, durante i quali, sebbene corressero tassi di remunerazione a due cifre e nettamente competitivi rispetto ad investimenti alternativi, si nutriva esitazione a riporre i propri risparmi in titoli governativi, per paura di consolidamenti, bancarotte o robe del genere?

Una cinquantina d’anni fa, all’interno di un autobus urbano che ero solito adoperare per recarmi al lavoro, campeggiava una locandina pubblicitaria recitante “Ditta Maria L.G.C. – Elettrodomestici delle migliori marche – Vendite anche per contanti”. Una stranezza? Nient’affatto, allora, inizio della fase di boom economico, vigeva praticamente la regola che gli italiani firmassero tonnellate di cambiali, beninteso prendendo prima le misure in rapporto alle entrate personali e/o familiari, per pagare a rate la casa d’abitazione e i primi e strettamente utili elettrodomestici. I meno abbienti arrivavano a “fare” cambiali anche di 2.000/3.000 lire mensili; ad ogni modo, esisteva una sorta di seconda regola, vale a dire che, a costo di dover seriamente stringere la cinghia, quegli impegni bisognava categoricamente onorarli.

Oggi, di cambiali non ne circolano più, ma gli acquisti a debito, con ricorso cioè al cosiddetto “credito al consumo”, non solo permangono, ma risultano sensibilmente cresciuti; la differenza, in confronto ai tempi andati, è che, attualmente, tali operazioni riguardano anche beni e oggetti non necessari, se non completamente voluttuari e inutili. E, secondo le statistiche, le insolvenze sono sensibilmente aumentate.

Si è andati avanti o indietro?

 

14 gennaio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it 

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Sulla via principale del mio paese natio, Marittima, circa duemila anime, insiste tuttora, sebbene parzialmente rammodernata, una signorile dimora d’epoca, non a caso recante sul frontespizio, alla sommità del portone d’accesso nell’aggraziato atrio cortile, uno stemma araldico, scolpito su un cubo di pietra leccese.

Nei secoli scorsi, tale edificio – inizialmente, forse, di struttura più ampia e articolata – ha costituito, a lungo, la dimora dei nobili del posto, insigniti del titolo di barone; in particolare, durante il periodo risorgimentale, ha visto nascere e crescere un personaggio, distintosi e assurto a fama non solo per il suo lignaggio, ma anche e soprattutto come patriota irredentista, al seguito di eminenti figure storiche quali Santorre di Santarosa, Mazzini, Manin e Cavour.

Procedendo nel tempo e fissando il calendario pressappoco intorno ad una sessantina d’anni addietro, la casa in questione è pervenuta, diventandone l’abitazione, ad una locale famiglia benestante di proprietari terrieri e gente dabbene, composta anche da una ragazza.

Detta giovane, arrivato il tempo “giusto”, si era fatta “zita” (allora, l’accezione fidanzata non esisteva per niente nel vocabolario del paese), praticamente era stata promessa in sposa ad un giovane, pure appartenente a famiglia di possidenti agricoli, residente in un altro piccolo paese, a otto/nove chilometri di distanza.

Non v’erano, ai tempi, automobili, né motocicli, semmai appena qualche bicicletta, sicché – a parte i rispettivi impegni, continui, in casa o nei campi – per la coppia, le occasioni d’incontrarsi erano infrequenti.

Certo, esisteva la possibilità di scambiarsi lettere, c’erano le visite incrociate, con familiari al seguito, per le ricorrenze, come Natale, Pasqua, le feste patronali, i compleanni e gli onomastici, ma poi basta.

Nella piccola cornice di cui anzi, mi piace ricordare una singolare iniziativa adottata dallo “zito” in discorso, nell’intento di offrire un gesto di devozione, riguardo e gentilezza alla sua “promessa”.

Ogni anno, a Carnevale – in gergo dialettale, Mascarani -  il predetto era solito organizzare, preparare e allestire nel suo paese, con l’aiuto di parenti e amici, una carovana, o corteo come si appella oggi, di carri agricoli, calessi e “scelabbà” trainati da cavalli, nonché di equini sellati e cavalcati liberamente, il tutto agghindato mediante fiori, foglie, rami con appesi i frutti della stagione e altri ornamenti colorati, a fare da pendant agli appositi costumi, acconciati alla buona, dei guidatori e cavalieri, dal volto coperto da rudimentali mascherine realizzate a mano, con carta o cartoncino e più o meno dipinte.

Dopodiché, ecco tale carovana muoversi in direzione di Marittima e attraversare lentamente il paese, soprattutto la via principale dove si affacciava la casa della promessa, la quale ultima, evidentemente compiaciuta, si poneva al balcone a ricevere l’insolito, se non esclusivo, omaggio da parte del futuro marito.

L’evento arrivava a rivestire, ogni volta, carattere d’eccezionalità collettiva, posto che l’intera popolazione vi assisteva con partecipazione, coinvolgimento e gioia.

Non c’è che dire, piccole iniziative semplici e spontanee d’anni lontani, aventi però a monte, indiscutibilmente, un’innata e genuina nobiltà interiore e, quindi, recanti un’anima di vitalità tale che, contrariamente a quanto succede per la maggior parte delle manifestazioni e dei riti attuali, non si spegne affatto con lo scorrere del tempo.

All’autore di queste note, all’epoca dei fatti piccolo spettatore con i calzoncini corti, piace, di tanto in tanto, riviverne le immagini.

Del resto, gli sono sempre rimaste presenti le sembianze della coppia e infine, di recente, nello scorgere su un muro del paese le abbreviazioni N.H. davanti al nome e cognome di lui, oltre a sgorgargli dentro un profondo sentimento di buon ricordo, apprezzamento e condivisione, gli si è affacciata l’idea che l’antico giovane, da lassù, nel periodo dei Mascarani, non mancherà di seguitare puntualmente a preparare il corteo di carri, cavalli e cavalieri per la sua sposa.

 

 

7 gennaio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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