Archivio per marzo, 2010
Carissimi,
credetemi, dopo aver saputo, non mi sfiora neppure l’idea di esprimere un giudizio e, ciò, a prescindere dal fatto che io viva distante mille chilometri dal luogo della scena. Sono, peraltro, convinto che i vostri genitori e/o i vostri cari, loro sì, avranno da dirvi qualcosa e, soprattutto, che una serie di riflessioni, magari non adesso a caldo, vi troverete a farle voi stessi.
Nondimeno, se permettete, un pensiero, alla stregua di messaggio, intendo inoltrarvelo.
Quanto a te, stupenda dodicenne cresciuta anzitempo, non mi sembra proprio il caso che, come ho letto, debba avere a scusarti con mamma e papà per aver compiuto o esserti lasciata andare a ”azioni disgustose”. In realtà, piccolina, non ti sei macchiata di alcunché di riprovevole, puoi seguitare a guardare davanti a te a viso aperto con le favolose pupille della tua età, certamente ti sarà dato di accorgerti che il mondo è costituito anche da sfaccettature più leggere e di ben altro genere.
E voi, maschietti, illusi “eroi” di un tentativo di sopraffazione o soverchieria o violenza, poco cambia che si sia trattato di gesto abbozzato o condotto a compimento, vi prego, non sentitevi affatto realizzati, neppure minimamente, attraverso una simile impresa.
Guardate, da che mondo è mondo, alla vostra età, è naturale che talvolta arrivi a scattare la pulsione a “saltare addosso” ad una ragazza, ma nel contempo occorre che stiate attenti e vi sappiate controllare, agire, insomma, se non proprio con il consenso, rispettando l’altra metà del cielo.
Senza trascurare, poi, che durante le ore di lezione, certe spinte adrenaliniche potreste sublimarle e idealizzarle anche soffermando l’immaginazione sull’adorabile bellezza della Silvia leopardiana o calandovi nello sbarco d’Ulisse sull’isola dei Feaci, prologo all’incontro e allo scambio d’amorosi sensi con la fascinosa Nausicaa. Provate, tanto non costa nulla.
Una considerazione, ora, circa la location dell’episodio richiamato, quell’aula di seconda media.
Francamente e senza voler crocifiggere alcuno, il prof di turno deve essere stato, almeno in quel lasso di tempo, completamente cieco, sordo e incapace di intendere e volere, altro che “preso” dall’interrogazione ad alcuni allievi.
Nel 1959, in una quarta superiore, i giovanotti più spavaldi pensarono di “incartare”, combinando una burla, l’insegnante di diritto, distinto signore di buona famiglia, per niente severo e, anzi, incline a dialogare con la classe.
Da casa, portarono a scuola un tegame, una bottiglietta d’olio, una manciata di sale e due uova fresche. Dopo di che, mentre l’avvocato era intento, come al solito, ad intrattenersi con la maggioranza degli allievi, concentrandosi intorno e sotto ad un banco dell’ultima fila e servendosi della stufetta a gas posizionata lì vicino, i coraggiosi misero mano alla concreta preparazione di una frittata.
Questione di attimi, i passaggi si susseguirono agevolmente e con ordine, quasi che si fosse in cucina, salvo che, all’atto della caduta dei contenuti delle due uova nell’olio bollente, evidentemente troppo bollente, della pentola, venne a registrarsi un accentuato sfrigolio, tipico giustappunto, di un’operazione di frittura.
Il professore, come è ovvio, avvertì lo strano rumore e proruppe in un “chi va là, che cosa succede?” allungando lo sguardo verso il fondo dell’aula.
Ne derivò una conclusione dell’avventura ingloriosa e devastante, nel senso che il contenuto della pentola finì sul pavimento impiastricciandolo vistosamente e meno male che contestualmente giunse il suono della campanella di fine lezione.
In quella lontana circostanza, gli effetti e le conseguenze più seri si riverberarono l’indomani sotto forma di vibrate lamentele e rimostranze da parte di Nino, il bidello del plesso scolastico, non solo all’indirizzo della quarta B, ma anche nei confronti dell’innocente avvocato professore.
Buona Pasqua, ragazzini di Salò del 2010.
31 marzo 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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Forse, l’avvenimento, ancora fresco, ai più è completamente sfuggito: ”A Milano, un uomo e una donna maturano e pongono in atto la bella idea di far sesso in un’area bancomat, ma, notati dagli agenti di una volante, si beccano una denuncia per atti osceni in luogo pubblico”.
Non per ricamare rivoletti di gratuita disinibizione, pur tuttavia l’episodio, oltre ad alleggerire e disintossicare dallo stucchevole clima di taluni eventi politico – partitici e scandalistici sulla corda, sembrerebbe utilmente avvalorabile per qualche notazione.
Intanto, a motivo della disarmante ingenuità dimostrata dalla coppia di amanti nel giustificarsi e scusarsi di fronte allo sguardo severo delle forze dell’ordine: ”Pensavamo che i vetri blindati del bancomat fossero pure oscurati e ci rendessero invisibili dall’esterno”.
Poi, appare ammirevole l’originalità dell’alcova di fortuna in questione, che, almeno secondo le conoscenze di chi scrive, non ha precedenti.
Infine, esiste, è vero, una norma di legge che vieta di compiere certe azioni a cielo aperto in luoghi frequentati e quindi, nella fattispecie, si è consumata una trasgressione. E però, quante trasgressioni nel medesimo campo, di pari se non maggiore gravità, ci circondano ventiquattro ore su ventiquattro, si trovano sotto gli occhi di tutti, grandi e piccini, dal vivo o attraverso gli strumenti di comunicazione, giornali, tv, internet, blog, eccetera?
Insomma, nell’applicare il codice, nei confronti di questi precari dell’esercizio amatorio, si vorrebbe far voti per la concessione delle massime attenuanti.
21 marzo 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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Favoloso sabato a Castro, giornata di mare intensa. Assoluta assenza di nuvole, per tetto l’azzurro compatto del cielo, distesa di onde calme e frizzanti, salvo qualche increspatura a ridosso della controra, sull’abbrivio di un’apprezzabile brezza, una barchetta a vela, per sei/sette ore, va filando su e giù dalla costa al largo e spostandosi sin dopo la Marina di Andrano verso Tricase Porto.
Giornata intensa, si diceva, non a caso, ma in quanto intrisa di panorami, effetti, sensazioni, ricordi e pensieri del tutto speciali.
Infatti, grazie all’aria particolarmente tersa e limpida, quasi trasparente, lungo la linea dell’orizzonte, in direzione est-nord est, si gode della visione ravvicinata della costa albanese, precisamente del tratto limitrofo a Valona, con nitidezza di rilievi e, a tratti, di declivi, nonché con la conformazione netta dell’isola di Saseno, situata immediatamente di fronte alla baia, appunto, della cittadina di Valona.
La «fotografia», così a portata di mano, della terraferma che costituisce l’altra sponda del Canale d’Otranto, pur non costituendo un fenomeno straordinario e isolato, non viene a svilupparsi proprio tutti i giorni.
Invero, da parte di chi scrive, si vantano confidenze antiche con la visione delle terre emerse del Paese delle Aquile.
Da ragazzino, le soste estasiate, gli interrogativi su chi vivesse e come si stesse da quelle parti; la scoperta, per la prima volta, della neve sui rilievi montani, non essendo ancora maturata l’occasione di ammirare le bianche coltri delle montagne italiane, del resto così lontane dal Salento e, quindi, sconosciute.
Nell’adolescenza e da giovane, l’apprendimento, attraverso testi scolastici e notizie attinte dai giornali e dalla radio, del differente modello di Stato instauratosi in Albania, dopo secoli di varie dominazioni – ultima quella italiana durante la seconda guerra mondiale – inframmezzati soltanto da saltuarie insurrezioni irredentistiche, in particolare grazie al mitico eroe nazionale Scanderbeg.
Allora, in Italia, si era liberamente scelto, già da decenni, il modello repubblicano democratico, mentre lì continuava a vigere un ferreo regime dittatoriale comunista. Malgrado la breve distanza, un braccio di mare di appena cento chilometri fra Otranto e Valona, da una parte all’altra, insomma, un modello statuale e di società con differenze abissali.
Correvano periodi in cui i responsabili di quella nazione rifuggivano finanche dall’effettuare importazioni «a credito», e ciò per evitare che paesi stranieri, in virtù del saldo avere del loro interscambio commerciale, potessero accampare diritti sulla sovranità nazionale albanese o quantomeno condizionarne l’autonomia. In sostanza, acquistavano prodotti e servizi di cui il Paese era privo, con cessione, in contropartita, di materie prime e prodotti albanesi, applicando in altri termini alla più pura ed assoluta formula del baratto.
Passato del tempo, intorno al 1980, al sottoscritto capitò di leggere la cronaca di una piccola spedizione italiana di carattere sportivo, connessa con la disputa di un incontro calcistico di Coppa dei Campioni coinvolgente una squadra milanese e il Partizan di Tirana, e di così apprendere che, insieme con i calciatori, si era recato in Albania, in velocissima trasferta, uno sparuto numero di accompagnatori.
Da tale spunto, l’iniziativa di scrivere all’Ambasciatore italiano a Tirana onde manifestare il desiderio – sulla scia della vicinanza ideale e insieme reale sempre avvertita fra la propria terra d’origine del Salento e l’ Albania – territori distanti solo per via delle differenti leggi dei due Stati – di visitare il piccolo paese balcanico, privatamente insieme con i familiari.
Risposta molto cortese del rappresentante diplomatico, il quale però, pur dichiarando di ritenere che per il futuro ci sarebbero potute essere delle «aperture», fece capire che, al momento, non esisteva la fattibilità di scambi turistici singoli e, comunque, precisò che, sull’argomento, si sarebbe dovuto interpellare l’Ambasciata d’Albania a Roma.
Altra lettera a quest’ultimo organismo, ma stavolta nessuna risposta.
Poi, in concomitanza del trasferimento per lavoro a Roma, ai primi del 1985, visita direttamente alla sede diplomatica albanese in Italia, proprio nei giorni della morte del vecchio capo di Stato Enver Hosha: nella Cancelleria, si trovava allestita un’apposita camera ardente, condoglianze di rito all’ambasciatore, cortese offerta di qualche pasticcino e di grappa albanese. Dopodiché, colloquio con l’addetto commerciale Dott. Lumo Sehu, ma, purtroppo, conferma che, almeno per l’immediato, erano da escludersi possibilità di rilascio di visti di ingresso in Albania per turismo privato.
Negli anni successivi, proseguirono di tanto in tanto i contatti col predetto dott. Sehu, il quale ad un certo punto era stato fatto rientrare in Patria e poi addirittura collocato in quiescenza. Verso i primi anni novanta, in realtà, si verificarono alcuni spiragli, almeno ai fini dei contatti, ma, pur tuttavia, in occasione degli incontri telefonici e di qualche scambio epistolare con l’amico albanese, non arrivava niente di più che la testimonianza di diffuse condizioni di vita di fame, miseria, disagi e degrado d’ogni genere.
E su siffatte onde, si giunse, ormai è storia, ai giganteschi sbarchi nel nostro Paese e al fenomeno, o meglio alla lunga triste stagione, dei gommoni carichi di clandestini sfreccianti a fare la spola nel Canale e finendo spesso col seppellire sui relativi fondali un considerevole numero di poveri disgraziati.
Finalmente, elezioni democratiche, aperture sociali, arrivo di operatori dall’occidente (Italia compresa); per fortuna, appare indubbio che, nel corso degli ultimi anni, sono intervenuti radicali cambiamenti in quel Paese, ma è parimenti indubbio che, fra le condizioni dei suoi abitanti ed i livelli di vita della grandissima parte delle altre nazioni europee, corrono ancora anni luce.
Senza dire che, negli anni delle fughe e degli odiosi traffici umani dall’Albania verso l’Europa, si sono succeduti tanti e tanti imbarbarimenti: l’arrivo fra noi di personaggi poco puliti, di donne e ragazze, indotte e soprattutto costrette a prostituirsi, ormai diffusamente presenti sulle strade italiane, e così via dicendo.
In realtà, le immagini, le vicende, le condizioni tratteggiate non rappresentano lo specchio fedele della globalità della popolazione albanese.
Quella gente oggi è puntualmente e dettagliatamente informata – attraverso la TV satellitare, dai cellulari, dalle ormai nutrite presenze all’estero di parenti e conoscenti – di quanto è vistoso il divario tra il loro regime esistenziale e quello vigente in altri paesi: e dal momento in cui si ha conoscenza che altrove regna il benessere, anche se alla fine non sempre tutto è reale, non v’è nulla che valga ad arrestare la spinta e la marcia di chi trovasi, al contrario, immerso nel disagio, nella miseria, nella precarietà di prospettive.
Si pensi a questi semplicissimi dati desunti da una tabella statistica relativa al 2008:
- reddito pro-capite in Italia dollari usa 30.630;
- reddito pro-capite in Albania dollari usa 6.897.
Dunque, rapporto di cinque a uno circa e parliamo di gente, sì di gente come noi, che vive ad appena cento chilometri di distanza. Senza trascurare che
l’Albania dispone di risorse naturali, ha una popolazione non di grande rilievo, poco più di 3,6 milioni di abitanti, meno della Puglia.
Sebbene, come dianzi sottolineato, siano ultimamente intervenuti indicativi passi in avanti, bisogna che avvenga, o meglio, si faccia ancora qualcosa.
Come è noto, non è che il nostro Paese navighi nell’oro, non è che si possa permettere di fare regali, beneficenze o dare contributi a fondo perduto ad ogni piè sospinto, ma, ciononostante, occorre che, in una maniera o nell’altra, si intervenga.
A tale proposito e fine, sarebbe opportuno indirizzarsi non tanto alle pubbliche istituzioni, quanto invece alla classe imprenditoriale italiana e agli esperti di politiche aziendali ed economiche: si ponga in atto un autentico e serio gemellaggio per un’ulteriore e sana crescita della piccola nazione vicina, però con una precisa e particolare attenzione, ovvero badando sì che i capitali investiti ed i relativi rischi siano produttivi dei ragionevoli e giusti ritorni, ma impegnandosi in pari tempo a non sfruttare il popolo albanese, specie la manodopera, corrispondendo cioè mercedi giuste, perseguendo la promozione e lo sviluppo della cultura del lavoro e, pian piano, anche dell’impresa.
Se si tratterà di un’opera intelligente e paziente in tal senso, non mancheranno i frutti, ovviamente nel medio periodo; il prodotto interno lordo della nazione e il reddito individuale potranno registrare buoni incrementi.
Mi piacerebbe tanto che questo argomento, anche se inevitabilmente racchiuso in concetti approssimativi e non esaustivi, toccasse, più di quanto sinora avvenuto, l’interesse e la sensibilità del governo regionale pugliese. Governo che, a sua volta, potrebbe riuscire a chiamare al suo fianco il fior fiore dell’imprenditoria nazionale, convincendola della bontà della missione, in primis coinvolgendo l’attuale Presidente della Confindustria Marcegaglia, prototipo della tradizione imprenditoriale del Nord, ma pure testimone e osservatore consapevole del palpito di un’anima nuova nel Meridione, particolarmente nella Puglia, di una sensibilità rivolta verso nuovi traguardi e, certamente, non più protesa esclusivamente ai miraggi dell’assistenzialismo, ma al fare e al costruire sviluppo.
E’ stata solamente l’esternazione di un sogno da parte dell’autore di queste note, un sogno lievitato fra piccole vele amaranto spiegate sulle onde leggere del Basso Adriatico con, sullo sfondo, le coste d’Albania?
Se si permette, l’augurio è proprio di no, con il conforto della circostanza che, nel rosario dei pensieri snodatisi a occhi aperti lungo un sabato, finanche la luna appena levatasi ha voluto metterci il suo bel faccione, quasi a volerli suffragare.
21 marzo 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
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Nello scorso gennaio, in seno ad un commento redatto dopo aver preso parte ad una manifestazione del PD a ridosso delle primarie in Puglia, mi sono soffermato sull’accoglienza particolarmente festosa riservata in quell’occasione al già Vice Presidente della Regione Puglia Sandro Frisullo, rimasto come è noto coinvolto, nel luglio 2009, in uno scandalo a luci rosse e, a seguito di ciò, dimessosi dalla carica.
Ad un certo punto del testo in riferimento, sono poi passato ad annotare che, stando alle dichiarazioni rese in sede di interrogatorio dall’imprenditore del settore sanitario Giampaolo Tarantini, implicato di primo piano nella faccenda, Frisullo “in aggiunta ai piaceri sotto forma di escort, avrebbe goduto anche di piaceri sotto forma di tangenti o mazzette, consegnategli in buste gialle, in ascensore, al fine di far accelerare certi pagamenti”, chiosando in conclusione nei seguenti termini: “Frisullo, transeat per i trastulli con Venere, ma per eventuali mazzette proprio no”.
Non vorrei essere stato inconsapevolmente profeta di sciagure, gli è, però, che, giovedì 18 marzo, il politico mio conterraneo è stato ristretto in carcere.
Sia come sia, la notizia dell’arresto mi ha suscitato nell’interiore un senso di rammarico e anche sentimenti di sgomento.
Con ancora negli occhi e nelle orecchie il clamore delle indagini e dei recenti provvedimenti giudiziari della Procura di Trani riguardanti Berlusconi ed altri, detta ultima iniziativa ad opera dei colleghi di Bari, rappresenta, a mio modo di vedere, l’ennesimo addendo che concorre a determinare la somma, il convincimento, ormai stratificato, che una certa, diffusa parte della magistratura si muove e procede a tempo, con precisione e puntualità degne del canto del gallo al mattino (per usare un eufemismo agreste).
Tanto per essere chiari, restando alle fresche vicende pugliesi, qualcuno dovrebbe spiegare come mai, per quali ragioni, vuoi a Trani, vuoi a Bari, si sia deciso di sollevare il coperchio di determinate, pur indiscutibili, vicende giudiziarie, con l’effetto di far fuoriuscire l’acqua bollente dalla pentola, giusto durante la corrente delicata campagna elettorale e alla vigilia del voto. Non si poteva aspettare una decina di giorni? Incombeva forse il serio pericolo che i buoi scappassero dalla stalla?
E fra i compiti del Consiglio Superiore della Magistratura, oltre alla legittima salvaguardia delle figure dei magistrati da azioni e attacchi indebiti di terzi, non dovrebbe essere contemplata anche la possibilità di aprire procedimenti a carico di uffici giudiziari e dei competenti operatori ivi incardinati in caso di palese turbativa e alterazione, come nelle due escalation maturate a Trani e a Bari, di manifestazioni pubbliche importantissime quali sono le elezioni?
Esiste una precisa voce verbale di cui, in qualsivoglia sede e salvo gravi controindicazioni, è talvolta utile e opportuno tenere conto: temporeggiare, che significa ritardare un’azione, nell’attesa di un’atmosfera più favorevole.
Almeno, così la pensa l’autore di queste righe, memore, fra l’altro, che il generale romano Quinto Fabio Massimo, il primo Temporeggiatore della storia, riuscì a prevalere sul ben più forte condottiero cartaginese Annibale.
19 marzo 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
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Da queste parti, in occasione della festa di S. Giuseppe, il 19 marzo, vige la tradizione di servire a tavola, fra le altre rituali pietanze, anche i “lampasciuni”, ossia i bulbi globulosi dell’omonima pianta erbacea della famiglia delle Liliacee. I prodotti della terra in discorso crescono a 10 – 15 centimetri circa nel sottosuolo, si presentano simili a piccole cipolle dal sapore amarognolo e sono ricchi di sali minerali.
Nell’approssimarsi della ricorrenza, alcuni sono soliti portarsi in giro per campi, campicelli, colline e collinette, aree non sempre di proprietà, e con l’ausilio di una minuscola zappa scavano in corrispondenza dell’infiorescenza della pianta, per cercare i “lampasciuni” proprio all’origine, nella loro dimora naturale.
Il raccolto è poi ripulito e lavato, sottoposto a bollitura e conservato sott’aceto o sott’olio.
Qualcun altro, per così dire meno “Cincinnato”, al fine di levarsi lo sfizio della leccornia di S. Giuseppe, si limita a recarsi al supermercato dove trova i “lampasciuni” già cotti e in olio al modico prezzo di € 22 al chilogrammo.
Suvvia, cosa sarà mai, l’importante è rispettare la tradizione, o no?
18 marzo 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
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Ogni tanto, la domenica mattina, vado ad ascoltar la Messa in una chiesa francescana che, a mio avviso, merita a buon titolo di essere definita senza uguali in Puglia: quella, dedicata a S. Caterina di Alessandria, che si erge, con composta maestosità e in una veste di singolare bellezza, nel centro storico di Galatina.
A proposito di tale monumento, devo sottolineare una cosa: sebbene mi sia capitato di accedervi e di ammirarlo oramai diverse volte, in ogni singola occasione avviene come se vivessi l’afflato emotivo del magico godimento che avvertii al primo contatto, tanto è il senso di gioia e di estasi che mi pervade nel soffermarmi al cospetto delle meraviglie artistiche, soprattutto affreschi, che vi si trovano racchiuse.
L’opera fu fatta realizzare, alla fine del quattordicesimo secolo, dalla famiglia Orsini del Balzo: di qui la denominazione, anche, di Basilica Orsiniana. Con essa, si intendeva perseguire una finalità molto significativa e di grande spessore, cioè dare un forte segnale per l’insediamento, nell’ area salentina, del rito cattolico romano, posto che, fino a quei tempi, nella zona era invece dominante il rito bizantino.
Sicché, i nobili committenti del cantiere, evidentemente in sintonia con i vertici della Chiesa di Roma, vi profusero mezzi ingenti: così si spiega la inconsueta grandezza del luogo di culto che, sin dall’inaugurazione, nell’anno 1391, venne affidato ai Frati francescani (a ragione, è quindi dato di affermare che S. Caterina in Galatina ha costituito un rilevante avamposto della grande messe di cristianità – a partire dai suoi primi albori – che trasse ispirazione dal Poverello di Assisi) .
Brevi note sul perché della specifica dedicazione della basilica: S. Caterina, vergine di Alessandria, visse nel 10° secolo e, per non aver inteso abiurare la fede cristiana, fu torturata e decapitata. Ben presto, il culto verso la sua figura si diffuse anche in aree lontane, fra cui diversi paesi europei; fu proclamata patrona dell’Università di Parigi e protettrice degli studenti e delle ragazze da marito. Anche Raimondello Orsini del Balzo e la sua illustre consorte Maria d’Enghien si sentirono presi da profonda devozione verso la giovane vergine egiziana e, malgrado i disagi della lunga trasferta, si determinarono a compiere un pellegrinaggio all’omonimo Monastero, eretto sul Monte Sinai, dove riposano le spoglie della santa.
La chiesa si presenta con una sobria, ed insieme elegante, facciata, tipica del tardo romanico pugliese; l’interno consta di cinque navate, di cui quella centrale davvero magnifica, con pareti e volte rivestite di affreschi risalenti alla prima metà del ‘400, di ispirazione giottesca (taluni sembrano quasi identici a quelli esistenti nella famosa Cappella degli Scrovegni di Padova) e opera di artisti provenienti, forse, dalle Marche e dall’Emilia e, in parte, sicuramente della Scuola, appunto, di Giotto. Complessivamente, si susseguono ben 150 scene, raffiguranti episodi della Genesi e dell’Apocalisse, del martirio di S. Caterina e di S. Agata (a Galatina sono custodite preziose reliquie di entrambe).
La basilica comprende anche un presbiterio, nonché una cappella ottagonale aggiuntasi in epoca successiva alla originaria costruzione dell’edificio; annessi, trovansi infine il «tesoro» con reliquari d’argento, un mosaico mobile ed una Madonna bizantina in legno e, sul lato sinistro, il chiostro, anch’esso arricchito da affreschi.
Dunque, un’opera d’arte così bella ed interessante, eppure non adeguatamente nota. Ancora più paradossale è la circostanza che i visitatori della basilica sono rappresentati prevalentemente da genti che arrivano da lontano, specie dall’estero, mentre scarseggiano le correnti di interesse, malgrado la vicinanza e anzi la contiguità, da parte della popolazione pugliese e in particolare del Salento: molte persone non ne conoscono neppure l’esistenza.
Secondo me, ciò è da ascriversi anche al fatto che la città di Galatina, che pur si colloca fra i più importanti centri della provincia di Lecce, trovasi situata in una posizione leggermente defilata rispetto ai classici e modaioli circuiti turistici e delle vacanze e, di conseguenza, i visitatori che vi si portano appositamente finiscono col risultare di numero limitato. Si pensi che Galatina sembra essere più ricordata per la tradizione delle «tarantolate» e della Cappella di S. Paolo, santo che, secondo la credenza popolare, guarisce dal morso del ragno, oppure per la sua base aerea o per la cementeria.
Qualunque motivazione o giustificazione si voglia o si possa addurre, rimane comunque una grossa lacuna, cui bisognerebbe, in un modo o nell’altro, porre rimedio ancorché gradualmente.
Tanto per cominciare, si faccia ricorso al veicolo del “passaparola” fra amici, parenti e conoscenti, svolgendo una spontanea opera di sollecitazione e di sprone per la visita a questo insigne monumento. In pari tempo, un importante lavoro al medesimo fine dovrebbe essere svolto costantemente da parte delle istituzioni civili, militari e anche religiose: fra esse, la Scuola in primo luogo, in quanto non va dimenticato che la visita a S. Caterina di Alessandria in Galatina costituisce, in fondo, un vero e proprio percorso educativo.
12 marzo 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
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Non c’è che dire, senza voler seminare disfattismo, il nostro sembra, talvolta, essere il Paese dei ritardi, della trascuratezza e del pressappochismo a 360 gradi.
Nel fissare, al solito, il calendario fiscale, il competente Ministero dell’Economia ha stabilito, fra le altre, le seguenti scadenze: 28 febbraio, termine per la consegna del modello CUD – Certificazione unica dei redditi di lavoro dipendente, equiparati ed assimilati, ai pensionati e ai lavoratori dipendenti, 30 aprile, termine per la presentazione del modello 730 (dichiarazione dei redditi) al sostituto d’imposta (n.b. a quest’ultimo adempimento, si può provvedere a partire dal 1° aprile).
Ma, qui casca l’asino. Come verificatosi negli anni scorsi, a tutto giovedì 11 marzo 2010, di CUD neppure l’ombra, tale almeno è lo stato dell’arte per chi scrive, che deve ricevere il documento dall’INPS.
Il bello, anzi il brutto, aggiuntivo è che, entrando – previa registrazione – nel sito dell’Istituto previdenziale e provando a stampare la benedetta certificazione, si impatta nel sibillino esito “Cud non stampabile, rivolgersi alla sede di competenza”.
Al che, personalmente, non ho mancato di rivolgermi alla locale sede INPS, ricevendo, ahi me, ancora una risposta che mi fatto letteralmente cadere le braccia:”Lei non può scaricare il Cud dal sito, né farselo stampare venendo qui da noi, sino a quando la Direzione Generale dell’Inps non avrà finito di inviare il Cud a tutti gli assicurati”.
A questo punto, non mi resta che rivolgere un’esortazione:”INPS, svegliati, basta cincischiamenti, fai in modo da rispettare le scadenze per la consegna dei Cud ai tuoi assicurati”.
11 marzo 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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Séguita la stucchevole pantomima, liste sì, liste no, a questo punto la misura sembra davvero colma: se in precedenza, la gente non andava in brodo di giuggiole nel rapportarsi con la politica, adesso non gliene può fregar di meno.
Purtroppo, si ha la sensazione che gli addetti ai lavori, di qualsivoglia collocazione o tendenza, vivano indistintamente in una sorta di obnubilazione, per non dire, con maggiore severità o realismo, che abbiano completamente perduto il lume dell’intelletto.
Difatti, si rendono protagonisti di prese di posizione più infantili che risolute, talvolta meramente pretestuose, quando, addirittura, non campate in aria.
Tra le altre uscite in scaletta, da qualche parte si suole far riferimento a successo sul campo, preferito a successo a tavolino, come se si trattasse di un incontro di calcio.
Chiaramente, è risaputo da tutti, bambini compresi, che nel contesto delle partite di football, dove gli attori, gli artefici del risultato di vittoria, pareggio o sconfitta, sono solamente ed esclusivamente le squadre ovvero i calciatori che si affrontano sul terreno di gioco, nel caso in cui una compagine non si presenta, è decretata, secondo regolamento, la vittoria dell’altra squadra.
Ma la richiamata fattispecie calcistica non ha proprio alcunché in comune con le elezioni, dove, indubbiamente, si pongono in competizione i partiti (squadre), e però a decidere il risultato non sono loro, bensì i cittadini elettori, i quali scelgono liberamente e in coscienza all’interno di una cabina.
Un accostamento calzante si può effettuare ponendo l’esempio di una comunità, all’interno della quale si trovano due belle ragazze, i cui componenti hanno deciso di eleggere la più bella, la vincente della coppia.
Laddove una delle due figliole non accorra nell’ora e nel luogo stabilito, che fanno gli “elettori”? Proclamano vincente colei che è lì da sola, senza praticamente compiere la minima scelta? No di certo, semmai, pur biasimando il comportamento della bellezza assente, la cercano, la convocano, oppure, al limite, rinviano l’elezione.
In fondo, la stessa cosa si trova in Italia sul fronte degli schieramenti partitici, in sostanza si contano due, solo due raggruppamenti fondamentali. Perciò, se uno di questi, per qualsivoglia ragione, manca all’appello, che razza di scelta possono concretamente compiere gli elettori?
Si voglia scusare, il ragionamento apparirà terra terra, ma così è per la naturale legge del buonsenso, legge che, in certo qual modo, non è seconda a nessun’altra.
9 marzo 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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Sulla scia di una tradizione ormai secolare, nella prima domenica di marzo si svolge a Marittima una manifestazione ancora molto sentita, la fiera della Madonna di Costantinopoli, la Vergine compatrona del paesello, venerata sotto forma di un’artistica statua in cartapesta e attraverso un’antica icona bizantina nel piccolo e grazioso Santuario a Lei espressamente dedicato.
Si diceva manifestazione molto sentita, non a caso, bensì per due ordini di motivi da sempre radicati nella mente e nella sensibilità dei marittimesi. Una volta, praticamente sino a pochi decenni addietro, trattatasi dell’unica occasione di mercato a domicilio, tant’è che, in seno alle famiglie, molti acquisti erano programmati e scadenzati giustappunto in concomitanza della fiera; inoltre, l’arrivo della prima domenica di marzo inculcava nella suggestione popolare una specie di simbolo, se non proprio di definitivo distacco dal periodo freddo, perlomeno di inizio del passaggio dall’ inverno alla stagione primaverile.
Certo, nei tempi recenti, sono man mano intervenuti innumerevoli stravolgimenti ed evoluzioni, vuoi attraverso l’apertura un po’ ovunque di mercatini, supermercati, ipermercati e megastore, vuoi per la diffusione dei mezzi di trasporto che consentono di muoversi quando si vuole e di raggiungere per gli acquisti le più disparate località, sia, infine, in virtù del fenomeno della pubblicità, soprattutto radio-televisiva, e grazie alle schiere di venditori porta a porta che, come dire, non ti fanno mancare quasi nulla.
Così, invece, non accadeva prima. La fiera era attesa, con autentica ansia, da tutti, a partire dai piccoli e sino alle persone anziane.
I ragazzini, solo in quella particolare domenica, a differenza delle altre festività, erano eccezionalmente mattinieri, non vedevano l’ora di uscire, sfoggiando per la prima volta dopo l’inverno i pantaloncini corti, preceduti, nel compimento di tale atto, soltanto da qualche visita di nonni o zii, i quali come sempre si erano alzati presto, recanti in dono, come primo segno della manifestazione, un fascio di fresche carote, le mitiche pistinache secondo il gergo dialettale.
Su e lungo una serie di strade e piazzette del paese, la fiera si snodava sistematicamente in sequenze scandite e organizzate a seconda della natura merceologica dei prodotti in esposizione: in piazza Umberto, di fronte alla Chiesa matrice, prendevano posto le baracche di generi alimentari, casalinghi, piccoli e artigianali giocattoli, dolciumi; il largo cosiddetto della “Campurra”, dominato dalla Cappella di S. Giuseppe, era invece deputato alle baracche di tessuti, arredamenti per la casa, confezioni e calzature. In via Convento, nella direttrice conducente al Camposanto e al già citato Santuario della Madonna di Costantinopoli, si situavano i venditori di articoli per l’agricoltura, cereali e granaglie in genere, ortaggi e verdure, scale, corde e quindi, dulcis in fundo, i venditori di animali vivi e bestiame (dai piccoli volatili – pulcini, galletti e puddrasce – ai conigli, agnelli, pecore, capre, suini, cavalli, asini e muli, nonché qualche capo bovino).
Consisteva essenzialmente in questo la gamma di mercanzie che la fiera offriva alle del resto povere possibilità di acquisto dei marittimesi e degli abitanti dei paesi vicini, i quali vi convenivano anch’essi in numero ragguardevole. Le contrattazioni iniziavano verso le sei/sette del mattino, protraendosi sino alle 14/15 dopo pranzo: piccoli e onesti e dignitosi affari per entrambe le parti che li animavano e generavano.
Talvolta, poteva capitare che in occasione della ricorrenza, all’ultimo minuto della vigilia o addirittura nel corso della manifestazione, si registrassero gravi perturbazioni meteorologiche, con acquazzoni e temporali: in casi del genere, per fortuna non frequenti, il cattivo tempo stravolgeva e metteva a soqquadro tutto, sicché la fiera veniva spostata alla domenica successiva.
A comprova di siffatta sfaccettatura, a chi scrive è direttamente accaduto, in un paio di occasioni, dopo essere uscito di buon’ora da casa, di imbattersi improvvisamente nel maltempo, di trovarsi costretto a rifugiarsi per ore, si pensi un po’, all’ interno della chiesa e, da lì, assistere allibito allo smantellamento di baracche e merci, per poi, una volta passata la tempesta, fare mesto e inglorioso ritorno fra le mura domestiche.
D’altronde, non si deve dimenticare che, allora, l’ombrello rappresentava un optional non propriamente comunissimo, di macchine, praticamente, non ne esistevano, contandosene, nel paese, appena due (una “topolino” e una “Fiat giardinetta”): e i torrenti d’acqua generati dal temporale non potevano certamente affrontarsi e guadarsi a cuor leggero, neppure dai più temerari.
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Nell’ ambito della mia famiglia, l’occasione della fiera significava anche rivedere uno zio che viveva nel brindisino e lavorava presso un magazzino di tessuti. Egli, difatti, insieme con i suoi titolari, così come faceva sovente “mercato” qua e là mediante una grande baracca espositiva auto trasportata, era solito partecipare alla fiera di Marittima, arrivando la sera del sabato e recandosi per la cena e per dormire dai miei nonni.
Ricordo, relativamente alla baracca dello zio V., sempre lo stesso “posteggio” al largo “Campurra”, a ridosso del muro sud della navata della cappella di S.Giuseppe.
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Ma, un episodio rimastomi straordinariamente impresso risale a cinquantacinque, forse sessanta anni addietro, nell’approssimarsi, appunto, della fiera.
Mi trovavo di sera, insieme con i miei fratelli, in casa dei nonni paterni, accomodato su una panchetta all’interno del rustico e caldo “focalire”, di fronte al nonno C. impegnato a fumare il suo toscano, con la brace puntualmente in bocca perché tirasse meglio, dopo una giornata di lavoro; la nonna C. seduta vicino al medesimo angolo di calore e intenta a sferruzzare qualche piccolo capo di lana, la zia L. seduta, a sua volta, accanto al tavolo, con fidanzato nelle adiacenze, nell’ atto di ricamare gli ultimi capi per il suo corredo.
Ad un certo punto, la nonna passò a commentare, con voce chiara e distinta, che quell’anno la fiera avrebbe comportato una lunga serie di acquisti in vista del matrimonio del figlio V. e del conseguente arredo, sia pure sommario, della di lui nuova abitazione: zappa, vanga, calderina, falce, limmo, limmune, limmiteddro, pignate, pentole, bisaccia, treppiedi, quadare e quadarotto, scala, lavaturo…. e, così via dicendo, la lista seguitava con tanti poveri altri aggeggi, quasi non finiva mai.
Il nonno C. andava ascoltando e, evidentemente, cercava dentro di sé di metabolizzare il lungo elenco, facendo contemporaneamente il conto, soprattutto, di quale sarebbe stato il relativo esborso, paventando che lo stesso potesse finire col prosciugare fino all’ultima lira i magri risparmi familiari e, addirittura, costringere a contrarre qualche debito (all’ epoca, di certo, non era di moda il ricorso al credito al consumo). Sta di fatto che, come fulmine a ciel sereno e in barba al suo temperamento di solito mite e calmo, egli sbottò in un improperio, alla buona ma sonoro, all’ indirizzo della malcapitata consorte, intimando, praticamente, di farla finita.
La violenta reazione del buon uomo generò grande sconforto, non solo nella nonna, ma anche nella zia L.: difatti, di fronte alla reprimenda del padrone di casa, proruppero entrambe, per diversi minuti, in un pianto sconsolato. E noi, piccoli ma attenti spettatori, lì bloccati , zitti e muti, durante tutta la scena.
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Al giorno d’oggi, ogni cosa è inevitabilmente mutata: i venditori presenti alla fiera sono costituiti in prevalenza da immigrati extra comunitari, i quali, poveracci, espongono, più che altro, cianfrusaglie e paccottiglie di scarso e dubbio valore qualitativo. D’altronde, per la platea degli acquirenti, le fiere e i mercati sono a portata di mano tutti i giorni del calendario.
In siffatta radicale metamorfosi, a Marittima è, però, dato di riscontrare un tratto positivo che vale la pena di mettere in evidenza, una buona novità e un’ utile iniziativa nella discontinuità dell’ antica, e a questo punto introvabile, tradizione.
Su idea di una famiglia di costruttori di imbarcazioni per la pesca e da diporto in legno, artigiani veramente bravi ed apprezzati diffusamente in tutto il Salento, nell’ ambito della fiera della Madonna di Costantinopoli è stata inserita una nuova sezione sotto forma di salone nautico e di attrezzature per la marineria. Per quanto mi riguarda, trattasi dell’ unico modulo della fiera rimasto ad attirarmi ed a cui mi accosto.
Dunque, complimenti e un plauso amici e compaesani barcaioli di Marittima! Al troncone della classica fiera intrisa di ricordi e nostalgie lontani, avete saputo innestare un virgulto vitale ed interessante per l’ attenzione dell’ utenza del terzo millennio.
6 marzo 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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Il Governo greco, nell’ambito dei provvedimenti per scongiurare il crack finanziario a livello Paese, ha deciso di ridurre del 12% le retribuzioni dei pubblici dipendenti.
Come prevedibile, tale iniziativa ha finito con lo scatenare vibrate reazioni, scioperi e altre robe del genere, ad ogni modo le Autorità al vertice hanno avuto il coraggio di assumerla senza guardare in faccia a nessuno.
Si immagini un eventuale passo analogo in Italia: sicuramente, ne verrebbe fuori la fine del mondo.
Del resto, non molto tempo addietro, si sono registrate conclamate situazioni di dissesto in seno ad importanti realtà metropolitane, come Catania e Taranto, dove le casse figuravano ridotte proprio alla frutta e meno ancora, ma gli stipendi non sono stati tagliati di un millesimo.
Poi, non si deve dimenticare che la popolazione italiana, nel solo 2009, si è concesso di investire ben 54,4 miliardi in giochi e scommesse.
Infine, un giovane, certamente non gran, signore padovano ha appena affermato, spavaldamente, di prendere la cocaina da quando aveva 18 anni, di sentirsi invincibile, di spendere anche 2000 euro al mese e di sapere che sniffano sette ventenni su dieci.
Facile a vedersi, nella piccola commedia o cornice sociale descritta ce n’è per tutti: inferno, purgatorio e paradiso (illusorio).
4 marzo 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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