Eccezionale, quanta bella gente accorsa ad un evento culturale! E’ la prima considerazione che, sospinta da un moto di semplice e spontanea naturalezza, si accende dentro, all’arrivo nei giardini pubblici della città di Nardò, cornice magnifica, del tutto degna dell’attiguo e splendido Palazzo Personé, in cui hanno sede gli uffici e i servizi della civica amministrazione.
E’, questa, la location intelligentemente scelta, non a caso, per la presentazione del settimo numero della rivista “Spicilegia Sallentina”.
La sera è ancora giovane, si registra il magico connubio fra il buio che spinge per avanzare e i residui bagliori post crepuscolari che sembrano voler resistere; ciò, mentre, in alto, vanno affacciandosi e si propongono a testimoni nugoli sempre più folti di lumicini scintillanti, immaginario tappeto a specchio, intrecciato da milioni di nodi e su cui si riflette il maturo e caldo faccione della luna, a sua volta levatasi a curiosare con una frazione di tempo d’anticipo.
Ambientazione oltre modo suggestiva, coniugata con un’eccellente opera organizzativa: modernissimi mezzi per la visualizzazione di testi ed immagini su un grande schermo, terzetto di musici, pianoforte, sassofono e contrabbasso, sistemato sotto l’osanna al centro dei giardini.
Dopo l’introduzione del presidente del caffè letterario neretino e il saluto del rappresentante del Comune, ecco snodarsi, a cura dei responsabili della rivista, Marcello, Francesco e Roberto (sinceri complimenti!), l’interessante e seguitissima presentazione dei testi, arricchita con la declamazione dal vivo, da parte degli autori, di alcune poesie contenute nella rivista medesima e inframmezzata da piacevoli stacchi musicali.
Unanime l’apprezzamento per l’insieme del programma, chiuso con un rinfresco e il ritiro, dai banchetti appositamente allestiti, delle copie della pubblicazione.
Non c’è che dire, il comune osservatore di strada che scrive ha avuto la sensazione e avvertito il privilegio di sedere in un’ideale agorà, pregna di passione per la storia, le usanze le bellezze naturali e il patrimonio artistico della terra salentina: preziosi frammenti di cultura e civiltà, spesso nascosti, abbandonati e/o sconosciuti, ma di valore intramontabile, estrinsecati, esposti e mostrati, con amore e arte, attraverso puntuali saggi e resoconti e splendide fotografie e illustrazioni iconografiche.
L’immagine ideale dell’agorà, fatta eminentemente di anima antica, si traduce in parterre concreto di corrente, per lo meno recente, attualità, mediante l’accostamento all’aia dei campi e dei contadini di ieri: luogo, a modo suo, sacro, giacché scenario della raccolta dei frutti della terra, dopo stagioni di dure fatiche.
I covoni di grano sparpagliati sul pavimento circolare di pietre vive e poi calpestati dai zoccoli metallici di un prestante cavallo, il quale dava l’impressione di compiere quel lavoro a girotondo, non con rassegnazione e mero sforzo fisico, bensì con allegro ottimismo, a voler quasi condividere e avvalorare l’ansia e le aspettative dell’agricoltore per un fecondo esito.
E, dopo il quadrupede con grande pietra a traino finalizzata a meglio triturare le spighe, ecco, di seguito, l’opera dei “ventilatori”, non strumentazioni elettriche o meccaniche, bensì braccia ancora una volta di contadini che, servendosi di lunghi forconi di legno, lanciavano in aria la materia prima triturata e frammista, affidando ai refoli del vento la selezione fra preziosi chicchi di grano o altri cereali e la pula, le pagliuzze, la polvere.
A conclusione della festa agricola, un immancabile rito, a casa del proprietario della messe, era imbandita una grande, seppure spartana, tavolata con fumanti coppe di pasta, immancabilmente fatta in casa e insaporita con fresco ragù di pomodoro.
Quella cena in comitiva costituiva l’unica, ma egualmente appagante, mercede per i lavoratori, i quali, beninteso, per la “ientulatura” si scambiavano vicendevolmente le braccia in regime di assoluto volontariato.
In chiusura di queste note, piace, allo scrivente, soffermarsi un attimo sulle intitolazioni “Spigolature salentine” e “Spicilegia sallentina”, assegnate, nell’ordine, al sito web e alla rivista letteraria, e, richiamare, in particolar modo, il significato del termine “spigolare”, ossia “raccogliere le spighe rimaste sul terreno dopo la mietitura”.
Un lavoro modesto, cui attendevano soprattutto le donne salentine d’ogni età, le quali, schiena ricurva sotto il sole, racimolavano piccoli fasci di cereali. Certamente, non raccolti tali da essere portati sull’aia, ma da “lavorarsi” direttamente nel cortile di casa, prima mediante sfregamento delle spighe fra le mani e ottenimento di poveri mucchi di chicchi e, successivamente, mediante frantumazione dei medesimi, mediante una pesante lunga mazza di legno azionata in verticale nella cavità, diciamo così, di un grosso mortaio di pietra, detto “stompu”.
Dalla bollitura di tale “macinato”, si ricavava un alimento semplice, alla buona, nondimeno nutriente e utile.
Di “stompi”, viene alla mente quello presente nel cortiletto retrostante alla modesta abitazione della zia Amalia, moglie di zio Luigi, a sua volta fratello della nonna Consiglia: pia e santa donna, la zia Amalia, se ne volò nella magione del Creatore delle messi esattamente il giorno dell’Ascensione, in uno degli anni intorno al 1950.
Per chiudere, la copertina del numero testé uscito di “Spicilegia Sallentina”, contiene la foto dell’interno di una torre colombaia, ripreso dal basso, con le caratteristiche cellette, un’immagine invero assai familiare per lo scrivente: difatti, a Marittima, sulla via vecchia per Andrano, si erge ancora oggi un “palummaro” e, in anni lontani, transitando nei suoi pressi, s’udivano risuonare insistenti le voci di folti stuoli di piccioni che, alla sensibilità di noi ragazzi, parevano dire, innocente suggestione, “Gesù, Gesù!”
25 luglio 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it

Articoli (RSS)