Ho assistito con gusto e godimento, beninteso da non intenditore, alla recente messa in onda, su RAIUNO, del “Rigoletto a Mantova”, i tre atti “live” dell’opera verdiana.
E’ stato per me motivo di semplice e insieme grande emozione, il contatto, ovviamente mediato dal teleschermo, con il maestro Zubin Mehta, che molti anni fa ho avuto agio d’incontrare e salutare di persona al Ravenna Festival, con il famoso tenore Placido Domingo, con la suggestiva ambientazione nel palazzo Te del capoluogo virgiliano.
Inoltre, dalla visione delle scene e, soprattutto, dall’ascolto delle melodie e delle arie del capolavoro del Cigno di Busseto, ho tratto spunto e ispirazione per riandare indietro, con la mente, a stagioni lontane e a rappresentazioni del “Rigoletto” in un contesto logistico ben diverso e assai più circoscritto, e però contenenti un’anima e un fondo coinvolgenti, quasi sullo stesso piano e di eguale spinta penetrativa, rispetto alla freschissima presentazione in diretta sotto forma di film tratto dall’opera.
C’erano, anzi si celebravano, una volta, in ogni paese della Puglia e quindi del Salento (ciò riguardava, per la verità, anche altre aree della Penisola, ma, nella sensibilità di chi scrive, il relativo riferimento è sfumato, dice poco e niente), le Feste patronali, ossia allestimenti in onore del Santo o della Santa protettori e, nell’ambito, di tali celebrazioni, si registrava, puntuale e immancabile, la presenza di una o più bande musicali, con una cinquantina di elementi, a cui toccava un ruolo di primo piano. Doveroso inciso, in questa sede null’altro di più, le feste patronali si svolgono anche oggi, ma si tratta di una storia proprio diversa, di proporzioni e concezioni agli antipodi in confronto al passato.
Giacché, a quei tempi, nella ricorrenza principale, di maggiore solennità, che si attendeva con ansia da un anno all’altro, al primo posto dell’organizzazione e del piacere di fruizione, si poneva, giustappunto, l’esibizione della banda, mentre minore interesse era riservato alle luminarie e ai fuochi d’artificio, aspetti, specie gli ultimi, che, al presente, sono invece giudicati di effetto strategico primario, almeno secondo il metro del gradimento da parte della gente.
Del resto, mette conto di ricordare che, allora, TV, radio, telefoni e telefonini, internet, non esistevano, i giornali circolavano appena e in minimi termini.
Insomma, tranne rarissime eccezioni, la gente era nuda e cruda, si relazionava su onde di estrema semplicitò, con il contorno esclusivamente degli umori, dei rumori, delle voci e dei canti degli elementi naturali circostanti: mare, cielo, campagne, uliveti, vigneti, distese di grano e di tabacco.
Sicché, non pareva vera, sembrava un miracolo, l’opportunità di ascoltare e assaporare niente poco di meno che le opere musicali: persone che non avevano neanche potuto completare il ciclo delle scuole elementari, che in molti casi sapevano “fare” solo la firma, con la chance di godersi, almeno una volta all’anno, in 20, 30, 40, 50 ricorrenze di calendario, le note di Rigoletto, Traviata, Trovatore, Aida, Barbiere di Siviglia, Turandot, Norma, Madama Butterfly, Tosca, Elisir d’amore, I pini di Roma, La gazza ladra, Manon Lescaut, fino a riuscire a tenere a mente i passaggi salienti, a fissarli da un appuntamento al successivo.
Su circa 2.000 abitanti, 300/400 anime, la maggior parte in piedi, qualche privilegiato seduto grazie alla gentilezza di compaesani abitanti proprio lì, affollavano la piazza, dal momento in cui risuonavano le percussioni sui grandi timpani per il saluto al maestro che saliva sul podio e sino all’ultima nota dell’esecuzione. Il silenzio regnava padrone, inframmezzato unicamente dagli applausi degli astanti nei passaggi spettacolari di maggiore attrazione.
Si esprimevano sottovoce i venditori di noccioline o di coni gelati o di palle di pezza o di mostaccioli o di cupeta o di zucchero filato. Le giostre con l’ autoscontro, i dischi volanti e le barchette altalenanti, erano addirittura sistemate in spazi un po’ lontani, sempre per non disturbare le suonate della banda.
In Puglia si contavano (magari, sono ancora oggi in attività) moltissime bande musicali, correnti sotto la tonda denominazione di “Concerto Musicale Città di….”, oppure “Gran Concerto Musicale Città di….”, oppure ancora “Premiato Gran Concerto Musicale Città di….”.
Tra di esse, mi piace menzionare quelle che godevano maggiore prestigio: Bari (Maestro Vitale), Lecce (M° D’Ascoli), Squinzano (M° Abate), Gioia del Colle (M° Falcicchio), Conversano, Carovigno, Montemesola, Acquaviva delle Fonti, Noci, Mottola, Nardò (Banda Verde), Mandria, Francavilla Fontana.
Provenivano, invece, da fuori regione (Irpinia), le bande di Sturno e di Montefalcione.
Dicevo, all’inizio, pressoché cinquanta componenti ciascuna, fra cui i mitici e bravi solisti (flicorno soprano, flicorno sopranino, flicorno tenore, flicorno baritono, 1° clarinetto, 1° corno, tutti rigorosamente professori), coordinati da un Maestro e Direttore Concertista, da un Vice Maestro e Direttore Artistico e dal Capobanda amministrativo.
Le bande si spostavano da un posto all’altro, in certi casi percorrendo distanze considerevoli, su vecchi autobus e si acquartieravano, con brandine, cucine, attrezzature e materie prime per preparare i pasti, o nelle aule e nei corridoi delle scuole, oppure negli androni coperti di qualche palazzo signorile: unica eccezione, il Maestro, a beneficio del quale era cercata e trovava ospitalità presso una famiglia del posto.
Molto bello e suggestivo, subito dopo il loro arrivo, il primo giro dei musicanti, in divisa ordinaria, per le vie del paese, e ciò come gesto d’omaggio alla popolazione; poi, un altro attraversamento dell’abitato al seguito della processione con i simulacri del Patrono e degli altri Santi localmente venerati e, infine, la loro esibizione, in uniforme di gala, sulla cassarmonica alzata al nella piazza principale della località, che durava, con brevi intervalli, dal tardo pomeriggio sino alla mezzanotte e oltre, per l’esecuzione delle opere preventivamente “concordate” con il Comitato Festa ed elencate in un comunicato cronologico affisso alla base della cassarmonica stessa.
Ritornando un momento alle attuali feste patronali, qualche giorno fa ho letto che, in una località del Salento, erano andati perduti i files di un computer relativi alla rendicontazione, entrate e uscite, per la festa da svolgersi da lì a poco in quel paese, con la conseguenza di una vera e propria ondata di panico Al che (non so come sia poi andata a finire la faccenda), mi è riapparso davanti agli occhi il vecchio detto in latino, magari maccheronico “Si charta (qui, file) cadit, tota scientia vadit”.
Per fortuna, inconvenienti del genere non si verificavano per niente mezzo secolo e passa addietro.
All’epoca, gruppi di amici, di ogni età e mestiere, si mettevano fra loro d’accordo e “uscivano” per organizzare la festa patronale.
Dette persone, sicure, nella loro coscienza, di rappresentare, senza ombra di dubbio, l’intera comunità e di riscuoterne la fiducia, con pochi fronzoli, nel corso di lunghi mesi, svolgevano un lavoro volontario di grande e lodevole impegno, senza risparmiarsi e senza limiti.
Per iniziare, si curava la presenza domenicale, in piazza, della “cassetta” per raccogliervi offerte dagli uomini che vi convenivano e sostavano per la S.Messa, per un passaggio alla bettola o, semplicemente, per capannelli e chiacchiere, sul più e sul meno, fra gruppi di amici e compaesani.
C’era poi, in concomitanza, il giro, per opera di incaricati disponibili, di tre o quattro “guantiere” per le vie del paese, si bussava agli usci di ogni casa e anche lì donne e anziani deponevano un piccolo contributo.
L’operazione principale consisteva, però, nel lungo e faticoso passaggio casa per casa, la sera dei giorni feriali, da parte di alcuni componenti del comitato festa, finalizzato a raccogliere e annotare, su un apposito registro, la “sottoscrizione” di ciascun nucleo familiare (la somma sottoscritta era materialmente versata nelle mani del Comitato, in prossimità o alla vigilia o la stessa sera della festa).
Ancora, si spedivano centinaia di cartoline con l’immagine del Santo patrono ai compaesani residenti e/o dimoranti fuori, con la delicata richiesta di un contributo che, invero, non mancava di pervenire attraverso apposito vaglia postale intestato rigorosamente al Comitato.
Infine, si raccoglievano manciate di grano sulle aie agricole in occasione della trebbiatura, crie d’olio dai macinanti “particolari” nei frantoi, o quantitativi di vino nei palmenti, o fichi secchi o carrube dai produttori. Merci che, ovviamente, erano vendute e monetizzate.
Così, sul fronte delle entrate.
In parallelo, con un’attenta occhiata ai consuntivi precedenti e alle previsioni d’incasso, si passava a contrattare, primariamente, la banda o le bande, e successivamente gli “apparati” (luminarie) e i fuochi pirotecnici.
Si snodava un continuo e scrupoloso esercizio d’equilibrio fra le colonne del dare e dell’avere, ma, ciononostante, potevano, sporadicamente, emergere situazioni di imprevisti all’ultimo minuto e conseguenti timori di “disavanzi”; al che, nell’animo dei componenti del comitato, si affacciavano anche affanni e preoccupazioni. Nondimeno, alla fine, dominava sempre il principio che, agli impegni, occorreva ad ogni costo fare completamente e puntualmente fronte, sicché, tra le medesime persone, veniva fuori una sorta di parola d’ordine o di giuramento “se dovesse mancarci uno o due milioni (di lire), vorrà dire che ciascuno di noi, in aggiunta a quanto ha già sottoscritto e versato, si farà carico di un’ulteriore tassazione pro quota, in modo da pareggiare e saldare i conti”.
Sicuramente, mai che aleggiassero, per gli interessati, ambizioni di lucro.
Rivedo e ricordo tuttora i volti e le voci dei compaesani che con più spiccata frequenza solevano “uscire” per organizzare la festa patronale al mio paese di nascita. Per un piccolo e silenzioso gesto di riguardo nei loro confronti, desidero citarne i nomi: Costantino A, Cosimo A., Gervasio A., Valerio A., Antonio A,, Costantino C., Amleto M. Antonio M., Salvatore M., Salvatore F., Silvio B, Consiglio B., Remo M., Olivio N., Salvatore N., Adolfo M., Salvatore V.
Un’ultima notazione. Nel mio piccolo centro di riferimento, la festa del patrono S.Vitale ricorre il 28 aprile. Negli anni lontani, come è noto, le stagioni erano ordinate e regolari, al contrario d’adesso, quel giorno si avvertiva, in genere, aria di primavera avanzata e, spesso, la temperatura era decisamente mite, quasi calda. Così, accadeva che, nel primo pomeriggio, dopo il pranzo, gruppi di bandisti, specie se provenienti da paesi dell’entroterra, scendessero a piedi all’insenatura Acquaviva per “prendersi” il primo bagno della stagione.
Un fatto, se si vuole irrilevante, che, ad ogni modo, per noi del posto, specie per noi ragazzini, era un rito. Voleva, in sostanza, significare, se non l’inizio vero e proprio, quantomeno un anticipo dell’estate che di lì a poco sarebbe arrivata in pieno.
8 settembre 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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In vista del prossimo ritorno sui teleschermi RAI dopo le ferie estive, Michele Santoro ha detto, senza mezzi termini, al Direttore Generale dell’emittente di Stato Mauro Masi, che alla trasmissione “Annozero” non cambierà nemmeno una virgola.
Beh, viene spontaneo far notare al pur famosissimo ideatore di programmi e conduttore che un conto è sentirsi, giustamente, forte di una sentenza che sancisce il suo diritto a lavorare in RAI, un conto – ben diverso, che non sta né in cielo né in terra – è considerare la RAI medesima alla stregua di una propria ditta individuale.
5 settembre 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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Notizia di cronaca dal sito web del “Corriere Fiorentino” in data 3 settembre.
Atto primo: per festeggiare l’addio al celibato di un amico, dei buontemponi si stanno recando al ristorante, in centro a Firenze, indossando camici bianchi con scritte scherzose e allusive e trascinando un carrello per la spesa con dentro un grosso pene di gomma seminascosto da una coperta e altri oggetti “giocosi”. La scena è notata dai carabinieri, i quali sequestrano il carrello e il relativo contenuto e denunciano il gruppo, quattordici persone, per atti contrari alla pubblica decenza.
Atto secondo: la Procura chiede il dissequestro del carrello, senza iscrivere alcuno nel registro degli indagati.
Non c’è che dire, verrebbe da rievocare immagini di lucciole scambiate per lanterne, d’avvertire grida di “al lupo al lupo”, laddove, dell’animale, non esiste neppure l’ombra e, più puntualmente e terra terra, da pensare che, nel caso di cui si tratta, i militi della Benemerita, a parte la sensibilità all’eccesso di zelo, non dovessero avere proprio altro da fare.
Certo, in giro accade di peggio. Ad ogni modo, anche questa è Italia.
4 settembre 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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Nel caso di cui si tratta, “Ariacorte” non è una misteriosa parola composta, slogan o sigla di chissà che, ma, semplicemente, l’antica denominazione di un rione, piccola isola situata nella periferia di un altrettanto piccolo paese del sud Salento, delimitato e costituito da appena cinque viuzze: Francesco Nullo, Giacomo Leopardi, Pier Capponi, Isonzo e Piave.
Riandando con la mente a circa sessanta anni addietro, un fazzoletto costellato di case generalmente al livello della strada, salvo poche elevate sino al primo piano, con sottostanti locali adibiti a rimessaggio del traino o a laboratorio di tessitura a mano o a deposito di attrezzi agricoli. Dimore modeste, eppure smaglianti nel loro biancheggiare da latte di calce, soprattutto nido e culla per 35 nuclei familiari, con più di 150 componenti.
Popolo di età eterogenee, da ottuagenari e oltre a neonati e pargoli. Senza retorica, 35 famiglie dal punto di vista della mera numerazione anagrafica, in realtà, nel quotidiano divenire delle azioni e cose, alla luce dei vincoli di amicizia spontanea e disinteressata, di fraternità e di solidarietà, un solo, grande desco allargato.
E, così, a più di mezzo secolo di distanza, quali e quanti, per lo scrivente, i ricordi, ancora vivissimi, di quei volti, di quelle voci, delle lunghe e straordinarie stagioni, giorni e notti, snodatesi e trascorse indifferentemente dentro o all’esterno di quegli usci, porte prive di campanello o di nome, naturalmente dischiuse. La sensazione è di seguitare ad avvertire, saper distinguere e riconoscere i passi di ciascuno, compreso il ticchettio, sullo sterrato, di qualche bastone d’ulivo che accompagnava i più vecchi.
Il rione Ariacorte, nella toponomastica della minuscola località urbana e secondo la tradizione della moltitudine, c’è, sopravvive anche nel presente terzo millennio, e però, senza bisogno di aggiungere altro per porre in risalto la differenza, ora non ha più anima.
E’ vero, residuano 9 delle richiamate 35 famiglie, tuttavia si tratta di termini sparuti, in totale 10 persone, si è praticamente esaurita la continuità e la permanenza dei nuclei originari, circa l’80% delle stesse case è passato di mano, divenuto proprietà di turisti arrivati da fuori. Tanti soggetti nuovi, per la verità tranquilli, quieti e silenti, con prevalenza di giovani, aggraziate ed eleganti donne, le quali soggiornano e si ritemprano da sole oppure con compagno o barboncino a fianco.
Se l’Ariacorte, insomma, pullula di visi e figure nuove e, ad ogni modo, ormai non contiene alcunché della sua essenza pregnante di ieri, v’è, invece, nel medesimo paese, qualche singola sfaccettatura, che non muta, dà anzi l’impressione di travalicare il tempo.
Peppino F, classe 1932, se n’è partito da qui ventenne, dal 1955 vive e risiede nel capoluogo lombardo e, dunque, ha pienamente maturato la cittadinanza e il titolo di milanese. Ciononostante, mai che abbia saltato, d’estate, la vacanza nel borgo d’origine, a dirla con precisione, ora che è in pensione, vi si ferma un paio di mesi.
Ecco, difatti, Peppino, che tutti i giorni, intorno alle sette del mattino, in sella al suo motorino zainetto in spalla, si reca all’Acquaviva per “prendere” il bagno e, verso le 9.30, è già di ritorno a casa.
Inframmezzando l’arco della giornata con contatti e chiacchiere con amici compaesani, nel pomeriggio è poi solito portarsi nel boschetto delle querce della vicina Castro oppure al belvedere lungo la strada per l’Arenosa per qualche parentesi di tranquilla lettura.
Un esempio di bella semplicità di vita, non si è d’accordo?
Se è permesso, si vorrebbe, concludere accennando che in Via Piave, rione Ariacorte, qualche tempo fa, nasceva l’autore delle presenti righe.
1° settembre 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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Piccolo bilancio, personale e privato, di quest’estate che, ancora all’insegna di cielo, mare e clima da favola, sta proiettando il suo ultimo tempo.
Mai successo, ho fatto completamente a meno di radio e TV, dando a malapena una scorsa ai giornali; in parallelo, ho ignorato e snobbato gli innumerevoli e multiformi scenari di svago, sagre gastronomiche e complessi musicali all’apice della pingue messe, che andavano imperversando, di giorno e di notte, tutt’intorno.
E ciò, non per metamorfosi o improvvisa conversione da asceta mistico rivoluzionario, bensì grazie alla costante vicinanza, nella casetta al mare, di una bella nidiata di nipotini, tra i cinque anni e i dieci mesi.
Nell’intento di ben affrontare e tenere animata l’eccezionale compagnia, sono finanche arrivato a farmi aiutare da un carinissimo, purtroppo prematuramente rimpianto, gattino nero, rivelatosi, si pensi un po’, il primo compagno di giochi della più piccola.
Assistente felino a parte, mi sono trovato a svolgere il ruolo, immeritato, di cicerone, dischiudendo lo sguardo e l’innocente sentire dei giovanissimi eredi, alla fatata bellezza del faccione della luna e al misterioso scintillio dei puntini luminosi delle stelle; in particolare, con il nipotino grandicello, ho pure organizzato la posta, al buio sul terrazzo, per l’appuntamento con gli astri cadenti di S. Lorenzo.
Inoltre, ho fatto conoscere alle tenere creature le primizie di qualche frutto stagionale, il sapore dolce e succoso dei chicchi d’uva e il gusto gradevole dei fichi.
Non sono, poi, mancati momenti di autentica meraviglia, mentre si passavano ripetutamente in rassegna i colori dei fiori del giardino. Particolarmente suggestiva, quindi, la bocca aperta dei piccoli di fronte allo svolazzare, con giravolte e piroette, di variopinte farfalle oppure alle corse spedite di timide lucertoline e al volteggiare in alto, fra concerti di cinguettii e/o suoni specifici, di passerotti, rondini, cardellini, pipistrelli e gufi.
Morale della stagione, mi è stato dato, ho avuto il privilegio, di godere, sulla pelle e nell’animo, della prossimità, protrattasi per ben due mesi, di un coinvolgente miracolo di vita, conclusosi con l’apparizione della parola fine giustappunto a cesellare i primi, tentennanti passi di E., la quale, dopodomani, accenderà la sua candelina numero uno.
Fa niente, anzi assolutamente niente, che nel frattempo, per l’autore delle presenti righe, l’intero “altro” mondo circostante non sia esistito proprio.
27 agosto 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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L’autorevole “Financial Times” ha pubblicato le retribuzioni dei manager a capo delle diciassette più importanti banche del mondo: si passa dai 17,6 milioni di dollari per Brady Dougan di Credit Suisse, ai 13,2 milioni per Joseph Ackermann di Deutsche Bank, per “scendere” ai 6,01 milioni riguardanti Alessandro Profumo di Unicredit e ai 5,29 milioni di Corrado Passera di Banca Intesa.
Da parte sua, il “Sole 24 Ore” ha elaborato e reso pubblica la classifica, aggiornata al 2008, dei manager italiani più pagati (compensi monetari figuranti nei bilanci, giustappunto, del 2008). Le prime trenta posizioni hanno per confini gli 8.323.000 euro di Roberto Tunioli di Datalogic e i 3.418.600 euro di Sergio Marchionne della Fiat.
Non c’è che dire, si tratta d’introiti che fanno tremare i polsi al solo scorrerne le cifre. Altro che affermare che è il mercato a dettare tali quotazioni, quasi che il mercato non fosse costituito da noi, anzi da “loro”, stessi.
Quanto, in particolare, all’Italia, è vero che, in fondo, esiste un numero limitato di buste paga del genere; e, però, dati i tempi grigi che corrono, volendo essere realmente seri, sarebbe proprio il caso di usare la falce e tagliare consistentemente, non solo gli emolumenti di ministri, parlamentari e pubblici amministratori. Insomma, basta appannaggi megagalattici, in qualunque campo e settore.
Inoltre, bisognerebbe rettificare drasticamente, al più presto, le aliquote Irpef e gli scaglioni di reddito: ad esempio, per avere imposte effettivamente progressive, oltre 200.000 euro, far pagare non il 43%, ma il 50%, oltre 500.000 euro il 55% e oltre 1.000.000 d’euro il 60%.
Chissà che ne pensa il ministro Tremonti.
24 agosto 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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Ad opera di un nutrito drappello di cittadini, alcuni dei quali personaggi noti e/o autorevoli, è stato recentemente costituito, mediante solenne rogito notarile, un movimento – comitato col proposito di indire un referendum per l’istituzione della Regione Salento.
Nella presentazione dell’evento riportata dalla stampa, si legge che l’organismo in questione “è appena nato, ma già avanza spedito sulle proprie gambe col piglio deciso di chi di strada ne vuol macinarne a chilometri”.
Di grazia, quando mai! La sensazione è, piuttosto, che si tratti di polvere e fumo, di scarica adrenalinica da protagonismo ed esibizionismo: la struttura che si vorrebbe concepire – specialmente in un momento in cui v’è bisogno e urgenza di tagliare o eliminare gli enti e le istituzioni soverchi e superflui, con i relativi insostenibili costi – non sta proprio in piedi, altro che speditezza di passi e chilometrici, fecondi obiettivi.
Ad ogni modo, non si è certamente di fronte ad una novità, ma all’ennesima, arciriciclata pulsione autonomistica.
Parimenti obsoleta, la motivazione che gli “statisti” di queste bande vanno ora adducendo, ossia di conseguire l’affrancamento, una volta per tutte, dalla parzialità dei “baresi”, i quali gestirebbero le risorse pubbliche e indirizzerebbero le iniziative utili, prevalentemente a beneficio della loro area.
E’, questa, un’ ulteriore, grave e pericolosa amenità.
Ammettendo pure che Vendola e compagni (con riferimento all’oggi) indulgano a qualche preferenza, è assurdo, improponibile pensare di spaccare la regione Puglia.
Esistono, infatti, sistemi di ben altra natura, democratici e senza costi, per opporsi ad eventuali ingiustizie o prevaricazioni: già dai banchi del Consiglio e, comunque, sotto forma di argomentazioni serie, di denuncie appropriate, lotte dialettiche ad oltranza, proposte alternative e paritetiche, azioni e materie tutte che, ove davvero idonee, riuscirebbero ovviamente a trovare notevole e favorevole cassa di risonanza con conseguente eco e appoggio da parte dei media, non solo entro i confini dello specifico ambito territoriale, ma anche a livello nazionale e di Governo centrale.
Ciò, ha titolo per definirsi, giustamente, strada, per il resto si tratta di chiacchiere, se non di premesse e fonti per danni e sprechi rovinosi e deleteri, ampiamente al di là dei proclamati e attesi vantaggi post ipotetica scissione.
Semplice notazione geografica, per quel che può significare, non si dimentichi che l’attuale capoluogo trovasi, nel territorio pugliese, in posizione quasi mediana, distando all’incirca 200 chilometri da Chieuti, il comune di confine più a nord e 219 chilometri da S. Maria di Leuca verso sud.
Da ultimo, ma non per importanza e delicatezza, si ritiene di avanzare una notazione di costume: il movimento – comitato in questione è stato ideato e fondato dal leccese Paolo Pagliaro, editore di Mixermedia, un Gruppo che comprende tv e radio private.
Beh, che c’entra, intanto, l’editore Pagliaro con la gestione della cosa pubblica e quale apporto di competenza potrebbe egli conferire alla ipotizzata Regione Salento? E, poi, in caso di sua candidatura ed elezione ad amministratore, dove e come si andrebbe a parare? Si intende forse ricalcare nel Tacco d’Italia – ovviamente su scala proporzionalmente limitata – la così tanto vituperata e combattuta posizione di denunciata conflittualità in cui versa un certo Presidente del Consiglio, il quale è anche imprenditore e editore?
Infine, perché gli illustri personaggi richiamati in apertura, laddove vogliano autenticamente bene alla terra di appartenenza, non orientano, eventualmente, i loro mezzi, le loro doti, le loro capacità e il loro impegno, in assoluto spirito di no profit personale, verso interventi di pubblico interesse inequivocabilmente seri e al di sopra d’ogni sospetto?
15 agosto 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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Perché pensare al Ferragosto solamente come culmine del rito modaiolo delle vacanze estive, con oceaniche migrazioni verso spiagge e monti e interminabili rosari di sagre eno – gastronomiche e feste varie, stile vip e non?
La ricorrenza, a parere di chi scrive, merita considerazione anche sotto l’aspetto di sintesi, di celebrazione intensa e di sublimazione dei sapori, dei gusti e dei piaceri, che la stagione più attesa dell’anno reca con sé.
Fra le godurie per la soddisfazione del palato, occupano certamente un posto d’eccellenza i fichi, senza, beninteso, tralasciare, in parallelo, gli omonimi frutti di genere femminile.
Fra le due apparentemente identiche accezioni di specialità, mette ovviamente conto di fare non pochi distinguo, fra cui uno con sfaccettature del tutto particolari.
I primi, ossia i fichi, risultano, ormai da molti anni, portatori di un handicap non indifferente: ancora prima di raggiungere lo stadio di maturazione, diventano, purtroppo in notevole quantità, verminosi, marciscono dentro e cadono in un poltiglioso guazzetto ai piedi dell’albero.
Provvidenzialmente, una iattura analoga, non si verifica, nemmeno un po’, per le “gemelle” dell’altro genere, le quali tengono e campeggiano bene in auge, proprio specialmente d’estate.
Ritornando alla precipitazione dei fichi, sembra che la relativa causa vada ricercata nell’abbandono da parte dell’uomo – contadini, agricoltori o semplicemente proprietari di detti alberi da frutta – di una vecchia, buona abitudine, consistente nel proteggere e cautelare l’ingrossamento e la maturazione dei succulenti frutti, mediante il ricorso ad un sistema naturale, quello dei “brufichi”, in corretto termine agricolo – tecnico, caprifichi.
Nelle campagne, crescevano e, per la verità, tuttora crescono esemplari di piante di fichi selvatici (maschi?), i cui frutti, in dialetto “scattareddri” o “brufichi” , non arrivano mai a piena maturazione, registrando appena un rigonfiamento verso l’autunno e, ad ogni modo, non sono commestibili.
E però, i “brufichi” hanno svolto per secoli un ruolo determinante a beneficio della produzione e del sano raccolto dei fichi commestibili e gustosi.
In primavera, i contadini si procuravano discreti quantitativi di “brufichi” o “scattareddri”, passando poi ad appenderli, due o tre per ciascuna pianta, ai rami dei fichi “buoni”.
Di buon mattino, i “brufichi” così penzolanti aprivano leggermente il loro muso, da cui fuoriusciva un insetto, lo “zampagnulo”, che, una volta all’aria aperta, si metteva a ronzare ore e ore, a mo’ di sentinella, intorno all’albero carico di copiose quantità di frutti maturandi.
In tal modo roteando, lo “zampagnulo” sembra che riuscisse a tenere alla larga, dalla pianta di sua competenza, ogni altro tipo d’insetti, compresi quelli che, di solito, pizzicano i fichi e portano dentro ai medesimi sostanze dannose che ne provocano, giustappunto, il marcimento, la rovina e la caduta.
Al compimento della mattinata, lo “zampagnulo” rientrava puntualmente nel suo alloggio all’interno del “brufico” o “scattareddru”, che dischiudeva opportunamente, per qualche istante, il muso, per poi rinserrarlo.
Quanto riferito può apparire uno scherzo, un procedimento approssimativo e poco serio, forse anche per colpa dell’ignoranza dell’osservatore di strada scrivente (nei manuali tecnici, si parla di impollinazione, di insetti che portano polline da frutti maschi e fiori femminili); una cosa è comunque certa, il sistema funzionava immancabilmente e inappuntabilmente.
Fino a che c’è stato il ricorso ai “brufichi” con i loro benedetti “zampagnuli”, non succedevano le misere ecatombe di fichi d’oggi giorno.
Domanda: non sarebbe il caso di far ritorno all’antico?
14 agosto 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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Non ho dovuto aspettare questa sera per essere spettatore delle auspicate saette, solcanti lo sfondo blu fra miriadi di puntini scintillanti.
La “mia” stella cadente, è giunta in pieno mattino di S. Lorenzo: l’ho trovata, al rientro dal solito giro in motoretta, adagiata ormai immobile, caduta, a ridosso del muretto del cancello della casa delle vacanze, del giardino, eletto ad arena di corse, salti, dietrofront e cascate di fusa.
Agosto, tempo di mare, di distese amate: non provo vergogna ad ammetterlo, oggi le ho idealmente alimentate con qualche lacrima.
10 agosto 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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Senza partire da troppo lontano e offrendo appena qualche assaggio: caso Marrazzo, scandali grandi opere e protezione civile, invenzioni del pentito Spatuzza, gentile strenna all’ex ministro Scaiola, donne a gogo per il Premier, intrallazzi con giro di soldi e di pelo nella sanità pugliese e, ultima chicca, un pied a terre a Montecarlo per il fratello della compagna di Fini.
Non c’è che dire, nel nostro Paese, il corso delle cose va assumendo, giorno dopo giorno, connotati vieppiù surreali, sconcertanti ed equivoci.
Vicende e protagonisti (si fa per dire), anche di gran portata e di grido, si pongono, s’affacciano e interagiscono alla stregua di una sfilata, di un interminabile corteo di mascherine: talune di colore bianco, altre nere, a simboleggiare, rispettivamente, verità – sempre di meno – e fanfaluche.
A qualunque campo o orizzonte o schieramento si volga lo sguardo, si ha la sensazione che siano completamente scomparsi i valori e i “ruoli” fondamentali, i fattori imprescindibili e i cardini d’ogni giusto equilibrio e corretta competenza.
Si riempiono copiose pagine di carta stampata e cospicue porzioni di notiziari radio televisivi, spesso col pennacchio di firme e commentatori illustri, e però con netta prevalenza di tiritera dejà vu che sanno di nulla e si snodano stancamente, stufando.
Tanto è che, alla fine, le sequenze e i resoconti, ancorché passando attraverso descrizioni analitiche e dettagliate, si rivelano, sopra ogni altra cosa, specchietti di mera superficialità: insomma, non si bussa all’uscio dei fatti col preciso e doveroso intento di scrutarvi dentro.
Riflessioni teoriche? Magari!
Il guaio è, purtroppo, che le antiche canoniche cadenze del martedì e giovedì grasso e dell’ultima domenica precedente le Ceneri, sembrano essere state assorbite e assimilate da tutti, indistintamente tutti, i 365 fogli del calendario.
E, ancora una nota di tristezza, mentre le tradizionali mascherine d’una volta irradiavano allegria e facevano sorridere, quelle della presente quotidianità suscitano sentimenti di rabbia e sconforto.
7 agosto 2010
Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it
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