Scritto da rocco in Senza categoria

 

Stamani, la tonalità cromatica della distesa d’acqua, parimenti familiare e cara, si mostra così tanto intensa, uniformemente intensa, di un azzurro eccezionale e straordinario che nessuna mescola, anche la più abile, potrebbe mai creare.

E’ un colore che dà l’impressione di disporre di una voce propria, di voler comunicare e raccontare rosari di emozioni e d’incanti, diffusi su ogni triangolo di quella superficie, e/o serbati, invisibili e intangibili e però accattivanti allo stesso modo, nell’imo, dentro le profondità della massa liquida.

La specialissima nuance richiama la tinteggiatura delle volte di talune basiliche e la tonalità delle vesti di antiche e artistiche figure di Madonna, su cui non solo lo sguardo, ma finanche l’omaggio del contatto delicato della mano del visitatore devoto, si volgono e si pongono con riguardo, delicatezza.

Al di sopra di tale magico e avvincente strato, vanno alitando refoli di vento da nord, intensi, vivaci, continui, senza strappi, quasi il respiro profumato dei sapori del miglior luglio che si appresta a compiersi.

Neppure l’ombra, la minima ombra, di nubi.

In siffatto contesto, prende l’abbrivio il minuscolo e slanciato battello sormontato da altrettanto piccole vele, colorate d’amaranto.

Andar per mare così, è un tripudio in grembo alla natura, col sussultare leggero dello scafo, il taglio carezzevole della pinna lungo lo spessore delle onde che, festose, si lasciano cavalcare, una sinfonia composta di suoni d’aria e di mare che s’instaura e si diffonde tutto intorno.

Si guadagnano spazi verso l’orizzonte con rara sveltezza, assecondata dall’obliquità dello scafo, si svaria fra la Torre d’Andrano e Porto Miggiano, mentre i due magnifici capi che si pongono a colonne delimitanti il Canale sembrano scrutarsi e sorridersi l’un l’altro nella loro interezza nitida.

Nel frattempo, sullo sfondo dell’accennato orizzonte, prendono a stagliarsi, via via meglio definiti, i contorni e poi i rilievi particolari della costa di fronte, delle altre terre, tanto prossime, quanto, fino a ieri, distanti, oscure e inaccessibili.

I pescatori, sollevando gli occhi sull’apparizione a portata di mano della riva al di là, sono soliti, e non si sbagliano, configurare ormai prossimo il mutamento del vento, il cambio di quadrante.

E difatti, ora che è sera, si annusa già il soffio molle dello scirocco.

Da Castro, sud Salento.

 

30 luglio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

Comments 1 Commento »

Scritto da rocco in Senza categoria

 

 

Ma quali iPhone, iPod e iPad! Da queste parti, è venuta fuori un’invenzione a dir poco strabiliante, che suscita curiosità, interesse e attrazione già con il titolo “Sagra della carne alla turca”.

 

Solennemente definita dagli organizzatori prima sagra sui generis, gli ingredienti a beneficio del palato sono: straccetti di carne suina, funghetti, peperoni gialli, curry.

 

L’evento si svolgerà a Surano, paese del sud Salento, il 3 agosto.

 

Finisce così, come richiamo geografico, l’isolamento del noto detto “Mamma, li turchi”. Ad ogni modo, provare, ossia accorrere in massa, per credere.

 

28 luglio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

Comments 1 Commento »

Scritto da rocco in Senza categoria

Eccezionale, quanta bella gente accorsa ad un evento culturale! E’ la prima considerazione che, sospinta da un moto di semplice e spontanea naturalezza, si accende dentro, all’arrivo nei giardini pubblici della città di Nardò, cornice magnifica, del tutto degna dell’attiguo e splendido Palazzo Personé, in cui hanno sede gli uffici e i servizi della civica amministrazione.

E’, questa, la location intelligentemente scelta, non a caso, per la presentazione del settimo numero della rivista “Spicilegia Sallentina”.

La sera è ancora giovane, si registra il magico connubio fra il buio che spinge per avanzare e i residui bagliori post crepuscolari che sembrano voler resistere; ciò, mentre, in alto, vanno affacciandosi e si propongono a testimoni nugoli sempre più folti di lumicini scintillanti, immaginario tappeto a specchio, intrecciato da milioni di nodi e su cui si riflette il maturo e caldo faccione della luna, a sua volta levatasi a curiosare con una frazione di tempo d’anticipo.

Ambientazione oltre modo suggestiva, coniugata con un’eccellente opera organizzativa: modernissimi mezzi per la visualizzazione di testi ed immagini su un grande schermo, terzetto di musici, pianoforte, sassofono e contrabbasso, sistemato sotto l’osanna al centro dei giardini.

Dopo l’introduzione del presidente del caffè letterario neretino e il saluto del rappresentante del Comune, ecco snodarsi, a cura dei responsabili della rivista, Marcello, Francesco e Roberto (sinceri complimenti!), l’interessante e seguitissima presentazione dei testi, arricchita con la declamazione dal vivo, da parte degli autori, di alcune poesie contenute nella rivista medesima e inframmezzata da piacevoli stacchi musicali.

Unanime l’apprezzamento per l’insieme del programma, chiuso con un rinfresco e il ritiro, dai banchetti appositamente allestiti, delle copie della pubblicazione.

Non c’è che dire, il comune osservatore di strada che scrive ha avuto la sensazione e avvertito il privilegio di sedere in un’ideale agorà, pregna di passione per la storia, le usanze le bellezze naturali e il patrimonio artistico della terra salentina: preziosi frammenti di cultura e civiltà, spesso nascosti, abbandonati e/o sconosciuti, ma di valore intramontabile, estrinsecati, esposti e mostrati, con amore e  arte,  attraverso puntuali  saggi e resoconti  e splendide fotografie e illustrazioni iconografiche.

L’immagine ideale dell’agorà, fatta eminentemente di anima antica, si traduce in parterre concreto di corrente, per lo meno recente, attualità, mediante l’accostamento all’aia dei campi e dei contadini di ieri: luogo, a modo suo, sacro, giacché scenario della raccolta dei frutti della terra, dopo stagioni di dure fatiche.

I covoni di grano sparpagliati sul pavimento circolare di pietre vive e poi calpestati dai zoccoli metallici di un prestante cavallo, il quale dava l’impressione di compiere quel lavoro a girotondo, non con rassegnazione e mero sforzo fisico, bensì con allegro ottimismo, a voler quasi condividere e avvalorare l’ansia e le aspettative dell’agricoltore per un fecondo esito.

E, dopo il quadrupede con grande pietra a traino finalizzata a meglio triturare le spighe, ecco, di seguito, l’opera dei “ventilatori”, non strumentazioni elettriche o meccaniche, bensì braccia ancora una volta di contadini che, servendosi di lunghi forconi di legno, lanciavano in aria la materia prima triturata e frammista, affidando ai refoli del vento la selezione fra preziosi chicchi di grano o altri cereali e la pula, le pagliuzze, la polvere.

A conclusione della festa agricola, un immancabile rito, a casa del proprietario della messe, era imbandita una grande, seppure spartana, tavolata con fumanti coppe di pasta, immancabilmente fatta in casa e insaporita con fresco ragù di pomodoro.

Quella cena in comitiva costituiva l’unica, ma egualmente appagante, mercede per i lavoratori, i quali, beninteso, per la “ientulatura” si scambiavano vicendevolmente le braccia in regime di assoluto volontariato.

In chiusura di queste note, piace, allo scrivente, soffermarsi un attimo sulle intitolazioni “Spigolature salentine” e “Spicilegia sallentina”, assegnate, nell’ordine, al sito web e alla rivista letteraria, e, richiamare, in particolar modo, il significato del termine “spigolare”, ossia “raccogliere le spighe rimaste sul terreno dopo la mietitura”.

Un lavoro modesto, cui attendevano soprattutto le donne salentine d’ogni età, le quali, schiena ricurva sotto il sole, racimolavano piccoli fasci di cereali. Certamente, non raccolti tali da essere portati sull’aia, ma da “lavorarsi” direttamente nel cortile di casa, prima mediante sfregamento delle spighe fra le mani e ottenimento di poveri mucchi di chicchi e, successivamente, mediante frantumazione dei medesimi, mediante una pesante lunga mazza di legno azionata in verticale nella cavità, diciamo così, di un grosso mortaio di pietra, detto “stompu”.

Dalla bollitura di tale “macinato”, si ricavava un alimento semplice, alla buona, nondimeno nutriente e utile.

Di “stompi”, viene alla mente quello presente nel cortiletto retrostante alla modesta abitazione della zia Amalia, moglie di zio Luigi, a sua volta fratello della nonna Consiglia: pia e santa donna, la zia Amalia, se ne volò nella magione del Creatore delle messi esattamente il giorno dell’Ascensione, in uno degli anni intorno al 1950.

Per chiudere, la copertina del numero testé uscito di “Spicilegia Sallentina”, contiene la foto dell’interno di una torre colombaia, ripreso dal basso, con le caratteristiche cellette, un’immagine invero assai familiare per lo scrivente: difatti, a Marittima,  sulla via vecchia per Andrano, si erge ancora oggi un “palummaro” e, in anni lontani, transitando nei suoi pressi, s’udivano risuonare insistenti le voci di folti stuoli di piccioni che, alla sensibilità di noi ragazzi, parevano dire, innocente suggestione,  “Gesù, Gesù!”

 

25 luglio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

Comments Nessun Commento »

Scritto da rocco in Senza categoria

 

“E la chiamano estate, questa estate senza te”, così declamavano, e ancora oggi declamano almeno per gli amatori, le note del forse più classico e indimenticabile pezzo di Bruno Martino: chiaro e accorato il rimpianto, a motivo dell’abbandono, comunque dell’intervenuta assenza di una Lei.

Stamani, in una pausa dall’attuale servizio permanente effettivo di nonno “addetto” alla nipotina ultima arrivata, ho fatto un salto al laboratorio di analisi del vicino ospedale di zona, al fine di ritirare i risultati del tagliando di routine, cui sono solito sottopormi una/due volte l’anno.

Nel percorrere gli spazi interni del grande complesso sanitario, lunghi corridoi, sale d’attesa, sportelli di prenotazione, ascensori e vani antistanti, fortunatamente resi confortevoli dall’aria condizionata, sono rimasto colpito dal considerevole numero di persone, d’ogni età, ivi presenti e stazionanti, vere e proprie folle di popolo.

Tanti corpi e tante anime, nondimeno un’atmosfera d’insieme composta e silenziosa, senza alterazioni di chiacchiericci e conversazioni ad alta voce, immune finanche dagli ormai imperanti, diffusi e fastidiosi trilli e suoni dei cellulari.

Scena, se  non proprio inimmaginabile, perlomeno strana, specie in relazione all’attuale parentesi stagionale, ovvero piena estate, solitamente accostata a immagini di mare, nugoli di bagnanti sulle spiagge, gruppi di camminatori o escursionisti in montagna, code di macchine sulle autostrade, all’arrembaggio e nell’ottica del divertimento e del relax.

Di fatto, invece, per molti, la contingenza è un’altra.

Due semplici richiami, distinti per tempi e modalità d’azione, e però entrambi, a parere di chi scrive, di assoluta attualità.

Anche le ricorrenze per antonomasia – Natale, Pasqua, Ferragosto, compleanni, onomastici, parentesi di ferie, svaghi, viaggi e vacanze – serbano, per taluni e non pochi, contenuti, situazioni, emergenze, segni e volti, avulsi e esulanti dalle definizioni, classifiche e vocazioni abituali e modaiole.

Non sempre si snodano, lungo il calendario esistenziale, unicamente alla stregua di gustosi e piacevoli fumetti, accompagnati da nuvolette dal caratteristico contenuto rosa, ma racchiudono, spesso, un’anima che, per imprescindibili leggi della natura o dei grandi numeri, è connotata da colore diverso e…assai lontano.

 

22 luglio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

 

e.mail: rocco_b@alice.it

Comments Nessun Commento »

Scritto da rocco in Senza categoria

 

Sembra accadimento di ieri, eppure ben dodici calendari si sono succeduti dal mio passaggio, diciamo così, a vita privata, dopo circa un quarantennio di attività lavorativa, e dal contestuale ritorno nel minuscolo e defilato mondo dove sono nato.

Pastorizza sta per denominazione del fondo su cui insiste la mia casetta con pineta, dimora stabile in primavera e d’estate, approdo del weekend durante le restanti stagioni.

E’ Pastorizza per tutti i compaesani, giacché su questo triangolo di terreno, gli antichi proprietari, fino a mezzo secolo fa, solevano mandare a pascolare la loro piccola mandria, in gergo dialettale murra, di ovini.

Per la precisione, ve ne erano quattro, di murre, facenti capo ad altrettante famiglie benestanti, materialmente affidate a “pecorari”, i quali ultimi, in contropartita della cura continuativa agli armenti, ricevevano – unico loro salario – una quota (non ricordo se la metà o una misura diversa) del formaggio prodotto dalle mandrie e del ricavato dalla vendita della lana e degli agnellini.

Serbo ancora vivi nella memoria i volti e i nomi dei “pecorari”, Rocco, Saverio, Luigi e compare Tommaso, anche se i medesimi, da un bel po’, si sono insediati su pascoli ben più in alto, ma sempreverdi.

Da quando ho scelto di divenire eremita – tale, almeno per via dell’isolamento e della lontananza dai figli – ho avvertito un nuovo bisogno, ossia a dire disporre della compagnia di un gatto.

Così, se ne sono già alternati sei, maschi e femmine, in prevalenza di pelo nero e occhi da favola, e però con due eccezioni, esemplari parimenti fantastici, rappresentate da un persiano e un certosino.

Non impongo un nome ai miei gatti, sono e li chiamo semplicemente micio o micia; do loro, bensì, affetto, attenzione, compagnia, assistenza e, a dir la verità, i cari amici mi contraccambiano oltre misura.

Alla loro presenza e vicinanza, ho trascorso momenti lieti e meno, ho visto ovviamente venire alla luce micetti e ho sofferto di qualche misteriosa sparizione e/o epilogo tragico.

Mentre, in precedenza, erano i miei figli e i nipotini più grandi – durante le vacanze estive – a partecipare alla coabitazione con i simpatici e giocherelloni felini della Pastorizza, quest’anno, nella casetta al mare, è presente un batuffolo biondo, la nipotina ultima nata, la quale festeggerà la sua candelina numero uno a fine agosto, insieme ai genitori e ai nonni.

E’ immediatamente e con naturalezza spuntata una bella, semplice e simpatica amicizia, intesa e complicità fra E. e l’attuale amico a quattro zampe, dal solito pelo nero e dotato di due azzurre e vispissime pupille da sbirro.

Così, gli occhi del ragazzo di ieri che scrive, adusi nel tempo ad allietarsi di fronte a cascate di fusa, salti, scalate agli alberi, rincorse, capriole, goffi e avventurosi agguati alle farfalle, hanno al presente un motivo in più, speciale, per tendere a sorridere ed illuminarsi, ciascun mattino segna una nuova e insolita scoperta di compagnia e giocosità.

E, intanto, va scorrendo anche l’estate 2010, aggiungendo un ulteriore petalo al già consistente bouquet di stagioni calde e piene che si trovano ormai alle mie spalle.

Nondimeno, per buona sorte, la vita racchiude ancora un senso e un significato: valori che avverto e percepisco dentro, con eguale intensità e nitidezza, come specchiati sulla trasparente distesa di questo mare che dà la sensazione di volerti parlare e sullo sfondo blu intenso del cielo, particolarmente alle prime luci dell’alba e tra i lumicini scintillanti della sera.

 

14 luglio 2010

 

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

Comments Nessun Commento »

Scritto da rocco in Senza categoria

 

 

Il 10 luglio 2007, rivolgendomi a Luigi Carrozzo, da poco eletto primo cittadino di Castro, oltre formulare gli auguri di buon lavoro, scrivevo in particolare:

 

“E’ urgente, Signor Sindaco, anzi improcrastinabile, soffermarsi sullo stato di un’importante strada del Suo Comune, Via IV Novembre: le condizioni del manto stradale sono, a dir poco, pietose, si fa fatica a trovare un metro quadrato integro, si corre, anzi si sobbalza, su un’interminabile serie di bitorzoli, avvallamenti, buche rattoppate male, avvallamenti pericolosissimi, insomma Via IV Novembre è assolutamente impercorribile e, da un momento all’altro, ci scapperà l’incidente, in aggiunta ai continui e seri danni e patimenti per automobilisti e motociclisti e, ovviamente, per i veicoli“.

 

A distanza di tre anni, peraltro occorsi ai fini della messa a punto di una serie di importanti servizi pubblici a beneficio della popolazione e degli ospiti (metano, fognatura eccetera), con sincero compiacimento e sperando che queste righe abbiano il massimo spazio di risonanza possibile, ritengo opportuno porre in evidenza che le principali strade di Castro, fra cui giustappunto Via IV Novembre,  dal centro storico sino alla marina e al porto, sono ora sistemate a puntino.

Si ha, quindi, modo di accedere alla Perla del Salento e di attraversarne e goderne gli angoli magici, agevolmente e dolcemente.

L’auspicio è ovviamente che, per il futuro, la manutenzione viaria sia sempre considerata fra le priorità e, soprattutto, che eventuali, anche minimi, interventi o lavori  con impatto sulle sedi stradali, siano rigorosamente e immediatamente seguiti – sotto la severa vigilanza degli amministratori, della polizia urbana e degli stessi cittadini – da opere di ripristino a regola d’arte.

 

Intanto, grazie professor Carrozzo, per il felice approdo del percorso di navigazione strade.

 

11 luglio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

Comments Nessun Commento »

Scritto da rocco in Senza categoria

B., compaesano fra i settanta e i settantacinque, è vedovo ormai da lunga pezza.

Vive, da solo, nella vecchia, ancorché rammodernata, casa della “Rua” ,dove ebbe i natali (per inciso, a beneficio dei più giovani, merita di ricordare che una volta i parti non avvenivano in ospedale o in clinica, bensì nel “letto grande” domestico, con l’assistenza della levatrice e delle familiari e parenti di sesso femminile già mamme) e abitò a lungo insieme con i genitori e i numerosi fratelli e sorelle.

E’ solo, giacché l’unico figlio, per ragioni di lavoro, si è stabilito in una capitale estera e ritorna da queste parti esclusivamente in estate e in qualche altra sporadica occasione.

Indubbiamente, a B., memore della cospicua compagnia dei tempi andati e delle lunghe stagioni trascorse a fianco della consorte e del loro unigenito, deve pesare molto l’attuale solitudine, tanti e tanti pensieri e riflessioni gli suscita, di giorno e di notte.

E però, temprato alle difficoltà, talvolta finanche alla durezza, esistenziali, egli non si abbatte, non si lascia andare, snocciolando la rievocazione e alimentandosi dei ricordi lontani e vicini e sforzandosi di reagire con equilibrio e, per quanto possibile, serenità, una rotazione d’orologio dopo l’altra.

Stamani, mentre giravo in motoretta, ho colto B., riconoscendolo subito da tergo, nell’atto di procedere lentamente, in sella ad una vecchia bicicletta, forse della sua stessa anzianità, in direzione del locale camposanto, una mano appoggiata sul manubrio e la seconda reggente un piccolo vaso in plastica con una piantina verde fiorita.

Chiaramente, destinataria di quel viaggio e della semplice, carinissima attenzione era la moglie.

Sono sfilato oltre il compaesano ciclista speciale in assoluto silenzio, non senza, tuttavia, avvertire e immagazzinare, nel profondo, un intenso coinvolgimento.

 

9 luglio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

Comments Nessun Commento »

Scritto da rocco in Senza categoria

Basta soffermare brevemente lo sguardo nel giardino di casa, in campagna, sul terrazzo, nella veranda, lungo i tronchi e i rametti degli alberi, in ogni dove, anche nel sito più strano e defilato (pare che abbiano scalato altissimi grattacieli, conquistando gli angoli di esclusive suite): se ne scorgono a vista d’occhio, a milioni, anzi a miliardi.

Quasi che la specie, negli ultimi lustri, avesse subito un’immane esplosione, moltiplicandosi addirittura in termini incommensurabili.

Minutissime e in quantità, dunque, senza limite, un po’ come, stando ad una tradizione millenaria, si sono considerati i granelli di sabbia del mare e degli oceani.

Per richiamo d’inevitabile e automatico paragone, si affacciano alla mente, in tutt’altra uniforme e densità, gli omologhi esemplari dei tempi andati: consistenti, formosi e robusti, ma tali da poter essere contati, controllati, indirizzati verso percorsi non marcati da passi e presenze di umani.

A voler pensare semplicemente ad un boom demografico, si otterrebbe una risposta non fedele e una visione riduttiva, giacché, rispetto all’attuale stato dell’arte, sul fronte formiche, ci deve essere, senza alcun dubbio, il concorso dell’animale auto definitosi “intelligente per eccellenza”, incidono le ripercussioni delle di lui abitudini, sotto forma, ad esempio, di consumi esageratamente al di là del necessario e del sobrio, di abnormi avanzi di cibo e alimenti abbandonati negligentemente in giro, di spargimenti indiscriminati di briciole e non solo.

Il che, ha, in certo senso, finito con l’assecondare, nel genere, fenomeni di plurima riproduzione su basi di sei zeri e ha, in pari tempo, stimolato in modo inspiegabile gli apparati sensitivi di queste minuscole creature.

Si provi a spargere semplici frammenti di umore su un filo utilizzato per stendere la biancheria, teso fra due punti di presa distanti e a qualche metro d’altezza dal suolo: le formiche, per effetto, giustappunto, di misteriose antenne olfattive, ne acquisiranno avvertenza e, in un baleno, si porteranno sulla cordicella, ricoprendola con andatura e tenuta sciolte, da acrobati espertissimi.

Per sommi capi e con un pizzico di fantasia e immaginazione, sulla moltiplicazione e la presenza delle formiche si è bello detto e fatto.

A questo punto, passando ad un altro “genere”, come non procedere ad un sincero e coscienzioso outing, accorgersi e rendersi conto delle innumerevoli, se non infinite, moltiplicazioni di certi orpelli, anch’essi inimmaginabili sino a ieri, spesso inutili e dannosi, a fianco dell’uomo, penetrati ormai in forma integrante nella sua stessa vita?

E’ sufficiente prendere a citazione i cellulari e le schede e cartelle relative a “gratta e vinci” e scommesse varie e si raggiunge, agevolmente, la densità della popolazione formiche.

Si passi la stranezza, e però, forse, vale la pena di riflettere.

Variando nettamente, se è permesso, sul tema, al colmo di una caldissima mattinata di luglio, è capitato d’incontrare, diciamo così, un formichiere eccezionalmente saggio, grande e ben definito, simbolicamente multiplo delle sopra citate operaie di una volta: camice di medico, specialista cardiologa.

Interpellata da un non addetto ai lavori, quale è lo scrivente, circa l’opportunità o meno di sottoporsi, in mezzo a tanta afa, a un “holter pressorio”, ossia a quell’indagine che può rivelarsi utile per far emergere eventuali sbalzi latenti, specie nella fase notturna, nella gradazione arteriosa, la citata professionista ha con estrema franchezza risposto ”farlo durante questa stagione e sotto temperature altissime, è totalmente inutile (salvo beninteso particolari urgenze diagnostiche), e ciò a causattuale stato dell’to all’nte ad un boom demografico, si otterrebbe una risultanza e una cisione ssi e presenze dfi umasni della naturale accentuata azione vaso dilatatoria del caldo; tutti i livelli di pressione arteriosa, compresi i soggetti esposti e a rischio, emergerebbero in valori normali o artificiosamente contenuti”.

Ammirevole, in questo medico formichiere, l’onestà intellettuale e professionale, certamente abbinate ad indiscussa onestà umana, doti che, ad ogni modo, hanno nettamente prevalso, una volta tanto, sulla “corsa al fatturato” in favore della casa di cura d’appartenenza.

Bravo, medico formichiere!

 

8 luglio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

Comments 1 Commento »

Scritto da rocco in Senza categoria

Con la motivazione, invero reale, di dover assistere ad alcuni interventi di riordino nel giardino attiguo alla casetta delle vacanze, mi sono concesso una breve pausa, appena quarantotto ore, evadendo così dalle quotidiane abitudini personali fra le pareti domestiche e allontanandomi, in abbinata, dai frastuoni, dalle chiacchiere noiose, dalle beghe, il più delle volte senza senso, che caratterizzano la vita e la cronaca cittadina.

 

Dall’esperienza, grazie anche alle eccellenti condizioni atmosferiche, ho potuto trarre profondo apprezzamento, rendendomi soprattutto conto – credetemi, ogni tanto c’è proprio bisogno di una riflessione del genere – come, in fondo, sono sufficienti limitate e semplici scansioni ed azioni, durante il giro dell’orologio esistenziale, per riuscire a sentirsi appagati dentro. Invece, di quanti inutili e superflui fronzoli siamo soliti, ahinoi, circondarci, ormai senza neppure accorgercene, durante le nostre comuni giornate!

 

Come più immediato effetto della “fuga”, confesso di essermi trovato a lungo, con soddisfazione, ad ascoltare il silenzio, la melodia della mancanza assoluta di rumori all’intorno, tranne solo l’andirivieni a volume bassissimo dei miei respiri e lo scivolamento dei miei pensieri.

 

Mi è sembrato quasi una magia il poter cogliere distintamente – sotto il palmo della mano adagiato sul petto, esercizio non consueto – il tum tum ritmato del cuore; distinguere oltre la finestra, a guisa di note sottili ma non meno armoniose, il fruscio delle foglie argentee degli ulivi e, in un più distante sottofondo, lo sciabordio delle onde leggere sugli scogli bruni per via dell’usura millenaria. L’effetto è stato di ritornare, d’incanto, in un’atmosfera di quiete con me stesso, di avvertire una sensazione oltre qualsiasi gioco emotivo.

 

Il provvisorio isolamento, o lieve esilio, mi ha infine dato modo di scorgere ancora una volta, partecipando alla messa festiva, la dolce e giovane figura di R., ragazza non vedente sin dalla nascita e perciò burocraticamente definita “persona diversamente abile”. Nel caso specifico, la codifica è impropria e non corrispondente affatto alla realtà, giacché R. non è aiutata, è vero, dalle pupille, ma ha la capacità di sopperire a ciò con le sue spiccatissime doti interiori di sensibilità, discernimento, autodeterminazione e forza di volontà, riuscendo, alla fine, addirittura meglio di noi “normali”: legge benissimo, lavora al computer, durante la stagione estiva, nella bellissima località di villeggiatura dove abita, presta inoltre attività sotto forma d’informazioni e accoglienza ai turisti.

 

Anche il rinnovato impatto con R. mi ha dato molto appagamento in questi giorni di autonoma abdicazione al tran tran  delle abitudini.

 

 

5 luglio 2010

 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

Comments Nessun Commento »

Scritto da rocco in Senza categoria

 

Suscita meraviglia, sbalordimento e, in certo senso, riprovazione materiale e morale, il contenuto dell’intervista rilasciata al “Corriere” (edizione di venerdì 2 luglio, pagina 8) da un giovane uditore giudiziario, per gli addetti ai lavori, MOC – Magistrato ordinario in tirocinio, fresco vincitore di concorso e da poco in servizio a Roma.

Il personaggio in questione definisce basso e inadeguato il suo stipendio iniziale di 2340 euro netti mensili (4.530.000 vecchie lire), destinato a passare, fra un anno e mezzo, se il periodo di “prova” sarà ritenuto positivo, a 2.900 euro netti (5.616.000 vecchie lire) e suscettibile, dopo altri due anni e mezzo e una seconda verifica, di un ulteriore incremento non precisato.

Egli si preoccupa, poi, di incappare in qualche taglio e/o congelamento connesso con la manovra finanziaria impostata dal Governo e séguita sostenendo che l’indipendenza e l’autonomia della magistratura si “difendono anche con una remunerazione dignitosa”, in ciò prontamente smentito, per la verità, addirittura da parte del Vice Presidente del CSM Mancino.

Conclude, infine, dichiarando testualmente “non si può scendere sotto certi livelli di retribuzione, guadagnare meno dei dirigenti pubblici”, con il rischio che, così, i giovani di valore non sceglieranno la magistratura.

Pur considerando e comprendendo l’età – 32 anni – dell’intervistato, si ritiene di fargli notare che chi assume un compito così delicato è indispensabile che abbia, soprattutto, spiccate doti di umiltà, prudenza, buona creanza ed equilibrio, astenendosi, comunque, dall’andare a calarsi, in questo caso maldestramente, nel giardino del prossimo.

Sa, il giovane di cui trattasi, quanto guadagna un professore di liceo con diversi anni di servizio? Assai meno di 2.340 euro. A tale cifra, arriva appena un preside.

Sa, ancora, dopo quanto tempo si consegue, normalmente, la nomina a dirigente nella pubblica amministrazione? 15, 20 anni, se non di più, e i fortunati che raggiungono tale traguardo sono mosche bianche, pressappoco come gli aspiranti magistrati che superano il concorso.

Da ultimo, si ravvisa l’opportunità e l’utilità di far giungere al giovane intervistato uno spassionato e disinteressato suggerimento, tanto piccolo e semplice, quanto fondamentale per la strada che ha intrapreso: si curi, sì, della sua busta paga, ma pensi, nello stesso tempo, alle tutele, alle guarentigie e ai privilegi – unici – di cui gode e, ciò che conta e gli farà onore maggiormente, orienti i propri sforzi, impegni ed attenzione verso l’obiettivo di essere un buon giudice.

 

3 luglio 2010 

 

Rocco  Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

Comments Nessun Commento »

Iscriviti al tBlog e crea un tuo profilo!

Switch to our mobile site