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Anche se non è più tempo di indulgere a pericolose sotto valutazioni e di nascondersi dietro il dito, alla luce di taluni piccoli eventi e immagini che attengono al concreto, alla vita e ai comportamenti della gente, non si direbbe che si stia per soccombere.

Venerdì 11 novembre, ricorrenza di S. Martino, verso il crepuscolo, il quartiere in cui abito è allietato dal crepitio di fuochi d’artificio, protrattosi per circa un quarto d’ora. A che pro? A carico di chi le relative spese?

Stamani, sabato 12, uscendo in macchina dalla città, m’imbatto in svariati gruppi di ciclisti: dilettanti, a livello amatoriale, quello che si suole, eppure equipaggiati alla perfezione con capi e accessori accurati e di marca e, soprattutto, in sella a velocipedi modernissimi e ricercati, del costo presumibile non inferiore a 700/1000 euro a pezzo.

Per prendere il caffè al bar, devo fare i conti con una discreta coda, alle spalle di avventori alle prese con vere e proprie prime colazioni.

Sull’odierna edizione del Corriere del Mezzogiorno, a pagina 22 Tempo libero, si legge “Sagra – Vino, luci e musica, si festeggia S. Martino. Torna a Lecce la manifestazione San Martino: le lune e il vino……Bacco sarà protagonista con dieci postazioni per la degustazione dei vini di 14 cantine, ogni calice costerà 5 euro”.

Per fugare ogni dubbio, ripeto il particolare: 5 euro a bicchiere.

Ad ogni modo, se sarà Lei a dover governare il Paese, in bocca al lupo Professor Monti!

12 novembre 2011

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Giovedì 3 novembre, TG2 delle tredici, fra i titoli che scorrono sulla base del teleschermo, passa la seguente notizia: “Il governo non ce la fa più. Le misure varate dal Consiglio dei Ministri sono molto deboli”.

Parole dell’onorevole Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati.

In concomitanza con i giri di consultazioni, colloqui informali, che proprio in questi giorni sta effettuando ricevendo al Quirinale i rappresentanti di tutte le forze politiche, penso che il Capo dello Stato dovrebbe anche convocare, formalmente, la Terza Carica costituzionale e richiamarla senza mezzi termini al suo ruolo super partes.

Nel caso in cui l’iniziativa dovesse essere giudicata irrituale, beh, la si “ritualizzi” adesso per la prima volta, d’altronde non v’è ombra di precedente in cui il Presidente della Camera abbia espresso valutazioni e/o giudizi politivi così platealmente evidenti.

3 novembre 2011

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Il grande, modernissimo e automatizzato Airbus A300, adottato come “casa” per circa undici ore da Fiumicino sino all’atterraggio a destinazione, va solcando, con sorprendente e assoluta tranquillità e stabilità, i corridoi della sua rotta, conferendo l’idea di un mastodontico Pégaso alato, il quale non conosce fatica e procede a briglia sciolta, ad andatura celere e insieme dolce.

Il luccicante blu scuro della notte si appresta a passare il testimone all’altra faccia chiara del giorno, l’alba non è lontana, mentre, invece, all’atterraggio mancano ancora un paio d’ore.

L’oblò dell’immenso aeromobile si trasforma in un mega schermo ad altissima definizione, sullo sfondo basso danzano venature tra il bianco e il rosso, testimonianze dell’alba e dell’aurora incipienti, ma, intanto, la volta permane disseminata dalle abituali lanterne.

Nella specifica circostanza, è però impreciso parlare di “abituali” fonti di luce. Difatti, verosimilmente col concorso dell’altitudine di oltre 12.000 metri cui ci si trova, forse per effetto anche d’intrecci di latitudine/longitudine assai dissimili rispetto alle aree a noi prossime, la luna sembra più espressiva del solito e, soprattutto, le stelle sorridono più grandi, molto più evidenti e nitide. Per pura coincidenza, l’autore delle presenti note è aduso a dialogare, vanta una certa confidenza con gli astri, grazie ad un frequente esercizio svolto, specie nelle notti estive, sulla terrazza della propria villetta al mare.

Nell’abbrivio dell’atterraggio, sull’immediata e prossima visuale, incombono montagne, a catene consistenti, però brutte, di colore grigio cenere, spoglie. Anche se, d’inverno, le cime sono ricoperte di neve, l’impressione che danno è sconfortante, proprio l’opposto del godimento che offrono le montagne italiane, specie le Dolomiti: tutta colpa dello smog, che, a Pechino, ma forse non solo lì, è dominante.

Per la verità, difformemente dalle previsioni e dalle indicazioni precedenti alla partenza, sporadiche le mascherine protettive scorte in giro. Tuttavia, già nel percorrere il tratto dall’aeroporto alla città, lo spettacolo che si attraversa non è molto confortante: i filari infiniti di alberi, una specie di misto fra pini e cipressi, oltre che platani, denotano una cera di sofferenza, sembrano piangere, lo stesso colore del fogliame è sbiadito e smorto, si vede proprio che l’habitat  e, in particolare, l’aria che vi regna non sono proprio l’ideale per detta vegetazione.

Man mano, però, che ci si approssima al cuore della metropoli o nelle zone dei grandi e solenni grattacieli, anche se ancora in periferia, è tutto un trionfo di fiori, di aiuole, talune larghissime, una fusione di nuance bellissime e intonate, con dominio di begonie, una galleria di realizzazioni artistiche, veri e propri monumenti floreali, richiamanti simbologie e opere d’arte del posto.

La locale rete elettrica non sembra far economie, anzi abbonda notevolmente: da giganteschi grappoli di lampadine e lampioni lungo i viali, a sequenze interminabili e variopinte segnanti l’esterno dei locali per pranzi e spuntini serotini.

Inoltre, addirittura le sagome dei palazzoni e grattacieli avveniristici (ne ho scorto uno di 124 piani) si stagliano tratteggiate da interminabili linee luminose, in corrispondenza dei piani e delle finestre, immensi presepi di vetro, acciaio e altri materiali della modernità, protesi a festa in direzione dell’alto, come a dire un inconsapevole e inavvertito segno d’omaggio alla casa del Creatore, sconfinata, senza tempo e senza pareti.

Con riferimento alla Cina e ai cinesi, circola, del tutto a torto, un luogo comune che è sostanzialmente da sfatare: l’abitudine della gente di sputare per terra, inesistente, un malvezzo rimasto, forse, nei quartieri e ambienti nascosti, miseri e degradati.

Lungo una delle vie (ne esistono svariate) dello shopping di lusso – vi fanno bella mostra tutte le marche di prestigio italiane e internazionali, incluse quelle di autovetture da nababbi, Ferrari, Lamborghini, Aston Martin eccetera – si erge la cattolica e grande chiesa di S. Giuseppe, purtroppo normalmente chiusa, salvo in orari sporadici e limitati, con, sul piazzale antistante, un’edicola in muratura, semplice  e aggraziata, contenente una statua, in gesso o altra sostanza povera, del Patriarca tutore.

Orbene, l’osservatore arrivato da lontano è attratto dalla presenza di operai intenti a lavori di restauro in tale piccola propaggine religiosa, indubbio segno di cura e attenzione ispirata a devozione: guarda un po’, in Cina, a Pechino, smisurata realtà di tutt’altri culti e fedi, dove i cattolici sono una rarità e la Chiesa di Roma è finanche ostacolata e combattuta dalle autorità, le quali arrivano ad arrogarsi il diritto della nomina di vescovi.

Ciò, mentre nella Città Eterna, culla di migliaia di chiese e coesistente con la residenza del Sommo Pontefice, appena alcune settimane fa, si è vista una statua della Madre di Dio Figlio, prelevata brutalmente dall’interno di un tempio e sfracellata, ridotta a pezzi, sull’asfalto, per opera di nugoli di scalmanati, verosimilmente italiani e battezzati.

Paradossi, autentiche bestemmie, plateali scivolamenti in basso di una società che, in certe occasioni, è davvero un azzardo definire civile!

I tassisti, a Pechino, sono una categoria ammirevole, all’altezza del compito, pur con l’handicap della rarissima conoscenza dell’inglese o d’altre lingue occidentali.

Basta, però, assegnare loro nome e indirizzo della destinazione scritti in cinese (mandarino) e via, vanno senza chiacchiere e fronzoli, silenziosi ma gentili, non mancando di far partire il tassametro con l’importo fisso di dieci yuan e di emettere, alla fine della corsa, lo scontrino automatico: tariffe davvero bassissime, per portarsi dall’aeroporto al centro, più di venti chilometri, l’equivalente di 8-9 euro, a voler girare in città, anche su distanze medie, da due a quattro euro. Alla faccia degli analoghi corrispettivi di casa nostra! Eppure, questi guidatori devono fare i conti con un traffico che non scherza.

In albergo, alla reception, almeno una parte degli addetti se la cava bene con l’inglese, anche se bisogna insistere affinché parlino lentamente. Tuttavia, se ci si addentra in richieste d’informazioni, non è facile arrivare al dunque, meglio basarsi sulle guide e approcciare gli interlocutori recando le stesse in mano.

Prezzi elevati al ristorante interno, col pretesto, probabilmente, del rango cinque stelle e, sicuramente, per controbilanciare le tariffe del puro soggiorno, spesso concorrenziali e a buona portata. Per citare, il costo del caffè espresso, ricavato da macchinetta automatica, è pari a quarantasei yuan, ossia a 5,5 euro.

Anche in capo al mondo, gli italiani, volendolo, si rivelano fantastici e sorprendenti. Incontratone, in ascensore, uno originario di Torricella Peligna, provincia di Chieti, da  molti anni in Argentina, sicché con slang patrio parzialmente adulterato, venuto in Cina per aprire una nuova fabbrica. Indubbiamente, imprenditore o alto manager. Evviva gli emigranti italiani, a loro spettano tributi di onore e merito.

In un successivo incontro poco fuori dell’hotel, il predetto offre in regalo un gradito ciao.

Al ristorante “Steak and eggs” , una signora nativa di Trento, precisamente di Cles,   la quale è seduta ad un tavolo vicino in compagnia di un partner anglo sassone o americano, dichiarando di aver dimestichezza con l’idioma mandarino, si offre spontaneamente e amabilmente di prestare aiuto, almeno ai fini dell’essenziale decifrazione del menù, altrimenti irrealizzabile. Grazie, compaesana del Nord Est, splendida terra di De Gasperi e della Val di Sole, nota ai coniugi salentini in Cina, anzi amata.

Nel corso di un’escursione organizzata per la visita a Piazza Tienanmen e alla Città proibita, ecco, ancora, la presenza di un partecipante italiano, precisamente di Grado: fa di nome Mario Marchesan e, particolare curioso, possiede qualche affinità logistico – residenziale con lo scrivente.

Difatti, intorno al 1981, ha lavorato e abitato, per un certo arco di tempo, a Monza: tecnico della Rai, per la filodiffusione, nella piccola sede all’interno del Parco e, privatamente, ospite in una famiglia di nome Franchini. In seguito, trasferito vicino a casa, a Monfalcone.

Insieme al predetto, si passano in rassegna particolari note su Grado: la Basilica di Sant’Eufemia, il ristorante all’Androna, il porticciolo turistico, il grande viale  alberato con tanti alberghi che, a quanto riferito, ultimamente vanno chiudendo uno dopo l’altro, la rinomata pasticceria-gelateria “Pancera”, anch’essa cessata dalla scorsa estate.

Si rievocano, a seguire, la figura di don Silvano Zuin, un vecchio parroco dell’anzidetta Basilica, l’Arciprete, il Monsignore, ormai da lunga pezza passato a miglior vita, e i gruppi corali, completamente maschili, della medesima chiesa, a loro volta pure in via d’estinzione, giacché le nuove leve sono portate a interessi di ben differente genere.

Si ricordano, infine, le strofe sacre “Madonnina del Mare”, indirizzate alla Vergine, comuni sia a Grado, per  via di un santuario mariano molto visitato nella contigua isola di Barbana, sia a Castro, Basso Salento.

Come dire piccoli spunti di comunione dal lato religioso, in aggiunta, ovviamente, all’esistenza dello  stesso, eguale Mare Adriatico!                                                                                   

Altra méta d’attrazione visitata, il Parco olimpico. Parlare di grandiosità, di dimensione immensa dell’insieme, non basta a rendere pienamente l’idea. Insomma, non a caso si sostiene che, in occasione e per effetto dei Giochi del 2008, è sorta una nuova, un’altra Pechino.

Durante la passeggiata lungo quegli interminabili viali e spiazzi, mi accosto ad un gruppetto di tre ragazze e un ragazzo e, resomi conto della loro conoscenza di un po’ d’inglese, poliglotti, insomma, al mio stesso livello, approccio un’intervista, arrivando addirittura a osare di chiedere, alla giovane più spigliata, di scattare col cellulare un’istantanea alla coppia di italiani settantenni: assoluta e pronta  la disponibilità in tal senso, sennonché l’asino casca, purtroppo, quando si tratta di far memorizzare sul mobile phone della ragazza il mio indirizzo e.mail, dai caratteri ovviamente italiani, a cui spedire l’immagine. Pazienza e, ad ogni modo, omaggio alla gentilezza.

Un momento eccezionale della breve vacanza a Pechino è consistito nell’opportunità di assistere, domenica 23 ottobre alle ore sedici, alla celebrazione della Messa nella già richiamata chiesa cattolica di S. Giuseppe, sia pure in lingua inglese.

Officiante, un sacerdote irlandese, l’omelia è incentrata soprattutto sulle missioni e sulla pace nel mondo e contiene, fra il resto, un accenno alla situazione in Libia e alla fine di Gheddafi.

Il tempio si offre grande ma sobrio, ampie vetrate di buona fattura su tutte le pareti, altare a cattedra o meglio a baldacchino, sullo sfondo, al centro, un’ampia immagine su tela di S. Giuseppe e, ai lati, due statue del Cuore di Gesù e della Madonna. Una ventina di lampadari a gocce in vetro di Murano lungo le navate laterali e un ultimo manufatto molto grande, analogo, in quella centrale.

All’uscita, scorgo una giovane coppia, circondata da quattro bimbi. Mi scappa, di getto, un “four?” e pure automatica è la confermativa risposta del capo famiglia “Yes!”.

Fuori dal tempio, sul vasto piazzale, si avvicendano diverse coppie di sposi, si vede che il sito è assai gettonato per le foto ricordo. Posano, invero artisticamente, le spose, talune molto giovani e carine, con una caratteristica, però, in tema d’abbigliamento, che da noi farebbe gridare allo scandalo: abiti bianchi o color sabbia, anche con lunghi veli e ghirlande in testa, senz’altro all’altezza della generalità degli sposalizi nel mondo e, però, solo quei capi fanno onore alla circostanza, affiorando, appena sotto e agevolmente visibili, pantaloni, oppure tute comunissime e ciabattone con tacchi a zeppa. Mah!

Sul larghissimo viale della chiesa, che, come ricordato prima, è uno dei salotti buoni di Pechino, si affaccia un esercizio apparentemente strano e insolito, “Adult center”, dalla cui vetrina e, soprattutto, dal cui interno fanno chiara ed inequivocabile mostra oggetti e aggeggi votati e adatti a una speciale bisogna, altrettanto manifestamente intuibile.

In occasione dell’importante e memorabile visita al Tempio del Cielo, notati, nei paraggi, uomini e donne, non solo ragazzi, alle prese, in circolo, con una sorta di gioco a calcetto: si sospingeva, da uno all’altro dei partecipanti, un “arnese giocattolo” fatto di penne di gallina (o altro volatile) colorate, infilate dentro una base rotonda in legno o sughero, arnese avente il pregio di cadere verso terra, anche se sballottato dagli umani calci, sempre in piedi. Visione invero non originale, tanto tempo fa il ragazzo di ieri scrivente, insieme con gli amici dell’infanzia, arrangiava già strumenti del genere, al suo paesello.

E, secondo revival, due signori di mezza età s’indirizzano vicendevolmente per aria rudimentali e colorati cordoni di lana a maglia leggeri, chiusi in circonferenze, spostandosi agilmente in modo da farli cadere a candela, con assoluta precisione, intorno al collo. 

Qui, tutti si muovono in fretta, danno l’impressione di correre, nei ruoli più svariati dimostrano intraprendenza, non è strano scorgere persone impegnate a lavorare per le strade anche di sera, al buio, con l’ausilio di fari: deve essere che l’urgenza ottiene risposte rapide, senza vincoli di tabelle orarie.

In un certo senso, l’insieme della gente dà luogo a un’atmosfera vivibile e condivisibile anche per chi arriva da lontano in questo che è, realmente, un altro mondo.

Peccato che, talvolta, siano proprio i provenienti da paesi cosiddetti avanzati ed evoluti che guastano il clima indigeno,  come è capitato, ad esempio, all’interno di un caffè della catena Starbuck, per “merito” di una turista spagnola in compagnia di due uomini, la quale non intendeva staccarsi dall’occupazione del banco di vendita, ostentando, per di più, una faccia “schifata” da disappunto e, ancora maggiormente, nell’intraprendere il ritorno, in aeroporto, “grazie” alla presenza, ivi, di un gruppo, pure in questo caso di spagnoli, in condotta da “caciarona”, di  non rispetto delle file in attesa, con licenza di farla da padroni in casa d’altri e disturbando i presenti vicini.

Per sovvenire ai bisogni alimentari, mi sono recato, a Pechino, a sperimentare un ristorante italiano “Annie’s” , già individuato sulle guide: ottimo, appuntamento azzeccato, sobrio ma indovinato menù con aria italica nella capitale cinese, pasta, olio, aceto, parmigiano e ragù come da noi. Prezzi bassissimi, 25 – 30 euro sono sufficienti per mangiare in due.

Ho, in un baleno, eletto tale locale a mia “mensa” turistica, accedendovi pressoché tutti i giorni. Bravi e educati anche le ragazze e i ragazzi in servizio ai tavoli, tutti dotati di grande volontà e disponibilità: autentici esempi, se si pensa alle loro uscite, dopo il pasto, fuori dal locale per fare lo stop e fermare i taxi per il ritorno a casa dei loro clienti. Uno speciale incontro, da Annie’s, la conoscenza di Emily, brunetta graziosissima, davvero un amore di giovane: ha lasciato il suo numero di cellulare chiedendo il mio, le ho augurato di venire prima o poi, per lavoro o altro, in Italia, da parte sua ha chiosato “I’ll try!” (ci proverò), le ho sottolineato la vicinanza fra il  colore del suo incarnato e i volti di molte ragazze e donne del sud Italia, il bel colore bruno del  nostro meridione, al che la piccola ha, invero, replicato “Here, no good!” (qui, in Cina,  non è considerata un’opzione di bellezza, prevale e fa aggio la cute chiara).

Notazione attinente a una precipua sfaccettature dei costumi, da queste parti, si ha la sensazione che attecchisca un mercato piuttosto fiorente di “belle di giorno”, e/o “belle di notte”.

In proposito, mette conto di premettere che non è per niente realistico seguitare a immaginare le donne cinesi alla stregua di figure basse e sgraziate, si vedono, al contrario, molte belle figure, alte, esili, curate, ben vestite. Non è difficile, quindi, né impossibile, per il sesso gentile, proporsi per piacere all’altro pianeta, con l’aggiunta che le “tariffe” non devono situarsi a livelli proibitivi, esclusive per vip e sceicchi.

Del resto, si pensi che un poliziotto guadagna circa 700 dollari al mese, gli impiegati statali e civili in genere hanno stipendi sui 400 – 500 dollari e, dunque, non occorrono cifre o quotazioni da nababbo perché le ragazze e le donne “del piacere”, per lo meno sul fronte delle entrate e delle disponibilità,  si considerino soddisfatte e, ad ogni modo, in situazione di privilegio.

Croci e croci di arterie sino a dieci corsie nei due sensi, appaiono disseminate sull’area metropolitana, di cui non è dato, a occhio nudo,  di individuare e abbracciare i confini perimetrali, intersecandosi, quasi che nulla fosse, in una serie di sopraelevazioni e sottoelevazioni, giganteschi ponti, cavalcavia e sottopassi: immensi alvei, altrove inimmaginabili, per lo scorrimento di file o, meglio, eserciti di pullman, autovetture e mezzi pesanti.

Una domanda, fra le tante, sorge spontanea, sugli edifici o palazzoni che svettano nella capitale cinese: quanti grattacieli vi sono? La stima del non addetto ai lavori è portata a spingersi sino a un insieme di mille o più, ma, di sicuro, da una conta scrupolosa, risulterebbero pari almeno a molte, moltissime centinaia.

E i taxi in servizio pubblico? A questo riguardo, la conta ha valori enormemente più esponenziali: 100.000, 150.000, 200,000? A ogni ora del giorno e della notte, ne circola letteralmente una marea, con una serie di abbinamenti di colori sulle fiancate: domina l’insieme verde-marrone, ma anche il verde-blu, il verde-grigio, il bianco-grigio.

Si appalesa diffuso, con naturalezza, il gusto per la cura e l’efficienza della persona, si affacciano abbondanti le palestre, i saloni di bellezza, le profumerie, esercizi aperti e operativi 24 h. su 24.  

Sono lontani i tempi degli edifici bassi, ora circoscritti e limitati alle aree antiche e/o monumentali della città. Si vive in un’era caratterizzata dalla tendenza, forse anche un autentico bisogno interiore, a viepiù “elevarsi” mediante ogni mezzo o manufatto, ad avvicinarsi, quasi sfiorandolo, a quel “cielo” mistico che è la méta maggiormente ambita per ogni cuore, così ben raffigurato attraverso l’espressa dedicazione e denominazione, da una delle massime attrazioni di Pechino, per l’appunto “Il Tempio del cielo”.

Come capita abitualmente di fare al termine di ogni “impresa”, sia pur minuscola, l’anziano viaggiatore è indotto a tirare, con semplicità e serena schiettezza, le somme del suo itinerario intercontinentale, verso il Pacifico, alla diretta scoperta di un ambiente, in precedenza appena conosciuto e illustrato sulla base di qualche libro, delle immagini televisive e dei resoconti giornalistici.

Si conferma che la Cina rimane ancora lontana, ma assai meno di prima, il mondo intorno è proprio un altro in confronto al nostro, tuttavia, non è da considerarlo un paradosso, il futuro, il divenire del pianeta nella sua interezza, sta proprio lì.

Non è mancato qualche refolo di stanchezza fisica, però hanno nettamente prevalso, appagando la mente, lo spirito e la sete di apprendere, le innumerevoli immagini diverse e desuete, le molteplici realtà nuove, le occhiate veloci e profonde promananti da quei volti.

Certo, quello reso è un sommario inevitabilmente approssimativo, fatto se si vuole di minuscole scene e impressioni, senza analisi diffuse – che pur sarebbero state opportune – rispetto alle vicende storiche, ai monumenti, alle attrattive ed opere artistiche. Per tali avvenimenti epocali, bellezze e meraviglie, ci si limita a far parlare, fin dove possono concorrervi, le foto catturate da mani dilettanti.

Provo contentezza, adesso ho con me, dentro di me, qualcosa in più.             

30 ottobre 2011 

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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Nell’articolo di Sergio Rizzo pubblicato a pagina 1 del “Corriere” di martedì 18 ottobre 2011, si evidenzia che le leggi d’iniziativa parlamentare approvate da gennaio 2011 ad oggi sono niente poco di meno che quattordici. Pensare, annota il giornalista, che l’attività del Parlamento, già nel 2010, aveva toccato i minimi storici con cinquantotto provvedimenti varati nell’arco dei primi dieci mesi.

Non c’è che dire, da siffatti numeri emerge nitida e palese la dimostrazione della grande mole di lavoro prodotta dai rappresentanti del popolo italiano. Ciò, nonostante i lauti emolumenti e i molteplici privilegi di cui beneficiano.

E, del resto, come potrebbe essere altrimenti?             

Ciò si chiede e chiede, l’osservatore di strada scrivente, non perché colto da un improvviso impazzimento o per mera provocazione, bensì in quanto diretto spettatore, giustappunto nella mattinata del 18 ottobre, di una scena, una circostanza particolare, che sembra essersi presentata proprio come il cacio sui maccheroni rispetto ai risultati dell’inchiesta-analisi di Rizzo.

Sul volo AZ1624 Brindisi – Roma delle ore 11,20 è presente mezzo Parlamento, ossia un foltissimo numero di eletti/nominati salentini, 14 o 15 fra deputati e senatori di vari schieramenti, in atto di far rientro nella Capitale, dopo il fine settimana trascorso in famiglia.

Ma, quanti giorni lavoreranno, gli onorevoli, nei Palazzi in cui si legifera? Dal martedì pomeriggio al mezzo venerdì, il calcolo darebbe tre, tre su sette. Davvero, fiumi di sudore sulla fronte dei poveretti!

Intanto, al parco buoi dei comuni cittadini tocca solo di assistere senza poter fare nulla.

Fra lo sconforto per il poco edificante esempio dell’orario di lavoro dei parlamentari, un barlume di consolazione: all’aeroporto di Roma, almeno lì, in un anonimo martedì ottobrino, si registra un movimento da periodi di punta, il che dovrebbe indicare che, sul fronte del turismo, le cose non vanno male.

Sebbene, sempre al “Leonardo da Vinci”, una bottiglietta di comune acqua minerale da cinquanta centilitri ha dato luogo all’emissione di uno scontrino di 2,50 euro.

Esclamare “scorno della faccia!” è poco.                           

19 ottobre 2011                                                                                    

Rocco Boccadamo                                                                                  

Lecce                                                                                 

e.mail: rocco_b@alice.it

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Le celebrazioni espressamente dedicate hanno inizio il 21 aprile con il novenario.

Di buon mattino, a cura ed opera del Parroco e dei priori, questi ultimi intesi come i principali esponenti del comitato festa, le statue di legno dei Santi sono prelevate dalle nicchie appositamente ricavate nelle pareti interne della chiesa, “spogliate”, ossia senza gli ornamenti delle corone e delle insegne (croce e asta), e poggiate su uno scanno in prossimità dell’altare.

In quella fase, il luogo è quasi a porte chiuse, in pratica vuoto, l’azione si svolge in un misterioso silenzio, ammantato di riservatezza e di esclusività.

Il prete e i priori allestiscono, nel consueto angolo del tempio, a sinistra guardando l’altare, il baldacchino o “tosello” in pesante tessuto rosso; quindi prendono,  dalle custodie di sicurezza, le anzidette insegne in argento e le reliquie dei Santi, ponendole addosso ai rispettivi simulacri, in gergo “vestono” le statue.

Contemporaneamente, i rintocchi delle campane fanno giungere alla popolazione l’atteso, immancabile e immutabile avviso.

Fino a qualche decennio fa, la gente era colta dall’annuncio, quando già, dopo la sveglia all’alba secondo le antiche abitudini dei contadini, si trovava da tempo intenta al lavoro; dunque, lasciando di colpo arnesi e occupazioni, accorreva di buona lena, a passo affrettato, direttamente dalla campagna verso la chiesa.

Adesso, invece, nella quotidianità e particolarmente il giorno 21 aprile, nessuno si reca nei campi, anzi le persone si preparano in casa, in un certo senso con abiti di festa, per l’evento.

In tutta la comunità, sembra che sia rimasta solo un’anziana donna, la quale non ha cambiato le usanze e raggiunge la parrocchia così come si trova.

Con il luogo sacro ormai gremito di fedeli, il parroco e i priori intronizzano le statue sul baldacchino.

Nel tardo pomeriggio, in piccola processione, dalla congrega (cappella) della confraternita si preleva il simulacro in cartapesta della Madonna Immacolata – qui conosciuta come Madonna dell’Uragano, giacché la Vergine, stando alla tradizione, tenne indenne Diso da un devastante evento atmosferico – e lo si colloca, in parrocchia, sotto il baldacchino, in mezzo ai due Santi Patroni.

Durante il novenario, la sera sono invitati a tenere la predica (omelia), a turno, i parroci dei paese vicini, con una dedica, un’intenzione, una finalità, un argomento ogni giorno differente: per la famiglia, gli emigranti, i devoti ai Santi, i bambini e via dicendo.

                                                                                                           °   °   °

Intervallo di natura esteriore o civile: dal 1° marzo iniziano ad affluire, a bordo di enormi camion, i “pali”, ossia gli addobbi, le luminarie che adorneranno le principali vie e piazze, compresa la maestosa cassa armonica, sotto la cui cupola prenderanno posto e suoneranno le bande musicali. In genere, salvo che la ricorrenza non cada troppo bassa, per Pasqua, tale apparato deve essere “piantato”, ossia sostanzialmente messo a dimora e pronto.

Restando sotto l’aspetto “civile”, l’anima ispiratrice e organizzatrice e il motore propulsore dei festeggiamenti s’identificano con il Comitato: un gruppo di persone che “si mettono” o “escono” volontariamente e lavorano sodo pressoché durante l’intero arco dell’anno.

Così, per citare, ecco alcune attività del comitato.

Organizzazione e allestimento di riffe – in palio ricchi premi, finanche un’autovettura -, con attuazione del progetto e vendita dei biglietti non solo nell’ambito del paese, ma pure coinvolgendo mercati e fiere delle località vicine, portando materialmente in giro, qua e là, sino alla fiera di S. Rocco a Torrepaduli, il premio finale, ad esempio l’autovettura, e ciò per meglio e concretamente allettare e invogliare il pubblico all’acquisto dei tagliandi. L’estrazione avviene di solito la vigilia della festa, cioè il 30 aprile.

Un piccolo ma autentico episodio “a latere”  della riffa in questione. Un anno, alla fiera di S. Rocco, comprò un biglietto un signore d’età avanzata, originario di Andrano, che recava con sé, aggrappato al collo, un nipotino e il buon uomo dichiarò espressamente di voler procurarsi e pagare il biglietto a nome e beneficio del piccolo.

Fu proprio quel tagliando, il fortunato estratto e, all’atto della consegna dell’autovettura in palio, l’anziano ribadì che il veicolo, come promesso, era destinato al nipotino: limiti o debolezze della società contemporanea, anche in seno alla famiglia, la decisione diede luogo ad accese reazioni da parte degli altri figli, reazioni sedate e respinte con non poca fatica.

Per Pasqua, i componenti della commissione passano di casa in casa onde raccogliere le “uova dei Santi” o, in mancanza di galline e pollai, una corrispondente offerta in danaro, minimo cinque euro.

Agli inizi di ogni anno, ecco poi apparire i calendari con le effigie dei Patroni e, nuovamente, via a raggranellare offerte.

Ancora, una volta il mese, ciascuna famiglia si vede recapitare una busta per i Santi: la voce sparsa in giro, è di riempirla con un minimo di venti euro.

La domenica mattina, in piazza, non manca mai la mitica cassetta e, pure in questo caso, se uno non vi depone almeno cinque euro, finisce con essere fatto oggetto di “mormorazione”, comportamento non certo cristianissimo, ma…così vanno le cose.

Nocciolo duro dell’opera del Comitato, la raccolta delle sottoscrizioni nominative di ciascun nucleo familiare: si va da 70 a 100 o 150 euro ad uscio.

Ultimo corollario di entrate, la raccolta di quantitativi di grano  dai produttori e di olio, nei frantoi, dai molitori “particolari”, derrate entrambe destinate alla monetizzazione.

Sembra uno scherzo, invece il reperimento fondi e risorse è estremamente impegnativo, si pensi che il paese conta appena più di 1000 abitanti e il budget della spesa complessiva per la festa si aggira intorno ai 250.000 euro.

Non di rado, per far quadrare i conti, i membri del Comitato sono portati o costretti a una speciale autotassazione personale.

Nel giorno dell’evento, il 1°maggio verso le otto, sul sagrato della parrocchia si svolge l’asta per aggiudicarsi e portare a spalla le stanghe dei Santi: coloro che offrono di più (si parla di centinaia d’euro a testa) allacciano alla rispettiva estremità delle “stanghe” (solide barre di legno infilate alla base delle statue) un “nastrino” a colori personalizzato. Attenzione, però, l’aggiudicazione iniziale non è per niente definitiva, durante la processione chiunque ha il diritto di avvicinarsi alle stanghe, chiedere quanto e’ stato pagato dal portatore “a” o “b” e, al caso, dichiararsi disponibile a versare una somma maggiore, che, se non ulteriormente rilanciata, gli dà titolo per divenire, da quel momento, il portatore della statua dei Santi.

Ovviamente, il dovuto per le stanghe è pagato al termine della processione.

                                                                                                          °   °   °

Inizia, muovendo dalla chiesa, la processione, verso le 9 – 9.30 e si conclude intorno alle 13.00 – 13.30: un intervallo così tanto lungo, giacché è comprensivo della sosta dei Santi, abitualmente in Largo Municipio, per due ore, due ore e mezzo, la parentesi, cioè, che è occupata dallo sparo dei fuochi pirotecnici, sino a tre o quattro batterie per opera di altrettanti fuochisti. Un’interminabile esibizione, un festival di botti che si compie rigorosamente di giorno – e non di sera come sarebbe consigliato per i più spettacolari effetti luminosi dei giochi sotto le tenebre – che mandano in sollucchero  gli amatori, i quali apprezzano e giudicano la valentia degli artificieri in base all’armonia, laddove si tratta piuttosto di deflagrazioni assordanti, delle “carcasse” e dei “carcassuni e alle sequenze dei crepitii segnati da catenelle e grappoli di piccole nubi artificiali.

Talvolta, e in diverse occasioni, ha suscitato controversie siffatta sosta laica dei Santi Patroni e del corteo, in varie riprese il vescovo diocesano ha cercato di impedirla, ma “il popolo” non ne ha voluto sapere.

In qualche circostanza, è addirittura intervenuto un improvviso rovescio di pioggia, ma, anche in tale evenienza, i Santi sono stati fermamente trattenuti in sosta all’aperto, a bagnarsi, non si e’ minimamente dato ascolto alla proposta di qualcuno di porli al riparo al coperto. Osservazione del Comitato: “In fondo, l’acqua l’hanno voluta Loro e adesso se la tengono”.

Fede, credo religioso o, al contrario, un piccolo rigurgito di superstizione?

Sia come sia, la processione è molto nutrita, affollata, vi partecipano varie migliaia di persone, del posto e di numerosi paesi contermini. E’ composta, diciamo a metà e metà, ma forse sono prevalenti i secondi, da fedeli che giungono in visita e camminano dietro ai Santi Apostoli e da patiti dei fuochi pirotecnici e delle luminarie.

In base alla leggenda o tradizione, i simulacri dei Santi di Diso, localmente appellati e amati come i “Santi nosci”, approdarono in zona via mare, a bordo di un battello improvvisamente paratosi all’imbocco dell’insenatura “Acquaviva” di Marittima. Tentarono di accostarsi al natante, con l’intento di prelevare le statue, sia gruppi di  marinai di Castro, sia abitanti di Marittima, ma invano, giacché, di fronte ai loro tentativi, il naviglio prendeva ad allontanarsi e a beccheggiare sospinto dalle onde. Solamente all’arrivo di gruppi di fedeli di Diso, l’operazione riuscì.

Si formò un corteo con i due simulacri, il percorso dall’Acquaviva a Diso non era brevissimo e, prima di guadagnare la méta, fu necessaria una breve sosta in una campagna situata fra Castro, Vignacastrisi e Diso: a ricordo di ciò, in quel posto si edificò una minuscola cappella, esistente ancora oggi, denominata “cappiddruzza”

                                                                                                                     °   °   °

Dei due Santi Patroni, Filippo e’ quello con il volto incorniciato da una robusta barba.

Invece, il secondo, ovvero Giacomo, ha il volto liscio, ma, soprattutto, è contraddistinto da un’altra caratteristica identitaria: gli occhi grandi, appena rivolti verso l’alto, che lasciano egualmente trasparire uno sguardo che prende, riempie, colpisce e lascia ammirato l’osservatore: nessuno, avvicinandosi al simulacro, riesce a sfuggire, a restare fuori campo, rispetto al particolare.

Le donne, specialmente, rimangono incantate, si innamorano di quegli occhi, ne metabolizzano  la luminosità e la profondità, non e’ azzardato pensare che, quelle in età feconda, arrivino a sognarne, prefigurarne di uguali per le creature che si troveranno a generare.

Notazione collegata o meno alla riflessione o supposizione di cui sopra, sono numerose, a Diso e anche a Marittima, le persone con occhi grandi e scuri, chissà se “figlie ideali e spirituali di S. Giacomo”.

In tale novero, allo scrivente e’ agevolmente dato di porre, a riferimento, la propria mamma, purtroppo mancata da quarantacinque anni, una sorella e due nipoti. E non e’ affatto detto che si tratti esclusivamente di mera e banale suggestione.

I Patroni di Diso, SS. Filippo e Giacomo, vantano, ovviamente, correnti e poli di culto religioso e di devozione in molteplici località nel mondo. Fra i centri e i siti di venerazione, merita di essere ricordata la Basilica dei XII Apostoli nella omonima piazza di Roma, che è una delle chiese “titolari” della capitale, vale a dire intestata ad un cardinale: attualmente, il titolo è detenuto dal Card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano.

Alcuni anni fa, su iniziativa del parroco di Diso, le reliquie degli Apostoli Filippo e Giacomo custodite nella Città Eterna arrivarono e sostarono per un certo periodo nel paesino. E fu solennità grande.

In chiusura delle presenti note, piace e sembra giusto all’autore porre in evidenza che il parroco pro tempore di Diso, il reverendo don Adelino Martella, si trova da oltre un ventennio alla guida della comunità  e, a parte le sue preclari doti e qualità di predicatore, di studioso e di scrittore (più recenti volumi pubblicati, ”Il miracolo e i miracoli dei Santi di Diso” e “Giovanni Paolo II, il Grande”), nell’ambito della sua opera e dedizione in veste di Pastore , si è particolarmente distinto per l’impegno profuso ai fini di importanti lavori di restauro della chiesa e dei tesori nella stessa contenuti, chiesa che, attualmente, si presenta, senza esagerazione, alla stregua di un prezioso gioiello.

10 ottobre 2011

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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A pagina trentatre del “Corriere della Sera” di giovedì 29 settembre,  un articoletto di ventuno righe su una colonna e mezzo informa che: “…Nella relazione all’assemblea del 28 ottobre si legge che è pari a 88 milioni il costo complessivo del bonus stabilito per l’esercizio 2010/2011, destinato al personale più rilevante dell’istituto, cioè alle circa 120 figure chiave di Piazzetta Cuccia. Gli 88 milioni sono parzialmente erogati quest’anno, mentre il resto, quasi tutto spesato in questo esercizio, viene erogato in parte cash e in parte equity pro rata nel prossimo triennio, in modo vincolato al raggiungimento di alcune condizioni”.

In termini proprio opposti rispetto allo spazio coperto sulla carta stampata, la notizia è di una gravità enorme, scandalosa, da far trasecolare non solo le umane, comuni creature, ma addirittura le lumache. E la citazione cade sui simpatici e gustosi gasteropodi, non a caso, bensì essendo, i medesimi, simboli, prototipi per eccellenza di fiacchezza e compassata imperturbabilità.

Ma come, è un continuo predicare che ci si trova sull’orlo della crisi più nera, che non vi sono stille di lacrime per piangere e lì, in Piazzetta Cuccia (v’è da scommettere che il mitico e morigerato Dottor Enrico, sia sobbalzato nella tomba), si pone in delibera un’assegnazione pazzesca, stratosferica,  ragguagliabile, in media, a 733.000 euro pro capite. Un premio, o se la definizione è preferita, una retribuzione mobile (ovviamente integrativa della parte fissa) che non starebbe né in cielo né in terra, quand’anche i magnifici 120 dell’istituto avessero compiuto il miracolo di annullare, coprire, eliminare l’intero debito pubblico italiano.

Per favore, non si parli di parametri in linea col mercato, di criteri standard, il provvedimento adottato suona come una schifezza, un oltraggio al comune senso sociale. A essere magnanimi, gli 88 milioni di prebende andrebbero ridotti quantomeno alla decima parte e, volendo, ciò si può fare benissimo.

In ultima analisi, la stessa assemblea degli azionisti dovrebbe dire no alla proposta.

Intanto, per quel minimo o niente che può valere, l’auspicio è che le presenti note di riprovazione e di rifiuto civico trovino ospitalità e il più ampio canale di propagazione.

 

29 settembre 2011                                                           

Rocco Boccadamo

Lecce

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I principali quotidiani di martedì 27 settembre hanno riportato la notizia che il signor Vittorio Maria De Stasio, ex amministratore delegato della “Barclays Italia” e già direttore generale della banca “Bipop Carire” è stato indagato dalla Procura della Repubblica di Catanzaro per “truffa, estorsione, concorso in associazione a delinquere e minacce”.

In particolare, secondo gli inquirenti, l’alto dirigente “avrebbe costretto due suoi dipendenti a concedere finanziamenti per 12 milioni di euro, collegati ad una presunta truffa ai danni dell’Unione Europea”.

Inoltre, sarebbe stato accertato che il De Stasio, da direttore generale della Bipop Carire, avrebbe consentito l’erogazione di ulteriori finanziamenti per 20 milioni, senza che i beneficiari ne avessero i requisiti.

In definitiva, fiumi di denaro fatti scorrere a gogò, con il sospetto di lauti corrispettivi a vantaggio del banchiere

Nell’attesa, ovviamente, di conoscere l’esito dei giudizi e le sentenze in merito ai reati addebitati, c’è intanto da osservare che non è il primo e, purtroppo, verosimilmente, non sarà l’ultimo di episodi del genere.

E però, suscita amarezza e stizza dover ancora una volta constatare come l’autore delle presunte, gravi irregolarità non sia un “dirigente bancario comune”, bensì un rampante, un enfant prodige (si fa per dire) del credito. Di quelli che, fra le caratteristiche personali, hanno l’abitudine e l’abilità di agire secondo la logica e la prospettiva del mordi e fuggi, del carpe diem, spostandosi, a distanza di brevi intervalli temporali, da un’azienda all’altra, cambiando casacca e incassando buonuscite.

Difatti, il De Stasio, imparentato, per via del matrimonio con una figlia, con noti imprenditori milanesi, avanti d’arrivare a Bipop e a Barclays, aveva esordito, quanto a iter lavorativo, al Banco Lariano, approdando quindi a trentotto o trentanove anni, in veste di dirigente, alla Banca di Roma, al seguito di Giorgio Brambilla, al vertice dello stesso istituto comasco, che nell’azienda di credito capitolina fu chiamato a  ricoprire l’incarico di direttore generale e, in una seconda  fase, di amministratore delegato.

Non c’è che dire, a parere dello scrivente, a prescindere dai costumi del mercato, sembra proprio il caso di guardare con una certa prudenza ai manager – anche se rampanti, protetti e apparentemente capaci – aventi prevalente vocazione o predisposizione mercenaria.

Un giusto spirito aziendale, il senso di appartenenza, in uno con la correttezza, l’onestà e la sana esperienza, fanno una differenza decisiva.

28 settembre 2011

Rocco Boccadamo

Lecce

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Intorno al ventisei – ventisette settembre, anche al mio paese natio vige la secolare tradizione e devozione di festeggiare i Santi Medici Cosma e Damiano: celebrazioni, sia di carattere civile (luminarie, addobbi, fuochi d’artificio, complessi bandistici), sia d’impronta meramente religiosa (novena, processione del simulacro dei Santi per le vie cittadine, messa solenne, panegirico).

Ovviamente, sull’insieme dei riti, ha man mano inciso l’evoluzione dei tempi e la modifica dei costumi, pur tuttavia, in seno alla sensibilità collettiva, la ricorrenza resiste ancora.

A proposito dei venerati fratelli “dottori” e martiri della fede, mi piace tratteggiare, con brevi e semplici accenni, come e con quanta intensità, nelle stagioni passate, fosse vivo il trasporto e l’autentico e convinto credo nei loro confronti, e ciò indistintamente in ogni famiglia.

L’occhio di riferimento e i pensieri d’invocazione alla loro aureola e forza di santità rappresentavano in pratica una costante quotidiana, specie alla presenza di problemi o di timori inerenti alla salute e al benessere fisico, ma anche di là da questi specifici, importanti aspetti esistenziali.

Inoltre, frequenti erano i racconti e le testimonianze su apparizioni in sogno delle figure dei Santi in questione al capezzale del bisogno o dell’incertezza o del dubbio. Sì, in ciò non mancava, verosimilmente, l’influsso della suggestione religiosa, ma, comunque, c’era la prova di un legame forte che s’instaurava naturalmente in ciascuno sin dall’infanzia, senza mai cedere o venir meno in prosieguo di tempo.

Soprattutto, non occorrevano miracoli o prodigi clamorosi, si era spontaneamente convinti di avere in Cosma e Damiano una sorta di ala protettrice.

In relazione e in concomitanza con la festa dei Santi Medici, mi sovviene un piccolo ma particolare ricordo.

C’erano, al paese, due coniugi, zi’ Franciscu (Francesco) e Pietrice (Beatrice), senza figli, già anziani o quasi vecchi all’epoca della mia infanzia, due persone buone e pie, miti, generose, quasi una coppia di santi sulla terra.

Abitavano in una piccola e modesta casetta terranea dietro la Chiesa Matrice, con adiacente giardino in cui campeggiavano due “preule” (pergole),  antiche come i padroni, con altrettante varietà di grappoli, ovvero uva ”minnivacca” ( o “mennavacca”), per la vaga somiglianza degli acini alle mammelle delle mucche e uva “brunesta” (prunesta) dallo smagliante e luminoso colore blu scuro.

Ebbene, il 27 di settembre, insieme con la celebrazione della festa dei Santi Medici, si compiva puntualmente e immancabilmente un’altra cerimonia, sempre identica: zi’ Franciscu e Pietrice donavano alla mia famiglia un “panareddru” (piccolo paniere) contenente un discreto quantitativo degli anzidetti grappoli, nonché una manciata di noci appena abbacchiate e sgusciate, pure di loro produzione.

Un gesto di gentilezza, delicatezza, un atto disinteressato che non richiedeva nulla in cambio, cui i due anziani tenevano con la stessa intensità riferita ai festeggiamenti e alla devozione ai Santi e che, in fondo, era atteso e gradito molto anche dalla mia famiglia.

Per molti anni, è toccato a me recarmi a casa di zi’ Franciscu e Pietrice per ritirare il mitico paniere di uva e noci.

24 settembre 2011                                                    

Rocco Boccadamo                                                          

Lecce

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Castro, fulgida perla del meraviglioso Salento, si pone alla stregua di sublime crogiolo, fantastico concentrato di bellezze e tesori, fra angoli d’incanto, fondali cristallini, luminosi soppalchi d’azzurro vivo.

Tale e tanto insieme, immerso in un’atmosfera che avvolge, accarezza e rigenera lo spirito, alleviandone ambasce, debolezze e sfinimenti.

E’ un sito di sogno, Castro, che si fa ammirare sotto un moto irresistibile, un bene, un tesoro che si lascia amare e preservare.

Intorno ai bastioni possenti e alle mura di cinta del Borgo, alle chiazze verdeggianti e profumate degli orti, giardini e frutteti in declivio verso la marina, al palpito che aleggia e si muove silenzioso nelle piazzette raccolte e lungo i vincoli trasudanti storia e testimoni di vestigia lontane, si avverte la sensazione di essere più lievi e insieme più pieni. Si riscoprono ricordi ed emozioni, si compongono pensieri positivi, si vivono autentici stacchi rispetto al vortice e ai sobbalzi del quotidiano, ai malesseri della realtà, agli affanni nell’attesa del divenire.

In termini diversi, ciascuno ha agio di tirar fuori la propria anima autentica, magari a lungo negletta, nella semplicità dell’accontentarsi dell’essenziale, come dire dei valori veri.

Solo in apparenza, insomma, limitazioni e rinunce, mentre, nella realtà, si avverte, invece, appagamento, anzi gioioso appagamento.

A seguire, quali e quanti misteri di sogno, spunti  d’immaginazione e d’estasi nel rimirare le onde di Castro, nel trattenere lentamente lo sguardo  a ridosso degli sviluppi – in su e giù, va e vieni – dei suoi confini di rocce brune, lunga  e tratteggiata collana di tonalità scura e dolce.

E’ bello, conferisce gioia, sebbene sotto un alone di mistero, il lontanissimo impatto del pugno di legni condotti dal troiano Enea di fronte agli scogli, al minuscolo falcato seno da riparo e  al promontorio di Castro.

Canto unico e senza confronto, poesia nel poema, i versi del terzo capitolo dell’Eneide:

 

Le brezze sperate
rinforzano, ormai vicino si
schiude un porto e sulla rocca si
profila il tempio di Minerva.
I nostri ammainano le vele e
volgono a riva le prue.
Il porto si inarca curvato dalle
onde d’oriente; una barriera di
roccia biancheggia di spume
salate e lo ripara; scogliere
turrite lo presidiano
con duplice abbraccio,
e il tempio arretra da riva.

Una sorta di singolare battesimo per una creatura senza pari, come, fuor d’ogni esagerazione, si può definire Castro.

E dopo l’antichissimo approccio dell’eroe esule, sullo scorrere del tempo e dei millenni, una ridda di altre immagini storiche, una lunga catena di personaggi, eventi e accadimenti grandi e minuscoli, che hanno lasciato segni e orme nell’habitat d’intorno e, soprattutto, fra i respiri di quanti c’erano e vivevano, volti e voci a loro volta perpetuatisi, idealmente ma inequivocabilmente, nelle albe che si sono susseguite e levate sino ai calendari presenti.

Ci vuole poco per sognare, per richiamare, dal profondo, il meglio di sé, per scoprire, dentro, un altro io, un’essenza migliore.

Come dire, l’umile moderno cantore di Castro non smette mai di volgere gli occhi verso Punta o Pizzo Mucurune, lingua naturale che si colloca fra i più conosciuti simboli della località; oltre a indirizzare lo sguardo,  sofferma la mente sulla gran parte dell’estensione del promontorio, che, pur ricca di vegetazione che spontaneamente  nasce e resiste  nel tempo, di strati verdi che si rinnovano ad ogni primavera, di rovi riarsi e secchi quando il bacio del sole estivo diventa rovente, tuttavia, forse, non è mai stata calpestata da essere umano,  è rimasta così come si trovava millenni fa.

Deriva, da ciò, il ritorno a mondi per un verso lontani e distanti, e però vivi e vicini almeno sottoforma di speciali pensieri che si rincorrono, in particolar modo nelle calde e intriganti notti  estive.

Godere di simili spettacoli ed effetti nutre meglio di qualsiasi sontuoso banchetto, è il cibo ideale per ogni animo sensibile, amante del bello e dell’autentico, amante della natura. 

21 settembre 2011

Rocco Boccadamo

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

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L’assunto contenuto nel titolo prescinde ed è indipendente dal calendario stagionale, afferendo, bensì, a situazioni concrete, reali e cogenti di tutt’altro genere, ancoraggio e peso.

Evitando di schermarsi attraverso mezzi termini e con tisane ideologiche di mera convenienza, bisogna prendere coscienza del dramma sul fronte economico e finanziario collettivo, riconoscere che, laddove non si porrà immediatamente un baluardo di sostegno fatto di sacrifici, volontà  e interventi comuni,  l’epilogo  è in via di compimento e d’esplosione: non dietro l’angolo, bensì al cospetto di tutti, come dire, viepiù brutalmente, che è il caso che vedano finanche i ciechi, sentano i sordi e parlino i muti.

A questo punto, nessuno, a qualsiasi livello, può essere sicuro e tranquillo che, nel proprio divenire esistenziale, si susseguiranno i capitoli con le solite scansioni e scadenze naturali, senza terremoti.

In fondo, c’è motivo di provare nostalgia delle minuscole cicale alate di color bruno giallastro, sebbene stordiscano per via del loro indefesso, incontrollabile e insaziabile frinire, un’esibizione, nella torrida atmosfera del solleone, talmente “sentita” dalle stesse protagoniste, al punto da far loro dimenticare e trascurare ogni altra cura, esigenza, incombenza o faccenda.

Alla conclusione dell’opera o esercizio, l’ingenuo e sprovveduto insetto dell’ordine degli Omotteri, come si sa, finisce col languire e perire, svuotandosi completamente, limitandosi appena a lasciare in eredità microscopiche larve che, dopo l’incubazione autunno invernale, assicureranno la continuità e le caratteristiche della specie per le successive belle stagioni. Un regime d’essere, di vivere e di morire che, in fondo, non arreca il minimo danno agli altri.

Oggigiorno, purtroppo, in aggiunta alle presenze canterine estive sugli alberi, nei giardini, nei campi e cortili, l’intero ambiente che ci circonda si presenta popolato e affollato da una ben diversa varietà di cicale, sfilano eserciti o nugoli di cicaluni, cicalone e cicaleddre

Un universo animale che non si esibisce e basta, ma nuoce, rode più d’ogni tarlo, approfitta, fa male ovunque si giri.

Cicaluni, cicalone e cicaleddre ronzano addirittura ai massimi piani delle pubbliche istituzioni, all’interno delle forze politiche e dei partiti, annebbiando le buone idee e i propositi sani.

Poco o niente si salva da siffatta invasione insettivora, l’unico ambiente a non risentire ed essere condizionato è il Colle: difatti, solamente da lì promanano, e giungono provvidi, moniti, esortazioni e incoraggiamenti a mettere la testa a posto, a stare con i piedi per terra, a non fare i furbi, a rendersi conto che la baracca non potrà reggere oltre e che il suo crollo farà perire l’intera società, alla stregua di un immane diluvio universale.

L’esempio maggiormente prossimo a questi giorni e clamoroso è dato dai modi di definizione della rilevante manovra finanziaria, il va e vieni, su e giù,  nell’individuazione delle misure, i cambiamenti e i ripiegamenti del Palazzo. Si avverte la sensazione che, notte e giorno, i Responsabili e gli Addetti vadano sfogliando distinguo, soffermandosi sulle posizioni e gli interessi colpiti, toccati o sfiorati, inanellando poi esclusioni e modifiche che, forse, lasciano scarso campo alla reale validità ed efficacia dell’operazione da porre in atto.

Una ridda di provvedimenti, allungamento età della pensione, contributo di solidarietà, tassa sulle ricchezze, minore rigidità nei contratti e via dicendo, che non sono una vera e propria soluzione, ma palliativi, vitamine di scarso effetto rispetto alla cura da cavallo di cui le casse e il bilancio dello Stato hanno urgente necessità.

La via maestra non può essere che quella del contrasto e della lotta senza quartiere all’evasione e all’elusione fiscale, alla totalità del “criminale” fenomeno, situazioni, piccole, grandi e mastodontiche: si mandino in servizio all’esterno, con maggiore incisività, frequenza e consistenza di forze, gli agenti delle Entrate e delle Fiamme Gialle, i casi concreti di mancato versamento all’Erario delle tasse dovute sono diffusissimi e visibilissimi, appare riduttivo scendere a esemplificazioni spicciole, di dettaglio.

Pur di riuscire nell’intento, a integrazione dei mezzi e degli strumenti disponibili in casa, non si esiti, almeno adesso che sta incombendo la débacle, a ricorrere all’aiuto e alla collaborazione, con costi ovviamente a nostro carico, del Governo degli Usa, dove, come noto, le tasse sono corrisposte da tutti e su qualunque reddito, mettendo finalmente a regime, anche da noi, un’efficiente macchina fiscale e far dare allo Stato ciò che è dello Stato.

Vi sono, in Italia, oltre 2.100.000 invalidi, ai quali sono corrisposte pensioni pari a sedici miliardi l’anno.

Domanda, per niente peregrina: quante di dette invalidità sono davvero tali? Di situazioni dubbie o totalmente fasulle si parla da decenni. Così per citare, qualora si arrivasse a individuarne e smascherarne un quarto di natura palesemente illegittima, si conseguirebbe un ingente risparmio di risorse pubbliche, con buona pace di quanti, sinora, hanno praticamente approfittato e abusato, magari con la complicità di organismi di valutazione.

Lungo lo Stivale sono presenti 850 porti, porticcioli e marine con 147.000 posti barca: ci vorrebbe poco per dare un’occhiata, fare un censimento dal vivo dei natanti e incrociare i nomi degli intestatari e reali proprietari con le dichiarazioni dei redditi e i rapporti col Fisco.

La stessa osservazione vale per gli acquirenti di autovetture di lusso.          

Non è certamente un bel rosario, del resto la stessa Madonna sembra farci notare che dobbiamo, principalmente, aiutarci e arrangiarci da soli. Ne discende la seguente morale: preghiere e suppliche, ma soprattutto azioni, sacrifici e rinunce, sterzate verso la strada della correttezza, della rettitudine e dell’onesto vivere.

9 settembre 2011  

Rocco Boccadamo                                                                                  

Lecce

e.mail: rocco_b@alice.it

 

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