Archivio per dicembre, 2009

copersalento

La Regione Puglia dovrà rispondere formalmente alla diffida del Comune di Maglie del 17 agosto scorso, con la quale intimava che fosse il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ad eseguire “ogni necessaria attività e provvedimento d’urgenza, in ragione delle dimensioni dell’emergenza, anche con riferimento alla necessità di verifica della sussistenza di altre fonti di inquinamento da diossina che possano incidere su un territorio di così vaste dimensioni”.

Lo ha deciso il Tar in una sentenza pubblicata il 16 dicembre scorso (prima sezione, presidente Aldo Ravalli).

E’ una sentenza che ordina alla Regione di pronunciarsi rispetto alla lettera del Comune di Maglie, ma che non “ordina” a Vendola, in quanto presidente, di fare quello che è richiesto dal Comune.

Si tratta cioè di una sentenza che si esprime su una questione di “metodo” e non di “merito”: insomma, la Regione non può esimersi dal rispondere se è un Comune a chiederglielo.

Ovviamente però il sindaco Antonio Fitto ha convocato una conferenza stampa nel corso della quale, con toni trionfalistici, ha definito la sua amministrazione “la vera garante della salute dei cittadini”.

Forse si tratta di un’affermazione fatta in preda ad un’amnesia: il Comune di Maglie infatti non si è mai costituito parte civile nei processi penali intentati dalla Procura di Lecce contro la Copersalento durante il mandato del sindaco Fitto.

Costituzione di parte civile al contrario portata avanti dal Comune di Melpignano e Cursi.

Eppure ci sono state diverse sentenze di condanna, di cui una passata in giudicato, che attribuiscono gravi responsabilità al legale rappresentante della Copersalento e al direttore (all’epoca Rampino e Merico), per aver inquinato l’ambiente circostante.

Ma del Comune di Maglie, in questi processi, neanche l’ombra.

Per dirne un’altra: negli ultimi due mesi è stato istruito un processo nel quale è stato già emesso un decreto penale di condanna questa volta contro il solo direttore dello stabilimento, Egidio Merico, perché nel 2006 erano stati registrati nelle polveri il superamento dei limiti di diverse sostanze cancerogene. Voglio dire che ci sono state diverse udienze, dal 17 agosto ad oggi, cioè da quando il sindaco Fitto ha scoperto la sua vocazione di paladino dell’ambiente diffidando la Regione Puglia a rispondergli: avrebbe potuto costituirsi parte civile, se veramente si fosse sentito l’unico garante della salute dei cittadini.

Perché non l’ha fatto?

Nella sua risposta, dovuta per legge, la Regione Puglia potrebbe inserire anche questa domanda.

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Stop al fotovoltaico selvaggio. La Regione Puglia (delibera di giunta 1947/2009, approvata il 20 ottobre scorso e pubblica sul Burp 174 del 4 novembre) propone il divieto per impianti fotovoltaici a terra e in zone agricole.

Lo fa approvando lo schema del Piano paesaggistico territoriale regionale, all’interno del quale sono contenute le  linee guida per la progettazione e lo stanziamento degli impianti energetici alimentati da fonti rinnovabili. Tra gli indirizzi e gli obiettivi operativi illustrati dalle linee guida emerge infatti la volontà di concentrare i nuovi impianti fotovoltaici nelle aree produttive pianificate e nelle cave anziché nelle zone agricole, vietando in particolare la messa a terra. La Regione incentiva al contrario la copertura per autoconsumo di serre agricole, facciate di edifici, pensiline e strutture per la protezione di parcheggi, aree di sosta e zone pedonali. Soluzioni che non comportano il consumo di suolo e si integrano con la vocazione agricola di determinate aree regionali. I nuovi orientamenti mirano infatti a promuovere distretti energetici compatibili con il territorio e il paesaggio. L’energia diventa quindi centrale nel processo di riqualificazione di città, aree produttive, periferie e campagna urbanizzata, creando una sinergia tra crescita del settore energetico, valorizzazione del paesaggio e salvaguardia dei suoi caratteri identitari.

Una risposta importante ai tanti comitati di cittadini che in tutta la Puglia hanno prodotto una vera e propria levata di scudi contro il rischio di veder deturpato per sempre il loro paesaggio. Una sterzata decisa verso la tutela del “bene comune”, rappresentato anche da quell’orizzonte fatto di ulivi, muretti a secco, vigne e grano al quale i nostri occhi sono abituati.

Un argine alle speculazioni delle mafie sulla compravendita di terreni agricoli per la futura realizzazione di impianti per la produzione di energia alternativa. E’ questo, infatti, come ha più volte denunciato “Libera” il nuovo settore economico dove si stanno ripulendo soldi sporchi: lo potete leggere nell’ultima inchiesta del Tacco in edicola, dal titolo emblematico “Cose nostre”.

Un bel modo, per chi ama l’ambiente, di salutare un anno durante il quale all’ambiente è stato tolto molto.

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