Archivio per marzo, 2010

Il futuro della sinistra italiana è tutto nel discorso di Vendola. La riscossa del popolo della sinistra parte e passa dalla Puglia che, da “anomalia”, si candida a diventare “normalità”. Parlarne oggi sembra un azzardo, ma a risentire le frasi e i toni con cui Vendola le ha pronunciate, nel suo discorso in piazza della Libertà a Bari, si aprono scenari che appaiono sorprendentemente nitidi. Se incrociamo quelle frasi con le dichiarazioni rilasciate da Vendola oggi sul Manifesto, e le inseriamo nel contesto desolante della sinistra nazionale e dei risultati positivi per il centrodestra, allora gli scenari sembrano obbligati.

Parole positive per Poli Bortone; il Pd è “leale ed entusiasta”; con l’Idv è legato da “fraterna amicizia”; i Radicali sono “amici ritrovati”.

Le fabbriche di Nichi sono state la vera novità, il valore aggiunto della campagna elettorale: la buona politica, concretezza e utopia insieme, mescolate, le due gambe su cui cammina un progetto di speranza.

Dopo una breve vacanza per riposarsi “in un igloo, dove non prendere il telefonino, a leggere poesia, a toccare i libri, che mi mancano, ad ascoltare buona musica”, Vendola, promette, convocherà gli “stati generali delle fabbriche di Nichi” in tutta Italia, “per decidere che cosa fare”. Perché secondo lui le fabbriche non possono sciogliersi, sono stati luoghi belli, dove incontrarsi e fare politica buona. Se si sciogliessero, dice, “sentirei una nostalgia lancinante”. Nichi Vendola chiama a raccolta il suo popolo: decideremo insieme, dice, ma “io ho una mia idea. Penso che le fabbriche debbano espandersi in tutta Italia. Il cantiere ora è quello di un’Italia migliore”.

Il cantiere, quindi, che finora era stato la Puglia, viene esportato.

Mette poi in contrapposizione il Nord, cattivo e malevolo, con il Sud delle eccellenze e dei talenti: il Sud “ha la responsabilità di dover fare una battaglia forse in solitudine per difendere l’unità nazionale, contro la secessione, che domani sarà imboccata con più forza, dalla tracotanza di Bossi, dal sodalizio che cementa il nuovo blocco di potere di una destra reazionaria, capace di regalare paura e precarietà”.

Sembra ancora di più un’apertura verso Poli Bortone, forse presidente del Consiglio.

La sinistra poi, diventa elemento ontologico di una destra che non c’è. La ragione della sua esistenza: “dobbiamo aiutare il centro destra a trovare la bussola e una nuova classe dirigente”.

Fitto è un “alleato prezioso”, per questo – dice – ho pensato di fondare l’associazione “Nessuno tocchi Raffaele”.

Troppo tardi: Fitto ha rassegnato le dimissioni, accettate da Berlusconi e ha subito l’affondo di Salvatore Tatarella. Nella “sua” Provincia, poi, nessuno degli otto assessori provinciali candidati (praticamente tutta la Giunta) è riuscito a raggiungere lo scranno regionale. Un manrovescio che non può non scuotere gli assetti della squadra di Gabellone, a meno di un anno di governo, così come sta già accadendo per il Comune di Lecce, dove sarebbe in cottura un rimpasto.

A Lecce, infatti, c’è stato il sorpasso di Vendola su Palese: poca roba, ma simbolicamente importante.

Soprattutto se poi si guarda nel merito, ad un Carlo Salvemini, ex Pd, che con la lista del presidente Vendola ha sorpassato Antonio Rotundo (Pd), già deputato.

Le comunali sono vicine e (finalmente) c’è una classe dirigente di sinistra che, se non ha avuto spazio, se lo sta conquistando. Che si vada di Salvemini in Salvemini?

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Fitto

La notizia delle dimissioni di Raffaele Fitto, ministro per i rapporti con le Regioni, aveva cominciato a circolare dall’alba di ieri. Dopo alcune ore dall’inizio dello spoglio infatti, quando ormai il distacco tra Rocco Palese e Nichi Vendola superava il tre per cento, cioè la “forbice” di sicurezza prevista dagli exit poll, Raffaele Fitto si era recato nel comitato di Bari del “suo” candidato e, circondategli le spalle con un braccio, aveva dichiarato che quella sconfitta era il “frutto di un disegno più ampio ordito per farci perdere. Un disegno con l’evidente obiettivo di indebolirci, avente una regia più ampia, capace di inglobare il centro e la sinistra. Ne prenderemo atto”. Questa frase era già apparsa ai più fini conoscitori delle dinamiche interne al Pdl, come l’anticipazione di una resa. Alcune voci, sempre interne al partito di Fitto, parlano addirittura di una promessa fatta a Berlusconi quando, quello che ormai è il suo ex “delfino”, la sua ex “protesi”, l’aveva spuntata nel braccio di ferro: “Se perdo mi dimetto”, e su questa frase, pare, quasi una battuta, si sono stretti la mano, Fitto e il presidente del Consiglio, lasciando al terzo Polo la candidatura di Adriana Poli, preferita da Berlusconi al fido Rocco.

Una candidatura poi risultata determinante, se è vero che le liste che hanno sostenuto Adriana Poli hanno raccolto più consenti della candidata, svelando il meccanismo, preannunciato, del voto disgiunto a sostegno di Vendola. Allo stesso modo, le liste a sostegno del candidato di Fitto hanno raccolto più consensi dello stesso candidato: una critica tutta interna al Pdl, con personaggi di primo piano come l’ex presidente della Regione Puglia Di Stato e il consigliere regionale uscente Attanasio (Pdl, ex An), che non hanno condiviso la linea fittiana. Un rinnovamento nella dirigenza: è di questo che si parla, sebbene a caldo nessuno abbia voglia di commentare. Lo zio Antonio Fitto, che per la seconda volta candidato sindaco a Maglie, paese del ministro, l’ha avuta vinta al primo turno contro il candidato del Pd e dell’Udc, parla di un “atto di responsabilità e rispetto nei confronti del Pdl”. Per l’europarlamentare Raffaele Baldassarre “Fitto ha anticipato chi voleva metterlo sulla graticola. La successione? Nessuno meglio di Fitto può rappresentare in Puglia il Pdl, dal momento che il 90% delle liste sono suoi amici. Né può sostituirlo Mantovano. Se Berlusconi respinge le dimissioni, avrà spuntato gli artigli alla Poli”.

Mario De Donatis, fine conoscitore della politica regionale, è stato dirigente della Regione Puglia con undici presidenti. Amico di famiglia dei Fitto fino a cinque anni fa, lavorò con il padre, Salvatore e con il figlio, Raffaele, di cui fu capo di gabinetto. Poco prima della fine del governo di centrodestra, prese le distanze da Fitto avvicinandosi alle posizioni dell’Udc. Oggi è vicepresidente dell’Istituto pugliese di ricerche economiche e sociali ed è delegato per la Puglia del sindacato di categoria Confedir.

Che ne pensa dell’esistenza di un disegno con una regia superiore volta alla sconfitta di Fitto?

“E’ una lettura a caldo di chi ricerca all’esterno responsabilità addebitabili unicamente ai propri comportamenti. Da esterno alla politica, quello che è successo in Puglia denuncia la crisi dei partiti che, in assenza di democrazia interna, assumono più la connotazione di “comitati di affari” che di strumento in grado di far partecipare il popolo ai processi decisionali. Del resto, al di là delle singole candidature, mi chiedo se possano essere condivisibili  le modalità di selezione adottate (ad esclusione delle primarie che, in ogni caso, condivisibili o meno, sono un percorso trasparente e di alto profilo democratico). Voglio dire che oggi occorre superare il deficit di democrazia interna ai partiti che incide sul ricambio della classe dirigente ed espone la politica all’inquinamento di lobby affaristiche che dal finanziare i partiti sono passate a sostenere uomini e nuove formazioni clientelari”.

Come cambieranno i rapporti di forza interni alla coalizione?

“Potrei dire che la ex componente di An potrebbe ricercare la rivincita ed infierendo su Fitto, capro espiatorio, potrebbe ricostruire un proprio ruolo. Ma il problema non è questo. In Puglia non c’è una destra né un centro-destra. L’aggregazione berlusconiana che oggi vede fuori quota la Poli (che ha una storia completamente diversa), è la sedimentazione di vecchie correnti Dc di area dorotea, di clientele, presenti nel mondo delle professioni ed alimentate dal potere regionale dei colletti bianchi delle Istituzioni (livelli elettivi e burocratici) che, in assenza di indirizzi politici e di programmazione agiscono nel mare, senza sponde, delle risorse europee, forse più interessanti di quelle che alimentano la sanità”.

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Insomma, non c’è gara. Non ci sono poesie o rime o programmi o idee e ideologie che tengano.

Chi è per l’Odio alzi la mano. Lo sapevo. Allora siete tutti del partito dell’Amore. E’ scontato.

I discorsi che raccontano della fine delle ideologie sono ormai superati, roba vecchia. Non si parla neanche più, delle idee. Ora siamo al capitolo: chi non è con me è contro di me. Un clima da pre-marcia su Roma che quelli della mia generazione hanno solo letto sui libri, ma che i bisnonni ricordano bene, e lo raccontano con una scintilla di terrore negli occhi.

E chi può essere per l’Odio? Nessuno. Chi potrebbe dichiararlo? Nessuno. E chi si permetterà di farlo non sarà più additato come comunista. Le ideologie, quelle, sono roba vecchia. Chi è per l’Odio è un sovversivo. Semplicemente da eliminare.

Nello stesso giorno in cui Barak Obama vince la sua sfida per un sistema sanitario pubblico, si celebra nel mondo la giornata dell’acqua, proprio mentre il Governo italiano vuole privatizzarla.

L’acquedotto pugliese è il più grande d’Europa. Proprio qui, nella terra della sete, l’acqua arriva da lontano. Per questo servono 20mila kilometri di tubature, che perdono. Dal mio punto di vista la soluzione non è: diamo tutto ai privati che lo gestiscono meglio. Ma: gestiamo meglio il bene pubblico e continuiamo a garantire un diritto fondamentale. Fuori lo spoil system dalle nomine dei dirigenti pubblici. Si indìcano concorsi, veri, dove a vincere sarà il merito (se così fosse, più della metà dei dirigenti pubblici sarebbe donna, perché sono le donne a laurearsi prima e con i voti migliori). Si facciano gare, vere, e non truccate, con lo stiracchiamento ai massimi livelli della legge sulle estensioni della gare. Per la serie: come trasformare una legge in uno stratagemma. E’ stato proprio questo il trucchetto contestato dalla Procura di Bari non solo a Frisullo e a Tarantini, ma anche al ministro Raffaele Fitto e all’imprenditore romano Angelucci, entrambi rinviati a giudizio (per Frisullo, come noto, ancora si è alla fase delle indagini). Per Fitto è stato chiesto l’arresto ma attualmente gode dell’immunità parlamentare. Insomma, va, viene, inveisce anche contro Frisullo e i magistrati, ma nei confronti della Giustizia italiana e quindi degli Italiani, in particolar modo dei suoi elettori, ha un grosso debito da scontare.

Tornando all’acqua. L’acqua è come l’aria: è impensabile chiedere il permesso per utilizzarla.

Eppure, nel corso di questa campagna elettorale, sarei stata disposta, e come me credo numerosi elettori, ad ascoltare le ragioni dell’altra parte. Quale migliore occasione, per confrontarsi? La campagna elettorale è sempre stato un momento costruttivo per tutti. Invece il Pdl ha ideato una campagna elettorale che, per semplificazioni successive (l’Amore e l’Odio, appunto), arriva all’enunciazione del nulla.

“Basta chiacchiere”, è l’apoteosi dei loro proclami.

E che cosa si può obiettare? Come per l’Amore, siamo tutti d’accordo. Basta chiacchiere, ma poi? Per fare cosa? Va bene, non chiacchieriamo. Parliamo. Ma di che cosa?

Dell’Amore e dell’Odio.

E vabbè, ma allora ditelo.

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Ecco ancora una volta la Puglia al centro del sistema mediatico: i magistrati di Trani hanno indagato il presidente del Consiglio per concussione e per violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, (articoli 317 e 338 del Codice penale), reati compiuti ai danni dell’istituzione del Garante per le Comunicazioni. Nei confronti del commissario dell’Agcom, Giancarlo Innocenzi, la procura ipotizza il reato di favoreggiamento personale (art.378 del Codice penale), in relazione alle dichiarazioni fatte nel corso di un’audizione dinanzi agli investigatori in cui avrebbe negato di aver ricevuto pressioni da Berlusconi per chiudere Annozero. Il direttore del Tg1, Augusto Minzolini è indagato nell’inchiesta di Trani per violazione dell’articolo 379 bis del Codice penale: “Rivelazioni di segreti inerenti a un procedimento penale”. Minzolini non avrebbe osservato il divieto imposto dal pubblico ministero, Michele Ruggiero, di non rivelare a terzi il contenuto dell’interrogatorio a cui fu sottoposto a Trani il 17 dicembre 2009 nell’ambito delle indagini sulle carte di credito American Express. Non si conoscono ancora i dettagli, ma l’indagine del pubblico ministero Michele Ruggiero assume via via contorni sempre più netti: dalle intercettazioni delle conversazioni tra Berlusconi e Giancarlo Innocenzi Bozzi, commissario dell’Agcom, emergerebbe il tentativo del capo del Governo di piegare l’operato di un pubblico ufficiale in cambio di un tornaconto. E’ qui che si configura il reato di concussione. Avrebbe addirittura cercato di coinvolgere un generale dei Carabinieri affinché presentasse un esposto contro la trasmissione di Michel Santoro “Anno zero”, per indurre l’Authory ad una chiusura preventiva, ossia prima della messa in onda delle trasmissioni che più davano fastidio al premier: quella sul processo Mills e quella sui collegamenti tra la mafia siciliana e la nascita di Forza Italia.

Ancora una volta la magistratura si deve occupare del premier e delle sue attività “non convenzionali”. Ancora una volta è accusata di strumentalizzazione e di essere legata a doppio filo con la sinistra. Come al solito il nostro presidente del Consiglio non ha lesinato offese, definendo “grottesca” l’inchiesta. Invece si tratta di un’inchiesta interessante e politicamente dirompente. Sarà difficile da imbastire, l’impianto accusatorio del pm Michele Ruggiero, a cui il procuratore capo di Trani Carlo Maria Capristo ha affiancato un pool di magistrati costituito dal procuratore aggiunto Giannella, e dai pubblici ministeri Buquicchio, Cardinali e D’Agostino. Quest’ultimo è stato il pm che a Lecce si è occupato di grandi inchieste come quella sull’Iskenia, sull’Università di Lecce, Colonia Scarciglia. Politicamente dirompente, ciò che viene fuori dalle indagini, perché per la prima volta viene fuori, non da commenti o “grottesche” analisi giornalistiche, l’impatto del conflitto d’interessi del Cavaliere sull’informazione, il suo tentativo di censura anche attraverso manipolazioni e minacce verso pubblici ufficiali. L’informazione come mezzo di scambio e strumento di potere. Ancora una volta niente di nuovo per la Puglia: qualcosa di simile è contenuto nelle carte processuali e nelle intercettazioni che riguardano il ministro Raffaele Fitto e un editore televisivo locale, entrambi rinviati a giudizio dalla Procura di Bari: informazione pilotata in cambio di soldi. Anche in quel caso eravamo in campagna elettorale: cinque anni fa, Fitto contro Vendola, esattamente come oggi. Quindi il problema non è che sotto elezioni la magistratura affila i coltelli e tira fuori dal cappello inchieste strumentali, ma che in vista delle urne il potere stringe i ranghi per dominare l’informazione. Il problema è che c’è chi si piega, leggi Minzolini, e chi no, leggi Santoro. E quest’ultimo poi paga per tutti. Ancora una volta niente di nuovo sotto il sole.

Gli articoli pubblicati su Il Manifesto

Il Manifesto 14 marzo 2010 Il Manifesto 16 marzo 2010

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L’abbiamo ascoltato su tutte le televisioni e radio locali, il grido d’allarme per i tagli del Governo alle emittenti radiotelevisive.

Si paventa la chiusura, la perdita di 100mila posti di lavoro, di cui 1600 di giornalisti, la caduta verticale della qualità dei servizi di informazione.

Certo, detta così, la situazione apparirebbe drammatica: come, dall’oggi al domani un taglio netto e zac? Addio tg?

In realtà i contributi all’editoria sono tanti e tali, che i tagli che il decreto “mille proroghe” ha pianificato, costituiscono solo una piccola parte.

Il Governo ha stabilito di decurtare le provvidenze che consistono nella riduzione tariffaria del 50% dei costi delle utenze telefoniche, nel rimborso del 40% dei costi delle utenze elettriche e dei collegamenti satellitari e nel rimborso del 60% del costo dei canoni di abbonamento delle agenzie di informazione.

Ma la parte consistente dei contributi alle televisioni, quella, rimane.

Ed è la parte che distribuisce 145 milioni di euro (ai sensi della legge 448/98), dei quali la maggior parte arriva proprio in Puglia: oltre 41 milioni per l’annata 2009, distribuiti fra 44 tv.

E’ qui che il futuro presidente della Regione Puglia deve giocare e vincere la partita della legalità e della trasparenza. Perché quei soldi arrivano da Roma, ma vengono gestiti direttamente dalla Regione, tramite il Corecom (Comitato regionale per le comunicazioni), i cui componenti e il cui presidente (attualmente è il senatore Giuseppe Giacovazzo) vengono nominati direttamente dal Consiglio regionale.

E’ chiaro che esiste il concreto rischio che i componenti del Corecom, magari persone di riferimento di un’area politica, interpretino in maniera fin troppo elastica i regolamenti che fissano i criteri di attribuzione dei contributi o che evitino di inviare i controlli, che sono fatti a campione, alle aziende amiche e politicamente allineate.

Negli ultimi due anni il Corecom ha revocato in autotutela le graduatorie con cui venivano assegnati i contributi ministeriali, proprio perché il Tar prima e il Consiglio di Stato poi avevano dato ragione ad alcune televisioni che evidenziavano delle anomalie nei criteri di valutazione. I finanziamenti sono a tutt’oggi bloccati e non ci sorprenderebbe se le televisioni tirassero fuori nuovamente l’argomentazione dell’attentato alla democrazia per difendere i propri interessi economici.

I tagli previsti dal Governo invece non causeranno, come si fa credere, il collasso del settore radiotelevisivo, ma un indebolimento sì, e una maggiore dipendenza degli editori da quei contributi gestiti dal Corecom.

Indebolire le televisioni locali significa anche rafforzare il duopolio Rai-Mediaset che, al momento giusto, abbiamo visto in tante occasioni, diventa monopolio, perché di fato i due colossi, all’occorrenza, non si fanno concorrenza.

A chi come il Tacco d’Italia è sul mercato e non ha mai percepito un euro di contributi pubblici, a chi combatte ogni giorno per il minimo salariale e spesso neanche quello si ritrova in busta, questa levata di scudi per farsi pagare le bollette telefoniche con i soldi dei cittadini appare fuori luogo.

Questo invece sarebbe il momento giusto perché il futuro presidente della Regione Puglia si impegnasse non affinché i soldi gestiti dal Corecom siano decurtati, ma perché siano gestiti bene e onestamente e perché le regole e i controlli valgano per tutti. Ricordate l’art.3 della Costituzione?

Anche qui, chiediamo il minimo sindacale.

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