Insomma, non c’è gara. Non ci sono poesie o rime o programmi o idee e ideologie che tengano.

Chi è per l’Odio alzi la mano. Lo sapevo. Allora siete tutti del partito dell’Amore. E’ scontato.

I discorsi che raccontano della fine delle ideologie sono ormai superati, roba vecchia. Non si parla neanche più, delle idee. Ora siamo al capitolo: chi non è con me è contro di me. Un clima da pre-marcia su Roma che quelli della mia generazione hanno solo letto sui libri, ma che i bisnonni ricordano bene, e lo raccontano con una scintilla di terrore negli occhi.

E chi può essere per l’Odio? Nessuno. Chi potrebbe dichiararlo? Nessuno. E chi si permetterà di farlo non sarà più additato come comunista. Le ideologie, quelle, sono roba vecchia. Chi è per l’Odio è un sovversivo. Semplicemente da eliminare.

Nello stesso giorno in cui Barak Obama vince la sua sfida per un sistema sanitario pubblico, si celebra nel mondo la giornata dell’acqua, proprio mentre il Governo italiano vuole privatizzarla.

L’acquedotto pugliese è il più grande d’Europa. Proprio qui, nella terra della sete, l’acqua arriva da lontano. Per questo servono 20mila kilometri di tubature, che perdono. Dal mio punto di vista la soluzione non è: diamo tutto ai privati che lo gestiscono meglio. Ma: gestiamo meglio il bene pubblico e continuiamo a garantire un diritto fondamentale. Fuori lo spoil system dalle nomine dei dirigenti pubblici. Si indìcano concorsi, veri, dove a vincere sarà il merito (se così fosse, più della metà dei dirigenti pubblici sarebbe donna, perché sono le donne a laurearsi prima e con i voti migliori). Si facciano gare, vere, e non truccate, con lo stiracchiamento ai massimi livelli della legge sulle estensioni della gare. Per la serie: come trasformare una legge in uno stratagemma. E’ stato proprio questo il trucchetto contestato dalla Procura di Bari non solo a Frisullo e a Tarantini, ma anche al ministro Raffaele Fitto e all’imprenditore romano Angelucci, entrambi rinviati a giudizio (per Frisullo, come noto, ancora si è alla fase delle indagini). Per Fitto è stato chiesto l’arresto ma attualmente gode dell’immunità parlamentare. Insomma, va, viene, inveisce anche contro Frisullo e i magistrati, ma nei confronti della Giustizia italiana e quindi degli Italiani, in particolar modo dei suoi elettori, ha un grosso debito da scontare.

Tornando all’acqua. L’acqua è come l’aria: è impensabile chiedere il permesso per utilizzarla.

Eppure, nel corso di questa campagna elettorale, sarei stata disposta, e come me credo numerosi elettori, ad ascoltare le ragioni dell’altra parte. Quale migliore occasione, per confrontarsi? La campagna elettorale è sempre stato un momento costruttivo per tutti. Invece il Pdl ha ideato una campagna elettorale che, per semplificazioni successive (l’Amore e l’Odio, appunto), arriva all’enunciazione del nulla.

“Basta chiacchiere”, è l’apoteosi dei loro proclami.

E che cosa si può obiettare? Come per l’Amore, siamo tutti d’accordo. Basta chiacchiere, ma poi? Per fare cosa? Va bene, non chiacchieriamo. Parliamo. Ma di che cosa?

Dell’Amore e dell’Odio.

E vabbè, ma allora ditelo.

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berlusconi_al_telefono

Ecco ancora una volta la Puglia al centro del sistema mediatico: i magistrati di Trani hanno indagato il presidente del Consiglio per concussione e per violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, (articoli 317 e 338 del Codice penale), reati compiuti ai danni dell’istituzione del Garante per le Comunicazioni. Nei confronti del commissario dell’Agcom, Giancarlo Innocenzi, la procura ipotizza il reato di favoreggiamento personale (art.378 del Codice penale), in relazione alle dichiarazioni fatte nel corso di un’audizione dinanzi agli investigatori in cui avrebbe negato di aver ricevuto pressioni da Berlusconi per chiudere Annozero. Il direttore del Tg1, Augusto Minzolini è indagato nell’inchiesta di Trani per violazione dell’articolo 379 bis del Codice penale: “Rivelazioni di segreti inerenti a un procedimento penale”. Minzolini non avrebbe osservato il divieto imposto dal pubblico ministero, Michele Ruggiero, di non rivelare a terzi il contenuto dell’interrogatorio a cui fu sottoposto a Trani il 17 dicembre 2009 nell’ambito delle indagini sulle carte di credito American Express. Non si conoscono ancora i dettagli, ma l’indagine del pubblico ministero Michele Ruggiero assume via via contorni sempre più netti: dalle intercettazioni delle conversazioni tra Berlusconi e Giancarlo Innocenzi Bozzi, commissario dell’Agcom, emergerebbe il tentativo del capo del Governo di piegare l’operato di un pubblico ufficiale in cambio di un tornaconto. E’ qui che si configura il reato di concussione. Avrebbe addirittura cercato di coinvolgere un generale dei Carabinieri affinché presentasse un esposto contro la trasmissione di Michel Santoro “Anno zero”, per indurre l’Authory ad una chiusura preventiva, ossia prima della messa in onda delle trasmissioni che più davano fastidio al premier: quella sul processo Mills e quella sui collegamenti tra la mafia siciliana e la nascita di Forza Italia.

Ancora una volta la magistratura si deve occupare del premier e delle sue attività “non convenzionali”. Ancora una volta è accusata di strumentalizzazione e di essere legata a doppio filo con la sinistra. Come al solito il nostro presidente del Consiglio non ha lesinato offese, definendo “grottesca” l’inchiesta. Invece si tratta di un’inchiesta interessante e politicamente dirompente. Sarà difficile da imbastire, l’impianto accusatorio del pm Michele Ruggiero, a cui il procuratore capo di Trani Carlo Maria Capristo ha affiancato un pool di magistrati costituito dal procuratore aggiunto Giannella, e dai pubblici ministeri Buquicchio, Cardinali e D’Agostino. Quest’ultimo è stato il pm che a Lecce si è occupato di grandi inchieste come quella sull’Iskenia, sull’Università di Lecce, Colonia Scarciglia. Politicamente dirompente, ciò che viene fuori dalle indagini, perché per la prima volta viene fuori, non da commenti o “grottesche” analisi giornalistiche, l’impatto del conflitto d’interessi del Cavaliere sull’informazione, il suo tentativo di censura anche attraverso manipolazioni e minacce verso pubblici ufficiali. L’informazione come mezzo di scambio e strumento di potere. Ancora una volta niente di nuovo per la Puglia: qualcosa di simile è contenuto nelle carte processuali e nelle intercettazioni che riguardano il ministro Raffaele Fitto e un editore televisivo locale, entrambi rinviati a giudizio dalla Procura di Bari: informazione pilotata in cambio di soldi. Anche in quel caso eravamo in campagna elettorale: cinque anni fa, Fitto contro Vendola, esattamente come oggi. Quindi il problema non è che sotto elezioni la magistratura affila i coltelli e tira fuori dal cappello inchieste strumentali, ma che in vista delle urne il potere stringe i ranghi per dominare l’informazione. Il problema è che c’è chi si piega, leggi Minzolini, e chi no, leggi Santoro. E quest’ultimo poi paga per tutti. Ancora una volta niente di nuovo sotto il sole.

Gli articoli pubblicati su Il Manifesto

Il Manifesto 14 marzo 2010 Il Manifesto 16 marzo 2010

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apertura

L’abbiamo ascoltato su tutte le televisioni e radio locali, il grido d’allarme per i tagli del Governo alle emittenti radiotelevisive.

Si paventa la chiusura, la perdita di 100mila posti di lavoro, di cui 1600 di giornalisti, la caduta verticale della qualità dei servizi di informazione.

Certo, detta così, la situazione apparirebbe drammatica: come, dall’oggi al domani un taglio netto e zac? Addio tg?

In realtà i contributi all’editoria sono tanti e tali, che i tagli che il decreto “mille proroghe” ha pianificato, costituiscono solo una piccola parte.

Il Governo ha stabilito di decurtare le provvidenze che consistono nella riduzione tariffaria del 50% dei costi delle utenze telefoniche, nel rimborso del 40% dei costi delle utenze elettriche e dei collegamenti satellitari e nel rimborso del 60% del costo dei canoni di abbonamento delle agenzie di informazione.

Ma la parte consistente dei contributi alle televisioni, quella, rimane.

Ed è la parte che distribuisce 145 milioni di euro (ai sensi della legge 448/98), dei quali la maggior parte arriva proprio in Puglia: oltre 41 milioni per l’annata 2009, distribuiti fra 44 tv.

E’ qui che il futuro presidente della Regione Puglia deve giocare e vincere la partita della legalità e della trasparenza. Perché quei soldi arrivano da Roma, ma vengono gestiti direttamente dalla Regione, tramite il Corecom (Comitato regionale per le comunicazioni), i cui componenti e il cui presidente (attualmente è il senatore Giuseppe Giacovazzo) vengono nominati direttamente dal Consiglio regionale.

E’ chiaro che esiste il concreto rischio che i componenti del Corecom, magari persone di riferimento di un’area politica, interpretino in maniera fin troppo elastica i regolamenti che fissano i criteri di attribuzione dei contributi o che evitino di inviare i controlli, che sono fatti a campione, alle aziende amiche e politicamente allineate.

Negli ultimi due anni il Corecom ha revocato in autotutela le graduatorie con cui venivano assegnati i contributi ministeriali, proprio perché il Tar prima e il Consiglio di Stato poi avevano dato ragione ad alcune televisioni che evidenziavano delle anomalie nei criteri di valutazione. I finanziamenti sono a tutt’oggi bloccati e non ci sorprenderebbe se le televisioni tirassero fuori nuovamente l’argomentazione dell’attentato alla democrazia per difendere i propri interessi economici.

I tagli previsti dal Governo invece non causeranno, come si fa credere, il collasso del settore radiotelevisivo, ma un indebolimento sì, e una maggiore dipendenza degli editori da quei contributi gestiti dal Corecom.

Indebolire le televisioni locali significa anche rafforzare il duopolio Rai-Mediaset che, al momento giusto, abbiamo visto in tante occasioni, diventa monopolio, perché di fato i due colossi, all’occorrenza, non si fanno concorrenza.

A chi come il Tacco d’Italia è sul mercato e non ha mai percepito un euro di contributi pubblici, a chi combatte ogni giorno per il minimo salariale e spesso neanche quello si ritrova in busta, questa levata di scudi per farsi pagare le bollette telefoniche con i soldi dei cittadini appare fuori luogo.

Questo invece sarebbe il momento giusto perché il futuro presidente della Regione Puglia si impegnasse non affinché i soldi gestiti dal Corecom siano decurtati, ma perché siano gestiti bene e onestamente e perché le regole e i controlli valgano per tutti. Ricordate l’art.3 della Costituzione?

Anche qui, chiediamo il minimo sindacale.

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Ricordate il centro stoccaggio fantasma? Quasi sei miliardi di lire di soldi pubblici, di proprietà del Comune di Ugento, finito e collaudato nel 2002 e mai entrato in funzione?

Abbandonato, vandalizzato, sventrato, dimenticato poi scoperto dal Tacco? E prima del Tacco da Peppino Basile che lì, la notte prima di morire si era recato per fare un sopralluogo, mentre si arrovellava sul perché fosse stato possibile un tale spreco?

Avrebbe dovuto gestirlo il Comune, per dare lavoro a 18 persone e per contribuire a ridurre il volume di rifiuti in discarica. Infatti lì, plastica, carta e vetro, si sarebbero dovuti trasformare in balle da spedire poi ai consorzi di trasformazione.

Invece niente di tutto questo è accaduto.

E’ accaduto invece che il centro di stoccaggio di proprietà pubblica è stato dato in gestione ai privati che hanno vinto l’appalto per la costruzione dell’adiacente centro di biostabilizzazione, in contrada Burgesi. Vedremo che cosa ne faranno: dovrebbero usarlo per realizzare, per la seconda volta, un altro centro di stoccaggio.

I privati, ossia la Cogeam del gruppo Marcegaglia, in particolare la “Progetto ambiente bacino Lecce tre srl” ora è responsabile di tutto ciò che accade lì dentro, ed è per questo che, per entrare nel Centro di stoccaggio con la troupe di Striscia la notizia per realizzare un servizio che andrà in onda nei prossimi giorni, ci hanno fatto firmare una liberatoria, il cui senso è “se vi fate male qui dentro, la colpa non è nostra”.

Infatti lì tutto versa in uno stato di totale degrado.

Ancora una volta, abbiamo realizzato un ampio reportage che testimonia lo scempio che negli anni è stato fatto di tutti i macchinari e le attrezzature.

Eccolo qui.

Non fate “sangue acido”. Alla fine, è carnevale.

Ugento. Impianto di stoccaggio. Fabio dà il benvenuto

Ugento. Impianto di stoccaggio. Fabio dà il benvenuto

Macchinari moderni ed innovativi? Una volta, forse. Oggi sono arrugginiti e inservibili

Macchinari moderni ed innovativi? Una volta, forse. Oggi sono arrugginiti e inservibili

Attendere, prego. Chissà quanto

Attendere, prego. Chissà quanto

Attenzione alle super-innovative lampade che piovono dal cielo

Attenzione alle super-innovative lampade che piovono dal cielo

La centralina elettrica. Abitata da chi ha saputo farne buon uso...

La centralina elettrica. Abitata da chi ha saputo farne buon uso...

E infine: vista panoramica sulla discarica Burgesi. E dove, sennò?

E infine: vista panoramica sulla discarica Burgesi. E dove, sennò?

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TRIBUNALE

La direzione distrettuale antimafia di Palermo ha lanciato un allarme: l’inasprimento delle pene per i mafiosi, previsto dal “pacchetto sicurezza” del governo Berlusconi, rischia di far saltare numerosi processi ai boss di Cosa nostra.

Paradossale, ma vero.

Le nuove norme infatti stabiliscono che, in presenza di tre aggravanti, le condanne per il reato di associazione mafiosa possano anche arrivare a 25-30 anni. E, poiché per le pene superiori ai 30 anni, pene quali l’omicidio, per esempio, la competenza non è del tribunale ordinario ma della corte d’Assise, il Governo ha stabilito che i processi vengano trasferiti nel tribunale competente. La corte d’Assise, appunto.

E’ proprio per questo che molti processi in Sicilia sono stati bloccati: la Cassazione, accettando le motivazioni degli avvocati degli imputati per mafia, ha dichiarato l’incompetenza dei tribunali a giudicare in presenza di aggravanti e ha azzerato tutto assegnando il dibattimento alla corte d’Assise.
Leggiamo su Repubblica che proprio oggi a Palermo altri due processi si sono fermati per questo nuovo cavillo tutto italiano: quello contro i boss di San Lorenzo Madonia ed un troncone del dibattimento “Perseo”.

E’ per questo che oggi la Dia di Palermo ha lanciato un allarme: c’è il rischio concreto che anni e anni di indagini e di processi contro “Cosa nostra” vadano in fumo.

Non c’è il rischio prescrizione, perché i reati di mafia non prevedono questa possibilità, ma il rischio di una vera e propria impunità permanente per i mafiosi.

Infatti questa nuova norma vale anche per processi che sono arrivati al terzo grado di giudizio, la Cassazione, poiché nel testo si legge “in ogni stato e grado di giudizio”.

Un po’ come succede nel gioco dell’oca, che arrivati alla fine si riparte dallo “start”.

Un inaspettato regalo alla mafia da parte del governo, non c’è che dire, camuffato da inasprimento della pena.

E nel Salento? Quali processi rischiano di essere bloccati?

Ve lo faremo sapere al più presto.

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copersalento

La Regione Puglia dovrà rispondere formalmente alla diffida del Comune di Maglie del 17 agosto scorso, con la quale intimava che fosse il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ad eseguire “ogni necessaria attività e provvedimento d’urgenza, in ragione delle dimensioni dell’emergenza, anche con riferimento alla necessità di verifica della sussistenza di altre fonti di inquinamento da diossina che possano incidere su un territorio di così vaste dimensioni”.

Lo ha deciso il Tar in una sentenza pubblicata il 16 dicembre scorso (prima sezione, presidente Aldo Ravalli).

E’ una sentenza che ordina alla Regione di pronunciarsi rispetto alla lettera del Comune di Maglie, ma che non “ordina” a Vendola, in quanto presidente, di fare quello che è richiesto dal Comune.

Si tratta cioè di una sentenza che si esprime su una questione di “metodo” e non di “merito”: insomma, la Regione non può esimersi dal rispondere se è un Comune a chiederglielo.

Ovviamente però il sindaco Antonio Fitto ha convocato una conferenza stampa nel corso della quale, con toni trionfalistici, ha definito la sua amministrazione “la vera garante della salute dei cittadini”.

Forse si tratta di un’affermazione fatta in preda ad un’amnesia: il Comune di Maglie infatti non si è mai costituito parte civile nei processi penali intentati dalla Procura di Lecce contro la Copersalento durante il mandato del sindaco Fitto.

Costituzione di parte civile al contrario portata avanti dal Comune di Melpignano e Cursi.

Eppure ci sono state diverse sentenze di condanna, di cui una passata in giudicato, che attribuiscono gravi responsabilità al legale rappresentante della Copersalento e al direttore (all’epoca Rampino e Merico), per aver inquinato l’ambiente circostante.

Ma del Comune di Maglie, in questi processi, neanche l’ombra.

Per dirne un’altra: negli ultimi due mesi è stato istruito un processo nel quale è stato già emesso un decreto penale di condanna questa volta contro il solo direttore dello stabilimento, Egidio Merico, perché nel 2006 erano stati registrati nelle polveri il superamento dei limiti di diverse sostanze cancerogene. Voglio dire che ci sono state diverse udienze, dal 17 agosto ad oggi, cioè da quando il sindaco Fitto ha scoperto la sua vocazione di paladino dell’ambiente diffidando la Regione Puglia a rispondergli: avrebbe potuto costituirsi parte civile, se veramente si fosse sentito l’unico garante della salute dei cittadini.

Perché non l’ha fatto?

Nella sua risposta, dovuta per legge, la Regione Puglia potrebbe inserire anche questa domanda.

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fotovoltaico_01(1)

Stop al fotovoltaico selvaggio. La Regione Puglia (delibera di giunta 1947/2009, approvata il 20 ottobre scorso e pubblica sul Burp 174 del 4 novembre) propone il divieto per impianti fotovoltaici a terra e in zone agricole.

Lo fa approvando lo schema del Piano paesaggistico territoriale regionale, all’interno del quale sono contenute le  linee guida per la progettazione e lo stanziamento degli impianti energetici alimentati da fonti rinnovabili. Tra gli indirizzi e gli obiettivi operativi illustrati dalle linee guida emerge infatti la volontà di concentrare i nuovi impianti fotovoltaici nelle aree produttive pianificate e nelle cave anziché nelle zone agricole, vietando in particolare la messa a terra. La Regione incentiva al contrario la copertura per autoconsumo di serre agricole, facciate di edifici, pensiline e strutture per la protezione di parcheggi, aree di sosta e zone pedonali. Soluzioni che non comportano il consumo di suolo e si integrano con la vocazione agricola di determinate aree regionali. I nuovi orientamenti mirano infatti a promuovere distretti energetici compatibili con il territorio e il paesaggio. L’energia diventa quindi centrale nel processo di riqualificazione di città, aree produttive, periferie e campagna urbanizzata, creando una sinergia tra crescita del settore energetico, valorizzazione del paesaggio e salvaguardia dei suoi caratteri identitari.

Una risposta importante ai tanti comitati di cittadini che in tutta la Puglia hanno prodotto una vera e propria levata di scudi contro il rischio di veder deturpato per sempre il loro paesaggio. Una sterzata decisa verso la tutela del “bene comune”, rappresentato anche da quell’orizzonte fatto di ulivi, muretti a secco, vigne e grano al quale i nostri occhi sono abituati.

Un argine alle speculazioni delle mafie sulla compravendita di terreni agricoli per la futura realizzazione di impianti per la produzione di energia alternativa. E’ questo, infatti, come ha più volte denunciato “Libera” il nuovo settore economico dove si stanno ripulendo soldi sporchi: lo potete leggere nell’ultima inchiesta del Tacco in edicola, dal titolo emblematico “Cose nostre”.

Un bel modo, per chi ama l’ambiente, di salutare un anno durante il quale all’ambiente è stato tolto molto.

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peppino basile
Tra le più belle profezie di Gioacchino da Fiore vi è quella del mondo salvato dai bambini, che ha dato il titolo a un famoso libro di Elsa Morante. I piccoli, per l’abate di Celico, ne sono e ne saranno capaci perché vedono il mondo con gli occhi del cuore.
E’ stato questo il mio primo pensiero, dopo aver saputo dell’arresto e a questo pensiero è seguita una domanda: con quali occhi avranno visto i due bambini, super testimoni dell’omicidio di Peppino Basile?
Un omicidio efferato, messo a punto con 50 coltellate, di cui 19 mortali.
A quale orrore avranno assistito e come avranno potuto raccontarlo quei due bambini “ritenuti attendibili” dal giudice per le indagini preliminari della Procura del Tribunale dei minorenni di Lecce, Cinzia Vergine che, su richiesta del pm Simona Filoni ha autorizzato l’arresto per Vittorio Luigi Colitti, all’epoca del delitto 17enne? Pare che a suggerire ad almeno un bambino il nome degli esecutori sia stato un adulto, la nonna, che chiamata dal nipotino e da questi interpellata sull’identità di quelle persone, abbia risposto pronunciando i nomi dei vicini di casa. Quel bambino oggi ha sei anni, all’epoca dei fatti ne aveva solo quattro. Anche in base alle testimonianze dei bambini è stato disposto l’arresto del nonno del diciannovenne, che col nonno di 66 anni, condivide il nome e, forse, un terribile segreto.
Fu proprio il nonno Vittorio a rilasciare, tra i primi, interviste e dichiarazioni, perché, disse all’epoca, era accorso attirato dalle grida, trovando Peppino in un lago di sangue, esanime. Praticamente morì tra le sue braccia. E’ questo che videro i bambini o la vera e propria esecuzione? Lo sapremo quando saranno rese pubbliche le carte delle indagini e quando partirà il processo.
In un anno e mezzo di indagini, veleni, minacce, omertà dei 300 ugentini interrogati, il silenzio oggi è squarciato dall’innocenza di due bambini che “non hanno voluto ascoltare i consigli dei parenti a star zitti, a tacere”. E’ quanto ha affermato ha affermato il procuratore capo della procura del tribunale dei minorenni, Aldo Petrucci.
Due piccoli testimoni di un crimine brutale: che cosa si sarà fissato nelle loro menti, che cosa avranno sedimentato in un anno e mezzo? E’ la loro una lezione per tutto il paese?
Le Procure non hanno dubbi sulla loro attendibilità, abbiamo detto, tanto che il procuratore capo Cataldo Motta ha affermato: “nessun movente politico, né le motivazioni hanno a che fare con la vita privata, né, per quanto abbiamo potuto verificare in questa fase, con la criminalità organizzata. Non si tratta di un agguato preordinato ma di una vicenda che si colloca in un contrasto, in un conflitto, probabilmente per motivi banali, tra vicini di casa”.
“Il risultato acquisito oggi poggia su elementi confortanti”, ha affermato Aldo Petrucci, procuratore del Tribunale dei minorenni.
Stamani all’alba ancora si cercava per le campagne l’arma del delitto, cercata per giorni e giorni anche un anno e mezzo fa.
Non sono noti quindi il movente né, ad oggi, i presunti esecutori avrebbero confessato.
Rimangono tanti dubbi e tanta rabbia per un’ennesima violenza (subita per aver involontariamente visto) di cui sono state vittime innocenti dei bambini sulle cui testimonianze si è basata l’accusa per dare una svolta alle indagini che ha portato ai due arresti.
All’indomani dell’assassinio avevamo scritto che la rabbia può aver fatto tracimare la regia di un semplice avvertimento rusticano nella sceneggiatura improvvisata del più infame degli assassini. L’ha confermato oggi Motta: “ Non è stato un agguato preordinato”. Sapremo dal processo se è andata così.
Rimane comunque ciò che di buono ha lasciato Peppino in eredità: la voglia di verità, l’impegno per la legalità, il coraggio di impegnarsi in prima persona.
Gli ugentini hanno scoperto la portata delle battaglie di Peppino solo dopo la sua morte, battaglie condotte in maniera folkoristica forse, ma non per questo meno fondate. Le abbiamo ripercorse nel libro “Il sistema”.
Perché attenzione, “il sistema” che denunciava Peppino rimane, anzi, si corrobora di giorno in giorno. Non viene cancellato con un colpo di spugna dall’arresto di due presunti assassini: il paese, diviso fra “chi è per la pista politica” e “chi è per la pista passionale”, come disse all’epoca don Stefano Rocca, minacciato, pedinato, intimidito, isolato, oggi forse potrà sentirsi riscattato, perché né l’una né l’altra pista pare abbia portato all’identificazione dei presunti responsabili. Forse oggi il paese si sentirà sollevato o “confortato” dal fatto che nessuna delle piste immaginate dai più pare sia ascrivibile a quella considerata attendibile dalla magistratura. Ma sbagliano a pensare che ci sia qualcuno che ha vinto e qualcun altro che ha perso, qualcuno che ha avuto ragione da questa ipotesi prospettata dalla Procura e qualcun altro che ha torto. Qui a Ugento, paese dilaniato dalla povertà e dall’illegalità, dallo sconforto di sentirsi senza futuro, dall’impotenza che provano i ragazzi che pensano di non poterselo neanche immaginare, un futuro, qui a Ugento hanno perso tutti.
Rimane il fatto che la morte di Peppino ha tirato la stura ad una cappa di indifferenza che ha soffocato Ugento per anni. Ha richiamato con veemenza alle proprie responsabilità gli ugentini. E’ nato un bellissimo movimento civico, che ha fatto sentire con successo la propria voce sulle questioni ambientali più urgenti.
Ugento deve andare fiero di tutto ciò che di bello e di sano è riuscito a creare in questi 17 mesi.
Da lì comincia la sua rinascita.

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convegno

Mi sento a casa, ogni volta che sono a Ugento. Sulla costa del suo mare sono cresciuta, a contatto con i drammi della sua gente ho rafforzato la mia professione di giornalista. L’altra sera è stata una bellissima serata. Era il convegno con il quale il comitato “Io Conto” festeggiava un anno di attività. Non era una semplice autocelebrazione. Era un momento per riflettere e fermarsi, per poi ripartire. Ma a quella fermata, a quella riflessione, è pesato il silenzio assordante dell’Amministrazione comunale. Il sindaco Eugenio Ozza, sebbene invitato, non si è presentato, né ha comunicato il perché. Non si é preso il disturbo neanche di inventarsi una scusa. Eppure aveva più volte assicurato gli organizzatori, dicendo che ci sarebbe stato. Prima di sapere che ci sarebbe stato anche Il Tacco d’Italia. Poi il silenzio. Si è consumata così una definitiva frattura tra l’Amministrazione e una parte della cittadinanza, verso il cui impegno e la cui riflessione il sindaco evidentemente prova indifferenza.
Come a dire: “Per me non esistete”. E invece tutti i presenti si sono riconosciuti, ciascuno e reciprocamente, in quanto “globuli bianchi”. Ciascuno. E’ stato illuminante l’intervento di una salentina d’adozione, austriaca d’origine, un globulo bianco che contribuisce a difendere e ricostruire ciò che nel corpo umano è distrutto dalla malattia. Così le malattie della società si combattono se ognuno di noi si comporta come un globulo bianco: un tassello sano che, insieme ad altri, deve ricostruire un tessuto malato. Peccato che il sindaco Ozza si sia perso queste belle parole.


Fast Tube by Casper

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adelchi

E’ la prima volta che in Salento assistiamo ad una vera, strutturata, organizzata rivolta della classe operaia nel settore Tac.

Gli operai dell’opificio Adelchi sono saliti sul tetto del municipio e lì hanno dormito in una tenda, lì hanno gridato la loro angoscia e rivendicato i propri diritti. Hanno dormito e mangiato lì, sul tetto, senza mai scendere. Ora la protesta si è spostata a Specchia, in fabbrica. Hanno occupato lo stabilimento della Sergio’s, del gruppo Adelchi.

Qui non siamo a Sesto S.Giovanni, non siamo a Torino, né a Marghera. Non siamo nel produttivo Nord dove la classe operaia si è sempre organizzata e ha custodito una fiera coscienza di classe. Qui i nostri operai, quelli del tessile – abbigliamento – calzature, sono più artigiani che operai, sono persone che hanno coltivato un’arte che va estinguendosi o che stiamo disconoscendo, cacciandola via lontano, nell’Est, in Oriente. I nostri operai hanno sempre lavorato in silenzio, non solo perché figli di mamme che hanno insegnato la sopportazione portata all’estremo, fino alla negazione dei propri diritti, pur di portare a casa il pane, ma anche perché il “padrone” è sempre stato anche “padre”, severo, cattivo, odioso, ma “padre”, a cui gli operai hanno con abnegazione dedicato tutte le proprie forze. Non padrone ma “mesciu”, “maestro”, che insegnava un’arte, più che un mestiere.

Negli anni d’oro le 96 aziende del distretto calzaturiero di Casarano davano lavoro a 7.352 persone (fonte: “Analisi del settore calzaturiero nel Sud Salento” a cura di G. Napoletano, 1998).

Cioè 7.352 famiglie che a casa, tra una chiacchiera e un occhio ai compiti dei bambini, si riunivano sull’uscio o nelle corti per “infilare”, cioè cucire a mano le tomaie o impreziosirle con passamanerie e lustrini. Lavoravano anche in nero, e arrotondavano lo stipendio.

Ma negli ultimi 15 anni quegli operai hanno visto assottigliarsi sempre più le fila del loro esercito. Intorno a loro le aziende chiudevano e i loro compagni perdevano lo stipendio sicuro. Ma mai una protesta forte, eclatante.

Oggi, gli operai dell’Adelchi rompono il silenzio, salgono sul tetto, occupano la fabbrica.

Siamo ad un punto di non ritorno.

E’ venuta fuori, forte, la voce dei lavoratori, come dagli anni Settanta ad oggi è successo nelle grandi aziende del Nord.

Come più di 55 anni fa successe anche qui, nel Salento, quando i contadini delle terre d’Arneo salirono sugli alberi per protestare contro i padroni del latifondo.

Ieri salirono sugli alberi, oggi i loro figli salgono sui tetti.

Quei figli nati proprio negli anni Cinquanta, Sessanta, quando le terre venivano occupate dai loro padri e le prime fabbriche del settore Tac nascevano. Si chiudeva, allora, un’epoca costruita dai braccianti che hanno dedicato le loro vite ad accrescere la ricchezza dei latifondisti.

Si apriva un’epoca, allora, quella della nascita del settore Tac, che ha portato benessere diffuso all’intero Salento e che ha avuto origine proprio a Casarano, nel 1948, quando fu fondata la Filanto.

La presa di coscienza di quegli operai sui tetti segna un punto di svolta: riavranno il loro lavoro, ci auguriamo, ma l’intera economia legata alla ricchezza che ruotava attorno al settore Tac dovrà riuscire a ripensarsi, come dicono gli esperti, a riposizionarsi, partendo dalla valorizzazione di marchi propri. E’ la fine di un’epoca e, speriamo, l’inizio di una nuova.

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