
Il Natale in casa mia è il Natale per definizione. Ci sono i dolci, i giochi di carte, ci sono soprattutto i parenti. Stormi di parenti e tavolate che non finiscono più. I due capi-tavola non riescono quasi a vedersi tra loro, tanto sono lontani, ed a sentirsi meno che mai. Questo, ovviamente, per la grande confusione che c’è tutt’intorno. Tra bambini ed adulti che a volte sono anche peggio.
E’ superfluo riferire che quand’eravamo bambine ed il Natale si festeggiava a casa della nonna, a noi piccoli spettava il posto di serie b, la cucina, mentre i grandi restavano in tinello. Ma per la verità a noi la cucina sembrava ancora più interessante, intanto perché c’era il camino e poi perché la collocazione “inusuale” sviluppava (se già non l’avessimo) la voglia di avventura e di esplorazione.
Da raccontare ne avrei tantissime, come tutti, credo.
Tipo quando ci facevano salire sulla sedia, in ordine di età, e declamare le poesie davanti all’intero parentado che, come detto, non era cosa da poco. Ti ritrovavi davanti alla folla di zii sorridenti e non era facile ricordare a memoria quello che avevi imparato, anche se a casa lo sapevi. E’ sempre stato un momento che avrei evitato con piacere, per il grosso senso di responsabilità che avvertivo, ma mi è sempre toccato. E guai a dire che non ti andava; iniziava la cantilena di voci che cercavano di convincerti a farlo e poi alla fine ce l’avevano sempre vinta loro, tanto valeva arrendersi subito. Sono a lungo stata la prima della fila di cugine, cioè la più piccola, ma non quanto mia sorella, cui è toccato rompere il ghiaccio della recitazione per sei o sette anni consecutivi prima che qualcuno prendesse il suo posto.
I ricordi di quei giorni non li cambierei per niente al mondo.
Riesco a sentire ancora l’odore del sugo cotto tante ore nella pentola coi manici sottili (mica le pentole di oggi); ricordo l’antipasto della nonna, sempre lo stesso: sempre le uova sode con la maionese ed i pomodori tagliati a fette con i pezzetti di formaggio. Ovviamente l’oliva infilzata nello stuzzicadenti. Sempre qualcuno che sollevava il tovagliolo e rubava qualcosa, prima che ci mettessimo seduti.
Sempre qualcuno che, allo scoccare della mezzanotte, il 31 dicembre, gridava che “E’ mattina”.
Sempre la solita gara, il giorno dopo, a chi era andato a dormire più tardi.
Sempre noi, in tutte le salse, sempre insieme ad ogni occasione.
Sempre lo stesso Natale, per tanti anni. Sono solo un po’ cresciuta o forse sono invecchiata. E prima o poi – non dico quest’anno, per carità! – riuscirò a pranzare anch’io nel tinello coi grandi.
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Di desideri ho sempre capito poco. Forse perché non ho mai desiderato con tanto ardore qualcosa (ma non è così vero), forse perché ho sempre guardato alla faccenda più che altro come un raggiungere i traguardi e dunque un dosare più o meno ambizione a seconda della circostanza (della serie “Aiutati che il cielo ti aiuta”); forse perché ho tutto ciò che mi serve (ma anche questa tesi viene meno se è proprio dell’essere umano volere sempre di più).
Eppure di storie sui desideri ne esistono un numero infinito. Ci sono leggende, superstizioni, storie metropolitane che avanzano sottobanco ed entrano di prepotenza in testa di ignari che non possono fare altro che finire non col crederci ma col dire “non mi costa nulla e allora perché non provarci?”.
Esempio. Ti cade una ciglia. Evviva! Ma quale inaspettato miracolo divino! Non conviene opporsi alla volontà del fato e dunque non resta altro che esprimere un desiderio. Che si esprime anche in svariate altre casistiche: ti imbatti in un quadrifoglio (ne avessi mai visto uno in tutti – e sono stati tanti – gli anni di vita di periferia!); in un soffione (idem); pronunci la stessa parola o la stessa frase assieme ad un’altra persona; a tavola ti capita il piatto scheggiato; vedi in cielo la scia di un aereo e via dicendo.
Esistono infinite combinazioni di buona sorte, tralasciando le infinite “catene di Sant’Antonio” che viaggiano via sms o via mail e che non portano fortuna ma il contrario e tralasciando pure i vari treni dei desideri o simili strumenti da format tv che poi, chissà perché, toccano sempre agli altri.
Da piccola i modi per assicurarmi che il mio desiderio venisse esaudito me li creavo da sola. Esempio. Accadrà ciò che voglio se riesco a camminare sul bordo del marciapiede senza mai toccare la strada; il mio desiderio si avvererà se riesco a non sbattere le palpebre per un minuto almeno. Eccetera. Infiniti modi. E se non andava, si ricominciava daccapo. Perché in fondo, un tempo come oggi, ciò che si chiede non è tanto l’immediata realizzazione del desiderio, ma una temporanea rassicurazione che ciò che si chiede avverrà proprio come si vorrebbe.
Ho un amico che capovolge una sigaretta nel pacchetto da venti appena acquistato. La sigaretta del desiderio. L’ultima da fumare. Quando è il suo turno il desiderio si avvera. Non è facile come sembra. L’ho visto sbagliare ed estrarla dal pacchetto prima delle altre. A quel punto, c’è poco da star sereni…
Ps: campagna personale contro il fumo: la sigaretta del desiderio non è un invito a fumare; si può fare la stessa cosa con i biscotti, i pennarelli e tutto ciò che sia contenuto, in fila, in una scatola. Non prendete esempio dal mio amico. Se lo conosceste, mi credereste sulla parola (!). Buona fortuna.
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Che poi non è che te lo chiedono per portare rogna, però magari l’effetto lo possono ottenere ugualmente (scongiuri). D’altro canto, che cos’è la vita se non una specie di percorso a tappe per cui, raggiunta la prima, si pensa già alla prossima? Io, poi, che carattere!, difficilmente mi fermo a gongolare per la tappa raggiunta e, in genere, senza riprendere fiato guardo a quell’altra, ma questo è un altro discorso.
Tre mesi sono andati e sembra interesse di tutti sapere anche in che modo. Bene, dico subito. Ma in effetti non è vero che sono volati, come mi aspettavo e come mi dicevano. Tre mesi di vita matrimoniale non sono tre mesi di un periodo x della vita. Il cambiamento è radicale. Lo dice una che ha pure vissuto da sola negli anni dell’Università ed ha affrontato senza traumi la cosa. Difficile no, differente sì. Dal punto di vista organizzativo, soprattutto.
I tre mesi sarebbero dunque, stando alle domande che mi sento rivolgere ogni giorno, la prima tappa del percorso succitato; non un percorso ad ostacoli, per ora, ma un giorno capirò, non è adesso che si misura la convivenza, il matrimonio è una corsa di resistenza in cui bisogna in ogni momento reinventare il rapporto ed è necessario rinunciare ad un po’ di sé per venire incontro all’altro eccetera eccetera.
Tre mesi sono andati e guardo alla seconda tappa. Senza intenzione alcuna di andare troppo in fretta. Gustandomi la strada, fermandomi se ho voglia. Intransigente su un punto: la tavoletta del wc. Io la preferisco abbassata, grazie.
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Una delle scene che, conoscendo il mio neo-marito, credevo che non avrei mai visto nella vita, è proprio la scena di lui che lava il pavimento perché stanno per arrivare gli ospiti.
Che poi uno dice: ma perché il pavimento è cosa da donne? Cioè, perché se lui si accorge che è sporco non lo può lavare ed il massimo che gli è consentito è, semmai, segnalare a lei l’esigenza di farlo?
A meno di due mesi dal sì posso affermare (sottovoce) che mio marito è in piacevole controtendenza con le regole stabilite a proposito del menage familiare.
Lo stesso non vale per la sottoscritta la quale si auto-sorprende (e poi se ne vergogna) a fare i discorsi da donne. Mi correggo: i discorsi da mogli. Incluso il classico “Tu come lo cucini?” che, visto come la richiesta di un consiglio presso più esperte mani, può anche essere perdonato. Ho scoperto la difficoltà di mantenere pulito il piano cottura della cucina; ho scoperto, infatti, che il piano in acciaio non è più facile da lucidare rispetto agli altri e che, anzi, tende ad opacizzarsi e, ommioddìo, ad arrugginirsi. Ho scoperto l’esistenza di infiniti prodotti contro la ruggine del piano cottura ed ho scoperto che i bei flaconi colorati sugli scaffali dei supermercati hanno anche un intimo perché.
Ho scoperto un mondo nuovo ed ho scoperto che è piacevole. Che anche una macchia di sugo che viene finalmente via dalla tovaglia può essere fonte di soddisfazione. E che tutto questo non significa rinunciare ad inseguire il mito della perfetta donna in carriera.
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La cosa più bella è stato vedere tutte quelle facce lì per me. Mi guardavano ed erano contente (mamma mia, quanto sorridevano) ed io lo ero più di loro per almeno un paio di motivi in più. Me li sono gustati tutti; li ho guardati e riguardati mentre attraversavo la navata (mi dicevo: “Ci sono anche loro”), mio padre a braccetto (camminava veloce ed io lo trattenevo e gli sussurravo di andare piano), e lui in fondo (pallido, pallidissimo). Avevo immaginato quella scena mille volte ma non l’avevo mai immaginata così. Ricordo la calma, la pace interiore. Ricordo la gioia e la mia voce che mi ripeteva quello che dovevo fare. La sento spesso nelle occasioni importanti (ma la sentono tutti o sono pazza?). Ricordo che durante la cerimonia ci guardavamo tanto e parlavamo tanto; che a leggere sull’altare sono finite (quasi) tutte le persone più care (emozionate per noi) e che mia sorella, quando mi sono girata a guardarla, era in lacrime e singhiozzi (ma che cosa avrà avuto da piangere così tanto, mia cara?!). Che mio fratello sembrava un attore. E mio cognato si è capito subito che era lombardo. Ricordo la mamma. Era bellissima e, credo, la più tesa di tutti. Poi si è sciolta, forse ha pianto, certamente ha riso. I nostri testimoni accanto a noi, e ci sentivamo protetti. Gli abbracci, i baci, tanti baci, a fine cerimonia. Tanta gioia negli occhi di tutti. Una serata che è andata proprio come la volevo io. Che ho anche fatto il trenino, anzi sono stata la testa del trenino. Io che ho sempre detto che il trenino non l’avrei fatto per niente al mondo. Poi cambia tutto in un momento. A volte c’entra anche il vino bianco. Ma in questo caso credo di no.
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Ed ora che anche l’ultima preghierina dei fedeli (le ho scritte di mio pugno, giuro; mi sto evolvendo; un’altra delle prove che ho voluto sostenere) è al suo posto, non resta che impaginarlo, questo libretto della messa.
Quant’è vero tutto ciò che ho sentito fino ad oggi circa il matrimonio. Storie, leggende, voci di piazza trovano piena conferma nella mia esperienza personale. In effetti, fino a che non ti sposi non riesci ad avere idea di quante cose bisogna organizzare. I miei complimenti a chi mi ha preceduta, signore. Maestre del fai da te profumato di fiori d’arancio.
A proposito di fiori, dovrei confermare la mia scelta al fioraio? Ebbene no, non l’ho ancora fatto. Ma ci sono ancora tante cose non ho fatto. Ad esempio non ho “fatto i tavoli”. Così si dice. Fare i tavoli. E’ praticamente una specie di gioco del tetris (ve lo ricordate?) applicato ai tavoli del locale. Consiste, in breve, nell’assegnare gli invitati ai tavoli, facendo attenzione che gli invitati suddetti siano compatibili tra loro. Cioè non si può mettere la nonna Maria (la tua nonna Maria) al tavolo del cugino rapper di lui. I motivi sono vari:
1) i due non si conoscono;
2) quella non è musica, non ci sono più cantanti come Claudio Villa;
3) lui riceve mille sms al minuto, ma non è tanto per gli sms quanto per la suoneria volume 10 su 10 che all’inizio vabbè, ma poi dopo non se ne può più;
4) l’odore della bomboletta spray da writer che lui si porta in tasca può dare fastidio durante la cena.
Solo per citarne alcuni.
Molte spose odiano la pratica del fare i tavoli. Ma io la trovo divertente. Cioè, l’ho sempre vista così. Trovare le giuste affinità tra le persone, chiedersi quale sia la loro più adatta collocazione. E poi, anche se l’operazione dovesse rivelarsi più difficile di quello che è, ed io dovessi ritrovarmi nella condizione di non aver elaborato perfetti abbinamenti, ho un paio di cugine jolly alle quali far pagare di avermi messa al tavolo sbagliato durante la loro festa. Qualche piccola cattiveria mi sia concessa. E’ vietato contraddire la sposa.
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Un capello bianco è molto di più di un capello bianco. Un capello bianco, il primo, sancisce l’effettivo discrimine tra la crescita e l’invecchiamento. Cioè: se fino ad oggi i pensieri, i problemi, le esperienze di vario tipo mi hanno fatta crescere ed io ho archiviato le ferite e le cicatrici come segnali del mio percorso di crescita, pietre miliari nella strada che porta alla maturità (a dimostrazione di quanto sono matura vorrei precisare che, giusto ad un mese dal matrimonio, mi stanno spuntando i “denti del giudizio”, con relativo leggero fastidio alle gengive e spero di non arrivare all’altare con le guance come due polpette; lo so, le penso tutte!), ho finalmente preso coscienza del fatto che cresciuta lo sono e forse è pure ora di invecchiare. Insomma, a 28 anni suonati (e prima o poi è anche giusto che me faccia una ragione) non si cresce, si invecchia. Sveglia, Laura! Appisolata, come al solito, nel tuo mondo delle meraviglie in cui sei sempre stata non viziata per via dell’età, ma considerata la bambina prodigio. Ti stai sposando? C’hai l’età? E allora, invecchia, che è pure ora! Come capello bianco, il primo, vuol dimostrare. Che poi, se proprio devo scavare nei meandri della mia sacca interna di sincerità, ciò che mi fa effetto non è l’invecchiare, chè tocca a tutti. Quindi, non il capello bianco (il primo) in sé, ma il fatto che sia nato adesso, nel bel mezzo del vortice di cose, appuntamenti, telefonate, pensieri sul matrimonio. Il matrimonio. Sei grande, eterna bambina. Sveglia. Ed ora ti sposi. E sei grande, ed è ufficiale, perché ora hai anche i capelli bianchi a testimoniarlo. Un urlo del corpo, anzi della testa (letta così fa davvero effetto!) in questo momento di apnea da wedding planning. Lo so, mi si potrebbe chiedere: “Tutto questo per un capello bianco”? Lo so. Non l’avrei mai detto neanch’io.
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Le partecipazioni fanno ubriacare. Non perché te ne vai in giro come una trottola assieme al tuo futuro marito, nottetempo, e, con quaderno alla mano, chiuso il portone di casa (dell’invitato) dietro di te, spunti il suo nome dalla lista (e, detto per inciso, la lista è ancora lunga), ma perché, le regole della “creanza” vanno rispettate. Che salentini saremmo sennò? Mi spiego meglio. Diciamo che vai ad invitare la zia al tuo matrimonio. Dopo cinque o sei minuti di convenevoli del tipo “Scusaci se non siamo venuti prima ma lavoriamo entrambi fino a tardi, le partecipazioni sono arrivate in ritardo, maledette tipografie, abbiamo preferito aspettare che foste tutti a casa per salutarvi”, si passa alla consegna. Al che, la zia apre la partecipazione e dice “Ah, di sera vi sposate? Ma tu a don Leonardo appartieni? Ma avete fatto lista nozze?” e poi dopo le precisazioni di rito (”Sì, meglio di sera perché a luglio chissà che caldo ci sarà; sì, alla parrocchia di don Leonardo; sì, abbiamo fatto lista nozze ma non è tassativa, serve giusto per dare un indirizzo agli invitati, comunque abbiamo un arredamento moderno”) si passa alla domanda cruciale: “Beh, che vi offro”? Panico. Tu e il tuo futuro marito vi guardate con la morte negli occhi (ovviamente quella non è la prima zia alla quale portate la partecipazione, ovviamente anche le altre vi hanno chiesto che cosa vi potevano offrire, ovviamente siete stati costretti ad accettare, ed ovviamente la crema di liquore al limone non si rifiuta), dite che basta un bicchiere d’acqua purché sia fresca, la zia non cede e vuole offrirvi a tutti i costi qualcosa, siete costretti nuovamente ad accettare. Il secondo (poi, il terzo, il quarto e così via) bicchierino. Risultato: la strada di casa sembrerà stranamente emozionante, il vostro futuro marito ha un fascino che non gli avevate mai riconosciuto prima (scherzo, amore, sei bellissimo), la vita è tutta rose e fiori. E crema di liquore al limone, perché no?
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Tutto procede. E se sono diventata insopportabile per qualcuno, è solo una condizione passeggera. Abbiate fede. Sono due giorni che piego ed imbusto e ricopio indirizzi. Né la Pasqua ha scoraggiato la mia vena “ufficio postale”. Ma il punto è: come si chiamano i/le fidanzati/e dei/lle cugini/e? Qualcuno, sì, ti viene pure in mente. Ma tutti sono davvero troppo. E se quelli dei cugini tuoi te li puoi pure ricordare, passando in rassegna i matrimoni passati (sedevi al tavolo con loro, e che diamine! Almeno i nomi! … ammesso che siano gli stessi), quelli dei cugini del tuo futuro marito proprio no. Cugini? Hai dei cugini? Perchè si sa che è la famiglia della donna ad assorbire l’uomo. Natale a casa mia, Pasqua a casa mia, ogni sera (tranne rare eccezioni) a casa mia. Perchè è così, è un processo non detto che va da sè. E’ così che è sempre successo nella mia famiglia (intesa in senso allargato: la mia famiglia, gli zii, i nonni, e così via). Quindi i miei cugini sono “i cugini”; i suoi, sono “i suoi cugini”, senza alcuna connotazione negativa, per carità. Poi io di cugini ne ho un sacco. E ovviamente al matrimonio li invito tutti, senza distinzione di sesso, età , collocazione geografica, dal momento che mi risulta praticamente impossibile immaginarmi alle mie nozze senza il calore del più lontano dei cugini, quello di terzo grado, che ”è vero che non ci frequentiamo molto, ma quando ci incontriamo per caso, è come se il tempo non fosse mai passato, dunque, va invitato”. Poi il post-feste si porta sempre dietro quel piacere di stare tutti insieme, grandi e piccoli, venti, trenta e anche più persone, tutti parenti, tutti più o meno stretti, tutti indispensabili.
Io sono certa che al mio matrimonio i miei cugini ci saranno. Perchè io li inviterò tutti. E perchè loro, tutti, non vorranno mancare.
A proposito: chi saranno i testimoni di nozze? Due cugini. Miei, ovviamente.
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Quando ti stai per sposare, tutto ti scuote i nervi. Il tuo equilibrio viene continuamente minato dai mille eventi quotidiani che possano costituire un cambiamento di programma.
Non credevo di essere come tutte le donne che si sposano. Pignole, attente, psichicamente in pericolo, praticamente insopportabili per i congiunti più o meno intimi, futuro marito in primis (a volte mi chiedo se io non lo stia piano piano invogliando a fare marcia indietro, con un’azione lenta e costante e tenace e poi mi auguro che non si accorga di quanto sono diventata schizofrenica).
Non credevo che mia madre fosse, anche lei, una madre salentina. Non credevo che facesse il conto degli asciugamani, delle tovaglie e dei servizi di lenzuola, eccetera eccetera. Non credevo che avesse messo da parte, in tutti gli anni in cui sono stata bambina, adolescente, troppo giovane per il matrimonio ed, infine, nella fase “Il matrimonio non fa per me – non ho bisogno di un pezzo di carta per sentirmi emotivamente legata ad una persona – meglio la carriera – io sono single nell’anima”, cose (di tutto) che avrebbero potuto tornarmi utili da grande, praticamente oggi, nella fase (sembra ci sia per tutte o quasi) “Non lo faccio per la Chiesa ma il matrimonio è un passo importante – pure che non mi sposo vado a convivere – ormai ci vuole perché c’ho un’età – sono innamorata davvero”. Non credevo che le avrei mai sentito dire che “le tende spettano alla sposa mentre le pentole allo sposo”, che avrebbe ordinato il suo vestito per la cerimonia nell’atelier dove l’ho ordinato io, che avrebbe voluto essere la più bella ma non perché si senta la più bella ma perché è la mamma della sposa.
Non credevo di aprire gli occhi, ad un certo punto, e capire tante cose e penso di essere solo all’inizio di questa presa di coscienza e mi chiedo quante cose ancora devo capire e devo imparare e poi dico che forse quel giorno è ora. Quel giorno, come dice mio padre, che finalmente anch’io capirò come vanno le cose. Come si diventa grandi e, nel mio caso, prima donna poi moglie e poi madre chissà, madre salentina.
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