Archivio per giugno, 2009

matrimonio-ok

Ed ora che anche l’ultima preghierina dei fedeli (le ho scritte di mio pugno, giuro; mi sto evolvendo; un’altra delle prove che ho voluto sostenere) è al suo posto, non resta che impaginarlo, questo libretto della messa.

Quant’è vero tutto ciò che ho sentito fino ad oggi circa il matrimonio. Storie, leggende, voci di piazza trovano piena conferma nella mia esperienza personale. In effetti, fino a che non ti sposi non riesci ad avere idea di quante cose bisogna organizzare. I miei complimenti a chi mi ha preceduta, signore. Maestre del fai da te profumato di fiori d’arancio.

A proposito di fiori, dovrei confermare la mia scelta al fioraio? Ebbene no, non l’ho ancora fatto. Ma ci sono ancora tante cose non ho fatto. Ad esempio non ho “fatto i tavoli”. Così si dice. Fare i tavoli. E’ praticamente una specie di gioco del tetris (ve lo ricordate?) applicato ai tavoli del locale. Consiste, in breve, nell’assegnare gli invitati ai tavoli, facendo attenzione che gli invitati suddetti siano compatibili tra loro. Cioè non si può mettere la nonna Maria (la tua nonna Maria) al tavolo del cugino rapper di lui. I motivi sono vari:

1) i due non si conoscono;

2) quella non è musica, non ci sono più cantanti come Claudio Villa;

3) lui riceve mille sms al minuto, ma non è tanto per gli sms quanto per la suoneria volume 10 su 10 che all’inizio vabbè, ma poi dopo non se ne può più;

4) l’odore della bomboletta spray da writer che lui si porta in tasca può dare fastidio durante la cena.

Solo per citarne alcuni.

Molte spose odiano la pratica del fare i tavoli. Ma io la trovo divertente. Cioè, l’ho sempre vista così. Trovare le giuste affinità tra le persone, chiedersi quale sia la loro più adatta collocazione. E poi, anche se l’operazione dovesse rivelarsi più difficile di quello che è, ed io dovessi ritrovarmi nella condizione di non aver elaborato perfetti abbinamenti, ho un paio di cugine jolly alle quali far pagare di avermi messa al tavolo sbagliato durante la loro festa. Qualche piccola cattiveria mi sia concessa. E’ vietato contraddire la sposa.

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Un capello bianco è molto di più di un capello bianco. Un capello bianco, il primo, sancisce l’effettivo discrimine tra la crescita e l’invecchiamento. Cioè: se fino ad oggi i pensieri, i problemi, le esperienze di vario tipo mi hanno fatta crescere ed io ho archiviato le ferite e le cicatrici come segnali del mio percorso di crescita, pietre miliari nella strada che porta alla maturità (a dimostrazione di quanto sono matura vorrei precisare che, giusto ad un mese dal matrimonio, mi stanno spuntando i “denti del giudizio”, con relativo leggero fastidio alle gengive e spero di non arrivare all’altare con le guance come due polpette; lo so, le penso tutte!), ho finalmente preso coscienza del fatto che cresciuta lo sono e forse è pure ora di invecchiare. Insomma, a 28 anni suonati (e prima o poi è anche giusto che me faccia una ragione) non si cresce, si invecchia. Sveglia, Laura! Appisolata, come al solito, nel tuo mondo delle meraviglie in cui sei sempre stata non viziata per via dell’età, ma considerata la bambina prodigio. Ti stai sposando? C’hai l’età? E allora, invecchia, che è pure ora! Come capello bianco, il primo, vuol dimostrare. Che poi, se proprio devo scavare nei meandri della mia sacca interna di sincerità, ciò che mi fa effetto non è l’invecchiare, chè tocca a tutti. Quindi, non il capello bianco (il primo) in sé, ma il fatto che sia nato adesso, nel bel mezzo del vortice di cose, appuntamenti, telefonate, pensieri sul matrimonio. Il matrimonio. Sei grande, eterna bambina. Sveglia. Ed ora ti sposi. E sei grande, ed è ufficiale, perché ora hai anche i capelli bianchi a testimoniarlo. Un urlo del corpo, anzi della testa (letta così fa davvero effetto!) in questo momento di apnea da wedding planning. Lo so, mi si potrebbe chiedere: “Tutto questo per un capello bianco”? Lo so. Non l’avrei mai detto neanch’io.

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