
Di desideri ho sempre capito poco. Forse perché non ho mai desiderato con tanto ardore qualcosa (ma non è così vero), forse perché ho sempre guardato alla faccenda più che altro come un raggiungere i traguardi e dunque un dosare più o meno ambizione a seconda della circostanza (della serie “Aiutati che il cielo ti aiuta”); forse perché ho tutto ciò che mi serve (ma anche questa tesi viene meno se è proprio dell’essere umano volere sempre di più).
Eppure di storie sui desideri ne esistono un numero infinito. Ci sono leggende, superstizioni, storie metropolitane che avanzano sottobanco ed entrano di prepotenza in testa di ignari che non possono fare altro che finire non col crederci ma col dire “non mi costa nulla e allora perché non provarci?”.
Esempio. Ti cade una ciglia. Evviva! Ma quale inaspettato miracolo divino! Non conviene opporsi alla volontà del fato e dunque non resta altro che esprimere un desiderio. Che si esprime anche in svariate altre casistiche: ti imbatti in un quadrifoglio (ne avessi mai visto uno in tutti – e sono stati tanti – gli anni di vita di periferia!); in un soffione (idem); pronunci la stessa parola o la stessa frase assieme ad un’altra persona; a tavola ti capita il piatto scheggiato; vedi in cielo la scia di un aereo e via dicendo.
Esistono infinite combinazioni di buona sorte, tralasciando le infinite “catene di Sant’Antonio” che viaggiano via sms o via mail e che non portano fortuna ma il contrario e tralasciando pure i vari treni dei desideri o simili strumenti da format tv che poi, chissà perché, toccano sempre agli altri.
Da piccola i modi per assicurarmi che il mio desiderio venisse esaudito me li creavo da sola. Esempio. Accadrà ciò che voglio se riesco a camminare sul bordo del marciapiede senza mai toccare la strada; il mio desiderio si avvererà se riesco a non sbattere le palpebre per un minuto almeno. Eccetera. Infiniti modi. E se non andava, si ricominciava daccapo. Perché in fondo, un tempo come oggi, ciò che si chiede non è tanto l’immediata realizzazione del desiderio, ma una temporanea rassicurazione che ciò che si chiede avverrà proprio come si vorrebbe.
Ho un amico che capovolge una sigaretta nel pacchetto da venti appena acquistato. La sigaretta del desiderio. L’ultima da fumare. Quando è il suo turno il desiderio si avvera. Non è facile come sembra. L’ho visto sbagliare ed estrarla dal pacchetto prima delle altre. A quel punto, c’è poco da star sereni…
Ps: campagna personale contro il fumo: la sigaretta del desiderio non è un invito a fumare; si può fare la stessa cosa con i biscotti, i pennarelli e tutto ciò che sia contenuto, in fila, in una scatola. Non prendete esempio dal mio amico. Se lo conosceste, mi credereste sulla parola (!). Buona fortuna.


Articoli (RSS)