Archivio per la Categoria “nessuna”

pronti partenza via

In estrema sintesi la faccenda si riduce ormai a questo: ciò che un tempo entrò, deve necessariamente uscire. Mi si perdoni la brutalità ma, a pochi giorni dallo scoccare dell’ora x, metafore, iperboli, perifrasi e giri di parole di vario tipo sono pressoché inutili se non addirittura inopportune. Poco efficace anche il cercare di indorare la pillola dicendo che è tutta una questione di respirazione. Scusate, non ci credo. Credo piuttosto che sia una questione di nervi saldi, di forza di resistenza, anche un po’ di incoscienza. Poi, certo, come avrò sentito ormai mille – ma anche di più – volte, quando ti ritrovi il frugoletto tra le braccia ogni fatica è dimenticata, ma il punto non è questo. Perché sul “dopo” siamo tutti d’accordo ed io mi fido ciecamente dei racconti delle veterane. Il fatto è che al “dopo” ci devi arrivare, in qualche modo. E allora tanto vale prenderla con filosofia. Io posso dire in tutta onestà di essermene fatta una ragione. Di essermene convinta. Insomma, sono pronta. Pronta a tutto, sissignore, pur di spupazzarmela tutta. Di dire che è mia e di sentirmi, a quel punto sì, invincibile.

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vicina vicina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A pochi centimetri e non ti conosco ancora. Ti ho vista, ti ho sentita, ti ho anche parlato pensando che mi sentissi. Che mi capissi, addirittura, e sapessi ciò che ti stavo dicendo. Ti ho chiamata, ti ho accarezzata sempre, ti ho raccontato quello che stavo facendo. Ho cercato di tranquillizzarti dicendoti che ci sarei sempre stata. E’ così. Ho letto ed approfondito i tuoi progressi in mille libri dedicati a te. Ed ora solo pochi centimetri, solo pochi – troppi – giorni ci dividono. Troppi aneddoti di zie ed amiche ed esperte che “ci sono passate”. Ognuna con il suo ricordo e con il suo angolo di orgoglio per avercela fatta. Avverto, intanto, la sensazione che io e te siamo diverse da loro. Ascolto ciò che mi dicono e penso che la mia – la nostra – è un’altra storia. Nove mesi. Il tempo giusto per provare tutte le sensazioni possibili e perché tutti i tipi di pensieri passino per la testa. Sorpresa, insicurezza, ansia, paura, scoramento. Pure rabbia, confusione, ed ancora paura. Gioia infinita naturalmente. Insomma, piccola, praticamente ci siamo. Ci siamo soprattutto io e te, lontane ormai solo pochi centimetri e pochi – troppi – giorni ancora. Il tempo di capire davvero, se ancora non l’ho fatto – ma come è possibile capirlo ora? – che sei già vicina vicina.

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anne-geddes

 

Resoconto della visita dal medico di ieri: la bimba sta bene; al momento pesa 1,750 kg e si è messa a testa in giù.

Al che, il dott ha detto, tutto soddisfatto: “Ti annuncio che partorirai, la bimba si è girata”.

Evviva! Grazie, signore, per aver dato a noi donne questa gioia da film dell’orrore! Ma non poteva esserci un altro modo meno grottesco dello stare a gambe all’aria mentre tutta un’equipe di medici specializzati ti guarda e ti scruta, magari indicando ai praticanti il “classico esempio di…” studiato sui libri?

Non poteva esserci tipo uno sportello, una specie di marsupio da aprire al momento giusto, dal quale estrarre la piccola senza traumi né per te e né per lei?

Lo so, lo so, è un dolore che va provato. Lo so, è l’ultimo ostacolo alle presentazioni ufficiali con la piccina, ma non riesco a non vederci quel tot di sadismo da regista consumato di film per stomaci forti. E la mia dolce metà vuole pure assistere. Contento lui! Io, se potessi, in quella sala non ci entrerei…

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Domenico Ghirlandaio_ San Gerolamo nel suo studio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia maturità la ricordo in maniera confusa. Ricordo il caldo, anzi l’afa insopportabile. È forse questo che confonde la memoria ed appiccica i pensieri. Ricordo che studiavo con il ventilatore acceso ed ero quindi costretta a posizionare dei pesi su tutti i faldoni di carte ed appunti. Oggi sembrano scene di un film di Troisi. Ricordo che in tv iniziava Festivalbar che ogni anno aveva segnato l’inizio dell’estate ed io leggevo la mia condizione come un’ingiustizia immotivata.

Ricordo che non me ne importava più di tanto, perché allo studio non ho mai tenuto granché. Più che altro per una questione di snobbismo nei confronti degli stessi prof che, in generale e tranne un paio di eccezioni, non reputavo all’altezza. Non alla mia, ma del ruolo in sé. Ricordo benissimo, però, la mamma che interrompeva il pomeriggio con una merenda sempre diversa. Che ogni tanto, quando sentiva che avevo voglia di sfogarmi, si affacciava dalla porta a vetri e poi entrava con una scusa e finivamo col chiacchierare di cose stupide. Sempre meglio che studiare. Matura lo ero già, credo. Perlomeno lo credevo allora e di conseguenza il tutto mi sembrava una gigantesca pantomima. Perché io non avevo nulla da dimostrare. Cioè, avevano avuto cinque anni per capire di che pasta ero fatta. Belli i ripassi di gruppo con i compagni. Non avevano mai l’effetto sperato. Il più delle volte me ne tornavo a casa e non avevamo concluso niente. Però eravamo stati insieme. Ma la maturità, l’esame dico, non lo ricordo bene. Ricordo tutto il resto. Ricordo il voto finale: troppo poco per come mi aspettavo ma, appunto, non me importava e poi si sa che i prof favoriscono sempre gli stessi. Ricordo la sensazione di libertà alla lettura dei “quadri” esposti fuori dal portone. Il pensiero che l’estate poteva iniziare e che poi c’era l’università e allora chi s’era visto s’era visto. Da quella scuola ci passo a fatica ancora oggi. E forse la maturità non la ricordo perché l’ho rimossa. Ricordo altre cose. Ricordo praticamente tutto il resto. E non so bene nemmeno quanti anni sono passati.

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chi mi trova sexy

Non credevo alle mie orecchie eppure è andata davvero così: entro in un negozio di abbigliamento in cerca di un bikini e la commessa – di quelle che ti seguono senza lasciarti la libertà di guardare per fatti tuoi, fare le tue considerazioni e poi semmai andartene senza dover dare troppe spiegazioni – mi risponde che quelli che ha non mi entreranno mai e poi mai. Dice proprio “mai e poi mai”.

In un nanosecondo mi passano per la testa infinite rispostacce che potrei urlarle addosso ma poi presa dallo sconforto non dico nulla e mi incammino mestamente verso l’uscita. E poi dicono che non bisogna coprire ma mostrare, che non è una vergogna anzi una cosa di cui andare fieri, che semmai è una ricchezza. Certo, ci mancherebbe, è una cosa bella eccome. Ma davvero una risposta del genere mi ha lasciata senza fiato. Mi sono chiesta, di fondo, quante altre volte mi capiterà di doverlo difendere, il mio pancione, dal mondo di fuori. In quante occasioni persone senza un perché attenteranno alla sua serenità. L’ho stretto forte forte, ma non per nasconderlo, ché non voglio farlo – io voglio mostrarlo a tutti -, per proteggerlo, per tenerlo vicino ancora di più di quanto non sia.

Alla fine della storia, il bikini l’ho trovato, ovviamente in un altro negozio ed ho anche esibito con orgoglio la mia bella e sfrontata pancia su una spiaggia che non ne sembrava affatto turbata. Dirò di più: c’è perfino chi la trova sexy.

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meno di un pacco di zucchero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mettiamo, tu vai al supermercato e fai la spesa. Piano piano riempi il tuo bel carrello di cose utili e meno utili. Serve lo zucchero. Ne prendi un pacco. Pesa un chilo. Pesa più della mia bimba. 800 grammi di amore e pensieri che non riesco a non fare. Nemmeno un chilo. Meno di una bottiglia d’acqua da ristorante. Meno della mia borsa. Meno di quasi tutto. Così piccola e già così vera. La vorrei prendere dallo scaffale e mettere nel carrello. Me la vorrei portare in braccio in una passeggiata lunghissima. Vorrei già vederla in faccia e poter dire che assomiglia a me.

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temporali estivi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il temporale pulisce la terra e cancella i brutti pensieri. Dopo mi sento rinnovata. Pioveva col sole, domenica a pranzo. Con la porta aperta guardavamo i lampi. Profumo d’acqua. E di lasagne (non dovrei dirlo). Famiglia, risate e chiacchiere. Ricordi e foto in bianco e nero, alcune a colori. Il dolore va provato; poi lo dimentichi in un attimo, ma è un’emozione da analizzare fino alla fine, finché c’è. Pare non ci sia nulla di simile. La domenica di primavera ha un sapore tutto suo, un frescolino leggero alle gambe e la voglia di uscire. Mi stendo, non dormo, sonnecchio. Sento gli altri parlare e mi piace. Sento i calci e non riesco a smettere di pensare, mi ritrovo chissà dove e chissà quando. Sono impaziente ed impaurita ma tutto sommato è meglio lasciare che le cose succedano. Come i temporali. Quando scoppiano tutti borbottano, ma a me piacciono, soprattutto quando c’è il sole ed il profumo di pioggia si mescola a quello della lasagna fatta in casa. Allora più che mai sento che non sono sola.

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sex

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cambio di temperatura. Fa più caldo, non metto più le calze. Pulizie di primavera. Mi sento quasi nuova. Ma ogni tanto ri-piove. Più che altro, ri-pioviggina. Non più riposata, anzi è sempre peggio. Ma nuova, diversa, cambiata. Aumentata di peso, tanto per cominciare. Piano piano ci si abitua a tutto. E cerco di non perdere il mio charme. Trattamenti esfolianti per preparare la pelle al sole. Non farsi cogliere alla sprovvista. Ho comprato delle scatole di cartone nelle quali riporre i maglioni di lana. Non li metterò per un po’. Sono caldi e poi non mi entrano più. Difficile a dirsi ma tant’è. Cambio di stagione. Che divertimento quand’ero piccola! Tanta voglia di colori, di sole, di occhiali da sole nuovi. Voglia di un nuovo taglio; basterà solo la frangia? E se poi la frangia ingrassa? Forse è meglio non rischiare. Ma tanto ingrasso lo stesso, non sarà certo colpa della frangia. Voglia di passeggiate. Del tempo infinito, indefinito, incalcolabile, che non passa mai. Di quei pomeriggi di molti anni fa. Anche oggi può essere così. Risate. Voglia di risate. Sovrappongo foto vecchie e nuove, fotogrammi vecchi e nuovi, fermo-immagini. Quest’anno ci sono i mondiali di calcio. In appena quattro anni è tutta un’altra vita. Tutta un’altra storia. Tutt’altre persone. Mai un ripensamento, solo gioia, gioia infinita. Dovrei abbronzarmi un po’. Protezione. Crema solare, anche io che sono sempre stata una paladina della pellaccia dura e poi chissenefrega. E’ sbagliato, lo so. Nuove matite colorate e nuovi esperimenti. Per essere più riflessiva, più sognatrice, più positiva. Per tradurre i pensieri contorti. Non sono i soldi che fanno la felicità. Sono altri occhi che ridono. Sono gli abbracci, le coccole, le cose dolci tra innamorati. Vietato rinunciare a tutto questo. Oggi ci credo più che mai. Oggi che non stai più ferma. Che mi parli dalla stanza in fondo.

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happiness

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Silenzio, rumore, gioia, bollicine, farfalle, riflessione, pensieri, mal di testa, mal di schiena, le smagliature, oddio le smagliature, e allora idrata che fa sempre bene, fai la doccia e poi idrata, la mattina e poi idrata, prima di andare a dormire, notte, mi alzo dalle tre alle cinque volte, (vabbé anche prima ma non così tanto), nervo sciatico questo sconosciuto, liquido amniotico, pace, silenzio, per fortuna che c’è Nietzsche, vittoria, vittoria, vittoria, la vedo e mi saluta pure, cinque dita, mi commuovo come sempre, pure ora non cambio, ok gli sbalzi d’umore ma io esagero, copertina rossa per Natale, piccoli calzini, liquido amniotico, voci, bollicine, ci sei, femmina, sì vabbé ma pure che era maschio, sì vabbé ma è femmina, bere molto che fa bene, almeno due litri di acqua al giorno e poi idrata, e poi bilancia, ma neanche adesso posso mangiare quello che voglio, la risposta è no, anzi soprattutto adesso, ok ma ogni tanto faccio di testa mia e poi bilancia, e poi bere, bere, liquido amniotico, intimità, cose solo nostre, cose belle, bollicine, vittoria.

 

“Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stelle danzante”

Friedrich Nietzsche

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ippopotamo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Basta un raggio di sole a scatenare il pensiero (chiamalo pensiero… è più che altro un’ossessione) della prova costume. Pensarci in anticipo non fa mai male. E comunque farlo adesso non sarebbe così in anticipo.

Quest’anno vivo lo spinoso “obiettivo” in maniera del tutto differente rispetto agli anni scorsi. Lo devo dire: ho la pancia. Intendiamoci: non ho una pancia; ho “la” pancia. Che entro i mesi estivi sarà diventata un pancione (“il” pancione) ed io in riva al mare, altro che Sirenetta!, non riuscirò ad evitare la divertente (?) interpretazione della balena spiaggiata. Poco male. Tutte le donne sono belle con la pancia (per non parlare delle maniglie dell’amore!): assumono un’aria che le rende gioiose e visibilmente serene (ma chi l’ha detto?). Sarà. Eppure io proprio non riesco a stare serena quando penso di dovermi recare, prima o poi, dal mio rivenditore di costumi da bagno di fiducia e di dover pronunciare la taglia di quanto mi serve (è un segreto che morirà con me). In tutto questo turbinio di sensazioni contrastanti, ricordo con tenerezza quando, ingenua!, ripetevo che non avrei mai rinunciato al bikini (hai visto mai?).

Parlo della taglia del costume per evitare di toccare la questione “ritenzione idrica”. Perché, basta un po’ di movimento, ti dicono. E allora tu investi i tuoi week end a camminare (ovviamente non da sola; coinvolgi gente, i tuoi più o meno intimi congiunti, che sopportano perché alle donne con la pancia non ci si può mica opporre), a fare le scale, a perlustrare in lungo ed in largo scenari mai battuti. Ritorni a casa con il nervo sciatico in fiamme e ti ricordi di quando, ingenua!, la sciatica e le condizioni climatiche ti sembravamo discorsi da vecchi. Non lo sono e non sono neppure prospettive così lontane. Arrivano; nemmeno te ne accorgi e ti ci trovi catapultata. Non resta che farci i conti. Mentre, a pranzo, mangi un entusiasmante “yogurt e banana”. Non lo sapevate? Quando si ha la pancia ci si mette a dieta.

 

Incubi e pensieri di femmine a parte, la pancia è l’emozione più bella che mi potesse capitare. Me ne sento onorata e, nonostante i chili che si accumulano in quelli che in altri tempi erano i miei punti forti, non potrei chiedere di meglio.

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