Archivio per marzo, 2009

Nasce in questi giorni, alla Fiera di Roma, il Partito del Popolo della libertà, il partito degli italiani come ribadito più volte dal Premier Berlusconi e dal Presidente della Camera Gianfranco Fini. Confesso come per il sottoscritto sia stato fino ad ora molto difficile, se non impossibile, sentire l’appartenenza ad un partito. Per “fortuna”, a detta di molti, questo “nuovo” soggetto politico consentirà a me e a molti italiani di sentirsi meno spaesati e confusi, di poter finalmente contare su una destra liberale e moderna, “aperta alle idee di tutti”. Francamente non riesco a comprendere questo ottimismo. Cosa significa aperta alle idee di tutti? Il PDL rappresenta veramente un’occasione per risanare la democrazia dalla crisi che la contraddistingue?
L’articolo 49 della costituzione stabilisce che “tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La crisi della democrazia e della politica passa inevitabilmente dalla non osservanza di questo articolo. I nostri padri costituenti con esso vollero sottolineare la dimensione pubblica della politica, la necessità che la stessa fosse uno spazio aperto in cui confluissero quella pluralità di idee e convincimenti che sono la base per la costruzione del bene comune e dell’interesse generale. Una politica quindi aperta al paritario contributo di più attori politici in cui i partiti avrebbero avuto tra le loro funzioni quella di selezionare il personale politico, di formare identità collettive nonché di sviluppare senso civico e spirito pubblico. Oggi si ha la sensazione, molto spesso sostenuta dai fatti, che in Italia i partiti siano chiusi alla società civile e che non ci sia differenza tra chi vince e chi perde le elezioni, tra chi governa e chi sta all’opposizione: l’unico obiettivo delle forze politiche è essere d’accordo, scambiandosi anche spesso i giocatori, per garantirsi l’accesso alle risorse e agli spazi della politica. Come aveva argutamente anticipato Enrico Berlinguer, i partiti hanno occupato lo stato, rubandolo ai cittadini , riducendolo a campo in cui si definiscono interessi che sono indipendenti e del tutto estranei dagli interessi di coloro che una volta si chiamavano cittadini e che ora sono concretamente semplici elettori . Gli spazi di partecipazione attiva all’interno dei partiti si sono drasticamente ridotti, i cittadini sono strumentalizzati, invitati ad intervenire su questioni che vengono presentate come importanti problemi politici ma che in realtà sono problemi importanti per i soli politici. Un esempio calzante è lo scontro Berlusconi-magistratura e la questione intercettazioni. Proprio questa autoreferenzialità dei partiti ha portato e porta la società civile a ricercare nuovi spazi di partecipazione nei movimenti e nelle associazioni, in quanto entità slegate dai principi di marketing e riluttanti sia all’equazione elettore-consumatore, che alla politica come fredda e mera professione. Tutti elementi che invece caratterizzeranno, al pari delle altre forze politiche presenti in Italia, anche il PDL, accentuando ancor di più quella percezione di “corpo separato rispetto ai cittadini” che caratterizza la nostra classe politica.
A meno che non inizi un processo di autoriforma dei partiti.
Ma nessuno rinuncia a ciò che si è guadagnato con “tanta fatica”……La rinascita della politica dipende da noi.
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Di fronte ad una crisi economica di grosse proporzioni come quella attuale, ogni paese dovrebbe dare risposte importanti ai propri cittadini. Abbiamo ascoltato più volte come ci sia la necessità di adottare delle misure globali per risolvere una crisi che, nei suoi effetti, perdita di numerosi posti di lavoro, fallimenti bancari, restrizioni del credito alle imprese, si è rivelata globale. “I grandi della terra” sono unanimemente d’accordo sulla necessità di adottare dei meccanismi che rafforzino la cooperazione finanziaria internazionale, sull’individuazione di più efficaci strumenti di controllo per quanto concerne l’operato della finanza mondiale, sulla adozione di regole più rigide finalizzate ad una maggiore trasparenza. Di tali aspetti i leaders mondiali stanno già discutendo e torneranno a farlo durante il G20 di Londra, il prossimo 2 aprile.
In Italia, invece, neanche la crisi economica ha fatto sì che maggioranza ed opposizione cooperassero per aiutare i cittadini ad uscire dalla stessa o almeno ad alleviarla. Di fronte a continui richiami all’ottimismo, ad inviti agli italiani affinchè lavorino di più, più duramente ( ma i disoccupati come fanno!!!), e consumino di più (come si fa a consumare senza soldi???) proposte come il contributo di solidarietà, cioè la richiesta a coloro che «stanno bene», (nella fattispecie i possessori, anche parlamentari, di redditi superiori ai 120.000 euro) di fare un piccolo sforzo per aiutare le fasce più deboli maggiormente in difficoltà con la crisi economica oppure l’assegno mensile pari al 60% dell’ultima retribuzione per i lavoratori precari che abbiano già perduto o perderanno il posto di lavoro dal 1 settembre 2008 al 31 dicembre 2009, avrebbero rappresentato, qualora non fossero state frettolosamente etichettate come demagogiche, un’occasione importante per sfoltire l’esercito dell’antipolitica e per costruire concretamente una nuova idea di società.
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“Saremo una spina nel vostro fianco, con le nostre idee e il nostro impegno.”
Don Luigi Ciotti ha lanciato ieri, durante la manifestazione anti-camorra svoltasi a Napoli, un importante messaggio alle istituzioni, esortandole ad un maggiore impegno nella lotta alla criminalità organizzata.
Giovani provenienti da tutta Italia, famiglie, parenti delle vittime di mafia si sono incontrati per cementare la loro voglia di legalità, di giustizia, e per dire NO a tutte le mafie.
Ho visto tanto coraggio, determinazione e rabbia tra i partecipanti, un fermento sociale che rappresenta elemento fondamentale di qualsiasi cambiamento. La partecipazione di migliaia di giovani ha riempito di ulteriore significato tale manifestazione: le nuove generazioni debbono essere incoraggiate a dare il loro fondamentale contributo per una società migliore, e devono assumere consapevolezza delle loro capacità, nonchè del loro sapere e delle loro competenze.
Si sostiene da sempre la necessità di uno stato forte, di una classe politica attivamente impegnata, attraverso l’adozione di efficaci politiche sociali e del lavoro, nella lotta alla mafia.
La mafia attinge dove lo stato è assente, ed è la mancanza di lavoro che alimenta il reclutamento mafioso.
Ci sono politici che svolgono impeccabilmente la loro missione, ma le connivenze mafia-politica e la presenza di alcuni parlamentari che utilizzano il mandato degli elettori per soddisfare esclusivamente i propri interessi e per garantirsi l’immunità priva, irrimediabilmente, l’azione dello stato di efficacia, forza e credibilità.
Questa altalena di impegno e disimpegno ha indubbiamente permesso e permette alle mafie di avere il tempo di riorganizzarsi e di cambiare pelle.
La manifestazione di Napoli è la dimostrazione di come le coscienze si stiano risvegliando, di come una parte della società civile voglia porsi come spina nel fianco delle istituzioni. Dobbiamo essere sempre di più.
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NOME: Joy
COGNOME: Johnson
ETA’: 24 anni
NAZIONALITA’: nigeriana
STATUS: clandestina.
Sono i freddi dati anagrafici di una giovane donna arrivata in Italia, specificatamente a Bari, qualche mese fa e costretta, al pari di tante altre ragazze straniere, a prostituirsi. Venerdì sera un cliente trova Joy, agonizzante, nelle campagne di Bari. Morirà poco dopo. La diagnosi: tubercolosi polmonare avanzata, e dunque altamente contagiosa.
Si appurerà successivamente che la giovane era malata da alcuni mesi e che aveva paura di presentarsi in ospedale, sottoponendosi a cure adeguate, perché temeva di essere denunciata.
Ora è scattato l’allarme sanitario in quanto potrebbe aver contagiato, oltre a decine di persone che avevano avuto rapporti con lei, gli stessi soccorritori e i connazionali del centro d’accoglienza dove per un mese aveva trovato dimora.
Ho voluto riportare questa tragica notizia perché in questi giorni a Montecitorio, dopo approvazione del Senato, è oggetto di esame la norma, inserita nel pacchetto sicurezza, che dà ai medici la possibilità di denunciare gli immigrati irregolari.
Sul tema è intervenuto qualche giorno fa anche Gianfranco Fini sostenendo che “il medico ha il diritto di curare le persone non di guardare se è un clandestino o meno”. Lo stesso Fini, ha poi manifestato tutta la sua contrarietà a questo provvedimento in quanto, qualora il medico fosse costretto a denunciare il clandestino, si “creerebbe un circuito di medicina alternativo”. Non dico che il clandestino andrà da uno sciamano, ma sicuramente si servirà di terapie parallele”. Questa norma, ha proseguito Fini, potrebbe portare dei rischi per la società, con il diffondersi di patologie contagiose, se un clandestino che ne è affetto non potesse presentarsi ad un pronto soccorso”. Altra cosa, ha concluso il presidente della Camera, “è il doveroso impegno delle istituzioni contro l’immigrazione clandestina”.
Joy Johnson non è ricorsa a terapie parallele, ma, per timore di essere denunciata, non ha potuto esercitare un suo diritto.
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Sono mesi di altissima tensione ad Ugento. L’omicidio di Peppino Basile, nel giugno scorso, l’attentato incendiario, avvenuto due giorni fa, all’abitazione di Bruno Colitti, l’imprenditore che circa due anni fa, autodenunciandosi, fece scattare l’inchiesta sulla discarica di contrada Burgesi. E ancora l’atto vandalico subito da Simone Colitti geometra e tecnico ambientale di Ugento nonchè militante dell’Italia dei Valori e le sistematiche minacce ai danni del parroco Don Stefano Rocca.
Questo mio intervento non intende lanciare accuse nei confronti di alcuno, bensì mettere in risalto come, di fronte ad un redivivo interesse dei cittadini ugentini per le modalità di gestione della cosa pubblica, si siano clamorosamente verificati questi episodi di violenza ed intimidazione. L’impegno in questi mesi di Don Stefano Rocca, chiamato ingiustamente da alcuni ugentini “prete forestiero” (per le sue origini taurisanesi), è stato fondamentale per il risveglio delle coscienze. Ugento ha bisogno di partecipazione e legalità. Indipendentemente dagli autori e dal movente dell’omicidio Basile, sul quale la magistratura deve svolgere il proprio lavoro nella più totale serenità, gli ultime intimidazioni ai danni di Bruno Colitti ( incendio della casa) e Simone Colitti ( lancio di un macigno di 17 Kg contro la sua auto in sosta) dimostrano come l’opinione pubblica si stia interessando di questioni ( discarica Burgesi e privatizzazione della pineta comunale) delle quali sarebbe meglio non si occupasse, in quanto rientranti in un ampio e diffuso sistema di illegalità presente sul territorio ugentino. Sarà la magistratura a chiarire le responsabilità penali, ed eventualmente politiche, nelle inchieste in corso ma finalmente una parte degli ugentini ha capito che Ugento appartiene a tutti e che una ristretta e sceltissima cerchia di individui non può deciderne il bene e, in gran parte dei casi, il male per il raggiungimento dei propri interessi.
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In uno dei precedenti post, ho fatto riferimento alla crescente visibilità ed importanza assunta negli ultimi anni, nel dibattito politico, dal tema del federalismo fiscale. Molte domande sono state poste al riguardo: un tale provvedimento porterebbe benefici o rappresenterebbe un ulteriore costo per i cittadini? Produrrebbe un’opportunità di sviluppo per il mezzogiorno oppure il suo completo affossamento? Soprattutto, si potrebbe realizzare in Italia?
A tutte queste domande è impossibile rispondere anche dopo l’approvazione, lo scorso 23 gennaio al Senato, del relativo disegno di legge, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione. La verità è che non sappiamo nulla delle conseguenze, positive o negative, che tale legge delega potrà produrre, se prima non verranno approvati i decreti attuativi della stessa. Solo allora si potrà avere una univoca interpretazione di tutti gli elementi che la compongono.
La legge delega sul federalismo fiscale nasce con l’intento di riorganizzare i rapporti tra centro e periferia al fine di ottenere maggiore efficienza nella spesa locale. L’obiettivo dovrebbe essere il conferimento agli enti locali di una più ampia autonomia tributaria al fine di accrescere la responsabilità degli stessi e permettere ai cittadini di esercitare un controllo più efficace sul corretto utilizzo delle risorse.
Ciò induce ad un paio di riflessioni.
Innanzitutto, è chiaro che ad una maggiore autonomia impositiva degli enti locali deve corrispondere un forte ridimensionamento della macchina burocratica centrale. Pertanto, potendo “maneggiare” maggiori risorse, gli enti locali non dovrebbero, contemporaneamente, chiedere gli stessi o addirittura maggiori quantitativi di risorse allo stato centrale. Inoltre, nel caso continuassero a farlo, non dovrebbero trovare un governo o un parlamento disposti, per finalità esclusivamente elettorali, a concedere loro tali somme, mettendo a rischio l’equilibrio della finanza pubblica.
Ecco quindi che alla base di qualsiasi assetto costituzionale ci deve sempre essere un rapporto eticamente irreprensibile tra stato centrale ed enti locali. Questo è il vero problema. E’ innegabile che l’utilizzo non efficiente delle risorse sia una grana soprattutto del mezzogiorno, vittima delle “dimenticanze” di Roma ma anche dell’azione parassitaria di una parte del suo ceto politico. Proprio per questo, la bontà della legge si giudicherà, anche in questo caso, dalla presenza o meno della effettiva volontà politica di metterla in pratica. Forse sarebbe stato sufficiente adottare, intanto, pochi ma mirati provvedimenti. Ad esempio, un maggiore controllo sui finanziamenti destinati alla sanità ( “bollato”, in un recente rapporto della Corte dei Conti , come il settore dove si registrano maggiori casi di corruzione), oppure la revisione del sistema tributario locale.
Il governo ha voluto invece “strafare” prevedendo nella stessa legge delega, sanzioni per gli amministratori non rispettosi dei vincoli e premi e maggiori risorse per gli enti territoriali meritevoli. Un sistema di incentivi e disincentivi, a prima vista positivo, la cui effettiva applicazione dipenderà dalla volontà politica cui ho fatto precedentemente riferimento. Ma questo è un altro discorso….
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