Archivio per aprile, 2009

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E’ sfuggito circa una settimana fa, per la terza volta in sei anni, ad un attentato di Cosa Nostra. Vive blindato in una casa bunker, monitorato costantemente da sei agenti di scorta.
In una intervista al quotidiano “La Stampa” ha dichiarato: “io rappresento la causa della fine degli appalti facili, dell’allontanamento dal comune di tutti i dipendenti sospetti, della rivolta degli imprenditori che non pagano più il pizzo e accettano le regole della legalità”.
E’ Rosario Crocetta, sindaco di Gela, impegnato in prima persona nella battaglia contro Cosa Nostra. Un uomo, prima che un politico, di grande coraggio, che diventa sindaco nel 2003, (nonostante avesse perso le elezioni per 107 voti) dopo l’accertamento da parte del TAR, tramite “l’odiato” strumento delle intercettazioni, di pressioni mafiose sui presidenti di seggio, finalizzate ad ostacolarne l’elezione. Un sindaco che fa della lotta alla mafia e della legalità il pilastro della sua politica, animato dalla convinzione che la battaglia contro cosa nostra sia lotta di liberazione, lotta per un lavoro pulito, lotta per il riconoscimento a tutti di concrete ed uguali opportunità di realizzazione personale.
Una politica finalizzata a ripulire il sistema degli appalti, per farlo diventare più trasparente ed equo, incentrata sulla disgregazione delle connivenze politico-mafiose locali, oltre che sul contrasto alle clientele di cosa nostra, indirizzata alla difesa degli imprenditori onesti e al depotenziamento del pizzo, primario strumento di autofinanziamento delle cosche. Tutti provvedimenti che hanno portato Crocetta alla rielezione alla carica di primo cittadino, nel 2007, con una percentuale di consensi vicina al 66%. Una vittoria, quindi, anche culturale, una storia personale e politica alla quale molti sindaci, e non solo, farebbero bene ad ispirarsi.

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“Al fine di realizzare momenti di alternanza tra studio e lavoro nell’ambito dei processi formativi e di agevolare le scelte professionali mediante la conoscenza diretta del mondo del lavoro sono promossi tirocini formativi e di orientamento”.

Dietro a questa disposizione di legge c’è un mondo tutto da scoprire. Quello degli stagisti, cioè coloro che non possono fare affidamento nemmeno su un contratto a progetto, bensì semplicemente su dei buoni pasto (peraltro molto rari) e rimborsi spese che, solo per i più fortunati, arrivano a quantificarsi in 500 € mensili.
Situazioni lavorative paradossali sulle cui cause, peraltro molteplici, bisogna riflettere.
Innanzitutto la progressiva perdita di qualità dell’offerta formativa delle Università alla quale ha fatto riscontro la nascita e lo sviluppo di master e corsi di alta formazione, gestiti dagli stessi atenei o da società di formazione a capitale privato, nei quali, molto spesso, sono gli stessi docenti universitari a fornire le loro competenze e conoscenze a coloro che, dietro pagamento di somme non indifferenti, decidono di iscriversi. Tali corsi, oltre a prevedere un sostanzioso numero di ore d’aula, offrono anche l’opportunità di entrare nel mondo del lavoro attraverso un contratto di stage che dovrebbe permettere al “masterizzando”, passatemi questo termine, di mettere in pratica le conoscenze teoriche acquisite in aula, oltre che sviluppare quelle attitudini professionali e quella conoscenza del settore, cui il master fa riferimento, che dovrebbero fare da apripista al raggiungimento della totale realizzazione professionale. Teoricamente alla fine dei canonici tre mesi di stage, lo stagista dovrebbe, in caso di conferma, ricevere una proposta, per la sottoscrizione di un vero e proprio contratto di assunzione, da parte dell’impresa che lo ha ospitato.
La realtà è, però, ben diversa. Molto spesso, alla fine del periodo di stage lo stagista, dopo aver lavorato come un vero e proprio dipendente sia per la quantità di lavoro prestato che per le ore passate in ufficio, viene mandato a casa, sostituito da un altro neo-masterizzato. Si sviluppa così un processo di ricambio continuo della forza lavoro che non favorisce la nascita di alcuno spirito di appartenenza all’azienda. Le imprese, provvedendo alla semplice sostituzione di un rimborso spese con un altro rimborso spese (quando peraltro previsto) all’interno dei loro bilanci, operano un vero e proprio sfruttamento della forza lavoro Gli stagisti fortunati, cioè i confermati alla fine del cosiddetto periodo di prova, si vedono proporre, nella maggior parte dei casi, un prolungamento del contratto di stage e del relativo rimborso spese che non permette loro di costruirsi un futuro. Una volta c’erano gli stakanovisti oggi ci sono gli stakastagisti. Sono quelli creati dalla legge n. 196/97.
Un mondo tutto da scoprire.

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Il giorno di Pasqua, Il Messaggero a pagina 4 ha titolato a proposito del terremoto in Abruzzo:

Unità, fiducia, realismo. Così una tragedia ha cambiato la politica. Ritorno delle emozioni e concretezza.

Nell’articolo, Mario Ajello sottolinea come paradossalmente il sisma abbia prodotto, passatemi la parola, una redenzione della politica, contribuendo alla creazione di un clima “politicamente positivo” oltre che alla totale collaborazione tra le forze politiche del paese. La tragedia abruzzese ha indubbiamente permesso di riscoprire un aspetto importante della politica: la virtù della moderazione. Non sono giorni di accese polemiche e divisioni, bensì di confronto non esasperato, di dialogo costruttivo, di cooperazione, di unità. Praticamente, ciò che gli italiani chiedono, da un più di un decennio, ai partiti per la soluzione dei problemi del paese.
Tutti i leaders politici hanno visitato le zone terremotate promettendo tempi brevi per la ricostruzione. Alcuni di loro hanno trascorso il giorno di pasqua pranzando nelle tendopoli con gli sfollati. Indipendentemente dalle “responsabilità diffuse” cui il Presidente della Repubblica Napolitano ha fatto riferimento e la cui presenza o meno dovrà essere accertata dalla magistratura in tempi altrettanto brevi, in questi giorni lo stato ha dimostrato di esserci. Paradossalmente il terremoto ha offerto alla politica una grande occasione per ripristinare la fiducia tra stato e cittadini, ma il vero banco di prova sarà tra qualche mese quando gran parte dei giornalisti avranno lasciato L’Aquila e gran parte delle telecamere si saranno allontanate dalle zone terremotate. Sarà quello il momento in cui capiremo effettivamente se questi giorni sono stati quelli della svolta, l’inizio di una nuova stagione politica, oppure se sulle macerie abruzzesi si è fatto solo passerella.

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….Quando gli interessi di una minoranza potente sono divenuti ben più attivi di quelli della massa comune nel piegare il sistema politico ai loro scopi, quando le élite politiche sono esclusivamente impegnate a manipolare e guidare i bisogni della gente, quando gli elettori devono essere convinti ad andare a votare da campagne pubblicitarie gestire dall’alto, non si ha una situazione di non-democrazia ma la descrizione di una fase che rappresenta, per così dire, la parabola discendente della democrazia. Molti sintomi segnalano che questo sta accadendo nelle società contemporanee avanzate, dimostrando che ci stiamo allontanando dall’ideale più elevato di democrazia per andare verso un modello postdemocratico……

Tratto da Postdemocrazia di Colin Crouch

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La recessione economica soffia forte sul Salento e spinge verso la soglia di povertà i lavoratori e le loro famiglie. La Cgil di Lecce ieri ha fornito alcuni numeri indicativi del momento economico: «Tutti i settori sono attraversati dalla crisi», ha detto il segretario generale provinciale Salvatore Arnesano. Il quadro disegnato dal nuovo segretario confederale è molto più che preoccupante: il mondo del lavoro salentino sta collassando. Diverse migliaia di lavoratori si ritroveranno presto senza lavoro e senza ammortizzatori sociali. La crisi economica ha danneggiato maggiormente, com’era prevedibile, il mezzogiorno, aggravando una situazione sociale già di per sé difficoltosa. Essa ha fortemente contribuito a metter in risalto i risultati prodotti dalle politiche economiche e del lavoro adottate dai governi italiani dell’ultimo ventennio. Politiche che hanno creato e creano non solo diversi trattamenti tra i lavoratori ma anche tra coloro che sono fuori dal mercato del lavoro. Il segretario provinciale della Cgil ha fatto riferimento agli ammortizzatori sociali. Essi dovrebbero, sulla carta, regolamentare il mondo del lavoro nei periodi in cui il lavoro è assente. Da anni si parla di una loro riforma ma non si riesce mai a giungere ad un accordo. Allo stato attuale, in Italia, agli ammortizzatori sociali, come al lavoro a tempo indeterminato, si può accedere solo se si hanno santi in paradiso. Solo se si ha, paradossalmente, la fortuna di far parte di categorie di disoccupati aventi forte potere contrattuale. Solo se si fa parte di una grande impresa. Quante volte è accaduto, negli anni passati, che di fronte alla crisi di una grande azienda (Fiat, Alitalia) i governi introducessero ad hoc, attraverso l’approvazione di apposite leggi, degli ammortizzatori sociali, indirizzati specificatamente ai lavoratori di queste grandi realtà industriali piuttosto che ad altri, in quanto ciò rappresentava una grande operazione di convenienza elettorale. E’ sostanzialmente quello che è accaduto con Alitalia per i cui esuberi sono stati previsti ”ricollocamenti e ad ammortizzatori sociali molto forti”. Per carità nulla contro i lavoratori della vecchia Alitalia ma questa vicenda, e non solo, dimostra lo stato penoso e paradossale in cui versa lo stato sociale nel nostro paese. Siamo l’unico paese in Europa incapace di prevedere un sistema di ammortizzatori sociali che garantisca a tutti i “lavoratori senza lavoro” lo stesso trattamento. Non esiste una rete di protezione per i lavoratori atipici, che consenta loro di poter sopravvivere nel periodo di passaggio da un progetto all’altro. Si tratta di un sistema di welfare profondamente squilibrato ed ingiusto perché l’operaio di una piccola impresa se perde il lavoro si deve arrangiare come può, magari elemosinando aiuti qua e là, mentre chi scarica bagagli per Alitalia (o lavora per la FIAT), viene ritenuto dallo Stato meritevole di provvedimenti straordinari. E’ la solita incapacità italiana di creare regole uguali per tutti, unico ed autentico parametro di maturità democratica .

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