Archivio per maggio, 2009
“Le assemblee pletoriche sono assolutamente inutili e addirittura controproducenti. I parlamentari sono numericamente troppi. Per ridurli potremmo lanciare una proposta di legge di iniziativa popolare”.
E’ l’ennesima invettiva lanciata dal premier Berlusconi (questa volta dal palco di Confindustria) al parlamento e ai suoi inquilini. L’oggettivo immobilismo che caratterizza le nostre aule parlamentari e la riflessa insoddisfazione popolare nei confronti della politica, alimentano e alimenteranno il progetto di Berlusconi di una legge di iniziativa popolare che riduca il numero dei parlamentari. Le fortune politiche del premier sono strettamente collegate alla sua immagine decisionista, costruita in modo determinante dalle sue tv, e alla sfiducia dei cittadini che, proprio in virtù della stessa immagine, lo vedono come il solo capace di trovare velocemente una soluzione alle loro esigenze.
Cavalcando questo sentimento, il premier cercherà di ridurre numericamente il parlamento, dopo averlo già svuotato, attraverso il porcellum e il continuo ricorso allo strumento del decreto-legge, delle sue competenze e della sua forza.
Dopo, sul finire della legislatura, provvederà, a colpi di maggioranza, alla trasformazione della Repubblica in senso presidenziale. Una nuova architettura costituzionale che prevederà l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e, pertanto, il riconoscimento allo stesso di poteri molto più ampi rispetto a quelli attuali.
Arriveremo così al 2013, anno in cui terminerà l’odierna legislatura ma anche il mandato del Presidente Napolitano. Lascio a voi capire ciò che potrebbe accadere.
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Nel nostro paese le opinioni sullo stato della crisi economica sono molto contrastanti. Se da un lato il ministro dell’economia Giulio Tremonti vede spiragli di luce ( “è finita la fase apocalittica ma dobbiamo ancora fare molto”) dall’altro il segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani afferma l’esatto contrario (“la crisi non è affatto passata ed è inoltre destinata a creare sempre maggiori problemi. Uno di questi è la perdita di posti di lavoro”). Se la recessione (testimoniata anche da un calo del PIL di quasi il 6%) è certamente il problema attuale e sta dispiegando tutti i suoi effetti, il basso livello delle retribuzioni, testimoniato da un rapporto OCSE della scorsa settimana, è un aspetto che caratterizza l’Italia minimo da un decennio.
Secondo questa “speciale” classifica la retribuzione media di un lavoratore italiano, senza carichi di famiglia, sarebbe di 1300 EURO. A mio parere questo dato, proprio perché si parla di media, è anche abbastanza ottimistico. Salari così bassi non sono sicuramente il prodotto dell’attuale crisi economica mondiale, bensì il risultato di un circolo vizioso che caratterizza il nostro paese da più di un decennio. Molti economisti legano il discorso dei salari alla produttività ( tra gli altri Tito Boeri e Pietro Garibaldi nel loro ultimo libro Un nuovo contratto per tutti).
Per spiegare il concetto di produttività faccio riferimento ad un esempio.
Prendiamo due lavoratori X e Y, di pari età e competenza professionale. Il lavoro di X, tutto compreso, costa 30 euro lordi l’ora, mentre il prodotto che lui realizza in un’ora vale 50 euro. In questo caso il valore aggiunto è di 20 euro. Il lavoro di Y, dipendente da un’altra azienda, costa di più, 40 euro l’ora, ma quel che produce ne vale 65. Poiché il suo valore aggiunto tocca i 25 euro, la produttività del lavoro di Y è maggiore di quella di X.
Pertanto, si evince che la produttività è il valore aggiunto prodotto per ora lavorata. La produttività di un lavoratore non dipende però esclusivamente dai suoi ritmi lavorativi ma anche da altri fattori. Ad esempio maggiori investimenti in capitale produttivo, in ricerca e sviluppo, in innovazioni organizzative interne ed esterne, in formazione. Tutti aspetti sui quali in questi anni le imprese italiane non hanno investito. Oppure lo hanno fatto in misura molto inferiore rispetto agli utili conseguiti. L’accelerazione dei ritmi di lavoro degli operai è stata ed è considerata l’unica (perché più conveniente) strada da percorrere per aumentare la produttività della propria impresa. A tal proposito, tempo fa mi sono imbattuto nella lettura di un articolo che faceva riferimento ai fogli di saturazione riguardanti i tempi della catena di montaggio dello stabilimento FIAT di Castel di Sangro. Su sette ore e mezza solo 4,44 minuti per riposarsi (si fa per dire) e respirare. Ogni 46,8 secondi ciascun operaio doveva fissare con tre viti un paraurti. Per 270 volte. Dati che dovrebbero farci riflettere.
Pertanto, gran parte dell’imprenditoria italiana aumenta (o perlomeno crede di aumentare) la produttività della propria impresa spremendo come limoni i propri operai e mettendone a rischio la sicurezza. Se seguiamo questa strada siamo condannati ad essere sempre in affanno.
C’è bisogno di un cambiamento e lo stato dovrebbe farsene promotore. Attraverso un aumento considerevole degli incentivi fiscali alle imprese che impiegano risorse in ricerca e sviluppo e nell’ammodernamento e innovazione dei processi produttivi. Attraverso la realizzazione di una maggiore competitività del sistema scolastico e universitario, oltre che che di un più stretto legame dello stesso con il mondo del lavoro. Attraverso un grande piano di ammodernamento delle infrastrutture, soprattutto al Sud. Bisogna quindi ripensare il concetto di produttività, ed è importante che tutti facciano la loro parte.
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9 maggio 1978 – 9 maggio 2009.
Esattamente 31 anni fa veniva ritrovato all’interno di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, a Roma, il corpo del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, assassinato, dopo due mesi di prigionia, dalle Brigate Rosse.
Uomo e politico intelligente, costantemente impegnato nella ricerca di soluzioni adeguate ai problemi posti dai cambiamenti che, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, si sarebbero registrati nel nostro paese, oltre che fautore delle iniziali aperture a sinistra da parte del centrismo democristiano, Moro raggiunse il punto probabilmente più alto della sua vita politica, quando attraverso il compromesso storico con il Partito Comunista, nella metà degli anni settanta, cercò ambiziosamente di avviare una stagione politica che avrebbe dovuto caratterizzarsi per il superamento di quella divisione del mondo in zone d’influenza che era stata partorita dalle decisioni di Jalta, e che fino allora aveva fortemente condizionato la politica italiana. Un progetto quindi di notevole portata e che, come tale, non sarebbe stato compreso da tutti.
Non lo compresero alcuni esponenti del governo e della maggioranza parlamentare, che lui stesso aveva contribuito a creare, riluttanti, come cattolici, all’acquisizione di qualsiasi minima responsabilità di governo da parte dei comunisti.
Non lo compresero le Brigate Rosse che, vedendolo esclusivamente come diretto esecutore di un piano di ristrutturazione geostrategica globale guidato dagli Stati Uniti d’America, lo rapirono il 16 marzo 1978, uccidendolo dopo cinquantacinque giorni di prigionia. Giorni in cui avrebbe cercato, con la pazienza e l’intelligenza che lo caratterizzava, di mediare tra i suoi carcerieri e le istituzioni, per la sua liberazione. Giorni in cui si sarebbe reso conto che, oltre al processo del cosiddetto Tribunale del Popolo, stava subendo un altro processo, quello dei suoi amici di partito, che, di lì a poco, lo avrebbero abbandonato per assicurarsi la sopravvivenza politica e la conservazione del potere.
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Riporto un’intervista, rilasciata ad Antimafia2000 dall’ex magistrato Bruno Tinti durante la presentazione del suo nuovo libro “La questione immorale”, tenutasi a Porto Sant’Elpidio, in provincia di Ascoli Piceno.
Dottor Tinti, quando si può parlare di “questione immorale”? La classe politica spesso usa questi termini ma poi si perde nel significato della parola stessa con atteggiamenti tutt’altro che morali…
“Io non farei esempi di moralità o immoralità della nostra classe dirigente. Il discorso è molto più ampio. Basta guardare la nostra situazione e la nostra storia. La rappresentanza politica che è presente in Parlamento non è certo nata oggi. Se il Paese, da anni ormai, esprime la propria preferenza per questa classe dirigente evidentemente questo significa che noi cittadini vogliamo essere rappresentati da certi soggetti, perché ci identifichiamo negli stessi. Poi va considerato che siamo in presenza di un circolo vizioso perché i cittadini non sono informati a causa di un tipo di informazione proprietaria che effettua un certo tipo di propaganda. Se il cittadino non viene informato, e non supera questo handicap tentando egli stesso di reperire informazioni tramite internet o quotidiani, ecco che i cittadini restano sudditi, continuando anche in futuro ad esprimere preferenze per leader che approfittano della situazione per proprio vantaggio. Ma la cosa ancora più preoccupante è che la nostra è una classe dirigente inquinata dal malaffare perché ad essere inquinato è il popolo italiano. E per dimostrare questo non serve fare grandi esempi, basta guardare alle piccole cose. Dalle auto parcheggiate in doppia fila, fino ai limiti di velocità mai rispettati. O ancora le leggi sulla parità di diritto tra uomini e donne sul lavoro o tra italiani e stranieri. Queste sono leggi che esistono ma che nel nostro Paese vengono raramente rispettate. E se si è così nel piccolo provate ad immaginare quando si ha tra le mani la gestione del potere”.
Come valuta il problema dell’informazione in Italia? Spesso si assiste alla scomparsa delle notizie. Per esempio in questi giorni Luigi De Magistris, dopo essere stato attaccato a reti unificate, è stato prosciolto da tutte le accuse che gli avevano addebitato. Sui giornali e in tv però nessuno o pochissimo risalto è stato dato a questa notizia, invece, importantissima.
“Se ai tempi del terzo Reich Goebbels avesse avuto un ministero della propaganda come quello che abbiamo noi oggi staremmo ancora con il braccio alzato: efficientissimo. Si è assistito e stiamo tutt’ora assistendo a una delegittimazione della magistratura anche a livello subliminale. Persino nelle fiction ad apparire come eroi sono i poliziotti e i carabinieri. Il giudice è quello che “rompe”, un imbecille che non lavora o arriva sempre in ritardo. Anche tramite questi mezzi si fa passare il messaggio che la magistratura è qualcosa che frena il Paese così come dice il nostro ineffabile presidente del consiglio. Quindi appare ovvio che l’informazione, al momento di dare notizie che contrastano tale progetto, preferisce tacere. Mi stupisco dei giornali indipendenti. Avrebbero dovuto dare la notizia”.
Restando in tema di delegittimazione una vera e propria strategia è stata ordita ai danni del “consulente” Gioacchino Genchi. La sua opinione a riguardo?
“Questo fa parte dell’attacco contro le intercettazioni e della delegittimazione della magistratura e dei suoi funzionari. Hanno fatto credere che esistesse un grande archivio di telefonate registrate facendo intendere ai cittadini che siamo tutti spiati. Un allarme assurdo che l’informazione proprietaria ha reso credibile dando spazio ad opinioni di politici che per cognizione di causa o per non conoscenza, hanno strumentalizzato tutto questo per raggiungere il loro principale obiettivo che è quello di eliminare la possibilità di essere intercettati. Per quanto riguarda l’archivio del dottor Genchi voglio precisare una cosa. Il consulente, per definizione, ha con se la documentazione processuale. La possiede legittimamente perché è il pm a dargliela. Se si vuole effettuare un incrocio sui tabulati telefonici è chiaro che questi finiranno nelle mani del consulente. Un soggetto che dovrà essere sentito poi anche nell’eventuale processo. E se dovrà essere sentito riguardo ad un’indagine da lui compiuta perché non dovrebbe avere copia dei documenti su cui ha lavorato? Come potrebbe rispondere correttamente se no?”
Per quanto riguarda le intercettazioni le principali imprese specializzate nell’eseguirle hanno minacciato il governo sia di non accettare futuri incarichi che di interrompere quelli già avviati se non verrà saldato il debito. Quale sarebbe il danno se ciò accadesse?
“Secondo me il governo sarà contentissimo di questa cosa. Da tempo sta cercando di bloccare le intercettazioni, e se vi riuscirà senza fare leggi vergogna, prenderà due piccioni con una fava, risparmiando anche un sacco di soldi. Il danno per la giustizia sarebbe incalcolabile perché senza intercettazioni non si potranno più garantire se non quei processi più semplici come omicidi o quegli atti criminali commessi in flagranza di reato. Alcuni reati si scoprono solo tramite indagini complesse, lunghe e le intercettazioni sono fondamentali proprio in questi casi. Che così scomparirebbero dall’ordine dei processi”.
Oggi si parla molto di necessità di maggior “controllo della magistratura”. C’è chi vorrebbe che quella italiana si uniformasse a quella straniera, sul modello degli Stati Uniti o della Svizzera.
Si può spiegare in due parole perché in Italia non può funzionare un sistema come questi. Negli Usa giudici ed i procuratori vengono eletti e sono direttamente appoggiati ad un partito. Questo implica una serie di aspetti. E’ ovvio che alla fine del suo mandato il procuratore dovrà rendere conto al proprio elettorato. Dal suo agire può dipendere una rielezione o addirittura un avanzamento di carriera a sindaco o governatore. La domanda che subito sorge spontanea è “se può subire pressioni come può svolgere serenamente il proprio lavoro?”. Posso raccontare un episodio che ha coinvolto un collega svizzero. Svolgendo delle indagini su una banca questi era arrivato a scoprire delle movimentazioni con il ministero della giustizia, occupato da uno dei membri del partito che lo aveva eletto procuratore. Alle pressioni che arrivarono rispose con tono minacciando un coinvolgimento della stampa nel caso in cui non avesse più potuto porre a compimento l’indagine. Ecco perché in Italia questo sistema non potrebbe funzionare. Perché la stampa è fortemente intrecciata con la politica mentre all’estero no. A prescindere da questo poi credo che il sistema italiano sia migliore per un semplice motivo. Il giudice è un impiegato dello Stato. Non ci sono elezioni ma dei concorsi e la carriera è dettata dal merito. Ogni mese percepisce uno stipendio a prescindere da quello che sarà il suo giudizio ad un processo. Per questo potrà svolgere il lavoro con assoluta serenità. Certo è vero che può esserci il pm o il giudice corrotto con suoi progetti ed il suo santo protettore politico ma questi sono da considerare come una patologia, una malattia, e non rappresentano l’intera categoria.
Vista la situazione generale quali possono essere gli anticorpi per far fronte al grave stato che ci ha descritto?
“Per prima cosa devo fare una considerazione. Io ho fatto l’impiegato tutta la vita. Io sono un tecnico, quando parlo di giustizia e di diritto; non mi sottraggo a queste domande anche se il mio giudizio vale come quello di qualunque altro. Detto ciò io ripeto ancora una volta che non posso pensare ad una Paese che esprime una classe dirigente diversa da ciò che il Paese stesso è. In un Paese sano non emerge una classe dirigente classe dirigente fondata sul malaffare. E’ impossibile. Magari ci sarà una quota fisiologica di politici disonesti ma nel complesso la classe dirigente è sana ed efficiente. In un paese in cui i cittadini per primi non rispettano le regole è ovvio che emerga una classe dirigente di questo tipo. Se questo è vero, e non ho l’autorità per dire se è così o no, allora è dura uscirne perché bisogna aspettare una generazione di cittadini diversa da quella attuale. E quando arriverà chi la educherà? Come? Quindi, purtroppo, c’è da essere pessimisti”.
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Presidente,
sono un giovane pugliese di 30 anni, laureato in scienze politiche, che guarda e osserva la politica di oggi con grande sdegno e preoccupazione. Sono un ragazzo che, come tanti altri, combatte quotidianamente con la precarietà, passando, in modo talmente veloce, da un posto di lavoro ad un altro da non poter sviluppare, in ambito lavorativo, alcuna appartenenza. I governi degli ultimi quindici anni, di qualsiasi colore politico, hanno letteralmente privato di qualsiasi futuro le nuove generazioni. Da comune osservatore di strada vedo una politica priva della sua dimensione pubblica, elitaria, arroccata su se stessa, poco o per nulla aperta alla pluralità di idee e convincimenti, derivanti dalla società civile. Una politica che, oltre a dimenticarsi sempre più dei cittadini (salvo poi ricordarsene miracolosamente nei periodi di campagna elettorale), tende costantemente a fuggire dalla realizzazione di quel bene comune che dovrebbe costituire unico criterio ispiratore dell’azione di qualsiasi governo. Aveva ragione Enrico Berlinguer quando, nei primi anni settanta, fece riferimento alla questione morale e alla commistione tra funzioni di partito e funzioni statali come principale problema del nostro paese. Da allora non è cambiato niente. Questa commistione si è sempre più rafforzata e le clientele si sono sempre più ingrossate. Esse, probabilmente, hanno rappresentato e rappresentano l’unico modo, per i politici, di opporsi a quelle forze della globalizzazione che stanno ridimensionando il loro potere all’interno della società italiana. Ma un politico deve avere un unico e ben altro obiettivo: migliorare la vita dei cittadini, sostenerne le angosce quotidiane, trovare una soluzione ai loro problemi, garantire pari opportunità a tutti. È quest’ultimo un punto, a parer mio, fondamentale sul quale, in Italia, dobbiamo fare ancora molta strada.
Caro Presidente, sono un gran sognatore, è vero, ma penso che i sogni siano, in politica, motore e condizione imprescindibile per poter effettivamente realizzare qualcosa di concreto. Credo in un’Italia del Merito che, allo stesso tempo, si impegni per non lasciare indietro nessuno, un’Italia in cui il Duro lavoro e la Determinazione siano le uniche fonti di ricchezza, un’Italia della Legalità e del Rispetto delle Leggi, un’Italia in cui sia garantita a tutti la possibilità di realizzarsi.
Mi scusi Presidente per averla annoiata, ma penso che tali slanci utopistici siano punti importanti dai quali la politica debba ripartire per avviare quel processo di rinnovamento di cui ormai irrimediabilmente necessita.
Con stima
Salvatore Ventruto
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