Archivio per maggio 20th, 2009

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Nel nostro paese le opinioni sullo stato della crisi economica sono molto contrastanti. Se da un lato il ministro dell’economia Giulio Tremonti vede spiragli di luce ( “è finita la fase apocalittica ma dobbiamo ancora fare molto) dall’altro il segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani afferma l’esatto contrario (“la crisi non è affatto passata ed è inoltre destinata a creare sempre maggiori problemi. Uno di questi è la perdita di posti di lavoro”). Se la recessione (testimoniata anche da un calo del PIL di quasi il 6%) è certamente il problema attuale e sta dispiegando tutti i suoi effetti, il basso livello delle retribuzioni, testimoniato da un rapporto OCSE della scorsa settimana, è un aspetto che caratterizza l’Italia minimo da un decennio.
Secondo questa “speciale” classifica la retribuzione media di un lavoratore italiano, senza carichi di famiglia, sarebbe di 1300 EURO. A mio parere questo dato, proprio perché si parla di media, è anche abbastanza ottimistico. Salari così bassi non sono sicuramente il prodotto dell’attuale crisi economica mondiale, bensì il risultato di un circolo vizioso che caratterizza il nostro paese da più di un decennio. Molti economisti legano il discorso dei salari alla produttività ( tra gli altri Tito Boeri e Pietro Garibaldi nel loro ultimo libro Un nuovo contratto per tutti).
Per spiegare il concetto di produttività faccio riferimento ad un esempio.
Prendiamo due lavoratori X e Y, di pari età e competenza professionale. Il lavoro di X, tutto compreso, costa 30 euro lordi l’ora, mentre il prodotto che lui realizza in un’ora vale 50 euro. In questo caso il valore aggiunto è di 20 euro. Il lavoro di Y, dipendente da un’altra azienda, costa di più, 40 euro l’ora, ma quel che produce ne vale 65. Poiché il suo valore aggiunto tocca i 25 euro, la produttività del lavoro di Y è maggiore di quella di X.
Pertanto, si evince che la produttività è il valore aggiunto prodotto per ora lavorata. La produttività di un lavoratore non dipende però esclusivamente dai suoi ritmi lavorativi ma anche da altri fattori. Ad esempio maggiori investimenti in capitale produttivo, in ricerca e sviluppo, in innovazioni organizzative interne ed esterne, in formazione. Tutti aspetti sui quali in questi anni le imprese italiane non hanno investito. Oppure lo hanno fatto in misura molto inferiore rispetto agli utili conseguiti. L’accelerazione dei ritmi di lavoro degli operai è stata ed è considerata l’unica (perché più conveniente) strada da percorrere per aumentare la produttività della propria impresa. A tal proposito, tempo fa mi sono imbattuto nella lettura di un articolo che faceva riferimento ai fogli di saturazione riguardanti i tempi della catena di montaggio dello stabilimento FIAT di Castel di Sangro. Su sette ore e mezza solo 4,44 minuti per riposarsi (si fa per dire) e respirare. Ogni 46,8 secondi ciascun operaio doveva fissare con tre viti un paraurti. Per 270 volte. Dati che dovrebbero farci riflettere.
Pertanto, gran parte dell’imprenditoria italiana aumenta (o perlomeno crede di aumentare) la produttività della propria impresa spremendo come limoni i propri operai e mettendone a rischio la sicurezza. Se seguiamo questa strada siamo condannati ad essere sempre in affanno.
C’è bisogno di un cambiamento e lo stato dovrebbe farsene promotore. Attraverso un aumento considerevole degli incentivi fiscali alle imprese che impiegano risorse in ricerca e sviluppo e nell’ammodernamento e innovazione dei processi produttivi. Attraverso la realizzazione di una maggiore competitività del sistema scolastico e universitario, oltre che che di un più stretto legame dello stesso con il mondo del lavoro. Attraverso un grande piano di ammodernamento delle infrastrutture, soprattutto al Sud. Bisogna quindi ripensare il concetto di produttività, ed è importante che tutti facciano la loro parte.

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