Archivio per giugno, 2009
Vi ricordate le scalate bancarie dei “furbetti del quartierino” ?
E le mirabolanti performances dei medici della clinica Santa Rita a Milano ?
E la scoperta del cosiddetto “Sistema Romeo” cioè la ragnatela politico-affaristica che l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo era riuscito a crearsi, oltre che nella sua (in tutti i sensi) Napoli, su tutto il territorio nazionale?
Reati penalmente rilevanti, connivenze tra politica, classe imprenditoriale e mondo della finanza che, in futuro, sarà impossibile scoprire o portare alla conoscenza dei cittadini a causa della nuova legge sulle intercettazioni già approvata con voto segreto dalla Camera dei Deputati con il concorso di una ventina di parlamentari dell’opposizione ( a riprova che su alcuni temi le forze politiche riescono magicamente a raggiungere intese ed accordi) .
Il ministro della giustizia Alfano giustifica tale provvedimento con la necessità di risparmiare risorse, con l’esigenza di bloccare lo “sperpero” di denaro pubblico da parte dei pubblici ministeri, colpevoli di utilizzare lo strumento delle intercettazioni più di quanto sia effettivamente necessario.
In pratica si accusano i pm di avere, in questi anni, abusato dello strumento delle intercettazioni, di avere sottoposto i cittadini ad un controllo sistematico e di averne violato la privacy.
La verità è che senza intercettazioni alcuni degli scandali degli ultimi vent’anni non sarebbero mai venuti alla luce. E con questa legge, che prevede l’utilizzo delle stesse solo in caso di “evidenti indizi di colpevolezza”, il pubblico ministero viene privato del più importante strumento di indagine. Inoltre, oltre a vietare la pubblicazione delle intercettazioni fino alla chiusura delle indagini o dell’udienza preliminare e a limitare l’utilizzo di cimici, microspie e videocamere per l’acquisizione di importanti elementi probatori, la legge stabilisce che non si potrà più intercettare per un arco temporale superiore ai sessanta giorni.
Il governo con questa legge fa una scelta di campo ( permettetemi di prendere in prestito questo slogan prettamente berlusconiano) ben precisa: proteggere i delinquenti (impedendo che gli stessi vengano assicurati alla giustizia), legare le mani ai pm e alla magistratura, ridurre al silenzio la carta stampata. Come fa un governo a garantire la sicurezza dei cittadini se, oltre al taglio delle risorse destinate alle forze di polizia, subordina l’utilizzo delle intercettazioni, per reati di omicidio, spaccio, estorsioni, rapine, alla esistenza di “evidenti indizi di colpevolezza”? Che senso ha intercettare chi è già stato individuato come colpevole? Che senso ha condizionare, nel caso di mafia e terrorismo, l’utilizzo delle intercettazioni alla mera presenza di “sufficienti indizi di reato” se poi per i reati di cui sopra (molto spesso punti di partenza importanti per scoprire l’esistenza di pericolose associazioni mafiose o terroristiche) si subordina l’utilizzo delle stesse alla presenza di “evidenti indizi di colpevolezza”? Infine, come si fa a stabilire la scadenza temporale dei sessanta giorni se spesso sono necessari anni affinché siano intercettate ad un boss mafioso alcune importanti e significative informazioni?
Insomma, un paradosso legislativo che solo la classe politica italiana poteva avere il coraggio, oltre che la necessità, di produrre.
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“Per una sera sono orgoglioso di essere ugentino”.
E’ stato questo il pensiero che due sere fa, dopo la manifestazione in memoria di Peppino Basile, si è impossessato della mia mia mente. Una mente occupata, nell’ultimo anno, dall’omicidio dello stesso Peppino, dalle vicende della discarica di Burgesi, dai sospetti intorno alla costruzione del mega villaggio turistico all’interno del Parco Naturale di Ugento, da alcuni episodi intimidatori subiti da nostri concittadini.
Alcuni sostengono che Peppino Basile sia “servito” più da morto che da vivo. Ad essi dico che se il risultato di ciò è aver risvegliato le coscienze, aver portato a galla alcuni intrecci politico-economici, di natura illecita, avvenuti negli ultimi vent’anni, aver potuto parlare di legalità ad una piazza di 500-600 persone (come quella di due sere fa), allora è bene che ciò sia avvenuto. Anche dopo la sua morte Peppino si è messo al nostro servizio.
Noi, come sottolineato da don Stefano Rocca durate la messa di domenica scorsa, abbiamo il dovere di chiedergli perdono per non averlo sostenuto nelle sue battaglie contro il SISTEMA, quello degli “amici degli amici”, quello che si arroga il diritto di decidere chi deve vivere nel benessere e chi deve tirare a campare, quello che assicura opportunità solo ad una ristretta cerchia di individui, obbligando i molti ad elemosinare ciò che è un diritto sancito dalla costituzione e che, come tale, dovrebbe essere garantito: il lavoro.
Ecco perchè quella piazza, della quale ho avuto l’onore e il piacere di fare parte, dovrà continuare a battersi, affrontando con coraggio tutte le difficoltà politiche, economiche, culturali che troverà sulla sua strada. Siamo solo all’inizio, è vero, ma sono assolutamente convinto che ce la faremo. Tutti insieme.
Invito, pertanto, NOI ugentini ad alimentare costantemente la curiosità riguardo le modalità di gestione della cosa pubblica, ad avere l’ambizione del cambiamento e a divenire artefici del proprio destino.
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Le recenti elezioni europee ed amministrative hanno messo in evidenza tre importanti aspetti:
la conferma del Popolo della Libertà al ruolo di primo partito italiano, la perdita di consensi del Partito Democratico ( più del 7% dei voti) e le vittorie di Lega ( per la prima volta presente in tutta Italia) e Italia dei Valori.
Tuttavia, di fronte ad un corposo successo a livello locale, il PDL non è riuscito a livello europeo a raggiungere quel 40% auspicato ( o addirittura dato per certo) da Berlusconi, fermandosi al 35%. E su questo il Premier starà facendo le sue riflessioni: il caso Noemi, le vicende personali e familiari, la sentenza Mills.
Al “successo contenuto” del PDL ha fatto riscontro l’aumento di consensi della Lega. Una redistribuzione di voti che, di conseguenza, cambierà i rapporti di forza tra i due partiti di governo. Bossi a poco più di un anno dalla vittoria alle elezioni politiche ha ottenuto dal governo importanti provvedimenti su alcuni storici cavalli di battaglia: la sicurezza ( con l’avvento delle ronde), l’immigrazione ( con l’istituzione del reato di immigrazione clandestina e della pratica dei respingimenti), il federalismo fiscale. Gli elettori del nord hanno premiato in massa la capacità dell’establishment leghista di far realizzare al governo le promesse fatte durante la campagna elettorale per le elezioni politiche dello scorso anno. Gli addetti ai lavori parlano da tempo di un governo “ostaggio” della Lega. Queste argomentazioni sono ora ancor più valide di prima. Una conferma in tal senso è già arrivata con il repentino cambio di posizione di Berlusconi riguardo la consultazione referendaria del prossimo 21 giugno. “Noi, del Popolo della Libertà, non faremo alcuna campagna referendaria” ha affermato il Premier. “Silvio non è mica scemo, altrimenti sfascia tutto” si è affrettato a precisare Bossi. Appoggiare un referendum, che prevede in caso di vittoria del SI il riconoscimento e l’attribuzione del premio di maggioranza (55% del totale dei seggi) non più alla coalizione vincitrice delle elezioni bensì al singolo partito che prende la maggioranza relativa dei consensi, aprirebbe uno scenario politico caratterizzato da una crisi di governo che porterebbe, per effetto del ritiro leghista dalla maggioranza, alla caduta dello stesso. La vittoria del SI significherebbe l’apertura di una nuova fase politica che si caratterizzerebbe per un meccanismo elettorale che darebbe ancora più valenza al premio di maggioranza, in cui il partito che raccoglie il maggior numero di voti, vincendo le elezioni, potrebbe tranquillamente governare senza fare alcuna alleanza. E’ chiaro che una prospettiva di questo genere è ben voluta dal premier. Ma impegnarsi attivamente in questa direzione significherebbe far cadere l’attuale governo.
Ritornando ai recentissimi risultati elettorali bisogna sottolineare anche il successo dell’Italia dei Valori. Il partito di Di Pietro ha, negli ultimi cinque anni, quadruplicato i propri consensi. L’antiberlusconismo, le battaglie per la legalità, per l’ineleggibilità dei condannati in parlamento, per la giustizia e il rispetto della costituzione, la raccolta firme contro il lodo Alfano, il ritorno della questione morale al centro del dibattito politico, l’impegno per un rinnovo generazionale della classe politica. Unica opposizione è stato ed è lo slogan di Antonio Di Pietro. Mai slogan fu così opportuno. Lo accusano da più parti di dire NO a tutto ciò che propone Berlusconi. Dicerie. Prova ne è stata ad esempio l’approvazione in parlamento, anche con i voti dell’IDV, del federalismo fiscale, una riforma che se fatta bene potrebbe, a mio parere, rappresentare un’opportunità per il mezzogiorno.
Ora, l’8% dei consensi conseguito alle elezioni europee conferisce “al guastafeste” (dal titolo del suo ultimo libro) l’onore e l’onere di ristrutturare, dal punto di vista organizzativo, il partito per farlo diventare elemento fondante di una nuova ed omogenea coalizione politica che abbia alla base della propria azione una visione della società strettamente legata ai valori, al rispetto delle leggi e al riconoscimento del merito.
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Dobbiamo fare le riforme…… Il paese necessita di riforme per poter rilanciarsi….. E’ necessario che si apra una stagione di riforme…..Quante volte le forze politiche hanno riempito e riempiono i loro programmi elettorali o interventi televisivi parlando di RIFORME.
Tutti si affrettano a parlarne, nessuno (o quasi) a farle. La scorsa settimana anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, dopo aver fatto il punto sulla crisi economica e precisato che “il sistema industriale italiano si appresta a ridurre gli investimenti e a licenziare”, ha ribadito la necessità di alcune riforme per il rilancio del paese, soprattutto riguardo gli ammortizzatori sociali e le pensioni. Oltre ad essere l’unico stato in Europa incapace di prevedere un sistema di ammortizzatori sociali che garantisca a tutti i lavoratori senza lavoro lo stesso trattamento, l’Italia non riesce ad adottare, ormai da anni, una riforma seria del sistema pensionistico. Riformare strutturalmente le pensioni, incentivando i lavoratori dipendenti a lavorare qualche anno in più, significherebbe liberare ingenti risorse e permettere la programmazione di una spesa sociale e un welfare più equi, capaci di prevedere uguali tutele sia per i lavoratori che per i disoccupati. È necessario, pertanto, superare la burocrazia dei partiti, dei sindacati, di Confindustria, impegnati in questi anni a difendere esclusivamente il “proprio orticello”, per fare quelle riforme che porterebbero l’Italia sui livelli degli altri paesi europei.
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