Archivio per agosto, 2009

Il metro di misurazione degli attuali rapporti Usa-Russia, nonché della loro probabile evoluzione, è la regione Caucasica, ormai oggetto di numerose attenzioni da parte degli americani. I russi non vogliono rinunciare alla influenza politica, economica e culturale che storicamente esercitano sull’area. Ecco perché si oppongono alla costruzione di basi antimissilistiche americane in territorio polacco e ceco ed all’ingresso di stati ex sovietici, come Ucraina e Georgia, nella Alleanza Atlantica. Le notizie sullo stato della democrazia russa lasciano molto perplessi gli americani. Putin e Medvedev devono convivere con il fardello rappresentato dalle palesi violazioni dei diritti umani dell’esercito russo in Cecenia, alacremente documentati dalla stampa estera, e con i sospetti che piovono, altrettanto palesemente, sul coinvolgimento del regime nella morte delle inviate Anna Politkovskaja e Natalia Estemirova, nonché di numerosi altri giornalisti. E’, pertanto, ampiamente dimostrato che chiunque tenti di schierarsi contro il Cremlino viene fisicamente eliminato. Un anno fa, allo scoppio della guerra in Georgia gli americani (sotto presidenza repubblicana) appoggiarono l’esercito di Tbilisi assicurando addestramento e armamenti. Oggi che la guerra sembra non esserci, la tensione continua ad essere alta. Perché gli americani continuano ad addestrare le truppe georgiane, perché i russi si “coccolano” le due province, l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, “scippate” al governo di Tbilisi, perché il presidente georgiano Sakhashvili non manca occasione per manifestare, a causa di tali perdite, la rabbia georgiana. In questo quadro l’amministrazione Obama mostra alcune incertezze. Se da un lato dialogo è la parola d’ordine nella gestione delle relazioni internazionali, dall’altro il progetto bushiano dello scudo spaziale non è stato ancora del tutto accantonato. Incertezze che si stanno manifestando anche riguardo la situazione iraniana. Titubanze dovute, forse, alle maggiori energie finanziarie e strategico-militari che si è deciso di convogliare in Afghanistan ed in Pakistan, al fine di imprimere una accelerazione decisiva nella guerra al terrorismo. Nella speranza che gli americani non facciano la stessa fine dei russi dopo l’invasione del 1979.
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Ci avviciniamo a grandi passi al congresso nazionale del Partito Democratico. I tre candidati alla segreteria, Franceschini, Bersani, Marino sono in giro per l’Italia a sostenere le proprie mozioni. L’appuntamento di ottobre, a detta dei protagonisti, dovrebbe rappresentare un punto di svolta importante per il partito. Un nuovo inizio. Per costruire una credibile alternativa politica a Berlusconi. Il PD non è mai riuscito dal giorno della sua nascita, il 27 giugno 2007, ad esprimere una leadership forte, capace di tenere insieme le due anime, quella cattolico-popolare e quella socialista-riformista, divise su tutte le principali questioni, dai temi etici a quelli della collocazione europea, e unite esclusivamente dall’atteggiamento di appeasement verso Berlusconi. Un’assenza di leadership che non ha permesso al PD di fornire una visione dell’Italia che fosse alternativa a quella del PDL.
Walter Veltroni aveva ambiziosamente lanciato, col famoso discorso del Lingotto di Torino, l’idea di un’Italia unita, in cui Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi, lasciando da parte ciò che li divideva, collaborassero per la costruzione di un Italia nuova in cui libertà e giustizia sociale, crescita economica ed equa ripartizione della ricchezza potessero convivere. Insomma una rivoluzione culturale prima che politica. Per dirla metaforicamente nasceva in quel momento una nuova macchina che però sarebbe stata affidata a piloti (alcuni addirittura al governo fino a pochi mesi prima), fortemente restii ad abbandonare il vecchio sistema di guida per adottarne uno nuovo. D’Alema con la sua fondazione Italianieuropei, Bersani, Rutelli e i teodem, Parisi e i prodiani avrebbero ben presto cominciato a minare la leadership di Veltroni, costringendolo alle dimissioni. Ora il discorso è sospeso, in attesa del congresso nazionale. Premesso che si potrebbe discutere su molte altre scelte del PD, dalla adozione di una vocazione estremamente maggioritaria alla struttura organizzativa, almeno agli inizi, “leggera” e poco propensa al radicamento territoriale, la causa primaria dello scarso appeal elettorale è, a parer mio, l’ipocrisia dei suoi vertici.
Un aspetto legato ad un processo che parte da molto lontano. Dagli anni in cui si sbandierava, da un lato, la necessità di regolare il conflitto d’interessi del Premier e, dall’altra, si decideva di tenere la legge che avrebbe dovuto regolamentarlo nel cassetto, al fine di riutilizzare l’argomento nella successiva campagna elettorale. Dalla fine degli anni ’90 quando il governo Prodi introduceva, con il pacchetto TREU, le prime forme di flessibilità contrattuale ( accentuate poi dalla legge BIAGI) che avrebbero costituito il germe di quella dualità del mercato del lavoro che rappresenta uno dei problemi delle nuove generazioni. Dall’indulto votato nella scorsa legislatura, su forte sponsorizzazione dell’allora ministro della giustizia Clemente Mastella, che avrebbe contribuito a “condonare” pene legate a reati finanziari e contabili avvenuti nella pubblica amministrazione. Da un atteggiamento fatto, ancora tuttora, di dura opposizione al governo nei salotti televisivi della politica ma di concreti ammiccamenti al premier nelle aule parlamentari.
Provvedimenti, comportamenti, strategie, decisioni che hanno minato quella superiorità morale che la sinistra poteva vantare, nei confronti della destra, prima della discesa in campo di Berlusconi. Una superiorità che, alla luce degli ultimi scandali registratisi in Campania, Puglia e Calabria sarà difficile ricostruire in tempi brevi.
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“Bisogna distinguere tra la macchina (la democrazia) e i macchinisti (i cittadini). I macchinisti non sono un granché ma la macchina è buona. Anzi di per sé è la migliore macchina che sia mai stata inventata per consentire all’uomo di essere libero e di non essere sottoposto alla volontà arbitraria e tirannica degli altri uomini. Per costruire tale macchina ci abbiamo messo quasi duemila anni. Cerchiamo di non perderla”.
Con queste parole il professor Giovanni Sartori fornisce un contributo importante ai continui dibattiti incentrati sullo stato di salute della democrazia.
Indubbiamente, in questo inizio di 21° secolo, la democrazia sta vivendo una fase contrassegnata da notevoli paradossi. Pur essendo notevolmente cresciuto il numero di paesi dove si svolgono “libere elezioni”, nelle democrazie consolidate del mondo occidentale e nelle regioni industrializzate essa non gode certamente di buona salute.
Colin Crouch, nel suo Postdemocrazia, sostiene che, negli ultimi decenni, la democrazia abbia assunto un significato prettamente “elettorale”. Si è affermata la tendenza a considerare la consultazione popolare come “strumento raffigurante il più alto grado di partecipazione per le masse. Tuttavia, continua lo studioso inglese, nonostante la “garanzia” del diritto di voto, la qualità della democrazia è in pericolo a causa delle trasformazioni verificatesi nella struttura interna dei partiti, della frequente prevalenza del potere esecutivo sui parlamenti, della concentrazione dei mezzi di comunicazione di massa nelle mani di pochi editori. In poche parole è formalmente saldo il principio dal quale scaturisce materialmente qualsiasi governo democratico, cioè il voto degli elettori, ma i meccanismi di formazione dello stesso e i principi fondanti della democrazia versano in una profonda crisi.
Questo ragionamento, applicato alla realtà politica italiana, ritengo sia fortemente condivisibile.
Oltre alla presenza di una legge elettorale che non permette al cittadino di esprimere la preferenza per un candidato piuttosto che per un altro, al continuo ricorso al meccanismo della fiducia per l’approvazione delle leggi, alla crescente personalizzazione dei partiti, è la libertà d’informazione l’aspetto che merita maggiore attenzione. L’influenza dei mass-media sull’opinione pubblica è notevolmente aumentata. L’attuale concentrazione dei mezzi di comunicazione di massa nelle mani di pochi crea inevitabilmente una omogeneizzazione dei flussi di informazione e, quindi, la costruzione di una opinione pubblica ibrida, indifferenziata al suo interno, omogenea nelle posizioni e nelle idee che produce. In Italia vi sono segnali che vanno in questa direzione.
Ma la democrazia è invece essenzialmente scambio e conflitto di idee, sintesi di posizioni differenti, “conversazione da sostenere” come affermato dal presidente americano Barack Obama in uno dei suoi convincenti discorsi. È necessario recuperare una visione della democrazia basata sul dialogo, sulla formazione di un’opinione pubblica che sia frutto della contrapposizione e dello scambio di idee provenienti dall’interno della società civile. Solo così si potrà tornare alla politica che si costruisce “dal basso”, ad una considerazione della stessa società civile come campo di tensioni e contrasti, nel quale maturano liberamente le pubbliche opinioni. La genesi delle democrazie liberali è nel principio che la differenziazione, e non l’uniformità, costituisca l’alimento più vitale del convivere. È questo l’unico metro di misurazione della vitalità di una democrazia. La colpa maggiore di noi “ macchinisti” è di accontentarci della democrazia elettorale.
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Dopo le ripetute “minacce”, da parte di alcuni esponenti del PDL, di costituzione di un partito del Sud ed il conseguente “miracoloso” sblocco, da parte del governo Berlusconi, dei fondi FAS (circa 4 miliardi di euro) a favore della Regione Sicilia sembra che le acque all’interno della coalizione di centrodestra si siano, almeno per il momento, calmate. Dopo aver dedicato il precedente post a questo tema, ieri sulla Gazzetta del Mezzogiorno mi sono imbattuto nella lettura di due interessanti articoli, redatti da Monsignor Cosmo Francesco Ruppi e dall’avvocato Giovanni Sinesi, nei quali si focalizzava efficacemente l’attenzione sui alcuni reali problemi del mezzogiorno, proponendo alcune soluzioni.
A tal proposito, riporto alcuni stralci:
“……la questione meridionale non si risolve con le elemosine, col trasferimento delle risorse, peraltro urgente e necessario; non si risolve annunciando futuri piani o assetti di governo…… ma con una inversione di mentalità e di programmi, che vanno studiati dagli stessi uomini che operano e lavorano nel Mezzogiorno d’Italia. …… Bisogna che i partiti facciano un passo indietro e che sorga una nuova classe dirigente, un nuovo meridionalismo che non faccia solo analisi storico-sociologiche ma anche piani di sviluppo e progetti organici per superare il gap che divide il Sud dal Nord”. (Arc. Cosmo Francesco Ruppi)
“ …………..Ci esprimiamo soltanto a livello individuale, continuiamo a frammentarci in piccole imprese incapaci di affrontare il mercato con la dovuta energia e dimensione, pur dominati da comuni esigenze che restano insoddisfatte. ……Non riusciamo ad aggregarci, a fare sistema, esprimiamo ancora un infantilismo strutturale, una diffidenza atavica e non ci accorgiamo che l’individualismo costituisce la causa prima del nostro mancato sviluppo
In riferimento ai giovani: ………. “Non chiedete allo stato solo più protezione, chiedete anche e soprattutto più libertà economica. Non puntate al potere a tutti i costi, ma al profitto guadagnato onestamente. Non sognate il posto pubblico, ma affrontate il rischio dell’iniziativa privata. Non implorate soldi pubblici ma sgravi fiscali. Non pensate che la politica sia la soluzione dei problemi, anzi spesso e volentieri la politica (soprattutto quella di oggi) è all’origine della questione meridionale”. ….. (Avv. Giovanni Sinesi).
Sono, come detto, soltanto alcuni estratti sui quali sarebbe, a mio modesto parere, interessante riflettere.
Per il resto sulla questione meridionale ho già espresso la mia opinione.
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