Archivio per settembre, 2009

Ad un anno dal crac di Lehmann Brothers autorevoli economisti, come il premio nobel Joseph Stiglitz, invitano il sistema economico-finanziario ad accelerare l’individuazione e l’adozione di regole che favoriscano un maggiore controllo dei bilanci e delle transazioni finanziarie. Affermazioni che denunciano palesemente quanto poco si sia fatto per evitare che quanto accaduto un anno fa possa ripetersi in futuro. Affianco a questo immobilismo si sostiene che la recessione sia finita e si lanciano, inoltre, proclami ottimistici di ripresa per il prossimo anno. Mi domando come si possa credere a tali previsioni se i dati sul fronte dell’occupazione giungono quotidianamente in tutta la loro drammaticità e se ormai la disoccupazione è un fenomeno che coinvolge ben 22 milioni di cittadini europei. Prendendo in considerazione esclusivamente la realtà italiana, nell’ultimo semestre si sono polverizzati 500.000 posti di lavoro. Per la maggior parte di giovani e precari, due categorie che spesso coincidono e che pagano più di altre l’attuale situazione economica. Una crisi che, secondo l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, sarebbe figlia di un “uso distorto della libertà”, di irresponsabili comportamenti individuali, di insufficienti regole e controlli istituzionali. Tendenze tremendamente corrispondenti alla realtà che durante questi anni si sono affiancate al costante svilimento del fattore produttivo lavoro, alla mera mercificazione delle risorse umane che, assieme all’innovazione tecnologica, dovrebbero essere cardine di qualsiasi sano sistema produttivo, alla perdita di dignità dei lavoratori, alla nascita di numerose forme di lavoro atipico. La volatilità del posto di lavoro, la diffusione di molteplici forme contrattuali (tutte a tempo determinato) sprovviste di qualsiasi minima forma di tutela rappresentano indubbiamente terreno fertile per l’attuale crisi economica. Si parla continuamente di ammortizzatori sociali, per i quali sarebbe necessaria una organica riforma che garantisca tutti i lavoratori e non dei semplici provvedimenti tampone approvati all’occorrenza. Si invitano continuamente le banche a sottoscrivere i Tremonti bond, a ridare ossigeno alle imprese dopo averlo ricevuto dallo stato (e quindi da noi cittadini). Poi invece assistiamo alle lamentele del ministro Tremonti che bacchetta le banche per il fatto di tenere chiusi i rubinetti del credito a favore delle imprese e ai richiami della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia che si augura vengano garantiti i fondi per gli ammortizzatori sociali annunciati dal governo. E capisci che forse sta cambiando ben poco. Che forse non si vuole veramente percorrere una strada diversa. Che forse non si vuole costruire un sistema economico che abbia fondamenta più solide. Un forte segnale di discontinuità si riscontrerebbe invece, una volta passata la tempesta, nel riconoscimento, non solo retributivo, delle forme di lavoro precario, nell’individuazione di un modello alternativo che abbia come punti cardine l’aggregazione delle idee e il risveglio del sentimento di appartenenza all’interno dell’azienda, nella individuazione di forme di tutele che garantiscano, per un determinato periodo di tempo, il lavoratore nei periodi di inoccupazione, aiutandolo nel contempo a ricollocarsi sul mercato del lavoro. Riguardo a quest’ultimo punto, sarebbe ad esempio idonea la programmazione di efficaci programmi di formazione che permettano al lavoratore inoccupato di “reinventarsi”, di ricostruirsi una minima opportunità per il futuro, di non sentirsi abbandonato nel suo percorso di vita.
E’ insomma necessario un ambizioso progetto di rivalorizzazione del Lavoro per liberare i lavoratori e noi giovani, dal senso di vuoto ed incertezza che ci circonda.
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E’ stata un’estate politicamente rovente. Escort, veline, lo scandalo nella sanità pugliese, crisi vere o presunte tra il Premier e il Vaticano, reciproci attacchi personali tra direttori di giornali (con conseguenti dimissioni). Le vicende D’Addario-Letizia hanno sicuramente scolorito l’immagine di Berlusconi tra i cattolici ed i continui richiami ad una maggiore sobrietà nello stile di vita, i costanti riferimenti dell’Avvenire alle frequentazioni squisitamente sessuali del Premier, oltre che ai festini di Villa Certosa e Palazzo Grazioli, hanno scatenato la campagna, da tutti definita “denigratoria”, di Vittorio Feltri ( Il Giornale, 28/08/09) contro il direttore del quotidiano dei vescovi Dino Boffo, costretto successivamente a rassegnare le dimissioni. Si è parlato di Boffo come ennesima vittima del premier e delle sue mire censorie. Si è altresì detto che le dimissioni del direttore dell’Avvenire hanno permesso a Berlusconi di sbarazzarsi, come accaduto in passato, di un giornalista per così dire nemico, morbosamente interessato a riservare particolari attenzioni alla vita privata del premier. Se da un lato, Berlusconi non manca occasione di sottolineare la sua completa estraneità a ciò che viene pubblicato da Il Giornale (di cui ne è proprietario), dall’altro bisogna osservare che tale precisazione sarebbe credibile se dalle pagine dello stesso non si attaccassero, quasi quotidianamente, solo ed esclusivamente i suoi avversari (politici, magistrati o giornalisti che siano). Ma ciò che lascia perplessi in questa vicenda è anche l’atteggiamento dei vescovi. Se la Cei, di fronte ai ripetuti attacchi al direttore dell’Avvenire si è sempre affrettata inizialmente a manifestare la piena e totale solidarietà a Boffo, perchè ne ha successivamente accettato con estrema rapidità le dimissioni? Forse per tornaconto legislativo? Forse per la stipula di un patto “segreto” con il quale si sono ”imposti” (o hanno accettato l’imposizione) di non polemizzare più sui festini di Palazzo Grazioli ottenendo in cambio una blindatura del testo di legge sul testamento biologico, già approvato al Senato, che verrà prossimamente discusso alla Camera? Misteri della politica anche se forse in tale vicenda, come in altre, tutto si incastra magnificamente con estrema precisione e ci si rende conto che il povero Boffo forse ha ricoperto il classico ruolo di agnello sacrificale.
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In questo mese e mezzo trascorso ad Ugento, ho avuto importanti conferme su alcuni aspetti della comunità ugentina di cui, pur vivendo a Roma da ormai dodici anni, ero già consapevolmente a conoscenza. Si parla molto sui forum di risveglio delle coscienze, di cittadini maggiormente attenti alle modalità di gestione della cosa pubblica, di ugentini meno “abbindolabili” e più partecipi alla vita politica del paese. E’ vero, gli ugentini parlano, criticano, discutono, riportano episodi di loro conoscenza, ma che idea hanno di politica? Che cosa siamo disposti ad offrire noi cittadini alla causa ugentina? In questi giorni ho assistito a numerose invettive contro la giunta Ozza, ho continuato a leggere i numerosi commenti, rigorosamente anonimi, lasciati sui forum del Tacco d’Italia, ho assistito alla “dura” opposizione sciorinata dalla minoranza consiliare, ho visto una classe politica ugentina complessivamente distante dai cittadini, principalmente dedita alla cura del proprio bacino elettorale e alla difesa della propria poltrona, consiliare o assessorile che sia.
Ho anche letto, però, ed apprezzato molto la lettera al Presidente della Repubblica di un nostro concittadino, Cristian Rovito (complimenti Cristian!!!), in merito al caso Basile, su cui è doveroso continuare a chiedere VERITA’ E GIUSTIZIA,.
Lo scorso 18 agosto è stata approvata in consiglio comunale una delibera nella quale veniva preso atto dell’ingerenza dei politici nelle attività di gestione del comune e del fatto che essa abbia favorito la nascita di un vero e proprio sistema chiuso tendente a privilegiare l’interesse del singolo rispetto a quello generale dei cittadini. Un documento di importanza inestimabile con il quale finalmente, qualora fosse stato necessario, si è preso atto di una situazione politico-amministrativa che caratterizza Ugento da almeno due decenni. Gli errori dell’attuale amministrazione di centro-destra sono sotto gli occhi di tutti. Ma la certezza che ho maturato è di altra natura: Ugento, per risollevarsi ha bisogno di una nuova idea di politica. Necessita di un progetto che rifiuti la privatizzazione del futuro, un progetto che faccia sentire partecipe tutta la comunità, nessuno escluso, alla vita politica cittadina. Ecco perché sono convinto non sia sufficiente il cambio di colore politico dell’amministrazione comunale a garantirci un futuro diverso, bensì che sia necessaria una nuova stagione politica che abbia come capisaldi la legalità, il dialogo non clientelare con la società civile, il corretto utilizzo delle risorse a nostra disposizione, unica strada per giungere ad uno sviluppo che sia da tutti fruibile, la libertà di pensiero e di agire dei cittadini. Mi domando, pertanto, quanti siano coloro che vogliono veramente lasciarsi alle spalle il sistema denunciato in assise consiliare lo scorso 18 agosto. Quanti siano coloro, che oltre a criticare, sparlare, lamentarsi hanno il coraggio di metterci la faccia, di abbandonare la strada più facile, quella del congelamento del proprio pensiero, per l’ottenimento di soddisfazioni personali e professionali ed imboccare, per il raggiungimento delle stesse, quella più difficile e tortuosa, ma sicuramente più gratificante, del contare unicamente sulla propria preparazione professionale, sulla propria determinazione, sulla propria capacità, sulle proprie energie. E’ vero siamo in una fase in cui la politica ha ormai perduto, a livello locale e nazionale, nonché globale, il suo potere salvifico ma penso che tutti gli ugentini di buona volontà abbiano il dovere di contribuire alla creazione di un nuovo modello sociale che metta da parte la rassegnazione e l’inerzia ( che le amministrazioni comunali degli ultimi decenni hanno contribuito a creare) e restituisca alla politica la sua dimensione pubblica e le sue finalità collettive. Mi scuso per queste mie noiose e banali riflessioni, ma penso che anche non “sporcandosi” direttamente le mani nelle questioni ugentine, come fatto negli ultimi anni da preparati professionisti della politica, si abbia il diritto di esprimere umilmente il proprio pensiero.
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