Navigando su Youtube mi sono imbattuto in un filmato, estratto dalla trasmissione di La 7 Exit, riguardante il ponte sullo stretto di Messina. Un documento della durata di circa 8 minuti che riporta l’attenzione su una delle opere pubbliche più discusse della storia della Seconda Repubblica. Si parla ormai da molti anni della costruzione del ponte. Lo stesso ha rappresentato e rappresenta un chiodo fisso soprattutto per i governi Berlusconi. Se dopo la crisi economica del 1929 il presidente Usa Franklin Delano Roosevelt lanciò, all’interno del più ampio New Deal, un grande piano di costruzione di opere pubbliche al fine di far ripartire l’economica e garantire occupazione, il progetto del ponte è invece destinato, a detta di molti economisti, ad essere completamente inutile e a rappresentare esclusivamente un aggravio per le tasche dei cittadini. Anche i geologi esprimono molti dubbi e riserve sul progetto, in quanto la costruzione dello stesso e l’ancoraggio dei relativi piloni sarebbe stata prevista su porzioni di territorio, soprattutto calabrese, soggette a notevoli spostamenti. Inoltre, come sottolineato dal geologo Mario Tozzi, il ponte sullo stretto di Messina soffrirebbe di isolamento infrastrutturale, a causa della presenza di un sistema ferroviario arretrato e costituito da un unico binario, di una Salerno-Reggio Calabria in perenne costruzione, di una Palermo- Messina ancora incompleta. Un isolamento, tale da non consentire un utilizzo proficuo del ponte, che si affiancherebbe al costo esorbitante dell’opera, circa sei miliardi di euro e a piani di rientro dello stesso non del tutto credibili e fattibili. Per varie ragioni. Innanzitutto, perché si farebbe riferimento a stime riguardo i costi delle materie prime (ad esempio l’acciaio notevolmente aumentato) risalenti addirittura al 2002 e perché, analizzando i flussi del traffico dello stretto degli ultimi otto anni, i dati sono a dir poco preoccupanti: calo generalizzato in tutti i settori (merci, passeggeri, auto, camion) e, di conseguenza, calo delle entrate derivanti da pedaggi e tasse autostradali che, come affermato in questo video, sarebbero la fonte primaria da cui attingere per rimborsare i privati finanziatori (per una cifra pari a 3,5 miliardi di euro) del progetto. Sono tutti studi che fanno sorgere numerose domande sulla qualità e sulla necessità del progetto. E perché tale denaro potrebbe essere utilizzato per interventi ben più importanti. Ad esempio, come affermato nel video da Tozzi, per la cura antisismica di Reggio Calabria e Messina.
Avendo davanti agli occhi la tragedia avvenuta nei giorni scorsi “nella nobile capitale della Sicilia”, annunciata da ben due anni e sulla quale, come da consolidato costume italiano, non si è mai intervenuti, una riflessione è sicuramente, in tal senso, opportuna.

GUARDA IL VIDEO Ponte sullo Stretto di Messina : serve?

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2 Risposte a “Il mezzogiorno ha bisogno di altro”
  1. Cristian Rovito Cristian Rovito scrive:

    Caro Salvatore se prima nel mezzogiorno non si diffonde una nuova cultura che tradotta semplicisticamente significherebbe imparare prima ad amare il nostro mezzogiorno….noi meridionali intendo….non basteranno mai i fondi ed un ricambio generazionale delle élite politiche. Ci troveremo sempre punto e d’accapo.

  2. Salvatore Ventruto Salvatore Ventruto scrive:

    Molte volte ho fatto riferimento caro cristian al fatto che il ricambio delle classi dirigenti non è sufficiente se ad esso non si accompagna un nuovo modo di concepire la politica, soprattutto nel mezzogiorno. E mi trovo perfettamente d’accordo con le tue affermazioni. Noi meridionali dobbiamo amare di più il nostro mezzogiorno. Ma come si esprime questo amore? Attraverso il rispetto della legalità, realizzando ciò che è effettivamente necessario, facendo capire ai nostri conterranei che siamo NOI, energie positive, a doverci mettere in gioco quando riteniamo che un determinato “sistema” soffochi le nostre potenzialità e ci precluda ogni possibilità che ci spetta di diritto. Perdonami se insisto sul tema “dei nostri comportamenti e su quello che noi siamo disposti a dare veramente per il cambiamento” ma penso che quando parli di rivoluzione culturale tu ti riferisca anche intelligentemente a questo aspetto.

  3.  
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