Archivio per novembre, 2009

RIPORTO UN ARTICOLO PUBBLICATO IERI SUL FATTO QUOTIDIANO A FIRMA DEL DIRETTORE PADELLARO

È vero, Renato Schifani è stato l’avvocato di mafiosi patentati (o non ancora definiti tali) ma era la sua professione. E poi, i mafiosi qualcuno dovrà pure difenderli nelle aule di giustizia o no? E’ vero, Renato Schifani è stato l’avvocato di un costruttore palermitano poi risultato legato a Cosa Nostra, proprietario di un palazzone dove, forse non casualmente, andarono ad abitare alcuni tra i boss più sanguinari. Ma lui che c’entra con le questioni di condominio? Adesso esce fuori l’informativa Dia nella quale il pentito Gaspare Spatuzza sostiene di aver visto, nei primissimi anni Novanta, Renato Schifani, incontrare il boss Filippo Graviano. Sì, quello successivamente condannato all’ergastolo per le stragi mafiose del ’92-‘93 e per l’omicidio di don Puglisi. Legittimo che Renato Schifani difenda la sua onorabilità. Altrettanto legittimo domandarsi, serenamente, se questi suoi, diciamo così, agitati trascorsi professionali lo mettano nella condizione più adatta a esercitare le funzioni di presidente del Senato, che è poi la seconda carica dello Stato. Sappiamo che Schifani resterà tranquillamente al suo posto, circondato dalla calorosa solidarietà della maggioranza e forse anche di una parte dell’opposizione. Noi però quella domanda continueremo a farla, immaginando di vivere in un paese normale.
Ma è un paese normale quello nel quale la casta dei parlamentari si autoassolve regolarmente anche di fronte alle accuse più gravi e infamanti? Sempre ieri quello straordinario lavacro di ogni nequizia che è la Giunta per le autorizzazioni della Camera si è pronunciata contro la richiesta d’arresto dell’onorevole Cosentino indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il Pdl si è stretto attorno al sottosegretario mentre dall’opposizione si è levato alto il grido: che messaggio stiamo dando al paese? Ce lo chiediamo anche noi mentre giungono notizie sulla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa di Totò Cuffaro, già presidente della regione Sicilia e serbatoio di voti dell’Udc. Il partito alfiere del nuovo centro ispirato ai valori della legalità e della famiglia.

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Siamo il paese delle procure della Repubblica che fanno politica.
Siamo il paese dei politici che cercano di fuggire dal giudizio delle procure.
Siamo il paese della magistratura “sovversiva” che cerca con le proprie inchieste di ribaltare il voto degli elettori.
Siamo il paese dei politici che ci propinano la riduzione dei tempi di prescrizione dei processi come strada maestra per velocizzare lo svolgimento degli stessi ed avere una giustizia più rapida ed efficiente.
Siamo il paese dei giudici che impiegano ben nove anni a scrivere le motivazioni di una sentenza di condanna contro esponenti mafiosi.
Siamo il paese dei giudici incapaci di svolgere correttamente e con competenza il loro lavoro.
Siamo il paese dei giudici impossibilitati a svolgere correttamente e con competenza il proprio lavoro.
Siamo il paese in cui gli avvocati difensori di Berlusconi, eletti in parlamento, propongono riguardo la giustizia le più grandi ed inimmaginabili porcherie, parlando costantemente di riforma della stessa ma producendo sostanzialmente provvedimenti ad hoc per il proprio assistito (nonché nostro presidente del Consiglio)
Siamo il paese in cui i politici sotto processo dichiarano, senza quasi mai dimettersi, la piena volontà a collaborare con la magistratura affinché tutto possa positivamente chiarirsi nel più breve tempo possibile.
Siamo il paese in cui sempre tali politici invocano costantemente il legittimo impedimento istituzionale quando è il momento di presentarsi alle udienze.
POI siamo ANCHE il paese dei giovani inoccupati o disoccupati.
Siamo il paese delle platoniche pari opportunità.
Siamo il paese che non dispone, al contrario degli altri paesi europei, di una adeguata legge sugli ammortizzatori sociali.
Siamo il paese che non finanzia la ricerca scientifica.
Siamo il paese che investe sul nucleare piuttosto che sulle fonti alternative.
Siamo il paese del lavoro sommerso e dell’evasione fiscale più alta d’Europa.
Siamo il paese in cui una paziente, dopo aver atteso quattro ore nella corsia di un pronto soccorso, muore per non essere stata assistita e curata nei modi e nei tempi giusti.
Siamo il paese delle lunghe liste d’attesa nell’erogazione di prestazioni sanitarie pubbliche.
Siamo il paese che perde progressivamente i propri giovani saperi.
Siamo il paese dei clientelismi.
Siamo il paese delle due velocità.
Siamo il paese della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta e di altre piccole o grandi organizzazioni criminali.
Ma di ciò sembra che in pochi si siano accorti negli ultimi quindici anni.

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rutelli

Ha aspettato l’elezione di Pier Luigi Bersani alla carica di segretario nazionale del Partito Democratico per andarsene. Aveva preparato le valigie però da circa due mesi, quando nel suo libro, “La svolta, lettera ad un partito mai nato”, denunciò l’incapacità del PD di “progettare l’innovazione”, nonché la tendenza, degli stessi democratici, “di accontentarsi della condizione di minoranza nella quale sono stati spinti dai propri errori”. Francesco Rutelli aspettava soltanto l’evolversi degli eventi, la consacrazione, da parte del popolo delle primarie, dell’ex ministro dello sviluppo economico, peraltro prevista da gran parte degli analisti politici, per lasciare il partito. Credo che la base democratica abbia preferito, scegliendo Bersani (appoggiato da massimo D’Alema), la certezza di un immediato e più concreto radicamento del partito sul territorio. Ma credo anche che tale elezione, oltre a rappresentare una negazione delle aspettative e dei principi che avevano caratterizzato la nascita del PD, dimostri, inoltre, quella incapacità del partito di reinventarsi e di innovarsi, cui fa riferimento, l’ex sindaco di Roma, nel suo libro. Personalmente non nutro molta stima per l’uomo politico Rutelli, ma penso che in questo caso abbia ragione. La carica innovativa del discorso pronunciato da Veltroni al Lingotto di Torino ha lasciato ormai il posto alla restaurazione dalemiana, capace di porre fine però, ad esempio, ad una delle numerose incertezze che hanno caratterizzato il PD in questi due anni di vita: la sua collocazione europea. L’elezione di Bersani spinge inevitabilmente il PD nel partito socialista europeo e questa è una delle motivazioni della “fuoriuscita” di Rutelli. Il quale, in una intervista al Corriere della Sera, ha parlato anche di inadeguatezza a rinunciare alle “vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali ed interessi economici” oltre che di un “partito lontanissimo dal saper esprimere un pensiero originale, maggiormente propenso nel mettere all’angolo chiunque dissenta”. Ha ora individuato in Pier Ferdinando Casini l’interlocutore essenziale per costituire quel Grande Centro che dovrà divenire nel giro di pochi anni, a detta di entrambi, prima forza del paese. Una scelta che costituisce tappa ulteriore di una carriera politica cominciata nei primi anni ottanta tra i Radicali, il partito del diritto alla libera sessualità, della legalizzazione del divorzio e dell’aborto, della libertà della ricerca scientifica, della “necessaria” laicità dello stato e che, passando per i Verdi, il movimento dell’Asinello, la Margherita e il PD, ha trovato (per ora) la chiusura del cerchio in un progetto, quello dell’Udc, totalmente contrapposto a quei principi.

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