RIPORTO UN ARTICOLO DEL DIRETTORE DEL SETTIMANALE GLI ALTRI PIERO SANSONETTI
Big Bang: è la parola giusta. La politica italiana ha bisogno di un Big Bang, cioè di un atto di creazione. Di nuova creazione. Non si esce con qualche aggiustamento dalla crisi devastante che stiamo attraversando. La crisi non è Berlusconi. Berlusconi è il sintomo della crisi. Berlusconi è un tentativo, ormai esaurito, di soluzione. Berlusconi è il leader politico che ha tentato di coprire la crisi con il suo carisma e il suo populismo. Ci è riuscito solo in parte e solo per un periodo. E questo periodo si è concluso.
Ma il problema oggi non è come abbattere Berlusconi, cioè “il male”; ma come affrontare la crisi che Berlusconi non riesce più a interpretare. Il “male” è la crisi. Non si tratta di porre fine al berlusconismo ma di costruire il dopo-berlusconismo. In cosa consiste la crisi politica italiana? Nel fatto che le idee non corrispondono più in nessun modo agli schieramenti. Gli schieramenti si sono costruiti attraverso un artigianale e pasticciato travaso dei vecchi partiti della prima Repubblica nei due contenitori – grossolani – del bipolarismo. In questo travaso, le idee si sono disperse. Si sono dispersi anche i gruppi dirigenti, schiantati dalle lotte di potere e dall’assenza di politica.
La lotta politica ha perso di senso. Il bipolarismo, che avrebbe dovuto marcare l’alternatività tra destra e sinistra, si è realizzato – paradossalmente – attraverso la scomparsa di destra e sinistra. Oggi l’ex leader del Msi si batte contro la Lega e il clericalismo, e Repubblica invoca Cordero di Montezemolo come leader della sinistra. Esistono ancora destra e sinistra? E in che cosa consistono? E dov’è la linea di demarcazione? E se non esistono più, o se la linea di demarcazione è diventata troppo sbiadita, esiste la possibilità di rendere più forte e visibile questa linea, e di rimettere ordine, e di far tornare destra e sinistra alle loro nette identità di una volta? Cioè: ha un senso battersi per restaurare i vecchi schemi? La clamorosa uscita di Gianfranco Fini, cioè il gesto di rottura – con tutte le possibili frenate, gli stop and go, le cautele – è un punto di non ritorno.
Perché? Perché è un atto di frattura fondato non su una tattica – su uno spostamento “interno”, su una valutazione di opportunità – ma su alcuni principi. Due essenzialmente. Quello laico (sul Secolo, domenica, c’era scritto che le cose sono cambiate sul caso Englaro, e dunque su una idea diversa di laicità, e di vita, e di morte, e di diritti, cioè sui temi decisivi della politica); e quello solidale (la filosofia xenofoba leghista viene considerata incompatibile coi principi di libertà e di civiltà). Una frattura di questo genere non è sanabile, perché avviene su un terreno non negoziabile. Presuppone il ripensamento di tutto l’impianto di pensiero della destra. Ricordate altre rotture, nella recente vita politica italiana, di questa portata? Forse l’ultima fu la scissione del manifesto dal Pci, anno 1969.
Per questo faceva impressione nei giorni scorsi leggere i commenti dei grandi giornali, degli opinionisti, dei politologi. Nessuno sembrava neppure interessato a porre la questione a quest’altezza. L’editoriale domenicale di un intellettuale prestigioso e esperto come Scalfari era quassi uguale a quello del “corrierista” Panebianco. Scalfari si chiedeva: dove vuole arrivare Fini? A diventare presidente del Senato, o forse della Repubblica? Non si accorge che in questo modo porta voti alla Lega? Colpiva la distanza tra la complessità di quello che sta avvenendo e il metro di lettura di Scalfari. Il fondatore di Repubblica (come anche l’editorialista del Corriere) non era neppure sfiorato dal sospetto che una rottura così clamorosa nel centrodestra abbia altre ragioni e altri obiettivi, e metta in discussione molto più che la distribuzione di alcune poltrone: mette in discussione i futuri assetti della politica.
Perché Scalfari e Panebianco non avvertono questa novità? Perché Scalfari e Panebianco, come la stragrande maggioranza degli opinionisti, non vogliono, o non riescono, a uscire dagli schemi vecchi della politica, dalla divisione secca destra/sinistra e dalle sottodivisioni tattiche al loro interno. Pensano che in quello schema si esaurisca tutto il “pensabile”. La rottura di Fini pone questioni grandissime alla sinistra. Nell’area della sinistra molti sono convinti che occorra un Big Bang. Lo hanno detto. Cioè che bisogna fare punto, mandare tutto all’aria e rifondare la sinistra. Però quasi tutti sono convinti che rifondare la sinistra voglia dire azzerare ogni cosa, e poi, con le stesse forze, le stesse idee, gli stessi recinti, rifondare – appunto – una strategia e un gruppo dirigente. Tra ri-fondare e ricreare c’è una enorme differenza.
Ri-creare prevede uno scompaginamento non solo del proprio campo, ma di tutti i campi. Il Big Bang, che è un atto creativo, avviene sul caos generale, non può avvenire sul caos solo di una parte definita, limitata, dell’universo. Ri-creare non può essere ri-creare solamente la sinistra: deve essere una ri-creazione (ma se volete, e siete allegri, levate pure quel trattino…) di tutta la politica. Fini – è chiaro – è dentro questa prospettiva. Se troverà interlocutori a sinistra – seri e coraggiosi – sarà difficile fermare una specie di rivoluzione. Che travolgerà tutti, che travolgerà la seconda Repubblica. E solo questo può determinare il superamento del berlusconismo e il superamento della crisi che lo ha prodotto.
Se la sinistra non darà sponda a Fini, Fini perderà, la sinistra si adatterà alla linea Montezemolo e magari vincerà anche le prossime elezioni, ottenendo che Confindustria succeda a Berlusconi. E così la crisi si aggraverà.


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