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parlamento italiano

Negli ultimi mesi abbiamo assistito (ed assistiamo) ad un teatrino a dir poco indecente, caratterizzato da rotture e schermaglie politiche, dalla continua minaccia o richiesta ( a seconda dei diversi punti di vista) di elezioni anticipate, dalle dimissioni di ministri e sottosegretari, dalla nascita di nuovi gruppi parlamentari. I berluscones e i finiani continuano a rimbalzarsi le responsabilità della rottura, Bossi parla assiduamente di elezioni anticipate nel caso in cui Berlusconi non riuscisse ad ottenere, alla ripresa dei lavori parlamentari, la fiducia sui famigerati cinque punti che dovrebbero caratterizzare il nuovo programma di governo: fisco, giustizia, immigrazione, federalismo, mezzogiorno. Il Partito Democratico non ha altro di meglio da proporre che un nuovo Ulivo ( che poi sarebbe il vecchio), una nuova accozzaglia di partiti uniti semplicemente dall’antiberlusconismo. Peccato che a molti elettori sfugga il modello sociale alternativo che il centrosinistra vorrebbe realizzare nel caso in cui si riuscisse a far “cadere” Berlusconi. Per una ragione molto semplice: perché non esiste. L’Udc continua a fare ciò che gli riesce meglio: stare con un piede in due (o addirittura tre) scarpe. Un giorno ammicca al PDL, l’altro giorno a Bersani, l’altro ancora ai finiani e Rutelli. Anche l’Italia dei Valori chiede elezioni anticipate, a meno che non ci siano i presupposti di un governo tecnico che abbia come unico obiettivo quello della riforma della legge elettorale.
I partiti, come al solito, litigano e la gente si disaffeziona sempre più alla politica. Politica che ormai non è più produzione di idee, non è più individuazione delle priorità da affrontare, non è più soluzione dei problemi, non è più momento di partecipazione, non è più occasione per i cittadini di dire la propria su questioni che essi ritengono importanti. Politica che non è più diritto di scegliere liberamente i propri rappresentanti in Parlamento. Questione, quest’ultima, fondamentale per restituire al cittadino quella dignità democratica di cui è stato porcatamente derubato

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mussolini

RIPORTO UNO STRALCIO DI UN APPUNTO, RIGUARDANTE IL FASCISMO E MUSSOLINI, CONTENUTO NEI DIARI DI INDRO MONTANELLI, RACCOLTI DA SERGIO ROMANO NEL LIBRO “I CONTI CON ME STESSO”. APPUNTO A DIR POCO ORIGINALE.

Dino Grandi è venuto da me a cena, pregandomi di non invitare altre persone (…….).
Naturalmente il discorso, come sempre, è ricaduto sul ventennio (…..). Grandi quando parla di Mussolini, comincia sempre con accenti acri e finisce con parole d’affetto. In fondo, nutre verso di lui un complesso di colpa perché lo ha sempre tradito, anche prima del 25 luglio. Ma credo che il suo ritratto dell’uomo sia sostanzialmente giusto: un ignorante pieno d’intuito, un timido che diventava imperioso davanti ai più timidi di lui, un codardo nel pericolo, che si trasformava leone nella vittoria, un vitellone di provincia romagnola che concepiva l’amore solo come “possesso”, a esaltazione della propria virilità ( ………..).
Di ricordo in ricordo ricostruiamo insieme una storia esemplare: quella di De Feo.
All’avvento del fascismo De Feo era solo un modesto funzionario del Ministero degli Interni che ebbe il fortunato incarico di sottoporre ogni mattina al Duce le carte da firmare (……..). Un giorno dopo essere stato nominato, dallo stesso Mussolini, presidente dell’Istituto Luce vide il Duce alquanto abbattuto e, entrato ormai in confidenza con lui, ne chiese il motivo.
“La vita, camerata De Feo” rispose il Duce con un sospiro “è piena di amarezze , di rinunzie, di cose che si vorrebbero ma non si possono fare nemmeno quando si è nelle mie condizioni, anzi specialmente in questo caso…..”. “Sapete chi era qui poco fa? Bombacci. È rientrato dal volontario esilio…. malato….un relitto…. Ma come posso aiutarlo?…. Vi immaginate cosa direbbero se lo facessi i vecchi squadristi, Farinacci…..? Mi stringe il cuore ma non posso….. non posso”.
De Feo assentiva in silenzio ma appena lasciato il Duce si precipitò a cercare Bombacci e senza dir nulla a nessuno gli dette un piccolo impiego nel suo istituto.
Pochi giorni dopo Starace mandò a chiamare De Feo chiedendogli se avesse rinnovato la tessera del partito. Quando De Feo trasse la tessera dal portafogli per mostrarla a Starace, quest’ultimo la strappò in quattro pezzi e senza una parola lo congedò.
Quando De Feo rivide il Duce, fu lui a mostrarsi abbattuto.
“Ho commesso un errore caro Duce e l’ho pagato……….D’altra parte, i casi umani cui ci si trova di fronte sono imprevedibili e spesso commoventi…. Io mi sono trovato di fronte a quello di Bombacci….. Lo so, lo so: è stato uno dei più ostinati e abbietti avversari del fascismo e dovevo ricordarmene …… Ma che volete? Ne ho avuto compassione e scioccamente gli ho dato un posto.. un posticino intendiamoci, da mille lire al mese…. Ma il segretario del partito lo ha saputo… e giustamente intendiamoci …mi ha ritirato la tessera… Non ho proprio da recriminare: è colpa mia”…..
Mussolini lo aveva ascoltato in silenzio e in silenzio lo congedò. Ma la settimana dopo De Feo fu riconvocato da Starace che lo accolse con aria sorniona e, prendendolo per il ganascino, gli disse ridendo: “Dì la verità ci avevi creduto, eh….?”Ma quanto sei fesso camerata De Feo!… Tò, rieccoti la tessera…..”.
Ecco il terribile Duce: un dittatore che, pur avendo tutti i poteri, non osava servirsene nemmeno per un gesto di generosità verso un ex nemico e aspettava che un modesto collaboratore se ne assumesse il compito di propria iniziativa, salvo poi giustificarlo di fronte al segretario del partito che, avendo a sua volta compreso gli inespressi desideri del tiranno, trasformava il castigo in burletta…… ..

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La libertà è il senso della vita, della vita di una comunità. Se non c’è libertà, e con la libertà non c’è la capacità di esprimere liberamente i propri pensieri e al tempo stesso la libertà di ascoltare il pensiero altrui, non c’è vita politica vera! Non c’è la città, la civitas. La liberta è fondamentale, lo pensavo allora e lo penso ancora oggi. La libertà deve accompagnarsi con la giustizia sociale. E’ chiaro che non si può essere completamente liberi quando c’è una situazione sociale iniqua, perchè per poter esercitare la libertà occorre essere liberi dal bisogno…….
….Azionista com’ero sostenevo che non c’è libertà senza giustizia, non c’è giustizia senza libertà e di questo ero convinto allora e…… lo penso anche oggi. Non ho cambiato opinione, rimango convinto che la base fondamentale del viver sociale consista in questo: non esiste libertà se non c’è giustizia sociale.

Tratto dal Libro “Carlo Azeglio Ciampi. Da Livorno al Quirinale” . Storia di un italiano

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Circa un anno fa parlai, in questo spazio, di PDL che, fin dalla sua nascita, si contraddistingueva per le vedute non proprio comuni dei due cofondatori: il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e quello della Camera Gianfranco Fini. Due leader che, dal marzo del 2009 ad oggi, hanno via via acuito le loro distanze. Su tutti i fronti. Sull’organizzazione del partito ( il PDL non è una caserma ripeteva costantemente Fini) e su questioni prettamente politiche (su tutte l’immigrazione, la legalità, la laicità dello stato, il testamento biologico). Ad esse si sono sicuramente aggiunte comuni ambizioni personali. Entrambi puntano, infatti, nel 2013, anno in cui finirà il mandato di Giorgio Napolitano, al Quirinale. Fini si è opposto a tutto (o quasi) negli ultimi mesi. Ha criticato il DDL intercettazioni ( a dir poco vergognoso e voluto fortemente dal Premier in nome della difesa della privacy), costringendo la maggioranza a modificarne il testo originario e rimandandone l’esame in aula a settembre. Ha espresso continuamente la propria contrarietà per la posizione dominante della Lega all’interno della coalizione di Governo. Si è opposto duramente alla nomina a Ministro per l’Attuazione del Federalismo di Aldo Brancher che, appena dopo aver giurato dinanzi al Capo dello Stato, ha tentato opportunisticamente di avvalersi del legittimo impedimento. Dopo soli 17 giorni lo stesso Brancher è stato costretto a dimettersi. L’aveva fatta troppo grossa agli occhi dell’opinione pubblica!!! Anche su Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, Fini non si è tirato indietro dal dire la sua ( “qualsiasi governo serio non dovrebbe accettare che chi ha avuto e continua ad avere comprovati rapporti col clan dei Casalesi continui a fare il sottosegretario”). Cosentino pochi giorni dopo si sarebbe (finalmente !!!) dimesso. E poi i continui richiami sugli innumerevoli tentativi di leggi ad personam da parte del Premier ( il lodo Alfano, il processo breve e, per ultimo, il legittimo impedimento, sulla cui legittimità costituzionale si pronuncerà la Consulta il prossimo 14 dicembre) nonché l’insofferenza verso quella parte del PDL che delegittima costantemente il lavoro dei magistrati e assurge a propri eroi personaggi come Vittorio Mangano. E’,dunque, sul tema della legalità che negli ultimi mesi si è incentrato lo scontro tra Fini e Berlusconi, in passato uniti dal garantismo oggi divisi dall’illimitato desiderio di impunità del Premier e della sua cricca. Oggi su “Il Fatto Quotidiano” Furio Colombo, a proposito della rottura tra Berlusconi e Fini e della conseguente formazione in Parlamento, da parte di quest’ultimo, di un proprio gruppo parlamentare (“Futuro e Libertà per l’Italia) parlava di “giorno di inizio della fine”. Non sarei per ora così ottimista ma sicuramente si è chiusa un’epoca.

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Karzai

Dopo le clamorose rivelazioni fatte dal sito internet Wikileaks, l’Afghanistan ritorna al centro della politica internazionale. Più volte gran parte dell’opinione pubblica mondiale si è interrogata sulla utilità di questa guerra e sull’opportunità di ritirare il contingente internazionale ( compresi i nostri soldati) dall’Afghanistan, non solo per i problemi strategico-militari, ma anche per la reale situazione di difficoltà esistente nel paese.
I mass media occidentali ci hanno, in questi anni, costantemente propinato che la guerra contro i talebani doveva e deve essere combattuta per instaurare la libertà e la democrazia in Afghanistan e per privare i terroristi di Al Qaeda di un importante appoggio finanziario e logistico.
Credo però, nel frattempo, che tali motivazioni siano venute drasticamente meno, e che l’attuale Governo di Hamid Karzai, risultato della rappresaglia iniziata nel 2001 contro i talebani, sia l’ostacolo principale alla creazione di un Afghanistan veramente libero e democratico. Il nostro paese e tutto il mondo occidentale non possono più sostenere un Governo sorretto dai signori dell’oppio. È ormai sotto gli occhi di tutta la Comunità Internazionale come l’Esecutivo Karzai, sia incapace di combattere il crimine organizzato, dimostrando tutta la sua inadeguatezza politica nel promuovere quella riconciliazione nazionale, di cui gli afghani hanno tremendamente bisogno, dopo decenni di guerre intestine e non.
Nel paese la corruzione dilaga a vista d’occhio e un Governo serio dovrebbe adoperarsi nell’adozione di misure atte a contrastarla. Nonostante dal 2002 siano stati versati in aiuti, solo da parte dell’Unione Europea, ben 8 miliardi di euro la mortalità infantile è considerevolmente aumentata, e i livelli di alfabetismo sono fortemente calati.
Allora mi chiedo se sia giusto appoggiare un Governo incapace, volente o nolente, di responsabilizzarsi sulle varie questioni riguardanti il futuro dell’Afghanistan.
È giusto continuare a sostenere Karzai? È opportuno continuare a dar credito ad un Presidente che dovrebbe guidare il paese verso la democrazia e che invece, credo sia giusto ricordarlo, si ritrova a governare avendo vinto, circa un anno fa, delle elezioni farsa, condite da brogli e, addirittura, dalla creazione di finti seggi di raccolta dei voti? Credo che un Presidente eletto con queste modalità non possa essere credibile agli occhi della Comunità Internazionale, perchè rappresentante di una democrazia zoppa, priva della sua essenza: la regolità della consultazione elettorale.
Le difficoltà, però, non sono da collegare solo alla debolezza politica del governo Karzai e alla notevole capacità riorganizzativa degli studenti coranici ma anche e soprattutto al doppio-gioco dei paesi confinanti, su tutti il Pakistan. Islamabad, considerato dagli Stati Uniti e da tutta la coalizione internazionale come partner strategico fondamentale per la pacificazione dell’Afghanistan e per la lotta al terrorismo fondamentalista, ha ricevuto, in questi anni, notevoli aiuti economici e starebbe per “accaparrarsi”, a detta del Segretario di Stato americano Hillary Clinton, altri 500 milioni di dollari. Peccato che tutti questi soldi non abbiano prodotto alcun miglioramento per la popolazione afghana.
I dubbi sulla “fedeltà” del Pakistan sono riaffiorati appunto con lo “scoop” di Wikileaks, sito che ha pubblicato in rete ben 92.000 rapporti redatti dal Pentagono dal gennaio 2004 al dicembre 2009 sulla guerra in Afghanistan. Documenti in cui si denuncia la collaborazione tra i servizi segreti pachistani e i talebani, finalizzata ad aiutare e sostenere Al Qaida nella progettazione di attacchi contro gli Stati Uniti. Di fronte a questi scenari non possono che affiorare ulteriori domande: qual’è l’utilità di questa guerra? A che gioco si sta giocando in Afghanistan, diventanto ormai il nuovo Vietnam dei soldati americani e di tutta la coalizione?

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- NON AVER PAURA DI ESPRIMERE LE PROPRIE IDEE. LA PARTECIPAZIONE ALLA VITA POLITICA DEL PAESE E’ L’ESSENZA DELL’ESSERE CITTADINO.

– NON ELEMOSINARE IL LAVORO, DIRITTO GARANTITO DALLA NOSTRA COSTITUZIONE.

- NON PERMETTERE AL POTENTE DI TURNO DI UTILIZZARE IL LAVORO COME ARMA DI RICATTO SOCIALE PER L’ACCAPARRAMENTO DEL CONSENSO.

- FARE ESCLUSIVAMENTE AFFIDAMENTO SULLE PROPRIE ENERGIE E CAPACITA’ PROFESSIONALI.

- NON LASCIARE CHE ALTRI DECIDANO PER NOI.

UN’ALTRA UGENTO E’ POSSIBILE

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strage-borsellino

“A un passo dalla verità”

Sono queste le parole pronunciate dal Procuratore Capo di Caltanissetta Sergio Lari in merito all’inchiesta condotta dalla procura nissena (e da quella di Palermo) sulla stragi del 1992- 1993. Indagini che starebbero per evidenziare – sempre secondo Lari – verità sconcertanti che “la politica difficilmente sarà capace di reggere”.
Sta emergendo un quadro di depistaggi e collusioni, di notevole spessore, che mette seriamente in dubbio il lavoro svolto in quegli anni (ma anche dopo) da alcuni autorevoli esponenti dell’Antimafia. Innanzitutto il generale Mario Mori, attualmente sotto processo a Palermo per la mancata cattura, nel 1995, del boss Bernardo Provenzano, nei pressi dello svincolo di Mezzojuso, vicino al capoluogo siciliano. Mancata cattura di cui si parla con estrema precisione nel libro “Il Patto”. Poi Bruno Contrada, ex numero tre dei servizi segreti, presente in tutti i depistaggi. Infine, ed è l’uomo nuovo, Arnaldo La Barbera, ex capo della Squadra Mobile di Palermo, sospettato di aver consapevolmente costruito il falso pentito Vincenzo Scarantino al fine di depistare le indagini sulla strage di Via D’Amelio. Servizi segreti deviati, pezzi di stato collusi con Cosa Nostra, la politica che continua a non mettere in atto tutto ciò che è in suo potere per arrivare all’accertamento della verità. Sono d’accordo con Concita De Gregorio quando sull’Unità invita la politica a sostenere in tutto e per tutto il lavoro dei giudici. Ma sarebbe opportuno anche che gli stessi limitassero le loro interviste ai giornali. Non vorrei che il preziosissimo lavoro svolto in questi anni passi in secondo piano di fronte ad accuse di protagonismo (sterili per il sottoscritto) che potrebbero essere loro rivolte. La delegittimazione, in Italia, è sempre dietro l’angolo. E quella dei magistrati è l’hobby più diffuso.

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Obama 2008

Dopo l’approvazione della Riforma sanitaria con la quale si è garantita l’assistenza medica a ben 33 milioni di americani, fino a quattro mesi fa totalmente sprovvisti di qualsiasi tipo di sostegno in caso di malattia, il Presidente americano Barack Obama ha raggiunto quattro giorni fa, a mio modesto parere, un ulteriore importante traguardo: la riforma di Wall Street. Una legge finalizzata al riordino del sistema di regolamentazione e controllo del settore finanziario al fine di evitare che si verifichino crisi di portata mondiale, come quella che, iniziata circa due anni fa, sta ancora dispiegando negli States, e non solo, i suoi “benefici” effetti.
“ Gli americani non pagheranno più per gli errori della Finanza” ha detto Obama, promulgando il testo approvato dalla Camera e dal Senato in poco più di 15 giorni. Testo che prevede un forte aumento della protezione dei consumatori e regole nuove e maggiormente stringenti nella conduzione degli affari. E’ inaccettabile che gli immensi danni provocati dalla gestione scellerata di alcuni manager continuino ad essere ripianati con i soldi dei contribuenti, della collettività. Ed è altrettanto inaccettabile che a tali manager, nonostante la loro incompetenza o avvenenza, continuino ad essere erogati bonus e premi con disarmante facilità. Negli Stati Uniti la classe politica lo ha capito e, penso sia opportuno ripeterlo, in 15 giorni si è giunti alla approvazione di una legge. In Italia siamo, anche su questo tema, in età preistorica. Non riusciamo, ad esempio, nemmeno ad aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie dal 12,50% al 20%.

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Gaspare-Spatuzza-1-2

Ancora la trattativa tra Stato e Mafia al centro di questo spazio. A costo di annoiarvi. Un tema su cui non bisogna trascurare nulla, nemmeno i minimi particolari, per poter giungere alla vera verità. Verità che per anni ha coinciso con l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per volontà esclusiva di Cosa Nostra, come conseguenza della mancata revisione, nel maxiprocesso di appello a Palermo, delle condanne inflitte in primo grado ai boss della Cupola (Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Luchino Bagarella su tutti, peraltro ancora in quel periodo latitanti). Poi hanno iniziato a parlare Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito ex Sindaco di Palermo e Gaspare Spatuzza, boss del quartiere di Brancaccio Entrambi, con le loro rivelazioni, stanno riscrivendo il biennio 1992- 93, diventato ormai quello della trattativa.
Gaspare Spatuzza, soprattutto, ha fatto più volte riferimento nelle aule di Tribunale alla strategia stragista di Cosa Nostra. Le stragi furono utilizzate, secondo quanto da lui riferito, come strumento di ricatto nei confronti dello Stato e delle Istituzioni, al fine di ottenere alcune di quelle richieste, contenute nel famoso papello, che Salvatore Riina, per mano di don Vito Ciancimino, avrebbe qualche mese prima fatto pervenire al capitano del Ros De Donno: la revisione del maxiprocesso, l’ammorbidimento del 41-bis e delle norme disciplinanti la confisca dei beni mafiosi, la riforma della legge sui pentiti. Gli attentati di Via Palestro a Milano ( 27 luglio 1993) e di via dei Georgofili a Firenze ( 27 maggio 1993), nonché quelli alla basilica di San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro a Roma, avevano un unico obiettivo: ridefinire i contenuti e i referenti della nuova convivenza con lo Stato. Referenti che secondo Spatuzza, sulla base di alcune confidenze fattegli da Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio, furono individuati in “quello di Canale 5 ( il premier Silvio Berlusconi) un affidabile compaesano (Marcello Dell’Utri) che, al contrario dei socialisti, si erano rivelati gente molto seria, in quanto capaci di affidare il paese nelle loro mani”.
Spatuzza, dunque, ha ribaltato tutti i teoremi costruiti, in anni ed anni di indagine, sulla base delle rivelazioni di un altro pentito, Vincenzo Scarantino, presentato, fin da subito, come l’uomo che procurò la Fiat 126 utilizzata per la strage di Via D’Amelio. Scarantino, pur non essendo mai stato riconosciuto dai boss di Cosa Nostra, sarebbe stato considerato attendibile dalle Procure per un pò di anni. In pratica un falso pentito, creato a tavolino per depistare le indagini. Verità appurata in questi mesi e vicenda anch’essa piena di misteri. A tal proposito, sono state sollevate non poche ombre sulla figura dell’ex capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, morto nel 2002 a causa di un tumore, autore dell’arresto dello stesso Scarantino. È possibile che un poliziotto così esperto come La Barbera, a Palermo dal 1987, possa non essersi accorto del “falso pentito Scarantino“? Oppure è stato lo stesso La Barbera che “su commissione” ha costruito il pentito Scarantino? Nuove domande, nuovi dubbi su cui le Procure, soprattutto quella di Caltanissetta, stanno alacremente lavorando.

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dellutrimafiaciancimino

“ VENT’ANNI DA PICCIOTTO”

E’ questo il titolo apparso il 30 giugno scorso sull’Unità in merito alla sentenza del processo d’appello a carico di Marcello Dell’Utri. Sentenza che ha condannato il senatore del Popolo della Libertà a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Concorso esterno riferibile, secondo i giudici d’appello, esclusivamente ai rapporti tenuti dallo stesso Dell’Utri con Cosa Nostra dalla metà degli anni ’70 fino al 1992.
Un passaggio importante, alla luce soprattutto delle delicatissime indagini che le Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze stanno svolgendo sulla ormai certa trattativa Stato – Mafia, iniziata subito dopo la strage di Capaci.
Il Popolo della Libertà ( con l’esclusione dei finiani), proprio in riferimento a queste indagini che sembrerebbero indicare, dopo il “disimpegno” di Vito Ciancimino e la cattura di Salvatore Riina, lo stesso Dell’Utri come interlocutore privilegiato del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano e dei fratelli Graviano nella definizione dei nuovi equilibri politico-mafiosi, ha accolto trionfalmente tale sentenza che, paradossalmente, sottrarrebbe Forza Italia dal “marchio di Cosa Nostra”, non considerandola come frutto di tale trattativa. I sette anni di reclusione comminati a Dell’Utri vengono del tutto dimenticati non solo da gran parte del PDL ma anche dalla stampa e dai tg. Su tutti, oltre al solito TG1 di Minzolini, il direttore di Studio Aperto Giovanni Toti che, in un apposito editoriale, ha parlato di inattendibilità delle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, pagato per anni dallo stato e capace solamente, con le sue dichiarazioni, di avvelenare la vita pubblica e di fantasiose ricostruzioni sui rapporti tra mafia e politica nel periodo buio delle stragi che sarebbero state, con questa sentenza, spazzate via.
I sette anni di carcere sono quindi diventati una vittoria per la difesa e il fatto che Dell’Utri sia stato considerato, dalla sentenza, un uomo che favoriva la mafia è passato del tutto in secondo piano.

DELL’UTRI E’ STATO INVECE CONDANNATO IN APPELLO A SETTE ANNI DI RECLUSIONE PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA.

E’ STATO CONDANNATO IN APPELLO A SETTE ANNI DI RECLUSIONE PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA.

E’ STATO CONDANNATO IN APPELLO A SETTE ANNI DI RECLUSIONE PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA.

Sul resto le Procure di Firenze, Palermo e Caltanissetta a quanto risulta (almeno agli italiani che intendono minimamente informarsi) continuano ad indagare. E stanno venendo fuori incredibili scenari.

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