Archivio Autore
Norman Podhoretz in un suo libro molto interessante, La quarta guerra mondiale, sostiene che l’attentato dell’11 settembre 2001 sia stato frutto di una sottovalutazione trentennale, da parte degli Usa, dei terroristi islamici che, di fronte all’inerzia dei vari governi americani del passato, oltre a mettere a segno in tutto il mondo, già dagli anni ‘70, numerosi attentati contro obiettivi statunitensi, avrebbero sviluppato competenze e capacità militari tali da permettere loro di organizzare l’attentato contro il World Trade Center, provocando la morte di circa 3000 persone. Una inerzia e una “trascuratezza” che, dopo questa tragedia, non poteva più essere tollerata. Da questa convinzione e dalla necessità di annientare militarmente Al Qaeda, sarebbero nate la dottrina Bush e le conseguenti guerre in Afghanistan ed Iraq.
Nel discorso del 20 settembre 2001 George W. Bush dichiarava: “Non dimenticherò la ferita inferta al nostro paese né tantomeno coloro che ci hanno colpito. Non esiterò, non mi fermerò e non mi tirerò mai indietro in questa battaglia per la libertà e la sicurezza del popolo americano”.
Queste parole dell’ex presidente americano erano dettate dalla convinzione che l’America, l’occidente, il mondo libero fossero, con gli attentati alle Torri Gemelle, sotto attacco dell’Islam radicale, intenzionato a distruggere tutto ciò per cui l’America ritenesse giusto combattere. Pertanto, partendo dall’ assegnazione di un giudizio morale alle relazioni internazionali, gli Stati Uniti erano il bene, mentre gli stati che aiutavano logisticamente e finanziariamente i terroristi erano il male.
Secondo Bush e la sua amministrazione gli islamisti radicali avevano iniziato una guerra contro l’occidente e il mondo libero.
Ma veramente l’Islam ha, dal 2001, l’obiettivo di invadere e soppiantare l’Occidente?
Alcuni studiosi sostengono sia esattamente il contrario e cioè che l’11 settembre 2001 sia la risposta dell’Islam al tentativo della civiltà occidentale di espandersi imperialisticamente e senza limiti. A tal proposito, Toynbee, uno dei massimi studiosi dell’argomento, ha dichiarato che “la civiltà occidentale ha letteralmente assediato le altre civiltà, possedendo la capacità di aggredire il codice genetico delle altre culture.” La tecnologia e gli avanzati mezzi di comunicazione sarebbero gli strumenti cardine di questa aggressione.
Da queste affermazioni risulterebbe una aggressione dell’Occidente alle altre civiltà, alla quale l’Islam, possedendo poche capacità adattative ed essendo ancora un sistema teocratico, reagirebbe con l’intransigenza ed il terrorismo.
Dove risiede la verità? Gli occidentali sono veramente invasivi oppure è l’Islam che sta cercando di imporre i suoi dogmi all’Occidente? L’occidente deve farsi carico della missione civilizzatrice di insediare la democrazia in terra islamica? E, soprattutto, una civiltà “imperialista e capace di intaccare il codice genetico delle altre culture” può legittimamente “esportare” la democrazia?
Su questo tema ritornerò nei post successivi.
1 Commento »
![svBERLUSCONI_wideweb__470x312,0[1] svBERLUSCONI_wideweb__470x312,0[1]](http://tblog.iltaccoditalia.net/stradeimbattute/files/2010/02/svBERLUSCONI_wideweb__470x31201-300x199.jpg)
“Chi sbaglia e commette reati sarà messo fuori dal partito e non potrà pretendere di stare in nessun movimento politico”.
E’ ( o meglio sarebbe) la nuova linea politica del premier Berlusconi, il quale ha annunciato anche “severe” misure anticorruzione. L’uso del condizionale è d’obbligo in quanto, per l’ennesima volta, alle parole non corrispondono, almeno per ora, i fatti.
Subito dopo le dichiarazioni del premier, infatti, Nicola Cosentino (coordinatore PDL in Campania e Sottosegretario all’economia con delega al CIPE) su cui pende un ordine di cattura per associazione camorristica, non eseguito per respingimento della richiesta di autorizzazione a procedere, ha rassegnato le dimissioni da entrambi gli incarichi. Berlusconi si è però affrettato a respingerle, ribadendo la sua personale stima nei confronti di Cosentino.
L’annuncio del Premier riguardante la “necessaria” presentazione di “liste pulite” alle prossime elezioni regionali e l’imminente adozione, da parte del governo, di norme anticorruzione non possono non destare scalpore, alla luce del curriculum giudiziario di alcuni esponenti dell’esecutivo e della maggioranza. Su tutti Marcello Dell’Utri ( condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa a Palermo, nonché condanna definitiva, rimediata a Torino, per aver patteggiato 2 anni e 3 mesi riguardo a false fatturazioni e frodi fiscali riconducibili a Publitalia), il ministro Umberto Bossi (condanna definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxi tangente Enimont), l’ex ministro della giustizia Castelli (condannato dalla Corte dei Conti per 500 mila euro di danno erariale causato dalla elargizione di facili consulenze ai tempi in cui era ministro), l’attuale ministro per i rapporti con le Regioni Raffaele Fitto, sotto processo per corruzione ( avrebbe ricevuto da Giampaolo Angelucci, re delle cliniche private romane e pugliesi, 500 mila euro per finanziare la propria lista, “La Puglia prima di tutto” durante le elezioni regionali del 2005) . Per non parlare dello stesso Premier che però, attraverso prescrizioni e leggi ad personam, evita da decenni di presentarsi ai processi.
Con queste premesse che contenuto potranno avere queste nuove norme? Che efficacia e credibilità potranno avere le stesse se a vararle saranno membri della maggioranza e di governo palesemente nei guai con la giustizia?
Probabilmente, con la vicinanza delle elezioni regionali, il premier cercherà di fagocitare mediaticamente anche il tema della questione morale. Aspetto su cui, invece, dovrebbe avere il buon gusto, assieme ad una folta schiera di parlamentari bipartisan, di non pronunciare nemmeno una parola.
1 Commento »

Ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come la immaginiamo la nostra terra, il nostro paese?…. Ci poniamo il problema o ci basta dire “così è sempre stato e sempre sarà così?
Davvero ci basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal nostro impegno o dalla nostra indignazione? Che in fondo tutti abbiamo di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient’altro? Ci bastano queste risposte per andare avanti? Ci basta dire “non faccio niente di male, sono una persona onesta” per sentirci innocenti? Lasciarci passare le notizie sulla pelle e sull’anima? Vogliamo continuare a galleggiare? Vogliamo continuare a far finta di niente?……….
……Non posso credere che la denuncia sia ormai solo compito di pochi singoli e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L’alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perchè è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla.
Eppure non avere più paura non sarebbe difficile. Basterebbe agire ma non da soli. La paura va a braccetto con l’isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina…….
….Chiedo alla mia terra se riusciamo ancora ad immaginare di poter scegliere. Chiedo se siamo in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarci diversamente, pensarci liberi. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini.
Tratto da “La Bellezza e l’Inferno di Roberto Saviano”
3 Commenti »

Sono molti, negli ultimi giorni, gli spunti di carattere politico che, indubbiamente, meriterebbero un approfondimento: la visita di Berlusconi in Israele, la legge sul legittimo impedimento, la decisione del governo di impugnare, davanti alla Corte Costituzionale, le leggi di Campania, Puglia, Basilicata che vietano l’installazione di centrali nucleari sui propri rispettivi territori.
Nonostante ciò, vorrei però soffermarmi su un provvedimento ( il disegno di legge n. 1956), in discussione in aula al Senato, nel quale si prevede la trasformazione della Protezione Civile in una S.p.A. a capitale interamente pubblico, “al fine di garantire economicità e tempestività agli interventi del Dipartimento della Protezione Civile”. In pratica pur se la titolarità della stessa Protezione Civile continuerà a rimanere del Dipartimento, facente capo alla Presidenza del Consiglio, le funzioni strumentali passeranno interamente nelle mani della Protezione Civile Servizi S.p.A, la quale acquisirà le competenze ed il know how necessari ad affrontare le situazioni di emergenza e di calamità che potrebbero verificarsi sul territorio italiano. Pertanto, il rapporto tra il Dipartimento e tale S.p.A sarà regolato da un contratto di servizio i cui contenuti, assieme ai costi che dovranno essere sostenuti ogni volta che il Dipartimento chiederà l’impiego del personale, sono ancora, peraltro, del tutto sconosciuti. Gli unici due aspetti certi della vicenda sono che i sindaci verranno svuotati delle loro competenze in materia di Protezione Civile e che, essendo la società che si sostituirà a capitale interamente pubblico (inizialmente di un milione di euro), qualora si verificassero perdite di bilancio, le stesse sarebbero socializzate, cioè pagate dai cittadini, attraverso continui aumenti di capitale che, secondo quanto previsto dal comma 2 dell’art. 16 del suddetto disegno di legge, “sono determinati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze”.
Ho la sensazione (e forse anche più) che si stiano beffando, per l’ennesima volta, i cittadini italiani.
Nessun Commento »

La vittoria di Nichi Vendola alle primarie rappresenta, indubbiamente, una lezione per gli strateghi della politica. Per coloro che pensano la politica come un qualcosa che debba decidersi nei palazzi, per coloro che si sono presentati in questi mesi come i salvatori della Puglia. Lo spettacolo (indecente) sviluppatosi attorno alla scelta del candidato del centro-sinistra alla presidenza della Regione Puglia mi lasciava, giorno per giorno, sempre più amareggiato. Era chiaro a tutti, è stato chiaro a tutti, che la premiata ditta Casini-D’Alema (e non solo) ha cercato in tutti i modi di sbarazzarsi di Nichi. Il quale aveva avuto come unica colpa quella di mandare via dalla giunta regionale il delfino di baffetto D’Alema, Sandro Frisullo, implicato in uno scandalo di escort (e non solo) e di opporsi alla privatizzazione dell’Acquedotto Pugliese, business su cui Caltagirone, suocero di Casini, ha da tempo “messo gli occhi”. Di fronte a questo ostracismo continuo, Vendola ha chiamato a raccolta i giovani pugliesi, a rimesso al centro della politica i cittadini pugliesi, ha restituito alla politica quella dimensione pubblica da cui la stessa deve costantemente alimentarsi, ha fatto nuovamente sentire la Puglia partecipe di un qualcosa di cui i partiti di centrosinistra si erano abusivamente appropriati: la scelta del candidato alla presidenza della Regione Puglia. La politica non si fa nei palazzi ma coinvolgendo, il più possibile, la gente, facendola sentire costantemente partecipe dei destini di un territorio. Sinceramente ho sempre apprezzato Vendola. E’ preparato, capace, sempre pronto a condurre battaglie politicamente difficili. Ha commesso degli errori durante la sua presidenza, ma è dotato di un elemento non comune ai politici di oggi: è appassionato e ama la Puglia ed i pugliesi. In un articolo on-line qualche mese fa, prima dell’elezione a segretario di Pierluigi Bersani, si esortava provocatoriamente Vendola a “prendere” il PD, a diventare leader del maggior partito di opposizione, a costruire una alternativa al centrodestra. Ora Bersani, sostenuto da D’Alema, è diventato leader del Partito Democratico ( talmente democratico che fino a due settimane fa ha tentato di imporre il candidato dall’alto) e l’allargamento dell’alleanza di centrosinistra all’Udc rappresenta un elemento fondamentale della sua linea programmatica. Progetto, però, che con la vittoria di Vendola, non potrà realizzarsi in Puglia (come nel Lazio), subendo una non sottovalutabile battuta d’arresto. Il regno del “baffetto” non sarà definitivamente tramontato ma almeno lo stesso D’Alema ha capito che i pugliesi hanno ormai aperto gli occhi. E soprattutto, dopo ieri, hanno dimostrato di non volerli più chiudere.
1 Commento »

RIPORTO UN TESTO DI FANTASIA MA VEROSIMILE DELLO SCRITTORE E GIORNALISTA MASSIMO FINI PUBBLICATO SU “IL FATTO QUOTIDIANO”.
Egregio dottor Massimo Fini, le chiedo scusa se mi permetto di rivolgermi a Lei, ma, benché io sia notoriamente religioso e credente, non so più a che santo votarmi. Da anni, anzi da decenni, sono vittima di un “racket dell’odio” che vede uniti certi settori di una magistratura deviata e si può dire l’intera stampa nazionale. Sono oggetto di un “accanimento giudiziario” che non ha precedenti né paralleli nella storia del nostro paese: centinaia di perquisizioni, anche nelle abitazioni dei miei familiari, decine di rinvii a giudizio, di processi, di sentenze senza che potessi beneficiare, almeno una volta, di quella prescrizione che, come Lei certamente sa, oggi non si nega a nessuno.
I magistrati, che quando non sono corrotti sono “antropologicamente dei pazzi” (solo a un individuo che ha delle turbe, probabilmente di origine sessuale, può venire in mente di fare un mestiere che consiste nell’andare a ficcare il naso nei fatti altrui) e i media non hanno avuto riguardo nemmeno per mio figlio, Salvatore, che è un bravissimo ragazzo, che ha fatto studi regolari e si è laureato brillantemente.
Non pretendo che sia nominato sottosegretario agli Esteri, come è accaduto a rampolli di personaggi che più o meno si trovano penalmente nella mia situazione e che oggi vengono doverosamente onorati, ma perlomeno che sia lasciato in pace.
Non intendo, egregio dottor Fini, a differenza di altri, occultare le mie responsabilità. Qui, dalle mie parti, quando ero una persona stimata, rispettata e, diciamolo pure, temuta da tutti (del resto sono convinto che col tempo, che è galantuomo, sarò ricordato dagli amici, e forse anche dai nemici, come un uomo buono) ho chiesto a imprenditori e commercianti quello che da noi si chiama “il pizzo” e al nord “tangente”.
Per la verità non l’ho mai fatto direttamente, alla bisogna provvedevano i miei amici. Potrei quindi anch’io trincerarmi dietro l’argomento che il “non poteva non sapere” è un teorema indegno di uno Stato di diritto. Ma non intendo spingermi fino a questo punto, sarebbe contrario alla mia coscienza morale e al patto di fedeltà che mi lega agli amici. Sapevo, dunque. Ma quanti importanti uomini politici del nord che riscuotevano il “pizzo”, pardon la tangente, si sono salvati mentendo, affermando che non sapevano nulla di quanto accadeva all’interno della loro organizzazione? Che il loro errore era stato solo quello di fidarsi di persone sbagliate? Per me invece questa giustificazione non è stata mai ritenuta valida.
La solita discriminazione ai danni del Mezzogiorno. Aggiungo che non ho cercato di corrompere testimoni in giudizio, che non ho reso falsa testimonianza , che non sono mai stato iscritto alla P2, un’organizzazione peraltro di ciarlatani e di carrieristi ben lontana, mi consenta di dirlo, dal rigore e dalla serietà della mia. Per me sarebbe stata una retrocessione. Infine, benché inseguito da infiniti mandati di cattura, non sono mai scappato dal mio paese. Lo amo troppo, per quanto si sia dimostrato così ingiusto con me.
Lei dice: e gli assassinii? Eh no, io qui mi indigno, mi indigno veramente, sono cose di cui non voglio più nemmeno sentir parlare. Accuse fondate sul niente se non su pregiudizi nei miei confronti, senza lo straccio di una prova che non siano le parole di “pentiti”, di infami, di assassini pronti a tutto pur di sfuggire alla galera. I veri “uomini d’onore”, quelli che, come me, hanno una parola sola, non mi hanno mai accusato di nulla del genere. Hanno tenuto la bocca chiusa.
Il “racket dell’odio” mi accusa anche di aver accumulato enormi ricchezze. Ma tutti hanno potuto vedere in che razza di fetido tugurio, privo di qualsiasi comodità, vivevo quando sono stato ingiustamente arrestato.
Egregio dottor Fini sono vissuto povero e morirò povero. I miei soldi li ho sempre versati all’organizzazione. Dalla mia attività non ho mai tratto guadagni personali. Non ho mai avuto case a New York. Non pretendo per questo che ministri della Repubblica vengano a rendere omaggio alla mia tomba quando sarò morto. Ma che sia riconosciuta la mia onestà personale, questo sì. È un mio diritto.
Le porgo i miei più deferenti saluti
Totò Riina
Nessun Commento »

Dedicò la sua giovinezza, con coraggio e tenacia, al risveglio delle coscienze di Cinisi, suo paese natale, in provincia di Palermo e alla lotta contro quel sistema criminale e omertoso (satiricamente definito, da lui stesso, Mafiopoli) che ovattava le menti dei suoi concittadini e di tutti i siciliani, condannandoli all’immobilismo e all’apatia sociale.
Rimane unica la sua opposizione mediatica e culturale al boss e capo di Cosa Nostra Tano Badalamenti, attraverso la quotidiana trasmissione radiofonica “Onda Pazza”. Spazio, questo, in cui Peppino e i suoi amici, oltre a pronunciare l’impronunciabile, osare l’inosabile, nominare l’innominabile, schernivano lo stesso Badalamenti, coraggiosamente e sarcasticamente battezzato come “Tano seduto”.
Ribellarsi alla cappa mafiosa, al tradizionale “salutamu zzu Tanu”, al perenne “ossequi” fu ragione principale e fondamentale del suo vivere.
Perchè la mafia era (ed è) una montagna di merda.
Ieri avrebbe compiuto 62 anni.
Buon compleanno Peppino. Per sempre nel cuore della gente onesta.
2 Commenti »

Lo scorso dicembre il pentito Gaspare Spatuzza, deponendo al processo d’appello a carico del senatore Marcello Dell’Utri, parlò di una confidenza fattagli da Giuseppe Graviano, boss del mandamento di Brancaccio, a Palermo. Siamo nel 1993. Durante la conversazione Graviano avrebbe rivelato a Spatuzza che “grazie ad un compaesano e a quello di canale 5″ Cosa Nostra aveva finalmente ottenuto, per il futuro, importanti garanzie in tema di confisca dei beni mafiosi e di applicazione del 41-bis, introdotto nel giugno del 1992 col superdecreto antimafia Scotti-Martelli. Nell’occasione ” il compaesano e quello di canale 5″ vennero anche etichettati dal boss di Brancaccio (a detta dello stesso Spatuzza) come uomini di parola, uomini di cui ci si poteva fidare ( al contrario dei politicanti della Prima Repubblica e dei socialisti), uomini che avevano consegnato l’Italia a Cosa Nostra.
Pochi giorni dopo, Graviano, chiamato a dare riscontro alle dichiarazioni di Spatuzza, decideva di non presentarsi davanti ai giudici e di inviare un fax che, letto in aula, recitava testualmente: “In sedici anni di detenzione ho espiato più di dieci anni di isolamento e la legge ne prevede come tetto massimo tre… Quando il mio stato di salute me lo permetterà sara mio dovere rispondere a tutte le domande che mi verranno poste”.
Dopo l’approvazione della legge che stabilisce la messa all’asta dei beni confiscati alla mafia ( facendo venire meno la obbligatoria assegnazione degli stessi a cooperative sociali e comunità di recupero), il primo dell’anno i giornali hanno pubblicato la notizia della revoca dell’isolamento diurno a carico di Giuseppe Graviano, una misura che gli permetterà di condividere, con altri detenuti, l’ora d’aria. Un lieve miglioramento del regime carcerario cui era ed è sottoposto, giustificato con motivazioni “prettamente tecniche” ( l’isolamento diurno può applicarsi per un massimo di tre anni,come stabilito dalla legge, e può accompagnarsi al rigore previsto dal 41-bis). “Strane concessioni” che potrebbero miracolosamente restituire la parola a Giuseppe Graviano e contribuire finalmente a fare chiarezza sull’esistenza o meno di una trattativa tra stato e Cosa Nostra nei primi anni ‘90. Oppure convincerlo definitivamente a tenere la bocca chiusa, a rimuovere totalmente quel passato raccontato da Spatuzza che, se confermato, avrebbe clamorose ripercussioni sul presente. Dubbi che potranno chiarirsi il prossimo 8 gennaio quando Graviano sarà forse richiamato in Tribunale per dare la sua versione. Nell’attesa vorrei rivolgere una domanda al guardasigilli Alfano: cosa intendeva , caro Ministro, quando poco più di due mesi fa parlava ai quattro venti di inasprimento del 41-bis?
LEGGI ANCHE SU LA STAMPA “AVANTI CON LE RIFORME”
1 Commento »
(….) Bisogno di distruggere tutto ciò che può essere desiderio e voglia: questo è il cinismo. Il cinismo è l’armatura dei disperati che non sanno di esserlo. Vedono tutto come una manovra furba per arricchirsi, la pretesa di cambiare come un’ingenuità da apprendisti stregoni e la scrittura che vuole arrivare a molti come una forma di impostura da piazzisti. A questi signori diffidenti e perennemente armati del ghigno di chi sa già che tutto finirà male nulla può essere tolto, perchè non hanno più nulla per cui valga la pena di lottare (…..).
Se si ha bisogno di mostrare che tutti sono sporchi, che tutto è marcio, che dietro ogni tentativo di cambiamento si cela un pretesto o una menzogna, allora qualsiasi cosa vale un’altra, tutto è lecito e possibile. Questo atteggiamento è l’anestetico che spinge a promuovere chi “onestamente” si fa corrompere, chi accetta il compromesso, chi sceglie solo il saccheggio, la sopravvivenza, la pornografia di stare a guardare e godere del peggio che ogni giorno ti arriva a casa. Ogni cosa è giustificata perchè si è sempre agito così, perchè tutti fanno così o, peggio, perchè non si può che agire in questo modo (……).
Tratto da La Bellezza e L’inferno di Roberto Saviano.
Nessun Commento »

Ci si aspettava un discorso ad effetto stile piazza San Babila. Ad attenderlo, in Piazza Duomo, c’era il Popolo della Libertà, riunitosi per sostenere ed acclamare il Presidente del Consiglio, sistematicamente “perseguitato” dai giudici, dalla carta stampata e da alcune trasmissioni televisive.
Un accanimento mediatico-giudiziario che gli impedirebbe, oltre all’esercizio del mandato di governo attribuitogli dagli elettori circa un anno e mezzo fa, di occuparsi, a pieno regime, dei problemi del paese.
Ci si aspettava un colpo di teatro, in perfetto stile berlusconiano, alla luce delle continue prese di distanza dei finiani dalle decisioni del governo (ultima l’apposizione della fiducia sulla legge finanziaria) e dell’intervista rilasciata da Pierferdinando Casini, il giorno prima dell’aggressione, in cui il leader Udc auspicava la nascita di un fronte antiberlusconiano, a difesa della democrazia, che avrebbe coinvolto tutti i partiti d’opposizione.
Nessuno, invece, avrebbe potuto prevedere che un uomo, in cura da dieci anni per problemi psichici, Massimo Tartaglia, lanciasse una statuetta (raffigurante il Duomo di Milano) contro il premier, provocandogli la rottura di due denti, la lacerazione del labbro e l’infrazione del setto nasale.
Un episodio certamente figlio del clima di intolleranza e odio che caratterizza, da tempo, la vita politica italiana. Un odio che tutte le forze politiche, chi più chi meno, hanno contribuito a creare. Una deriva che ha portato la politica ad essere terreno di reciproche contese e scaramucce personali e non di soluzione dei problemi del paese. L’atto del Tartaglia è sicuramente deprecabile e da condannare, non degno di un paese civile. Ma bisogna anche precisare che in un paese civile Silvio Berlusconi non potrebbe mai ricoprire la carica di Presidente del Consiglio. Il lodo Alfano (bocciato dalla Corte Costituzionale ma in via di riproposizione) le leggi sul processo breve e il legittimo impedimento (che si stanno mettendo a punto il più velocemente possibile) non contribuiscono certamente ad accrescere la fiducia (peraltro bassissima in questo periodo) dei cittadini nelle istituzioni. Inevitabilmente, in questo modo, si da l’impressione (e non solo) che il premier manipoli la legge a suo piacimento, modellandola in base alle proprie esigenze e bisogni. Cosa ancor più grave, a mio parere, è che si faccia costantemente riferimento al consenso elettorale per giustificare tale condotta. Il consenso, è vero, attribuisce il diritto di governare. Ma non autorizza a violare costantemente la nostra costituzione, ad esautorare continuamente il parlamento delle sue funzioni, ad attaccare i garanti della nostra democrazia (Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale), a non rispettare i diritti della minoranza ( ieri ventisettesima fiducia in 18 mesi di governo). Senza dimenticare tali aspetti, continuando a metterli in evidenza agli occhi dell’opinione pubblica, sarebbe però opportuno abbassare i toni della contesa politica, iniziare ad offrire agli italiani una alternativa di governo a Berlusconi, combatterlo sui programmi e non solo sul terreno giudiziario. Alternativa che non deve essere la consueta sommatoria di forze politiche, accomunate dal semplice NO al Cavaliere, bensì un programma che si basi su valori condivisi e su un modello di società alternativo, che valorizzi le imprese e garantisca i diritti dei lavoratori, che riconosca il merito e sostenga la solidarietà, che rispetti le leggi e dia fiducia ai giovani di questo paese. Perché Berlusconi ha vinto e continua a vincere…….. anche e soprattutto culturalmente.
9 Commenti »
|