Archivio per la Categoria “Mafia”

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“A un passo dalla verità”

Sono queste le parole pronunciate dal Procuratore Capo di Caltanissetta Sergio Lari in merito all’inchiesta condotta dalla procura nissena (e da quella di Palermo) sulla stragi del 1992- 1993. Indagini che starebbero per evidenziare – sempre secondo Lari – verità sconcertanti che “la politica difficilmente sarà capace di reggere”.
Sta emergendo un quadro di depistaggi e collusioni, di notevole spessore, che mette seriamente in dubbio il lavoro svolto in quegli anni (ma anche dopo) da alcuni autorevoli esponenti dell’Antimafia. Innanzitutto il generale Mario Mori, attualmente sotto processo a Palermo per la mancata cattura, nel 1995, del boss Bernardo Provenzano, nei pressi dello svincolo di Mezzojuso, vicino al capoluogo siciliano. Mancata cattura di cui si parla con estrema precisione nel libro “Il Patto”. Poi Bruno Contrada, ex numero tre dei servizi segreti, presente in tutti i depistaggi. Infine, ed è l’uomo nuovo, Arnaldo La Barbera, ex capo della Squadra Mobile di Palermo, sospettato di aver consapevolmente costruito il falso pentito Vincenzo Scarantino al fine di depistare le indagini sulla strage di Via D’Amelio. Servizi segreti deviati, pezzi di stato collusi con Cosa Nostra, la politica che continua a non mettere in atto tutto ciò che è in suo potere per arrivare all’accertamento della verità. Sono d’accordo con Concita De Gregorio quando sull’Unità invita la politica a sostenere in tutto e per tutto il lavoro dei giudici. Ma sarebbe opportuno anche che gli stessi limitassero le loro interviste ai giornali. Non vorrei che il preziosissimo lavoro svolto in questi anni passi in secondo piano di fronte ad accuse di protagonismo (sterili per il sottoscritto) che potrebbero essere loro rivolte. La delegittimazione, in Italia, è sempre dietro l’angolo. E quella dei magistrati è l’hobby più diffuso.

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Ancora la trattativa tra Stato e Mafia al centro di questo spazio. A costo di annoiarvi. Un tema su cui non bisogna trascurare nulla, nemmeno i minimi particolari, per poter giungere alla vera verità. Verità che per anni ha coinciso con l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per volontà esclusiva di Cosa Nostra, come conseguenza della mancata revisione, nel maxiprocesso di appello a Palermo, delle condanne inflitte in primo grado ai boss della Cupola (Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Luchino Bagarella su tutti, peraltro ancora in quel periodo latitanti). Poi hanno iniziato a parlare Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito ex Sindaco di Palermo e Gaspare Spatuzza, boss del quartiere di Brancaccio Entrambi, con le loro rivelazioni, stanno riscrivendo il biennio 1992- 93, diventato ormai quello della trattativa.
Gaspare Spatuzza, soprattutto, ha fatto più volte riferimento nelle aule di Tribunale alla strategia stragista di Cosa Nostra. Le stragi furono utilizzate, secondo quanto da lui riferito, come strumento di ricatto nei confronti dello Stato e delle Istituzioni, al fine di ottenere alcune di quelle richieste, contenute nel famoso papello, che Salvatore Riina, per mano di don Vito Ciancimino, avrebbe qualche mese prima fatto pervenire al capitano del Ros De Donno: la revisione del maxiprocesso, l’ammorbidimento del 41-bis e delle norme disciplinanti la confisca dei beni mafiosi, la riforma della legge sui pentiti. Gli attentati di Via Palestro a Milano ( 27 luglio 1993) e di via dei Georgofili a Firenze ( 27 maggio 1993), nonché quelli alla basilica di San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro a Roma, avevano un unico obiettivo: ridefinire i contenuti e i referenti della nuova convivenza con lo Stato. Referenti che secondo Spatuzza, sulla base di alcune confidenze fattegli da Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio, furono individuati in “quello di Canale 5 ( il premier Silvio Berlusconi) un affidabile compaesano (Marcello Dell’Utri) che, al contrario dei socialisti, si erano rivelati gente molto seria, in quanto capaci di affidare il paese nelle loro mani”.
Spatuzza, dunque, ha ribaltato tutti i teoremi costruiti, in anni ed anni di indagine, sulla base delle rivelazioni di un altro pentito, Vincenzo Scarantino, presentato, fin da subito, come l’uomo che procurò la Fiat 126 utilizzata per la strage di Via D’Amelio. Scarantino, pur non essendo mai stato riconosciuto dai boss di Cosa Nostra, sarebbe stato considerato attendibile dalle Procure per un pò di anni. In pratica un falso pentito, creato a tavolino per depistare le indagini. Verità appurata in questi mesi e vicenda anch’essa piena di misteri. A tal proposito, sono state sollevate non poche ombre sulla figura dell’ex capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, morto nel 2002 a causa di un tumore, autore dell’arresto dello stesso Scarantino. È possibile che un poliziotto così esperto come La Barbera, a Palermo dal 1987, possa non essersi accorto del “falso pentito Scarantino“? Oppure è stato lo stesso La Barbera che “su commissione” ha costruito il pentito Scarantino? Nuove domande, nuovi dubbi su cui le Procure, soprattutto quella di Caltanissetta, stanno alacremente lavorando.

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Lo scorso dicembre il pentito Gaspare Spatuzza, deponendo al processo d’appello a carico del senatore Marcello Dell’Utri, parlò di una confidenza fattagli da Giuseppe Graviano, boss del mandamento di Brancaccio, a Palermo. Siamo nel 1993. Durante la conversazione Graviano avrebbe rivelato a Spatuzza che “grazie ad un compaesano e a quello di canale 5″ Cosa Nostra aveva finalmente ottenuto, per il futuro, importanti garanzie in tema di confisca dei beni mafiosi e di applicazione del 41-bis, introdotto nel giugno del 1992 col superdecreto antimafia Scotti-Martelli. Nell’occasione ” il compaesano e quello di canale 5″ vennero anche etichettati dal boss di Brancaccio (a detta dello stesso Spatuzza) come uomini di parola, uomini di cui ci si poteva fidare ( al contrario dei politicanti della Prima Repubblica e dei socialisti), uomini che avevano consegnato l’Italia a Cosa Nostra.
Pochi giorni dopo, Graviano, chiamato a dare riscontro alle dichiarazioni di Spatuzza, decideva di non presentarsi davanti ai giudici e di inviare un fax che, letto in aula, recitava testualmente: “In sedici anni di detenzione ho espiato più di dieci anni di isolamento e la legge ne prevede come tetto massimo tre… Quando il mio stato di salute me lo permetterà sara mio dovere rispondere a tutte le domande che mi verranno poste”.
Dopo l’approvazione della legge che stabilisce la messa all’asta dei beni confiscati alla mafia ( facendo venire meno la obbligatoria assegnazione degli stessi a cooperative sociali e comunità di recupero), il primo dell’anno i giornali hanno pubblicato la notizia della revoca dell’isolamento diurno a carico di Giuseppe Graviano, una misura che gli permetterà di condividere, con altri detenuti, l’ora d’aria. Un lieve miglioramento del regime carcerario cui era ed è sottoposto, giustificato con motivazioni “prettamente tecniche” ( l’isolamento diurno può applicarsi per un massimo di tre anni,come stabilito dalla legge, e può accompagnarsi al rigore previsto dal 41-bis). “Strane concessioni” che potrebbero miracolosamente restituire la parola a Giuseppe Graviano e contribuire finalmente a fare chiarezza sull’esistenza o meno di una trattativa tra stato e Cosa Nostra nei primi anni ‘90. Oppure convincerlo definitivamente a tenere la bocca chiusa, a rimuovere totalmente quel passato raccontato da Spatuzza che, se confermato, avrebbe clamorose ripercussioni sul presente. Dubbi che potranno chiarirsi il prossimo 8 gennaio quando Graviano sarà forse richiamato in Tribunale per dare la sua versione. Nell’attesa vorrei rivolgere una domanda al guardasigilli Alfano: cosa intendeva , caro Ministro, quando poco più di due mesi fa parlava ai quattro venti di inasprimento del 41-bis?

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E’ sfuggito circa una settimana fa, per la terza volta in sei anni, ad un attentato di Cosa Nostra. Vive blindato in una casa bunker, monitorato costantemente da sei agenti di scorta.
In una intervista al quotidiano “La Stampa” ha dichiarato: “io rappresento la causa della fine degli appalti facili, dell’allontanamento dal comune di tutti i dipendenti sospetti, della rivolta degli imprenditori che non pagano più il pizzo e accettano le regole della legalità”.
E’ Rosario Crocetta, sindaco di Gela, impegnato in prima persona nella battaglia contro Cosa Nostra. Un uomo, prima che un politico, di grande coraggio, che diventa sindaco nel 2003, (nonostante avesse perso le elezioni per 107 voti) dopo l’accertamento da parte del TAR, tramite “l’odiato” strumento delle intercettazioni, di pressioni mafiose sui presidenti di seggio, finalizzate ad ostacolarne l’elezione. Un sindaco che fa della lotta alla mafia e della legalità il pilastro della sua politica, animato dalla convinzione che la battaglia contro cosa nostra sia lotta di liberazione, lotta per un lavoro pulito, lotta per il riconoscimento a tutti di concrete ed uguali opportunità di realizzazione personale.
Una politica finalizzata a ripulire il sistema degli appalti, per farlo diventare più trasparente ed equo, incentrata sulla disgregazione delle connivenze politico-mafiose locali, oltre che sul contrasto alle clientele di cosa nostra, indirizzata alla difesa degli imprenditori onesti e al depotenziamento del pizzo, primario strumento di autofinanziamento delle cosche. Tutti provvedimenti che hanno portato Crocetta alla rielezione alla carica di primo cittadino, nel 2007, con una percentuale di consensi vicina al 66%. Una vittoria, quindi, anche culturale, una storia personale e politica alla quale molti sindaci, e non solo, farebbero bene ad ispirarsi.

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