Archivio per la Categoria “Politica Internazionale”
E’ cominciato tutto nel dicembre dello scorso anno in Tunisia con la destituzione del Presidente Ben Ali. Da quel momento, in poco più di sei mesi, il Nord Africa è diventato teatro di disordini e repressioni militari, luogo in cui le popolazioni civili, mosse da un disagio economico-sociale ormai impossibile da sopportare, hanno abbandonato il silenzio e l’immobilismo cui erano ( e sono tuttora) in molte realtà costrette. La Tunisia dicevamo, ma non solo. Anche l’Egitto, la Libia, la Siria passando per Giordania e Algeria. Un’area, quella del Nord Africa, con cui i paesi europei hanno sempre avuto rapporti politico-economici privilegiati, ulteriormente rafforzatisi con la nascita dell’UE. All’esplodere della cosiddetta “ Primavera Araba” molti addetti ai lavori, mossi anche da una certa dose di “nazionalismo europeo”, non hanno potuto fare a meno di concentrare il loro interesse sulle conseguenze che tale situazione avrebbe potuto produrre sui paesi dell’Unione sia dal punto di vista politico-economico che migratorio, tralasciando forse un punto importante che meritava e meriterebbe di essere maggiormente approfondito: l’Unione Europea ha delle precise responsabilità per ciò che sta accadendo nel Mediterraneo e nel Vicino e Medio Oriente?
Una domanda che, a mio parere, è necessario porsi alla luce del fallimento della politica di riforme che l’Europa, dalla fine degli anni novanta, ha cercato di adottare in quest’area senza riuscire ad ottenere una più equa distribuzione del benessere economico nonché una maggiore garanzia di diritti politici e libertà fondamentali. I pericoli strettamente legati al terrorismo internazionale, intensificatisi esponenzialmente con gli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2011, e la totale assenza di una politica energetica comune hanno ben presto “costretto” Bruxelles a ridimensionare i propri obiettivi e a rafforzare il dialogo con alcuni pericolosi interlocutori politici come Gheddafi in Libia ( in questi giorni il bombardamento ai suoi bunker si è intensificato) e Bouteflika in Tunisia. Scelte che hanno trasformato le speranze riformatrici in spinte normalizzatrici.
Nonostante i passi indietro degli ultimi anni, durante un Consiglio Europeo straordinario, svoltosi nel marzo scorso, è stata rilanciata l’idea di un “Partenariato per la Democrazia e la Prosperità condivisa con il Mediterraneo Meridionale”. L’obiettivo, a dir poco ambizioso, è procedere ad una sostanziale revisione dei meccanismi di cooperazione attraverso l’implementazione delle politiche di trasformazione democratica ed institution building, l’aumento dell’assistenza finanziaria, una Politica Europea di Vicinato (PEV) più efficace, l’intensificazione del dialogo politico, il rapporto diretto con le popolazioni e le società civili. Ma la novità più importante per il futuro consiste, paradossalmente, in un ritorno al passato: l’adozione del criterio di condizionalità. Secondo la ratio del more for more, infatti, i paesi maggiormente capaci di riformarsi dal punto di vista politico-economico saranno premiati più di altri e potranno godere di maggiori aiuti. Ma alla propensione riformista di tali paesi corrisponderà una maggiore predisposizione al compromesso da parte dell’Unione Europea? E soprattutto Bruxelles saprà (e vorrà ) effettivamente imbastire un dialogo con le popolazioni civili e i movimenti islamici (impossibili da ignorare), senza pretendere una totale e snaturante omologazione di tali paesi ai costumi occidentali ovvero senza sostenere nuovi autoritarismi mascherati da democrazie?
Nessun Commento »

Dopo le clamorose rivelazioni fatte dal sito internet Wikileaks, l’Afghanistan ritorna al centro della politica internazionale. Più volte gran parte dell’opinione pubblica mondiale si è interrogata sulla utilità di questa guerra e sull’opportunità di ritirare il contingente internazionale ( compresi i nostri soldati) dall’Afghanistan, non solo per i problemi strategico-militari, ma anche per la reale situazione di difficoltà esistente nel paese.
I mass media occidentali ci hanno, in questi anni, costantemente propinato che la guerra contro i talebani doveva e deve essere combattuta per instaurare la libertà e la democrazia in Afghanistan e per privare i terroristi di Al Qaeda di un importante appoggio finanziario e logistico.
Credo però, nel frattempo, che tali motivazioni siano venute drasticamente meno, e che l’attuale Governo di Hamid Karzai, risultato della rappresaglia iniziata nel 2001 contro i talebani, sia l’ostacolo principale alla creazione di un Afghanistan veramente libero e democratico. Il nostro paese e tutto il mondo occidentale non possono più sostenere un Governo sorretto dai signori dell’oppio. È ormai sotto gli occhi di tutta la Comunità Internazionale come l’Esecutivo Karzai, sia incapace di combattere il crimine organizzato, dimostrando tutta la sua inadeguatezza politica nel promuovere quella riconciliazione nazionale, di cui gli afghani hanno tremendamente bisogno, dopo decenni di guerre intestine e non.
Nel paese la corruzione dilaga a vista d’occhio e un Governo serio dovrebbe adoperarsi nell’adozione di misure atte a contrastarla. Nonostante dal 2002 siano stati versati in aiuti, solo da parte dell’Unione Europea, ben 8 miliardi di euro la mortalità infantile è considerevolmente aumentata, e i livelli di alfabetismo sono fortemente calati.
Allora mi chiedo se sia giusto appoggiare un Governo incapace, volente o nolente, di responsabilizzarsi sulle varie questioni riguardanti il futuro dell’Afghanistan.
È giusto continuare a sostenere Karzai? È opportuno continuare a dar credito ad un Presidente che dovrebbe guidare il paese verso la democrazia e che invece, credo sia giusto ricordarlo, si ritrova a governare avendo vinto, circa un anno fa, delle elezioni farsa, condite da brogli e, addirittura, dalla creazione di finti seggi di raccolta dei voti? Credo che un Presidente eletto con queste modalità non possa essere credibile agli occhi della Comunità Internazionale, perchè rappresentante di una democrazia zoppa, priva della sua essenza: la regolità della consultazione elettorale.
Le difficoltà, però, non sono da collegare solo alla debolezza politica del governo Karzai e alla notevole capacità riorganizzativa degli studenti coranici ma anche e soprattutto al doppio-gioco dei paesi confinanti, su tutti il Pakistan. Islamabad, considerato dagli Stati Uniti e da tutta la coalizione internazionale come partner strategico fondamentale per la pacificazione dell’Afghanistan e per la lotta al terrorismo fondamentalista, ha ricevuto, in questi anni, notevoli aiuti economici e starebbe per “accaparrarsi”, a detta del Segretario di Stato americano Hillary Clinton, altri 500 milioni di dollari. Peccato che tutti questi soldi non abbiano prodotto alcun miglioramento per la popolazione afghana.
I dubbi sulla “fedeltà” del Pakistan sono riaffiorati appunto con lo “scoop” di Wikileaks, sito che ha pubblicato in rete ben 92.000 rapporti redatti dal Pentagono dal gennaio 2004 al dicembre 2009 sulla guerra in Afghanistan. Documenti in cui si denuncia la collaborazione tra i servizi segreti pachistani e i talebani, finalizzata ad aiutare e sostenere Al Qaida nella progettazione di attacchi contro gli Stati Uniti. Di fronte a questi scenari non possono che affiorare ulteriori domande: qual’è l’utilità di questa guerra? A che gioco si sta giocando in Afghanistan, diventanto ormai il nuovo Vietnam dei soldati americani e di tutta la coalizione?
Nessun Commento »
|