Archivio per la Categoria “Politica”
Da anni si parla del federalismo fiscale come di una necessità, una nuova dottrina politico-economica dalla cui (graduale) applicazione dipenderebbe il futuro, in positivo o in negativo (a seconda dei punti di vista), del nostro paese.
Alcuni addetti ai lavori affermano che il federalismo permetterà alle varie aree del paese di auto sostenersi ed autoregolamentarsi. Sento, spesso, fare riferimento anche alle maggiori possibilità, dal punto di vista del controllo e del giusto utilizzo delle risorse, che il federalismo fiscale garantirebbe alle popolazioni residenti.
Insomma tramite il federalismo si dovrebbe maggiormente controllare la spesa, evitando lo spreco o il mal utilizzo di denaro pubblico, “peccato” storico del bel paese, e si creerebbe, inoltre, un rapporto più stretto e trasparente tra governanti e governati.
Tuttavia, spulciando il decreto sul federalismo municipale, apprendo, con stupore, della possibile introduzione di una tassa di soggiorno che, applicata secondo criteri di gradualità e sino ad un massimo di 5 euro a notte, andrebbe a finanziare interventi in materia di turismo, di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali nonché di servizi pubblici locali.
A questo punto la domanda sorge spontanea, come diceva anni addietro un famoso conduttore televisivo: in che modo il turista potrà costantemente controllare che le risorse, prelevate dalle sue tasche, siano correttamente spese? E’ soprattutto, nel caso in cui ciò non avvenga, (cosa molto probabile) come potrà, di conseguenza, rivalersi, dal punto di vista politico, su quella amministrazione locale, colpevole di non aver fatto il proprio dovere?
Scusatemi ma, anche in questo caso, qualcosa non mi torna.
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Circa un mese fa, navigando nei meandri di internet, appurai dell’esistenza di un libro, il cui titolo, con i tempi che corrono, mi sembrò a dir poco irriverente e azzardato. Per quale ragione, pensai in quel preciso istante, Gerry Stoker, docente di Politica e Governance all’Università di Southampton, ha deciso di scrivere un libro dal titolo molto coraggioso, “Perché la politica è importante”, in un contesto storico caratterizzato da un forte disincanto nei confronti della stessa?
Subito pensai alla complessità della missione cui il libro era chiamato ad adempiere: convincere il semplice cittadino che la politica, nonostante la diffusa corruzione, la sua attuale incapacità di dare risposte concrete ai problemi del paese e il misero teatrino che ci viene quotidianamente offerto, è ancora importante.
Nonostante ciò, è stato però proprio il titolo ad incuriosirmi e a farmelo acquistare. Ho voluto, in un certo senso, “aggrapparmi” a questo libro, nel tentativo, forse troppo ottimistico, di trovare nuovi stimoli ( o di rafforzare quelli già esistenti) all’interno di un quadro socio-politico caratterizzato, a tutti i livelli, da un forte immobilismo, dal prevalere dell’individualismo e del consumismo e dalla svalutazione di tutto ciò che si richiami alla bellezza dello “stare insieme”.
La politica non riesce più, a mio modesto parere, a creare spazi e possibilità di scelta collettiva. Essenzialmente per due motivi. Innanzitutto, perché i politici, oggi, non sono molto interessati, nella grande maggioranza dei casi, alla verità e alla condivisione delle scelte, bensì alla mera conquista del potere e alla sua conservazione. Pertanto, per soddisfare la loro sete di potere, fanno in modo che i cittadini restino nell’ignoranza, “impegnandosi” affinché la gente volga perennemente le spalle alla verità, anche quella che condiziona in modo determinante la vita di ognuno di NOI. In poche parole la politica attuale scoraggia drammaticamente la partecipazione dei cittadini, salvo poi incentivarla per convenienze elettorali o mediatiche. Il cittadino non dovrebbe essere strumentalizzato, bensì tenuto costantemente informato sull’amministrazione della cosa pubblica, soprattutto dopo che si è ricevuto il mandato dagli elettori. Dovrebbe essere messo al corrente di ciò che si vorrebbe realizzare ( ma su questo i politici, con tutte le promesse che fanno, non dimostrano particolari difficoltà!!!). Dovrebbe essere periodicamente informato delle modalità attraverso le quali si starebbe tentando di realizzare un progetto o un obiettivo promesso in campagna elettorale e, di contro, anche delle difficoltà o degli ostacoli che si incontrerebbero sulla strada della sua concretizzazione ( su questo i politici non sono molto disponibili, convinti che i cittadini dimentichino facilmente quanto promesso in campagna elettorale). L’organizzazione di incontri pubblici ed eventi dovrebbe essere, ad intervalli di tempo regolari, costantemente assicurata al fine di coinvolgere attivamente il cittadino nei processi decisionali che lo riguardano. Sostanzialmente, e concludo, l’approccio pubblico deve avere il sopravvento su quello privato, in qualsiasi problematica che interessi, direttamente o indirettamente, i cittadini. Solo così ognuno di NOI potrà vedersi restituito il diritto di essere artefice del proprio destino, potrà sentirsi parte indispensabile di un futuro che TUTTI, in questo modo, contribuiremmo a costruire, potrà sentirsi interprete di una nuova solidarietà ed essere protagonista di un nuovo modo di governare. Potrà, insomma, riscoprire la bellezza dello “stare insieme”.
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Ho assistito l’altra sera nel corso della trasmissione di Serena Dandini, Parla con Me, all’intervista del Presidente Carlo Azeglio Ciampi.
Ho sempre avvertito nei confronti di Ciampi una profonda stima e un grande “attaccamento”, rinforzati dalla lettura, qualche mese fa, del libro, curato da Arrigo Levi, “Carlo Azeglio Ciampi. Da Livorno al Quirinale”. Un’opera che ripercorre tutta la sua vita, dalle radici livornesi all’Università, dalla partecipazione alla guerra all’esperienza in Banca d’Italia, e prima ancora come insegnante, passando per gli anni della Politica durante i quali fu Ministro, nonché Capo del Governo e Presidente della Repubblica. Un uomo imbevuto di valori importanti (il rispetto della dignità umana e delle istituzioni, l’onestà, la religiosità) che ogni giorno sempre più stiamo smarrendo. Un uomo che facendo esclusivo affidamento sullo studio, sulla tenacia, sul coraggio, sulle proprie capacità, sulla SPERANZA è riuscito, giorno per giorno, a costruire, per se stesso e per gli altri.
Riporto alcuni stralci di questa intervista.
“Ritornato a Livorno nel ’44, dopo quattro anni di guerra tra Italia e Albania, la città era distrutta per il 70% , vivevamo in una Livorno in cui non c’era acqua, luce e gas….. però eravamo pieni di SPERANZA… eravamo convinti ogni mattina che la sera avremmo fatto un passo avanti..questa era la nostra forza e riuscimmo a costruire un paese.. pensavamo di riuscire a costruirlo anche moralmente dopo vent’anni di buio e quattro anni di guerra e riuscimmo a fare molto.
Oggi debbo dire…… mi sarei augurato che l’Italia fosse un paese migliore.. Io do molta importanza all’etica della persona e all’etica delle istituzioni.. due cose disgiunte ma che si congiungono nell’uomo.. etica delle persone significa avere dignità per sé stessi e per il proprio prossimo.. rispetto della persona umana. E oggi questo esiste molto poco…ancor più sento debole il rispetto delle istituzioni, Noi sentiamo poco le istituzioni, bisogna crescere col culto delle Istituzioni, bisogna rispettarle, interpretarle, accrescerne la dignità.
Occorre suscitare nei giovani, speranze, ideali nei quali credere, per i quali impegnarsi, con forza, con fiducia questa è la ricetta….La scuola deve avere in questo un ruolo fondamentale..non deve essere solo luogo di apprendimento di nozioni ma anche di apprendimento del modo di vivere le nostre istituzioni ma anche la nostra stessa vita…
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RIPORTO UN ARTICOLO REDATTO DAL PRIMARIO DEL REPARTO DI RADIOTERAPIA DELL’OSPEDALE “PERRINO” DI BRINDISI, MAURIZIO PORTALURI, IN MERITO ALL’ORGANIZZAZIONE DEL CICLO DEI RIFIUTI E ALLA NECESSITA’ DI VERIFICARE LE GRAVI CONSEGUENZE PRODOTTE DA DISCARICHE ED INCENERITORI SULLA SALUTE DEI CITTADINI. L’ARTICOLO E’ PUBBLICATO ANCHE SU BRUNDISIUM.NET
Ed anche in Puglia alla fine spuntano gli inceneritori. Ce ne è uno a Massafra, uno a Modugno ed uno in costruzione a Borgo Tressanti a Foggia. Tutti del gruppo Marcegaglia.
La Giunta di centro destra cercò di costruirne uno a Trani ma non ci riuscì. Recentemente un nuovo “mantra” viene ripetuto dal presidente Vendola e dall’Assessore all’ambiente Nicastro: “ci vogliono inceneritori di ultima generazione per chiudere il ciclo dei rifiuti”.
Purtroppo cambiano gli attori ma la trama è sempre la stessa. Per cui vale la pena di ricordare ai cittadini alcuni elementari principi.
Se si fa la raccolta differenziata porta a porta, non ci sarà mai abbastanza rifiuto da incenerire. L’incenerimento è economicamente vantaggioso per i gestori degli impianti a condizione che le quantità assicurate all’incenerimento siano adeguate. Quindi o si fa raccolta differenziata o si brucia. “Tertium non datur”.
L’incenerimento ha come prospettiva l’incremento nel tempo della tassa rifiuti proprio per l’alto costo di gestione degli impianti. I vantaggi economici sono solo per i gestori, non per la collettività. Infatti l’occupazione prodotta da simili impianti è risibile in confronto a quella prodotta con la raccolta porta a porta e con il riciclo dei materiali.
Una regione che avesse a cuore una industria ecologica, svilupperebbe l’imprenditoria del riutilizzo.
Dal punto di vista del bilancio energetico, il riciclo dei materiali è molto più vantaggioso dell’incenerimento.
Dal punto di vista ambientale e sanitario bruciare rifiuti è una scelta che si muove contro due importanti indirizzi della Comunità Europea: la riduzione dell’immissione di diossine nell’ambiente, perchè il loro contenuto negli organismi biologici, uomo compreso, è ormai a livelli di guardia, e la riduzione della produzione dei rifiuti alla fonte.
Il “mantra” ripete anche che a mille gradi non si producono diossine ma non dice che a mille gradi bisogna arrivarci e poi bisogna raffreddare gli impianti. Inoltre, poiché nulla si crea e nulla si distrugge, ciò che non va in aria resta nei filtri e nelle ceneri. E dove vanno le ceneri?
Avremo trasformato materiali riutilizzabili in rifiuto tossico-nocivo, che avrà a sua volta bisogno di uno smaltitore e di una discarica speciale. Una semplice assurdità.
La verità è che non si è mai voluta sviluppare una vera raccolta differenziata ed una industria del riutilizzo dei materiali. Chi produce materie prime e gestisce inceneritori e discariche può stare quindi tranquillo.
Per queste preoccupazioni nel 2008 gli Ordini dei Medici della Regione Emilia Romagna insorsero contro il dilagare degli inceneritori e l’allora ministro Bersani chiese al Ministro della Salute di intervenire per censurarli. Quei medici non si sono fatti intimidire e continuano a dire la verità sugli inceneritori come è accaduto a Parma qualche settimana fa.
A Brindisi, dove il carbone bruciato negli ultimi 5 anni è aumentato del 30%, dove si vuole sostituirne il 5% con il CDR (rifiuti) e si vuole costruire qualche altro inceneritore, siamo ancora in attesa del “II tempo” annunciato a più riprese dal governo regionale, dopo quello, un po’ misero in verità, di Taranto.
Un tempo dove la riduzione delle nocività si accompagni alla quantificazione dei danni ambientali subiti, attraverso la misurazione degli inquinanti finora mai misurati e delle patologie mai rilevate. Non altro.
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RIPORTO L’ARTICOLO REDATTO DAL SOTTOSCRITTO PER IL PERIODICO ORIZZONTI NUOVI.
Mi capita, ormai sempre più spesso, di abbandonarmi ad intime riflessioni e collettive disquisizioni in merito allo stato di salute della politica e, di riflesso, della democrazia in Italia.
La democrazia, si sa, è ( o almeno dovrebbe essere ) il governo del popolo. Ma la domanda che mi pongo e che mi capita, sempre più frequentemente, di porre ai miei molteplici e occasionali interlocutori è quasi sempre la stessa: fino a che punto NOI cittadini possiamo o vogliamo partecipare alla vita politica del paese? In quale misura ci viene concretamente permesso o siamo effettivamente disposti ad incidere sulle questioni che ci riguardano? Domande, a parer mio, legittime per cercare di individuare, quantificare ed analizzare, nel modo più obiettivo possibile, le responsabilità di una situazione politica a dir poco avvilente, caratterizzata dal proliferare di cricche e nuove logge massoniche, dal rafforzamento di favoritismi e discriminazioni, dal disprezzo di qualsiasi forma di moralità pubblica, da contrasti, sempre più frequenti, tra organi costituzionali.
Sento ripetutamente parlare di pericolo che il nostro paese e la nostra democrazia starebbero correndo dal 1994, anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Penso sinceramente che tale pericolo, per vari motivi, esista.
Oggi più che mai.
Il controllo quasi totale dei mezzi di informazione da parte del premier, la scandalosa legge elettorale, che priva il cittadino di ciò che costituisce l’essenza di qualsiasi democrazia, cioè la possibilità di scegliere liberamente i propri rappresentanti in parlamento, nonché il conflitto d’interessi, rappresentano le cause principali del decadimento democratico del nostro paese. Ma esiste un’altra questione altrettanto, se non maggiormente, importante: la crescente e diffusa disaffezione nei confronti della politica, percepita sempre più dai cittadini come strada preferenziale per il raggiungimento di fini privatistici, come teatrino di schermaglie e rancori personali. Ma anche NOI, come cittadini, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità rispetto a tale situazione. Quasi sempre, infatti, scateniamo le nostre invettive contro i politici dimenticando che le classi dirigenti, a qualsiasi livello, sono anche lo specchio della cittadinanza.
Ogni giorno leggiamo sui giornali di un paese in difficoltà, di famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese, di precarietà del lavoro che diviene precarietà della vita, di giovani e non che perdono il posto di lavoro o cercano invano un’occupazione. E di fronte a tale situazione mi domando, al pari di tanti altri giovani: dove sono i partiti? Cosa fa la politica per risolvere problemi così drammatici? Ben poco, se non nulla, impegnata esclusivamente nella diffusione di inutili sondaggi, nel continuo monitoraggio del consenso, nel perfezionismo mediatico, tutte forme di quel professionismo politico che, portato alle estreme conseguenze, ha prodotto la svalutazione del cittadino a mero consumatore e il suo allontanamento dalla politica. Ed è proprio, a mio parere, l’assenza di “dilettantismo” la ragione principale delle difficoltà della politica. Difficoltà che si traducono, inevitabilmente, in crisi delle istituzioni democratiche. Si, avete capito bene dilettantismo. Perché la politica di oggi è sempre più un privilegio di pochi e sempre meno un’opportunità per i molti. NOI cittadini non abbiamo bisogno di occasionali e svalutanti “chiamate alle armi” ma necessitiamo di vera partecipazione. Vogliamo ritornare ad avere voce in capitolo nelle decisioni che contano. Abbiamo bisogno di confronto, di spazi di dialogo e discussione. Abbiamo bisogno di democrazia.
Abbiamo sete di idee e progettualità politica.
Le elezioni sono sempre dietro l’angolo. Berlusconi non smette di indicarle, un giorno si e l’altro pure, come unica soluzione percorribile qualora, alla ripresa dei lavori parlamentari, il suo governo non ottenesse la fiducia in parlamento. Contemporaneamente il premier rifiuta categoricamente qualsiasi ipotesi di governo tecnico o di transizione, considerata come l’ennesimo tentativo di ribaltamento del risultato elettorale e quindi della sovranità popolare da parte del centrosinistra. Ecco che il popolo ritorna utile nel momento in cui è necessario fare propaganda. Succede ormai da quindici anni a causa, a mio modesto parere, di quel professionismo politico cui ho fatto precedentemente riferimento. Ma quanto ha veramente contato il popolo in questo lasso di tempo? Il cittadino può essere un buon custode della democrazia se limita, volente o nolente, la propria partecipazione al mero esercizio del diritto di voto? Negli ultimi tempi c’è sicuramente un risveglio importante della società civile (ad esempio le esperienze del popolo viola o la raccolta firme per i referendum sull’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento) ma noi ragazzi e ragazze di centrosinistra abbiamo bisogno di un sussulto, di un fatto nuovo, di una svolta positiva da parte dei nostri partiti di riferimento. Una svolta che è necessaria per uscire dall’apatismo in cui siamo caduti. Abbiamo bisogno di una vera alternativa al berlusconismo, una alternativa delle idee pulite ( come recita questo nostro 5° incontro nazionale) che abbia come principali capisaldi la lotta al privilegio, il riconoscimento del merito, il sostegno ai poveri e agli emarginati, la riscoperta della dimensione collettiva. Dobbiamo farci portatori di un modello sociale che abbia come elemento fondamentale la partecipazione della società civile e le idee da essa provenienti. La politica deve ritornare ad essere occasione importante per stare insieme, spazio all’interno del quale sviluppare una appartenenza. Perché da giovane di sinistra sono stanco di sentirmi dire ( a ragione ) che i partiti sono tutti uguali.
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Negli ultimi mesi abbiamo assistito (ed assistiamo) ad un teatrino a dir poco indecente, caratterizzato da rotture e schermaglie politiche, dalla continua minaccia o richiesta ( a seconda dei diversi punti di vista) di elezioni anticipate, dalle dimissioni di ministri e sottosegretari, dalla nascita di nuovi gruppi parlamentari. I berluscones e i finiani continuano a rimbalzarsi le responsabilità della rottura, Bossi parla assiduamente di elezioni anticipate nel caso in cui Berlusconi non riuscisse ad ottenere, alla ripresa dei lavori parlamentari, la fiducia sui famigerati cinque punti che dovrebbero caratterizzare il nuovo programma di governo: fisco, giustizia, immigrazione, federalismo, mezzogiorno. Il Partito Democratico non ha altro di meglio da proporre che un nuovo Ulivo ( che poi sarebbe il vecchio), una nuova accozzaglia di partiti uniti semplicemente dall’antiberlusconismo. Peccato che a molti elettori sfugga il modello sociale alternativo che il centrosinistra vorrebbe realizzare nel caso in cui si riuscisse a far “cadere” Berlusconi. Per una ragione molto semplice: perché non esiste. L’Udc continua a fare ciò che gli riesce meglio: stare con un piede in due (o addirittura tre) scarpe. Un giorno ammicca al PDL, l’altro giorno a Bersani, l’altro ancora ai finiani e Rutelli. Anche l’Italia dei Valori chiede elezioni anticipate, a meno che non ci siano i presupposti di un governo tecnico che abbia come unico obiettivo quello della riforma della legge elettorale.
I partiti, come al solito, litigano e la gente si disaffeziona sempre più alla politica. Politica che ormai non è più produzione di idee, non è più individuazione delle priorità da affrontare, non è più soluzione dei problemi, non è più momento di partecipazione, non è più occasione per i cittadini di dire la propria su questioni che essi ritengono importanti. Politica che non è più diritto di scegliere liberamente i propri rappresentanti in Parlamento. Questione, quest’ultima, fondamentale per restituire al cittadino quella dignità democratica di cui è stato porcatamente derubato
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Circa un anno fa parlai, in questo spazio, di PDL che, fin dalla sua nascita, si contraddistingueva per le vedute non proprio comuni dei due cofondatori: il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e quello della Camera Gianfranco Fini. Due leader che, dal marzo del 2009 ad oggi, hanno via via acuito le loro distanze. Su tutti i fronti. Sull’organizzazione del partito ( il PDL non è una caserma ripeteva costantemente Fini) e su questioni prettamente politiche (su tutte l’immigrazione, la legalità, la laicità dello stato, il testamento biologico). Ad esse si sono sicuramente aggiunte comuni ambizioni personali. Entrambi puntano, infatti, nel 2013, anno in cui finirà il mandato di Giorgio Napolitano, al Quirinale. Fini si è opposto a tutto (o quasi) negli ultimi mesi. Ha criticato il DDL intercettazioni ( a dir poco vergognoso e voluto fortemente dal Premier in nome della difesa della privacy), costringendo la maggioranza a modificarne il testo originario e rimandandone l’esame in aula a settembre. Ha espresso continuamente la propria contrarietà per la posizione dominante della Lega all’interno della coalizione di Governo. Si è opposto duramente alla nomina a Ministro per l’Attuazione del Federalismo di Aldo Brancher che, appena dopo aver giurato dinanzi al Capo dello Stato, ha tentato opportunisticamente di avvalersi del legittimo impedimento. Dopo soli 17 giorni lo stesso Brancher è stato costretto a dimettersi. L’aveva fatta troppo grossa agli occhi dell’opinione pubblica!!! Anche su Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, Fini non si è tirato indietro dal dire la sua ( “qualsiasi governo serio non dovrebbe accettare che chi ha avuto e continua ad avere comprovati rapporti col clan dei Casalesi continui a fare il sottosegretario”). Cosentino pochi giorni dopo si sarebbe (finalmente !!!) dimesso. E poi i continui richiami sugli innumerevoli tentativi di leggi ad personam da parte del Premier ( il lodo Alfano, il processo breve e, per ultimo, il legittimo impedimento, sulla cui legittimità costituzionale si pronuncerà la Consulta il prossimo 14 dicembre) nonché l’insofferenza verso quella parte del PDL che delegittima costantemente il lavoro dei magistrati e assurge a propri eroi personaggi come Vittorio Mangano. E’,dunque, sul tema della legalità che negli ultimi mesi si è incentrato lo scontro tra Fini e Berlusconi, in passato uniti dal garantismo oggi divisi dall’illimitato desiderio di impunità del Premier e della sua cricca. Oggi su “Il Fatto Quotidiano” Furio Colombo, a proposito della rottura tra Berlusconi e Fini e della conseguente formazione in Parlamento, da parte di quest’ultimo, di un proprio gruppo parlamentare (“Futuro e Libertà per l’Italia) parlava di “giorno di inizio della fine”. Non sarei per ora così ottimista ma sicuramente si è chiusa un’epoca.
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Dopo l’approvazione della Riforma sanitaria con la quale si è garantita l’assistenza medica a ben 33 milioni di americani, fino a quattro mesi fa totalmente sprovvisti di qualsiasi tipo di sostegno in caso di malattia, il Presidente americano Barack Obama ha raggiunto quattro giorni fa, a mio modesto parere, un ulteriore importante traguardo: la riforma di Wall Street. Una legge finalizzata al riordino del sistema di regolamentazione e controllo del settore finanziario al fine di evitare che si verifichino crisi di portata mondiale, come quella che, iniziata circa due anni fa, sta ancora dispiegando negli States, e non solo, i suoi “benefici” effetti.
“ Gli americani non pagheranno più per gli errori della Finanza” ha detto Obama, promulgando il testo approvato dalla Camera e dal Senato in poco più di 15 giorni. Testo che prevede un forte aumento della protezione dei consumatori e regole nuove e maggiormente stringenti nella conduzione degli affari. E’ inaccettabile che gli immensi danni provocati dalla gestione scellerata di alcuni manager continuino ad essere ripianati con i soldi dei contribuenti, della collettività. Ed è altrettanto inaccettabile che a tali manager, nonostante la loro incompetenza o avvenenza, continuino ad essere erogati bonus e premi con disarmante facilità. Negli Stati Uniti la classe politica lo ha capito e, penso sia opportuno ripeterlo, in 15 giorni si è giunti alla approvazione di una legge. In Italia siamo, anche su questo tema, in età preistorica. Non riusciamo, ad esempio, nemmeno ad aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie dal 12,50% al 20%.
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Ancora la trattativa tra Stato e Mafia al centro di questo spazio. A costo di annoiarvi. Un tema su cui non bisogna trascurare nulla, nemmeno i minimi particolari, per poter giungere alla vera verità. Verità che per anni ha coinciso con l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per volontà esclusiva di Cosa Nostra, come conseguenza della mancata revisione, nel maxiprocesso di appello a Palermo, delle condanne inflitte in primo grado ai boss della Cupola (Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Luchino Bagarella su tutti, peraltro ancora in quel periodo latitanti). Poi hanno iniziato a parlare Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito ex Sindaco di Palermo e Gaspare Spatuzza, boss del quartiere di Brancaccio Entrambi, con le loro rivelazioni, stanno riscrivendo il biennio 1992- 93, diventato ormai quello della trattativa.
Gaspare Spatuzza, soprattutto, ha fatto più volte riferimento nelle aule di Tribunale alla strategia stragista di Cosa Nostra. Le stragi furono utilizzate, secondo quanto da lui riferito, come strumento di ricatto nei confronti dello Stato e delle Istituzioni, al fine di ottenere alcune di quelle richieste, contenute nel famoso papello, che Salvatore Riina, per mano di don Vito Ciancimino, avrebbe qualche mese prima fatto pervenire al capitano del Ros De Donno: la revisione del maxiprocesso, l’ammorbidimento del 41-bis e delle norme disciplinanti la confisca dei beni mafiosi, la riforma della legge sui pentiti. Gli attentati di Via Palestro a Milano ( 27 luglio 1993) e di via dei Georgofili a Firenze ( 27 maggio 1993), nonché quelli alla basilica di San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro a Roma, avevano un unico obiettivo: ridefinire i contenuti e i referenti della nuova convivenza con lo Stato. Referenti che secondo Spatuzza, sulla base di alcune confidenze fattegli da Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio, furono individuati in “quello di Canale 5 ( il premier Silvio Berlusconi) un affidabile compaesano (Marcello Dell’Utri) che, al contrario dei socialisti, si erano rivelati gente molto seria, in quanto capaci di affidare il paese nelle loro mani”.
Spatuzza, dunque, ha ribaltato tutti i teoremi costruiti, in anni ed anni di indagine, sulla base delle rivelazioni di un altro pentito, Vincenzo Scarantino, presentato, fin da subito, come l’uomo che procurò la Fiat 126 utilizzata per la strage di Via D’Amelio. Scarantino, pur non essendo mai stato riconosciuto dai boss di Cosa Nostra, sarebbe stato considerato attendibile dalle Procure per un pò di anni. In pratica un falso pentito, creato a tavolino per depistare le indagini. Verità appurata in questi mesi e vicenda anch’essa piena di misteri. A tal proposito, sono state sollevate non poche ombre sulla figura dell’ex capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, morto nel 2002 a causa di un tumore, autore dell’arresto dello stesso Scarantino. È possibile che un poliziotto così esperto come La Barbera, a Palermo dal 1987, possa non essersi accorto del “falso pentito Scarantino“? Oppure è stato lo stesso La Barbera che “su commissione” ha costruito il pentito Scarantino? Nuove domande, nuovi dubbi su cui le Procure, soprattutto quella di Caltanissetta, stanno alacremente lavorando.
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La maggioranza di centrodestra si è dichiarata disponibile ad apportare alcune modifiche al ddl riguardante le intercettazioni. Due i punti maggiormente controversi:
- il limite temporale di 75 giorni, dopo il quale, in caso di approvazione dello stesso ddl, non si potrebbero più, da parte dell’Autorità Giudiziaria, effettuare intercettazioni su un determinato soggetto;
- l’applicazione della suddetta norma anche alle operazioni in corso e ai procedimenti pendenti.
Una disposizione, la seconda, che viola palesemente il principio di non retroattività della legge.
In attesa di conoscere le modifiche che verranno introdotte al ddl, riporto alcuni stralci dell’intervento fatto dal senatore PD e giornalista, nonché presidente della commissione di vigilanza RAI, Sergio Zavoli, all’apertura del dibattito in aula, lunedì scorso. Stralci che ci fanno riflettere sull’altro problema prodotto da tale ddl: la limitazione della libertà di stampa.
.….. Non posso dimenticare, signor Presidente, Albert Schweitzer che, nel suo celebre lebbrosario di Lambaréné, mi disse:”Fino a quando non diremo cose che a qualcuno dispiaceranno non diremo mai per intero la verità”…..
………. Forse, per comprendere che cosa è realmente in gioco vale la pena di ricordare anche quanto ha detto Hans Magnus Enzensberger: “Ai giornalisti di oggi spetta non il dovere, ma certamente il compito di fare chiarezza su tutto quanto, per loro merito o demerito, ci coinvolge”; vorrei inoltre aggiungervi il giudizio di Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, che ha avuto l’ardire, oltre che l’umiltà, di considerare l’informazione oggi più importante persino dell’economia: un azzardo – direte – ma non privo di qualche fondamento…….
…….Tuttavia, anziché tentare una equilibrata composizione, difficile ma necessaria, si è scelta la strada, a prima vista più facile, di restringere al massimo le intercettazioni, di ricorrere alla minaccia del carcere per i giornalisti (poi ragionevolmente lasciata cadere), infliggendo multe pesantissime, anche se poi ridotte per le piccole testate, a carico degli editori, aprendo la strada all’intervento della proprietà sul contenuto dei giornali che, come sappiamo, è competenza esclusiva del direttore…….
……una serie di errori non da poco, ancora passibili di correzione, conferisce qua e là un carattere repressivo e illiberale a questo progetto, e lo sarebbe ancora di più se la pratica delle intercettazioni dovesse limitare l’azione legittima e indispensabile della magistratura, per esempio – cito il caso più vicino e irrisolto – quando la comunità nazionale si sente offesa dalla cosiddetta cricca (una parola d’uso comune per indicare un clima ben più che equivoco). Qui la materia affronta aspetti controversi di legittimità che affido a chi ha dottrina per farlo; ma sono persuaso signor Presidente, che in un Paese in cui dopo 21 anni si vanno a cercare le impronte lasciate dagli attentatori di Giovanni Falcone sugli scogli dell’Addaura e dove, rovistando tra vecchie collezione di giornali, si trova la fotografia di un agente segreto sempre presente quando è alle viste o in preparazione o addirittura in atto un’azione eversiva gravemente criminosa, la funzione della stampa si riveli fondamentale………
…….Parlo di cose da tutti voi conosciute, dolendomi della sommarietà cui ho dovuto tenermi, ma il Senato, il luogo della nostra risposta a una delega popolare fondata sul valore e sulle modalità della trasparenza politica, civile e morale, non può non disporsi a compiere un dovere di inestimabile significato.
E perché nessuno si senta escluso dalla vitale necessità di salvaguardare il dettato costituzionale, lasciatemi ricordare la parola più alta, data a tutti perché venga pronunciata per tutti. Una parola che vive dentro e fuori di noi, quand’anche non ci si accorga della sua presenza. Una parola che è come l’aria, la quale ci tiene in vita, si può dire, quasi a nostra insaputa, chiunque si sia e dovunque si stia. È una parola che va detta e udita in nome delle responsabilità che essa esige. Quella parola è così solenne che si stenta a ripeterla senza qualche imbarazzo, ma libertà – cui tutti dobbiamo continuamente richiamarci – è la prima a dar vita alle nostre speranze di non venire sconfitti dalle nostre stesse sordità, o peggio dalla nostra rassegnazione.
Pronunciamola, dunque, dandole un fondamento comune: è la sola che nessuno può pronunciare solo per se stesso, ed è di quelle che, signor Presidente, in quest’Aula devono avere la precedenza.
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