Archivio per la Categoria “Politica”

Norman Podhoretz in un suo libro molto interessante, La quarta guerra mondiale, sostiene che l’attentato dell’11 settembre 2001 sia stato frutto di una sottovalutazione trentennale, da parte degli Usa, dei terroristi islamici che, di fronte all’inerzia dei vari governi americani del passato, oltre a mettere a segno in tutto il mondo, già dagli anni ‘70, numerosi attentati contro obiettivi statunitensi, avrebbero sviluppato competenze e capacità militari tali da permettere loro di organizzare l’attentato contro il World Trade Center, provocando la morte di circa 3000 persone. Una inerzia e una “trascuratezza” che, dopo questa tragedia, non poteva più essere tollerata. Da questa convinzione e dalla necessità di annientare militarmente Al Qaeda, sarebbero nate la dottrina Bush e le conseguenti guerre in Afghanistan ed Iraq.
Nel discorso del 20 settembre 2001 George W. Bush dichiarava: “Non dimenticherò la ferita inferta al nostro paese né tantomeno coloro che ci hanno colpito. Non esiterò, non mi fermerò e non mi tirerò mai indietro in questa battaglia per la libertà e la sicurezza del popolo americano”.
Queste parole dell’ex presidente americano erano dettate dalla convinzione che l’America, l’occidente, il mondo libero fossero, con gli attentati alle Torri Gemelle, sotto attacco dell’Islam radicale, intenzionato a distruggere tutto ciò per cui l’America ritenesse giusto combattere. Pertanto, partendo dall’ assegnazione di un giudizio morale alle relazioni internazionali, gli Stati Uniti erano il bene, mentre gli stati che aiutavano logisticamente e finanziariamente i terroristi erano il male.
Secondo Bush e la sua amministrazione gli islamisti radicali avevano iniziato una guerra contro l’occidente e il mondo libero.
Ma veramente l’Islam ha, dal 2001, l’obiettivo di invadere e soppiantare l’Occidente?
Alcuni studiosi sostengono sia esattamente il contrario e cioè che l’11 settembre 2001 sia la risposta dell’Islam al tentativo della civiltà occidentale di espandersi imperialisticamente e senza limiti. A tal proposito, Toynbee, uno dei massimi studiosi dell’argomento, ha dichiarato che “la civiltà occidentale ha letteralmente assediato le altre civiltà, possedendo la capacità di aggredire il codice genetico delle altre culture.” La tecnologia e gli avanzati mezzi di comunicazione sarebbero gli strumenti cardine di questa aggressione.
Da queste affermazioni risulterebbe una aggressione dell’Occidente alle altre civiltà, alla quale l’Islam, possedendo poche capacità adattative ed essendo ancora un sistema teocratico, reagirebbe con l’intransigenza ed il terrorismo.
Dove risiede la verità? Gli occidentali sono veramente invasivi oppure è l’Islam che sta cercando di imporre i suoi dogmi all’Occidente? L’occidente deve farsi carico della missione civilizzatrice di insediare la democrazia in terra islamica? E, soprattutto, una civiltà “imperialista e capace di intaccare il codice genetico delle altre culture” può legittimamente “esportare” la democrazia?
Su questo tema ritornerò nei post successivi.

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“Chi sbaglia e commette reati sarà messo fuori dal partito e non potrà pretendere di stare in nessun movimento politico”.

E’ ( o meglio sarebbe) la nuova linea politica del premier Berlusconi, il quale ha annunciato anche “severe” misure anticorruzione. L’uso del condizionale è d’obbligo in quanto, per l’ennesima volta, alle parole non corrispondono, almeno per ora, i fatti.
Subito dopo le dichiarazioni del premier, infatti, Nicola Cosentino (coordinatore PDL in Campania e Sottosegretario all’economia con delega al CIPE) su cui pende un ordine di cattura per associazione camorristica, non eseguito per respingimento della richiesta di autorizzazione a procedere, ha rassegnato le dimissioni da entrambi gli incarichi. Berlusconi si è però affrettato a respingerle, ribadendo la sua personale stima nei confronti di Cosentino.
L’annuncio del Premier riguardante la “necessaria” presentazione di “liste pulite” alle prossime elezioni regionali e l’imminente adozione, da parte del governo, di norme anticorruzione non possono non destare scalpore, alla luce del curriculum giudiziario di alcuni esponenti dell’esecutivo e della maggioranza. Su tutti Marcello Dell’Utri ( condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa a Palermo, nonché condanna definitiva, rimediata a Torino, per aver patteggiato 2 anni e 3 mesi riguardo a false fatturazioni e frodi fiscali riconducibili a Publitalia), il ministro Umberto Bossi (condanna definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxi tangente Enimont), l’ex ministro della giustizia Castelli (condannato dalla Corte dei Conti per 500 mila euro di danno erariale causato dalla elargizione di facili consulenze ai tempi in cui era ministro), l’attuale ministro per i rapporti con le Regioni Raffaele Fitto, sotto processo per corruzione ( avrebbe ricevuto da Giampaolo Angelucci, re delle cliniche private romane e pugliesi, 500 mila euro per finanziare la propria lista, “La Puglia prima di tutto” durante le elezioni regionali del 2005) . Per non parlare dello stesso Premier che però, attraverso prescrizioni e leggi ad personam, evita da decenni di presentarsi ai processi.
Con queste premesse che contenuto potranno avere queste nuove norme? Che efficacia e credibilità potranno avere le stesse se a vararle saranno membri della maggioranza e di governo palesemente nei guai con la giustizia?
Probabilmente, con la vicinanza delle elezioni regionali, il premier cercherà di fagocitare mediaticamente anche il tema della questione morale. Aspetto su cui, invece, dovrebbe avere il buon gusto, assieme ad una folta schiera di parlamentari bipartisan, di non pronunciare nemmeno una parola.

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Sono molti, negli ultimi giorni, gli spunti di carattere politico che, indubbiamente, meriterebbero un approfondimento: la visita di Berlusconi in Israele, la legge sul legittimo impedimento, la decisione del governo di impugnare, davanti alla Corte Costituzionale, le leggi di Campania, Puglia, Basilicata che vietano l’installazione di centrali nucleari sui propri rispettivi territori.
Nonostante ciò, vorrei però soffermarmi su un provvedimento ( il disegno di legge n. 1956), in discussione in aula al Senato, nel quale si prevede la trasformazione della Protezione Civile in una S.p.A. a capitale interamente pubblico, “al fine di garantire economicità e tempestività agli interventi del Dipartimento della Protezione Civile”. In pratica pur se la titolarità della stessa Protezione Civile continuerà a rimanere del Dipartimento, facente capo alla Presidenza del Consiglio, le funzioni strumentali passeranno interamente nelle mani della Protezione Civile Servizi S.p.A, la quale acquisirà le competenze ed il know how necessari ad affrontare le situazioni di emergenza e di calamità che potrebbero verificarsi sul territorio italiano. Pertanto, il rapporto tra il Dipartimento e tale S.p.A sarà regolato da un contratto di servizio i cui contenuti, assieme ai costi che dovranno essere sostenuti ogni volta che il Dipartimento chiederà l’impiego del personale, sono ancora, peraltro, del tutto sconosciuti. Gli unici due aspetti certi della vicenda sono che i sindaci verranno svuotati delle loro competenze in materia di Protezione Civile e che, essendo la società che si sostituirà a capitale interamente pubblico (inizialmente di un milione di euro), qualora si verificassero perdite di bilancio, le stesse sarebbero socializzate, cioè pagate dai cittadini, attraverso continui aumenti di capitale che, secondo quanto previsto dal comma 2 dell’art. 16 del suddetto disegno di legge, “sono determinati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze”.
Ho la sensazione (e forse anche più) che si stiano beffando, per l’ennesima volta, i cittadini italiani.

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La vittoria di Nichi Vendola alle primarie rappresenta, indubbiamente, una lezione per gli strateghi della politica. Per coloro che pensano la politica come un qualcosa che debba decidersi nei palazzi, per coloro che si sono presentati in questi mesi come i salvatori della Puglia. Lo spettacolo (indecente) sviluppatosi attorno alla scelta del candidato del centro-sinistra alla presidenza della Regione Puglia mi lasciava, giorno per giorno, sempre più amareggiato. Era chiaro a tutti, è stato chiaro a tutti, che la premiata ditta Casini-D’Alema (e non solo) ha cercato in tutti i modi di sbarazzarsi di Nichi. Il quale aveva avuto come unica colpa quella di mandare via dalla giunta regionale il delfino di baffetto D’Alema, Sandro Frisullo, implicato in uno scandalo di escort (e non solo) e di opporsi alla privatizzazione dell’Acquedotto Pugliese, business su cui Caltagirone, suocero di Casini, ha da tempo “messo gli occhi”. Di fronte a questo ostracismo continuo, Vendola ha chiamato a raccolta i giovani pugliesi, a rimesso al centro della politica i cittadini pugliesi, ha restituito alla politica quella dimensione pubblica da cui la stessa deve costantemente alimentarsi, ha fatto nuovamente sentire la Puglia partecipe di un qualcosa di cui i partiti di centrosinistra si erano abusivamente appropriati: la scelta del candidato alla presidenza della Regione Puglia. La politica non si fa nei palazzi ma coinvolgendo, il più possibile, la gente, facendola sentire costantemente partecipe dei destini di un territorio. Sinceramente ho sempre apprezzato Vendola. E’ preparato, capace, sempre pronto a condurre battaglie politicamente difficili. Ha commesso degli errori durante la sua presidenza, ma è dotato di un elemento non comune ai politici di oggi: è appassionato e ama la Puglia ed i pugliesi. In un articolo on-line qualche mese fa, prima dell’elezione a segretario di Pierluigi Bersani, si esortava provocatoriamente Vendola a “prendere” il PD, a diventare leader del maggior partito di opposizione, a costruire una alternativa al centrodestra. Ora Bersani, sostenuto da D’Alema, è diventato leader del Partito Democratico ( talmente democratico che fino a due settimane fa ha tentato di imporre il candidato dall’alto) e l’allargamento dell’alleanza di centrosinistra all’Udc rappresenta un elemento fondamentale della sua linea programmatica. Progetto, però, che con la vittoria di Vendola, non potrà realizzarsi in Puglia (come nel Lazio), subendo una non sottovalutabile battuta d’arresto. Il regno del “baffetto” non sarà definitivamente tramontato ma almeno lo stesso D’Alema ha capito che i pugliesi hanno ormai aperto gli occhi. E soprattutto, dopo ieri, hanno dimostrato di non volerli più chiudere.

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Lo scorso dicembre il pentito Gaspare Spatuzza, deponendo al processo d’appello a carico del senatore Marcello Dell’Utri, parlò di una confidenza fattagli da Giuseppe Graviano, boss del mandamento di Brancaccio, a Palermo. Siamo nel 1993. Durante la conversazione Graviano avrebbe rivelato a Spatuzza che “grazie ad un compaesano e a quello di canale 5″ Cosa Nostra aveva finalmente ottenuto, per il futuro, importanti garanzie in tema di confisca dei beni mafiosi e di applicazione del 41-bis, introdotto nel giugno del 1992 col superdecreto antimafia Scotti-Martelli. Nell’occasione ” il compaesano e quello di canale 5″ vennero anche etichettati dal boss di Brancaccio (a detta dello stesso Spatuzza) come uomini di parola, uomini di cui ci si poteva fidare ( al contrario dei politicanti della Prima Repubblica e dei socialisti), uomini che avevano consegnato l’Italia a Cosa Nostra.
Pochi giorni dopo, Graviano, chiamato a dare riscontro alle dichiarazioni di Spatuzza, decideva di non presentarsi davanti ai giudici e di inviare un fax che, letto in aula, recitava testualmente: “In sedici anni di detenzione ho espiato più di dieci anni di isolamento e la legge ne prevede come tetto massimo tre… Quando il mio stato di salute me lo permetterà sara mio dovere rispondere a tutte le domande che mi verranno poste”.
Dopo l’approvazione della legge che stabilisce la messa all’asta dei beni confiscati alla mafia ( facendo venire meno la obbligatoria assegnazione degli stessi a cooperative sociali e comunità di recupero), il primo dell’anno i giornali hanno pubblicato la notizia della revoca dell’isolamento diurno a carico di Giuseppe Graviano, una misura che gli permetterà di condividere, con altri detenuti, l’ora d’aria. Un lieve miglioramento del regime carcerario cui era ed è sottoposto, giustificato con motivazioni “prettamente tecniche” ( l’isolamento diurno può applicarsi per un massimo di tre anni,come stabilito dalla legge, e può accompagnarsi al rigore previsto dal 41-bis). “Strane concessioni” che potrebbero miracolosamente restituire la parola a Giuseppe Graviano e contribuire finalmente a fare chiarezza sull’esistenza o meno di una trattativa tra stato e Cosa Nostra nei primi anni ‘90. Oppure convincerlo definitivamente a tenere la bocca chiusa, a rimuovere totalmente quel passato raccontato da Spatuzza che, se confermato, avrebbe clamorose ripercussioni sul presente. Dubbi che potranno chiarirsi il prossimo 8 gennaio quando Graviano sarà forse richiamato in Tribunale per dare la sua versione. Nell’attesa vorrei rivolgere una domanda al guardasigilli Alfano: cosa intendeva , caro Ministro, quando poco più di due mesi fa parlava ai quattro venti di inasprimento del 41-bis?

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Ci si aspettava un discorso ad effetto stile piazza San Babila. Ad attenderlo, in Piazza Duomo, c’era il Popolo della Libertà, riunitosi per sostenere ed acclamare il Presidente del Consiglio, sistematicamente “perseguitato” dai giudici, dalla carta stampata e da alcune trasmissioni televisive.
Un accanimento mediatico-giudiziario che gli impedirebbe, oltre all’esercizio del mandato di governo attribuitogli dagli elettori circa un anno e mezzo fa, di occuparsi, a pieno regime, dei problemi del paese.
Ci si aspettava un colpo di teatro, in perfetto stile berlusconiano, alla luce delle continue prese di distanza dei finiani dalle decisioni del governo (ultima l’apposizione della fiducia sulla legge finanziaria) e dell’intervista rilasciata da Pierferdinando Casini, il giorno prima dell’aggressione, in cui il leader Udc auspicava la nascita di un fronte antiberlusconiano, a difesa della democrazia, che avrebbe coinvolto tutti i partiti d’opposizione.
Nessuno, invece, avrebbe potuto prevedere che un uomo, in cura da dieci anni per problemi psichici, Massimo Tartaglia, lanciasse una statuetta (raffigurante il Duomo di Milano) contro il premier, provocandogli la rottura di due denti, la lacerazione del labbro e l’infrazione del setto nasale.
Un episodio certamente figlio del clima di intolleranza e odio che caratterizza, da tempo, la vita politica italiana. Un odio che tutte le forze politiche, chi più chi meno, hanno contribuito a creare. Una deriva che ha portato la politica ad essere terreno di reciproche contese e scaramucce personali e non di soluzione dei problemi del paese. L’atto del Tartaglia è sicuramente deprecabile e da condannare, non degno di un paese civile. Ma bisogna anche precisare che in un paese civile Silvio Berlusconi non potrebbe mai ricoprire la carica di Presidente del Consiglio. Il lodo Alfano (bocciato dalla Corte Costituzionale ma in via di riproposizione) le leggi sul processo breve e il legittimo impedimento (che si stanno mettendo a punto il più velocemente possibile) non contribuiscono certamente ad accrescere la fiducia (peraltro bassissima in questo periodo) dei cittadini nelle istituzioni. Inevitabilmente, in questo modo, si da l’impressione (e non solo) che il premier manipoli la legge a suo piacimento, modellandola in base alle proprie esigenze e bisogni. Cosa ancor più grave, a mio parere, è che si faccia costantemente riferimento al consenso elettorale per giustificare tale condotta. Il consenso, è vero, attribuisce il diritto di governare. Ma non autorizza a violare costantemente la nostra costituzione, ad esautorare continuamente il parlamento delle sue funzioni, ad attaccare i garanti della nostra democrazia (Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale), a non rispettare i diritti della minoranza ( ieri ventisettesima fiducia in 18 mesi di governo). Senza dimenticare tali aspetti, continuando a metterli in evidenza agli occhi dell’opinione pubblica, sarebbe però opportuno abbassare i toni della contesa politica, iniziare ad offrire agli italiani una alternativa di governo a Berlusconi, combatterlo sui programmi e non solo sul terreno giudiziario. Alternativa che non deve essere la consueta sommatoria di forze politiche, accomunate dal semplice NO al Cavaliere, bensì un programma che si basi su valori condivisi e su un modello di società alternativo, che valorizzi le imprese e garantisca i diritti dei lavoratori, che riconosca il merito e sostenga la solidarietà, che rispetti le leggi e dia fiducia ai giovani di questo paese. Perché Berlusconi ha vinto e continua a vincere…….. anche e soprattutto culturalmente.

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Siamo il paese delle procure della Repubblica che fanno politica.
Siamo il paese dei politici che cercano di fuggire dal giudizio delle procure.
Siamo il paese della magistratura “sovversiva” che cerca con le proprie inchieste di ribaltare il voto degli elettori.
Siamo il paese dei politici che ci propinano la riduzione dei tempi di prescrizione dei processi come strada maestra per velocizzare lo svolgimento degli stessi ed avere una giustizia più rapida ed efficiente.
Siamo il paese dei giudici che impiegano ben nove anni a scrivere le motivazioni di una sentenza di condanna contro esponenti mafiosi.
Siamo il paese dei giudici incapaci di svolgere correttamente e con competenza il loro lavoro.
Siamo il paese dei giudici impossibilitati a svolgere correttamente e con competenza il proprio lavoro.
Siamo il paese in cui gli avvocati difensori di Berlusconi, eletti in parlamento, propongono riguardo la giustizia le più grandi ed inimmaginabili porcherie, parlando costantemente di riforma della stessa ma producendo sostanzialmente provvedimenti ad hoc per il proprio assistito (nonché nostro presidente del Consiglio)
Siamo il paese in cui i politici sotto processo dichiarano, senza quasi mai dimettersi, la piena volontà a collaborare con la magistratura affinché tutto possa positivamente chiarirsi nel più breve tempo possibile.
Siamo il paese in cui sempre tali politici invocano costantemente il legittimo impedimento istituzionale quando è il momento di presentarsi alle udienze.
POI siamo ANCHE il paese dei giovani inoccupati o disoccupati.
Siamo il paese delle platoniche pari opportunità.
Siamo il paese che non dispone, al contrario degli altri paesi europei, di una adeguata legge sugli ammortizzatori sociali.
Siamo il paese che non finanzia la ricerca scientifica.
Siamo il paese che investe sul nucleare piuttosto che sulle fonti alternative.
Siamo il paese del lavoro sommerso e dell’evasione fiscale più alta d’Europa.
Siamo il paese in cui una paziente, dopo aver atteso quattro ore nella corsia di un pronto soccorso, muore per non essere stata assistita e curata nei modi e nei tempi giusti.
Siamo il paese delle lunghe liste d’attesa nell’erogazione di prestazioni sanitarie pubbliche.
Siamo il paese che perde progressivamente i propri giovani saperi.
Siamo il paese dei clientelismi.
Siamo il paese delle due velocità.
Siamo il paese della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta e di altre piccole o grandi organizzazioni criminali.
Ma di ciò sembra che in pochi si siano accorti negli ultimi quindici anni.

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Ha aspettato l’elezione di Pier Luigi Bersani alla carica di segretario nazionale del Partito Democratico per andarsene. Aveva preparato le valigie però da circa due mesi, quando nel suo libro, “La svolta, lettera ad un partito mai nato”, denunciò l’incapacità del PD di “progettare l’innovazione”, nonché la tendenza, degli stessi democratici, “di accontentarsi della condizione di minoranza nella quale sono stati spinti dai propri errori”. Francesco Rutelli aspettava soltanto l’evolversi degli eventi, la consacrazione, da parte del popolo delle primarie, dell’ex ministro dello sviluppo economico, peraltro prevista da gran parte degli analisti politici, per lasciare il partito. Credo che la base democratica abbia preferito, scegliendo Bersani (appoggiato da massimo D’Alema), la certezza di un immediato e più concreto radicamento del partito sul territorio. Ma credo anche che tale elezione, oltre a rappresentare una negazione delle aspettative e dei principi che avevano caratterizzato la nascita del PD, dimostri, inoltre, quella incapacità del partito di reinventarsi e di innovarsi, cui fa riferimento, l’ex sindaco di Roma, nel suo libro. Personalmente non nutro molta stima per l’uomo politico Rutelli, ma penso che in questo caso abbia ragione. La carica innovativa del discorso pronunciato da Veltroni al Lingotto di Torino ha lasciato ormai il posto alla restaurazione dalemiana, capace di porre fine però, ad esempio, ad una delle numerose incertezze che hanno caratterizzato il PD in questi due anni di vita: la sua collocazione europea. L’elezione di Bersani spinge inevitabilmente il PD nel partito socialista europeo e questa è una delle motivazioni della “fuoriuscita” di Rutelli. Il quale, in una intervista al Corriere della Sera, ha parlato anche di inadeguatezza a rinunciare alle “vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali ed interessi economici” oltre che di un “partito lontanissimo dal saper esprimere un pensiero originale, maggiormente propenso nel mettere all’angolo chiunque dissenta”. Ha ora individuato in Pier Ferdinando Casini l’interlocutore essenziale per costituire quel Grande Centro che dovrà divenire nel giro di pochi anni, a detta di entrambi, prima forza del paese. Una scelta che costituisce tappa ulteriore di una carriera politica cominciata nei primi anni ottanta tra i Radicali, il partito del diritto alla libera sessualità, della legalizzazione del divorzio e dell’aborto, della libertà della ricerca scientifica, della “necessaria” laicità dello stato e che, passando per i Verdi, il movimento dell’Asinello, la Margherita e il PD, ha trovato (per ora) la chiusura del cerchio in un progetto, quello dell’Udc, totalmente contrapposto a quei principi.

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«Ho sbagliato e pagherò. Ora voglio solo sparire, sparire a lungo” .

Sono queste le parole dell’ormai ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo coinvolto nell’ennesimo scandalo a sfondo sessuale riguardante uomini delle istituzioni. Una brutta vicenda che mette nuovamente in evidenza, qualora fosse ancora necessario, la deficienza morale della nostra classe politica. Escort, trans, festini. Aveva cominciato l’ex portavoce di Prodi, Sircana sorpreso per strada a contrattare (o perlomeno a parlottare) di potenziali prestazioni sessuali con un viados. Ha continuato l’ex deputato Udc Cosimo Mele “beccato” in dolce compagnia in un albergo di via Veneto, nel cuore della dolce vita romana. Poi gli scandali berlusconiani dell’estate scorsa riversatisi anche su esponenti del PD pugliese (Frisullo), le feste a palazzo Grazioli, gli incontri amorosi nel lettone di Putin, i parties in Sardegna. Ora è il turno di Piero Marrazzo che, manifestando il desiderio di sparire (per un lungo periodo di tempo), parla di “debolezze private”. Sabato scorso, in una intervista sul “Fatto Quotidiano”, l’ex parlamentare di rifondazione comunista Vladimir Luxuria metteva in evidenza come nel nostro paese esistano due pesi e due misure nel momento i cui si sostiene la tesi secondo la quale “ se il soggetto protagonista dello scandalo è un trans c’è l’aggravante e se, al contrario, si parla di una minorenne (riferendosi al caso Noemi Letizia che ha visto coinvolto il premier) scatta l’attenuante”. Con queste affermazioni di Luxuria si può anche essere d’accordo, ma la vicenda è molto ingarbugliata e conferma innanzitutto la necessità, da parte dei nostri politici, di concedersi trasgressioni sessuali, divenute un bisogno intimo quasi comune. Desideri e fantasie che vengono appagati pagando (profumatamente) le prestazioni che si ricevono. Accade poi, ritornando al caso Marrazzo, che l’ex governatore, sorpreso in flagranza di rapporto con il trans Natalia da quattro carabinieri, venga ricattato dagli stessi con incessanti e sistematiche richieste di somme di denaro e che lo stesso Marrazzo invece di ricorrere alla magistratura e denunciare l’accaduto, decida di cedere al ricatto. Quasi contemporaneamente comincia a girare un video, proposto a vari giornali scandalistici e non, che documenta le trasgressioni dell’ex presentatore di Mi manda Raitre, ed è singolare che lo stesso venga avvisato di questo filmato dal padre degli scandali a luci rosse (il premier Berlusconi) il quale, in un gesto di irrifiutabile e immancabile solidarietà, intima ai giornali del proprio network di non pubblicizzare la vicenda. Che brutta storia questa di Marrazzo. Per l’uomo e per la sua famiglia, per l’arma dei carabinieri, per la politica. Non saprei se tutto sia frutto di un complotto ma francamente il problema mi pare non sia questo.

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In una delle sue famosissime ed ultime produzioni musicali Giorgio Gaber sottolineava come “il pensiero liberale, tradizionalmente di destra, fosse nei nostri tempi buono anche per la sinistra”. . Nei sarcastici ed ironici versi di Destra-Sinistra, Gaber sottolineava il fatto che tra e nei partiti italiani fosse iniziato un percorso di omogeneizzazione politica. A tal punto che prima della crisi economica, che ci sta tuttora investendo con i suoi “benefici”effetti, chiunque avesse avuto il coraggio di criticare il liberalismo veniva etichettato come “retrogrado”, “antimoderno”, “vecchio”. Ora sembra ci si interroghi e ci si confronti per individuare le misure adatte ad evitare che l’attuale recessione, prodotta da “discutibili” operazioni finanziarie e da una proiezione a livello globale di tale omogenieizzazione, si possa in futuro ripetere. Ritornando al pensiero del cantautore milanese, è forse per rincorrere un avversario che andava molto più veloce e per riempire un vuoto di idee, che ancora la caratterizza, che gran parte della sinistra ha interamente assorbito, nell’ultimo decennio, l’ideologia liberale. In poche parole, dalla caduta del muro di Berlino nel 1989, la sinistra, orfana dell’ideologia comunista, di fronte ad un tale sbandamento e non riuscendo a reagire, ha abbracciato, nella maggior parte delle sue componenti, un progetto politico caratterizzato dalla dissoluzione dei legami sociali e comunitari e dalla contemporanea valorizzazione dell’individuo, due aspetti tipici fino ad allora di qualsiasi formazione politica che si collocasse a destra.
Il liberalismo difende la libertà d’azione economica dell’individuo e considera lo stato un elemento di disturbo all’esercizio della stessa. Un concetto, questo, che inevitabilmente ha contribuito alla diffusione di un modello sociale basato sulla legge del più forte e sulla convinzione che chi vince sia legittimato a prendere tutto. Pertanto, secondo tale modello, adottato da gran parte delle democrazie occidentali e generatore della crisi economica che stiamo vivendo, la società, le relazioni sociali vengono messe al servizio dell’individuo i cui interessi, come efficacemente precisato dal filosofo e sociologo francese Alain De Benoist, “non devono mai essere sacrificati all’interesse collettivo, al bene comune e alla salute pubblica, considerati concetti inconsistenti, in quanto solo gli individui hanno dei diritti, mentre le collettività, non essendo altro che una addizione degli stessi, non possono rivendicare alcun diritto di pertinenza”. Ecco quindi che dopo il crollo del comunismo, colpevolmente incapace di coniugare libertà e giustizia, il germe di una nuova cultura politica, che mette in secondo piano o considera addirittura inesistente il bene comune ed elogia l’individuo (capace di essere autosufficiente) e il mercato che, attraverso la sua mano invisibile, riduce le diseguaglianze e sceglie ciò che è più conveniente per tutti sulla base degli interessi personali di ciascuno, ha contagiato, direttamente o indirettamente, qualsiasi progetto politico.
Di fronte a tale situazione dominata dagli individui, il potere come dice De Benoist “non deve più far loro condividere un senso, ed ogni preoccupazione relativa ai valori, alla finalità dell’esistenza, al modo migliore di condurre una buona vita, viene confinata nella sfera privata”. E’ come se ci fosse una reciproca indifferenza tra i cittadini, è come se la politica avesse perduto il suo principale significato: far capire ad ogni essere umano che non può esistere nessun’altra forma di esistenza oltre a quella riconducibile al pronome personale NOI e che prima di trasformare ogni minimo desiderio nella rivendicazione di un diritto si hanno innanzitutto dei doveri da rispettare. Solo partendo da tali presupposti si potrà realizzare “la società equilibrata, capace di muoversi tra l’Io ed il Noi, tra la libertà e le regole, tra i diritti e i doveri”.

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