Archivio per la Categoria “Politica”

parlamento italiano

Negli ultimi mesi abbiamo assistito (ed assistiamo) ad un teatrino a dir poco indecente, caratterizzato da rotture e schermaglie politiche, dalla continua minaccia o richiesta ( a seconda dei diversi punti di vista) di elezioni anticipate, dalle dimissioni di ministri e sottosegretari, dalla nascita di nuovi gruppi parlamentari. I berluscones e i finiani continuano a rimbalzarsi le responsabilità della rottura, Bossi parla assiduamente di elezioni anticipate nel caso in cui Berlusconi non riuscisse ad ottenere, alla ripresa dei lavori parlamentari, la fiducia sui famigerati cinque punti che dovrebbero caratterizzare il nuovo programma di governo: fisco, giustizia, immigrazione, federalismo, mezzogiorno. Il Partito Democratico non ha altro di meglio da proporre che un nuovo Ulivo ( che poi sarebbe il vecchio), una nuova accozzaglia di partiti uniti semplicemente dall’antiberlusconismo. Peccato che a molti elettori sfugga il modello sociale alternativo che il centrosinistra vorrebbe realizzare nel caso in cui si riuscisse a far “cadere” Berlusconi. Per una ragione molto semplice: perché non esiste. L’Udc continua a fare ciò che gli riesce meglio: stare con un piede in due (o addirittura tre) scarpe. Un giorno ammicca al PDL, l’altro giorno a Bersani, l’altro ancora ai finiani e Rutelli. Anche l’Italia dei Valori chiede elezioni anticipate, a meno che non ci siano i presupposti di un governo tecnico che abbia come unico obiettivo quello della riforma della legge elettorale.
I partiti, come al solito, litigano e la gente si disaffeziona sempre più alla politica. Politica che ormai non è più produzione di idee, non è più individuazione delle priorità da affrontare, non è più soluzione dei problemi, non è più momento di partecipazione, non è più occasione per i cittadini di dire la propria su questioni che essi ritengono importanti. Politica che non è più diritto di scegliere liberamente i propri rappresentanti in Parlamento. Questione, quest’ultima, fondamentale per restituire al cittadino quella dignità democratica di cui è stato porcatamente derubato

Comments 1 Commento »

fini_berlusconi_ansa_436.jpg_415368877

Circa un anno fa parlai, in questo spazio, di PDL che, fin dalla sua nascita, si contraddistingueva per le vedute non proprio comuni dei due cofondatori: il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e quello della Camera Gianfranco Fini. Due leader che, dal marzo del 2009 ad oggi, hanno via via acuito le loro distanze. Su tutti i fronti. Sull’organizzazione del partito ( il PDL non è una caserma ripeteva costantemente Fini) e su questioni prettamente politiche (su tutte l’immigrazione, la legalità, la laicità dello stato, il testamento biologico). Ad esse si sono sicuramente aggiunte comuni ambizioni personali. Entrambi puntano, infatti, nel 2013, anno in cui finirà il mandato di Giorgio Napolitano, al Quirinale. Fini si è opposto a tutto (o quasi) negli ultimi mesi. Ha criticato il DDL intercettazioni ( a dir poco vergognoso e voluto fortemente dal Premier in nome della difesa della privacy), costringendo la maggioranza a modificarne il testo originario e rimandandone l’esame in aula a settembre. Ha espresso continuamente la propria contrarietà per la posizione dominante della Lega all’interno della coalizione di Governo. Si è opposto duramente alla nomina a Ministro per l’Attuazione del Federalismo di Aldo Brancher che, appena dopo aver giurato dinanzi al Capo dello Stato, ha tentato opportunisticamente di avvalersi del legittimo impedimento. Dopo soli 17 giorni lo stesso Brancher è stato costretto a dimettersi. L’aveva fatta troppo grossa agli occhi dell’opinione pubblica!!! Anche su Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, Fini non si è tirato indietro dal dire la sua ( “qualsiasi governo serio non dovrebbe accettare che chi ha avuto e continua ad avere comprovati rapporti col clan dei Casalesi continui a fare il sottosegretario”). Cosentino pochi giorni dopo si sarebbe (finalmente !!!) dimesso. E poi i continui richiami sugli innumerevoli tentativi di leggi ad personam da parte del Premier ( il lodo Alfano, il processo breve e, per ultimo, il legittimo impedimento, sulla cui legittimità costituzionale si pronuncerà la Consulta il prossimo 14 dicembre) nonché l’insofferenza verso quella parte del PDL che delegittima costantemente il lavoro dei magistrati e assurge a propri eroi personaggi come Vittorio Mangano. E’,dunque, sul tema della legalità che negli ultimi mesi si è incentrato lo scontro tra Fini e Berlusconi, in passato uniti dal garantismo oggi divisi dall’illimitato desiderio di impunità del Premier e della sua cricca. Oggi su “Il Fatto Quotidiano” Furio Colombo, a proposito della rottura tra Berlusconi e Fini e della conseguente formazione in Parlamento, da parte di quest’ultimo, di un proprio gruppo parlamentare (“Futuro e Libertà per l’Italia) parlava di “giorno di inizio della fine”. Non sarei per ora così ottimista ma sicuramente si è chiusa un’epoca.

Comments 4 Commenti »

Obama 2008

Dopo l’approvazione della Riforma sanitaria con la quale si è garantita l’assistenza medica a ben 33 milioni di americani, fino a quattro mesi fa totalmente sprovvisti di qualsiasi tipo di sostegno in caso di malattia, il Presidente americano Barack Obama ha raggiunto quattro giorni fa, a mio modesto parere, un ulteriore importante traguardo: la riforma di Wall Street. Una legge finalizzata al riordino del sistema di regolamentazione e controllo del settore finanziario al fine di evitare che si verifichino crisi di portata mondiale, come quella che, iniziata circa due anni fa, sta ancora dispiegando negli States, e non solo, i suoi “benefici” effetti.
“ Gli americani non pagheranno più per gli errori della Finanza” ha detto Obama, promulgando il testo approvato dalla Camera e dal Senato in poco più di 15 giorni. Testo che prevede un forte aumento della protezione dei consumatori e regole nuove e maggiormente stringenti nella conduzione degli affari. E’ inaccettabile che gli immensi danni provocati dalla gestione scellerata di alcuni manager continuino ad essere ripianati con i soldi dei contribuenti, della collettività. Ed è altrettanto inaccettabile che a tali manager, nonostante la loro incompetenza o avvenenza, continuino ad essere erogati bonus e premi con disarmante facilità. Negli Stati Uniti la classe politica lo ha capito e, penso sia opportuno ripeterlo, in 15 giorni si è giunti alla approvazione di una legge. In Italia siamo, anche su questo tema, in età preistorica. Non riusciamo, ad esempio, nemmeno ad aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie dal 12,50% al 20%.

Comments Nessun Commento »

Gaspare-Spatuzza-1-2

Ancora la trattativa tra Stato e Mafia al centro di questo spazio. A costo di annoiarvi. Un tema su cui non bisogna trascurare nulla, nemmeno i minimi particolari, per poter giungere alla vera verità. Verità che per anni ha coinciso con l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per volontà esclusiva di Cosa Nostra, come conseguenza della mancata revisione, nel maxiprocesso di appello a Palermo, delle condanne inflitte in primo grado ai boss della Cupola (Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Luchino Bagarella su tutti, peraltro ancora in quel periodo latitanti). Poi hanno iniziato a parlare Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito ex Sindaco di Palermo e Gaspare Spatuzza, boss del quartiere di Brancaccio Entrambi, con le loro rivelazioni, stanno riscrivendo il biennio 1992- 93, diventato ormai quello della trattativa.
Gaspare Spatuzza, soprattutto, ha fatto più volte riferimento nelle aule di Tribunale alla strategia stragista di Cosa Nostra. Le stragi furono utilizzate, secondo quanto da lui riferito, come strumento di ricatto nei confronti dello Stato e delle Istituzioni, al fine di ottenere alcune di quelle richieste, contenute nel famoso papello, che Salvatore Riina, per mano di don Vito Ciancimino, avrebbe qualche mese prima fatto pervenire al capitano del Ros De Donno: la revisione del maxiprocesso, l’ammorbidimento del 41-bis e delle norme disciplinanti la confisca dei beni mafiosi, la riforma della legge sui pentiti. Gli attentati di Via Palestro a Milano ( 27 luglio 1993) e di via dei Georgofili a Firenze ( 27 maggio 1993), nonché quelli alla basilica di San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro a Roma, avevano un unico obiettivo: ridefinire i contenuti e i referenti della nuova convivenza con lo Stato. Referenti che secondo Spatuzza, sulla base di alcune confidenze fattegli da Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio, furono individuati in “quello di Canale 5 ( il premier Silvio Berlusconi) un affidabile compaesano (Marcello Dell’Utri) che, al contrario dei socialisti, si erano rivelati gente molto seria, in quanto capaci di affidare il paese nelle loro mani”.
Spatuzza, dunque, ha ribaltato tutti i teoremi costruiti, in anni ed anni di indagine, sulla base delle rivelazioni di un altro pentito, Vincenzo Scarantino, presentato, fin da subito, come l’uomo che procurò la Fiat 126 utilizzata per la strage di Via D’Amelio. Scarantino, pur non essendo mai stato riconosciuto dai boss di Cosa Nostra, sarebbe stato considerato attendibile dalle Procure per un pò di anni. In pratica un falso pentito, creato a tavolino per depistare le indagini. Verità appurata in questi mesi e vicenda anch’essa piena di misteri. A tal proposito, sono state sollevate non poche ombre sulla figura dell’ex capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, morto nel 2002 a causa di un tumore, autore dell’arresto dello stesso Scarantino. È possibile che un poliziotto così esperto come La Barbera, a Palermo dal 1987, possa non essersi accorto del “falso pentito Scarantino“? Oppure è stato lo stesso La Barbera che “su commissione” ha costruito il pentito Scarantino? Nuove domande, nuovi dubbi su cui le Procure, soprattutto quella di Caltanissetta, stanno alacremente lavorando.

Comments 2 Commenti »

senato

La maggioranza di centrodestra si è dichiarata disponibile ad apportare alcune modifiche al ddl riguardante le intercettazioni. Due i punti maggiormente controversi:

- il limite temporale di 75 giorni, dopo il quale, in caso di approvazione dello stesso ddl, non si potrebbero più, da parte dell’Autorità Giudiziaria, effettuare intercettazioni su un determinato soggetto;

- l’applicazione della suddetta norma anche alle operazioni in corso e ai procedimenti pendenti.

Una disposizione, la seconda, che viola palesemente il principio di non retroattività della legge.

In attesa di conoscere le modifiche che verranno introdotte al ddl, riporto alcuni stralci dell’intervento fatto dal senatore PD e giornalista, nonché presidente della commissione di vigilanza RAI, Sergio Zavoli, all’apertura del dibattito in aula, lunedì scorso. Stralci che ci fanno riflettere sull’altro problema prodotto da tale ddl: la limitazione della libertà di stampa.

.….. Non posso dimenticare, signor Presidente, Albert Schweitzer che, nel suo celebre lebbrosario di Lambaréné, mi disse:”Fino a quando non diremo cose che a qualcuno dispiaceranno non diremo mai per intero la verità”…..
………. Forse, per comprendere che cosa è realmente in gioco vale la pena di ricordare anche quanto ha detto Hans Magnus Enzensberger: “Ai giornalisti di oggi spetta non il dovere, ma certamente il compito di fare chiarezza su tutto quanto, per loro merito o demerito, ci coinvolge”; vorrei inoltre aggiungervi il giudizio di Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, che ha avuto l’ardire, oltre che l’umiltà, di considerare l’informazione oggi più importante persino dell’economia: un azzardo – direte – ma non privo di qualche fondamento…….
…….Tuttavia, anziché tentare una equilibrata composizione, difficile ma necessaria, si è scelta la strada, a prima vista più facile, di restringere al massimo le intercettazioni, di ricorrere alla minaccia del carcere per i giornalisti (poi ragionevolmente lasciata cadere), infliggendo multe pesantissime, anche se poi ridotte per le piccole testate, a carico degli editori, aprendo la strada all’intervento della proprietà sul contenuto dei giornali che, come sappiamo, è competenza esclusiva del direttore…….
……una serie di errori non da poco, ancora passibili di correzione, conferisce qua e là un carattere repressivo e illiberale a questo progetto, e lo sarebbe ancora di più se la pratica delle intercettazioni dovesse limitare l’azione legittima e indispensabile della magistratura, per esempio – cito il caso più vicino e irrisolto – quando la comunità nazionale si sente offesa dalla cosiddetta cricca (una parola d’uso comune per indicare un clima ben più che equivoco). Qui la materia affronta aspetti controversi di legittimità che affido a chi ha dottrina per farlo; ma sono persuaso signor Presidente, che in un Paese in cui dopo 21 anni si vanno a cercare le impronte lasciate dagli attentatori di Giovanni Falcone sugli scogli dell’Addaura e dove, rovistando tra vecchie collezione di giornali, si trova la fotografia di un agente segreto sempre presente quando è alle viste o in preparazione o addirittura in atto un’azione eversiva gravemente criminosa, la funzione della stampa si riveli fondamentale………
…….Parlo di cose da tutti voi conosciute, dolendomi della sommarietà cui ho dovuto tenermi, ma il Senato, il luogo della nostra risposta a una delega popolare fondata sul valore e sulle modalità della trasparenza politica, civile e morale, non può non disporsi a compiere un dovere di inestimabile significato.
E perché nessuno si senta escluso dalla vitale necessità di salvaguardare il dettato costituzionale, lasciatemi ricordare la parola più alta, data a tutti perché venga pronunciata per tutti. Una parola che vive dentro e fuori di noi, quand’anche non ci si accorga della sua presenza. Una parola che è come l’aria, la quale ci tiene in vita, si può dire, quasi a nostra insaputa, chiunque si sia e dovunque si stia. È una parola che va detta e udita in nome delle responsabilità che essa esige. Quella parola è così solenne che si stenta a ripeterla senza qualche imbarazzo, ma libertà – cui tutti dobbiamo continuamente richiamarci – è la prima a dar vita alle nostre speranze di non venire sconfitti dalle nostre stesse sordità, o peggio dalla nostra rassegnazione.
Pronunciamola, dunque, dandole un fondamento comune: è la sola che nessuno può pronunciare solo per se stesso, ed è di quelle che, signor Presidente, in quest’Aula devono avere la precedenza.

Comments Nessun Commento »

Falcone

In questa calda (finalmente!!!) giornata di fine maggio il mio pensiero non può, per forza di cose, non andare a Giovanni Falcone, alla moglie, Francesca Morvillo, ai tre agenti della scorta, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, uccisi nell’attentato di Capaci, il 23 maggio 1992. Un anniversario che arriva nel momento in cui si riaprono le indagini su un altro attentato subito da Falcone, all’Addaura, esattamente tre anni prima, e dal quale lo stesso Falcone uscì miracolosamente indenne. Indagini che stanno pian piano sconfessando ciò che in questi anni ci è stato propinato come una certezza: la matrice esclusivamente mafiosa dei 58 candelotti di dinamite piazzati sulla scogliera dell’Addaura nel giugno del 1989. Oltre ai mafiosi sembra si stia accertando la partecipazione, in questa operazione, di una parte dei servizi segreti, una parte dello stato che voleva Falcone morto piuttosto che impegnato a tutto campo nella lotta a Cosa Nostra. L’ennesimo mistero italiano, dunque, che mette in risalto come, all’epoca dei fatti, si siano frettolosamente chiuse le indagini al fine di coprire elementi che avrebbero permesso di costruire un’altra verità. Quella vera. Sui rapporti tra mafia e politica mi è capitato circa due anni fa di leggere un libro di Marco Travaglio e Saverio Lodato dal titolo “Intoccabili”. Ebbene, in una pagina dello stesso (il cui numero in questo momento mi sfugge) si faceva riferimento all’attentato dell’Addaura e ad una telefonata che il giudice Falcone avrebbe, subito dopo, ricevuto da un importante uomo dello stato (Andreotti), il quale gli avrebbe espresso le più vive felicitazioni per il fatto di essere sfuggito all’attentato. Abbassando la cornetta, Falcone, rivolgendosi ad un suo strettissimo collaboratore avrebbe detto: “di solito se riesci a scampare ad un attentato di mafia i primi a telefonarti sono coloro che avevano preparato la corona di fiori”.

Comments Nessun Commento »

Essendo abituale spettatore della trasmissione “Ballarò”, ho assistito, martedì scorso, alla lite tra Massimo D’Alema, attuale Presidente del Copasir, e il Condirettore de “Il Giornale” Alessandro Sallusti. Al centro del dibattito la vicenda che vede coinvolto l’ex Ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, ennesimo caso di uomo politico “permale” che, di fronte alle accuse contestategli dalla magistratura, ha pensato di ricorrere all’ormai consolidata tecnica berlusconiana della “gogna e della persecuzione mediatica”, etichettandosi, al pari di altri “illustri” colleghi dell’ultimo ventennio di storia repubblicana, come vittima di tale accanimento.
Durante la trasmissione il condirettore de “Il Giornale” ha ripetutamente provocato baffetto D’Alema, il quale ha pensato bene, esausto, di indirizzargli un “bel vada farsi fottere” nel momento in cui Sallusti ha cercato di accomunare lo scandalo di Affittopoli, che vide coinvolti verso la fine degli anni ’90 molti politici (in gran parte di sinistra), tra cui l’immancabile baffetto, scoperti ad abitare, in affitto ad equo-canone, alloggi di proprietà di enti pubblici, e la vicenda di Scajola, a sua volta acquirente, ad una cifra ridicola, di una mega abitazione vista Colosseo. Cifra bassa quella sborsata dall’ex Ministro, non perché si fosse imbattuto in una irripetibile “occasione immobiliare” ma perché gran parte della stessa sarebbe stata pagata dalla classica “cricca”, dagli “amici degli amici”, di cui ormai quasi ogni politico ama circondarsi. In questo caso Anemone & C., coinvolti nello scandalo degli appalti riguardanti il G8, il terremoto in Abruzzo, la Protezione Civile.
E’ indubbio che l’intento di Sallusti era quello di confondere le acque e di provocare l’ira del baffetto, ma è palese che le due questioni non si potessero e non si possano accomunare e che le dimissioni di Scajola, di fronte alle fattispecie di reato che si stanno delineando, fossero, per rispetto delle istituzioni e degli italiani, doverose. Ma ribadendo la personale ripugnanza per le vicende di Scajola mi chiedo anche, e soprattutto, come faccia un politico, consapevole dei propri privilegi, ad accettare in affitto da un ente pubblico ad equo canone ( importo a dir poco irrisorio stabilito dalla legge) una casa che sicuramente farebbe molto più comodo ad un comune cittadino, in situazione economica “leggermente” più svantaggiata? E come è possibile che ad accettarla sia un politico di sinistra?
Stefano Petroselli, sul “Secolo d’Italia”, in merito alla rabbiosa reazione di baffetto D’Alema di cui sopra, ha parlato di “scatto d’orgoglio della politica vera, della politica dei contenuti, contro la politica fatta di propaganda e provocazioni”. Una affermazione del tutto opinabile se non si chiarisce preventivamente che cosa si intende per politica “vera e dei contenuti”. Anche perché negli ultimi anni di contenuti ne abbiamo visti ben pochi, anche a sinistra. Soprattutto da parte di D’Alema, capace esclusivamente di tagliare le gambe ai vari Prodi, Franceschini, Veltroni e per poco (tentativo miseramente fallito) anche a Vendola. Tutto per il potere. Quel potere che fa accumulare privilegi su privilegi. Ma che nel caso del baffetto li fa, forse, velocemente dimenticare.

Comments 2 Commenti »

RIPORTO UN ARTICOLO DEL DIRETTORE DEL SETTIMANALE GLI ALTRI PIERO SANSONETTI

Big Bang: è la parola giusta. La politica italiana ha bisogno di un Big Bang, cioè di un atto di creazione. Di nuova creazione. Non si esce con qualche aggiustamento dalla crisi devastante che stiamo attraversando. La crisi non è Berlusconi. Berlusconi è il sintomo della crisi. Berlusconi è un tentativo, ormai esaurito, di soluzione. Berlusconi è il leader politico che ha tentato di coprire la crisi con il suo carisma e il suo populismo. Ci è riuscito solo in parte e solo per un periodo. E questo periodo si è concluso.

Ma il problema oggi non è come abbattere Berlusconi, cioè “il male”; ma come affrontare la crisi che Berlusconi non riesce più a interpretare. Il “male” è la crisi. Non si tratta di porre fine al berlusconismo ma di costruire il dopo-berlusconismo. In cosa consiste la crisi politica italiana? Nel fatto che le idee non corrispondono più in nessun modo agli schieramenti. Gli schieramenti si sono costruiti attraverso un artigianale e pasticciato travaso dei vecchi partiti della prima Repubblica nei due contenitori – grossolani – del bipolarismo. In questo travaso, le idee si sono disperse. Si sono dispersi anche i gruppi dirigenti, schiantati dalle lotte di potere e dall’assenza di politica.

La lotta politica ha perso di senso. Il bipolarismo, che avrebbe dovuto marcare l’alternatività tra destra e sinistra, si è realizzato – paradossalmente – attraverso la scomparsa di destra e sinistra. Oggi l’ex leader del Msi si batte contro la Lega e il clericalismo, e Repubblica invoca Cordero di Montezemolo come leader della sinistra. Esistono ancora destra e sinistra? E in che cosa consistono? E dov’è la linea di demarcazione? E se non esistono più, o se la linea di demarcazione è diventata troppo sbiadita, esiste la possibilità di rendere più forte e visibile questa linea, e di rimettere ordine, e di far tornare destra e sinistra alle loro nette identità di una volta? Cioè: ha un senso battersi per restaurare i vecchi schemi? La clamorosa uscita di Gianfranco Fini, cioè il gesto di rottura – con tutte le possibili frenate, gli stop and go, le cautele – è un punto di non ritorno.

Perché? Perché è un atto di frattura fondato non su una tattica – su uno spostamento “interno”, su una valutazione di opportunità – ma su alcuni principi. Due essenzialmente. Quello laico (sul Secolo, domenica, c’era scritto che le cose sono cambiate sul caso Englaro, e dunque su una idea diversa di laicità, e di vita, e di morte, e di diritti, cioè sui temi decisivi della politica); e quello solidale (la filosofia xenofoba leghista viene considerata incompatibile coi principi di libertà e di civiltà). Una frattura di questo genere non è sanabile, perché avviene su un terreno non negoziabile. Presuppone il ripensamento di tutto l’impianto di pensiero della destra. Ricordate altre rotture, nella recente vita politica italiana, di questa portata? Forse l’ultima fu la scissione del manifesto dal Pci, anno 1969.

Per questo faceva impressione nei giorni scorsi leggere i commenti dei grandi giornali, degli opinionisti, dei politologi. Nessuno sembrava neppure interessato a porre la questione a quest’altezza. L’editoriale domenicale di un intellettuale prestigioso e esperto come Scalfari era quassi uguale a quello del “corrierista” Panebianco. Scalfari si chiedeva: dove vuole arrivare Fini? A diventare presidente del Senato, o forse della Repubblica? Non si accorge che in questo modo porta voti alla Lega? Colpiva la distanza tra la complessità di quello che sta avvenendo e il metro di lettura di Scalfari. Il fondatore di Repubblica (come anche l’editorialista del Corriere) non era neppure sfiorato dal sospetto che una rottura così clamorosa nel centrodestra abbia altre ragioni e altri obiettivi, e metta in discussione molto più che la distribuzione di alcune poltrone: mette in discussione i futuri assetti della politica.

Perché Scalfari e Panebianco non avvertono questa novità? Perché Scalfari e Panebianco, come la stragrande maggioranza degli opinionisti, non vogliono, o non riescono, a uscire dagli schemi vecchi della politica, dalla divisione secca destra/sinistra e dalle sottodivisioni tattiche al loro interno. Pensano che in quello schema si esaurisca tutto il “pensabile”. La rottura di Fini pone questioni grandissime alla sinistra. Nell’area della sinistra molti sono convinti che occorra un Big Bang. Lo hanno detto. Cioè che bisogna fare punto, mandare tutto all’aria e rifondare la sinistra. Però quasi tutti sono convinti che rifondare la sinistra voglia dire azzerare ogni cosa, e poi, con le stesse forze, le stesse idee, gli stessi recinti, rifondare – appunto – una strategia e un gruppo dirigente. Tra ri-fondare e ricreare c’è una enorme differenza.

Ri-creare prevede uno scompaginamento non solo del proprio campo, ma di tutti i campi. Il Big Bang, che è un atto creativo, avviene sul caos generale, non può avvenire sul caos solo di una parte definita, limitata, dell’universo. Ri-creare non può essere ri-creare solamente la sinistra: deve essere una ri-creazione (ma se volete, e siete allegri, levate pure quel trattino…) di tutta la politica. Fini – è chiaro – è dentro questa prospettiva. Se troverà interlocutori a sinistra – seri e coraggiosi – sarà difficile fermare una specie di rivoluzione. Che travolgerà tutti, che travolgerà la seconda Repubblica. E solo questo può determinare il superamento del berlusconismo e il superamento della crisi che lo ha prodotto.

Se la sinistra non darà sponda a Fini, Fini perderà, la sinistra si adatterà alla linea Montezemolo e magari vincerà anche le prossime elezioni, ottenendo che Confindustria succeda a Berlusconi. E così la crisi si aggraverà.

Comments Nessun Commento »

duomo_ugento4

A campagna elettorale finita e a verdetti delle urne acquisiti, vorrei concentrarmi su alcuni aspetti che hanno caratterizzato le ultime settimane della vita politica provinciale, in particolare ugentina. Settimane durante le quali mi è capitato più volte di sentire pronunciare, dai cittadini, due frasi. Innanzitutto, la classica “i politici sono tutti uguali”, con la quale ho avuto conferma del persistente e consolidato sconforto in cui sono caduti gli elettori di fronte ad una classe politica a dir poco distante e indifferente alle problematiche quotidiane. E, in aggiunta, un’altra affermazione che lascia benissimo intendere quale sia l’idea di politica di alcuni cittadini, anche ugentini: che cosa può darmi in termini di favori questo candidato rispetto ad un altro?Quale sarebbe il mio tornaconto se venisse eletto?Che cosa ci guadagnerei? Domande che attestano l’esistenza di un vero e proprio gioco al rialzo, moralmente inaccettabile, che fa sprofondare la politica a mero rapporto privato e clientelare, attestandone, ancora una volta, la perdita di dimensione pubblica. A questa visione privatistica del cittadino, ha fatto riscontro “la ricerca privata del consenso” da parte di molti candidati. Un aspetto, anche questo, su cui riflettere e che personalmente, se utilizzato come unica strada di raccolta dei consensi, non condivido. La politica deve porsi invece, a mio parere, come spazio aperto in cui ci si ritrova, ognuno per dare il proprio contributo. Uno spazio all’interno del quale creare un sentimento di appartenenza, in cui i cittadini arrivino reciprocamente “a sentirsi”, “a capirsi”, a considerarsi parte integrante di una comunità e, di conseguenza, ad essere sempre attori principali del suo sviluppo. Uno spazio in cui ognuno arrivi ad avere dentro di sé gli altri, in cui tutti (nessuno escluso) sentano l’appartenenza ad un progetto. Ecco perché sogno che gli ugentini riacquistino vigore politico, che siano capaci di riscoprire il senso e l’importanza dello sforzo collettivo, del camminare insieme. E mi auguro che presto una nuova solidarietà prenda il posto della vecchia complicità.

Comments 2 Commenti »

Ripropongo alcune domande, sulla discarica Burgesi, più volte poste dai cittadini alla Amministrazione Comunale di Ugento, e mai evase dalla stessa:

1. Quali sono i motivi che hanno impedito dopo la consegna avvenuta il 1 ottobre 2002, la messa in funzione del Centro Stoccaggio Rifiuti per il quale sono stati spesi 5 miliardi circa delle vecchie lire?

2. Perché il Comune di Ugento non ha mai rivendicato il pagamento, dalla società GIECO, dei 200 milioni (delle vecchie lire) all’anno previsti nella prima convenzione?

3. Perché il Comune di Ugento non ha mai rivendicato e continua a non rivendicare dalla società Monteco il pagamento dei 500mila euro previsti, nella convenzione approvata il 31 ottobre 2002, a titolo di risarcimento delle spese per ristoro ambientale?

4. Perché si è proceduto nel 2002 al rinnovo della Convenzione con la Monteco pur esistendo seri elementi di inaffidabilità a carico della stessa società?

Questo semplicemente perché, pur accogliendo, da cittadino ugentino, con immenso “sollievo” l’archiviazione disposta dal Gip di Lecce in merito alla bonifica della discarica Burgesi (fatta secondo la stessa procura a regola d’arte) ritengo sia opportuno continuare a mettere in evidenza alcuni punti, tuttora oscuri, della vicenda. Anche se sulla profondità degli scavi effettuati durante l’attività di prelievo e di controllo, nonché sulla loro relativa sufficienza ad escludere, in modo assoluto, alcun tipo di illecito nella procedura di bonifica non posso non esprimere forti dubbi.

Comments 1 Commento »

Iscriviti al tBlog e crea un tuo profilo!

Switch to our mobile site