Archivio per la Categoria “Politica”

In questa calda (finalmente!!!) giornata di fine maggio il mio pensiero non può, per forza di cose, non andare a Giovanni Falcone, alla moglie, Francesca Morvillo, ai tre agenti della scorta, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, uccisi nell’attentato di Capaci, il 23 maggio 1992. Un anniversario che arriva nel momento in cui si riaprono le indagini su un altro attentato subito da Falcone, all’Addaura, esattamente tre anni prima, e dal quale lo stesso Falcone uscì miracolosamente indenne. Indagini che stanno pian piano sconfessando ciò che in questi anni ci è stato propinato come una certezza: la matrice esclusivamente mafiosa dei 58 candelotti di dinamite piazzati sulla scogliera dell’Addaura nel giugno del 1989. Oltre ai mafiosi sembra si stia accertando la partecipazione, in questa operazione, di una parte dei servizi segreti, una parte dello stato che voleva Falcone morto piuttosto che impegnato a tutto campo nella lotta a Cosa Nostra. L’ennesimo mistero italiano, dunque, che mette in risalto come, all’epoca dei fatti, si siano frettolosamente chiuse le indagini al fine di coprire elementi che avrebbero permesso di costruire un’altra verità. Quella vera. Sui rapporti tra mafia e politica mi è capitato circa due anni fa di leggere un libro di Marco Travaglio e Saverio Lodato dal titolo “Intoccabili”. Ebbene, in una pagina dello stesso (il cui numero in questo momento mi sfugge) si faceva riferimento all’attentato dell’Addaura e ad una telefonata che il giudice Falcone avrebbe, subito dopo, ricevuto da un importante uomo dello stato (Andreotti), il quale gli avrebbe espresso le più vive felicitazioni per il fatto di essere sfuggito all’attentato. Abbassando la cornetta, Falcone, rivolgendosi ad un suo strettissimo collaboratore avrebbe detto: “di solito se riesci a scampare ad un attentato di mafia i primi a telefonarti sono coloro che avevano preparato la corona di fiori”.
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Essendo abituale spettatore della trasmissione “Ballarò”, ho assistito, martedì scorso, alla lite tra Massimo D’Alema, attuale Presidente del Copasir, e il Condirettore de “Il Giornale” Alessandro Sallusti. Al centro del dibattito la vicenda che vede coinvolto l’ex Ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, ennesimo caso di uomo politico “permale” che, di fronte alle accuse contestategli dalla magistratura, ha pensato di ricorrere all’ormai consolidata tecnica berlusconiana della “gogna e della persecuzione mediatica”, etichettandosi, al pari di altri “illustri” colleghi dell’ultimo ventennio di storia repubblicana, come vittima di tale accanimento.
Durante la trasmissione il condirettore de “Il Giornale” ha ripetutamente provocato baffetto D’Alema, il quale ha pensato bene, esausto, di indirizzargli un “bel vada farsi fottere” nel momento in cui Sallusti ha cercato di accomunare lo scandalo di Affittopoli, che vide coinvolti verso la fine degli anni ’90 molti politici (in gran parte di sinistra), tra cui l’immancabile baffetto, scoperti ad abitare, in affitto ad equo-canone, alloggi di proprietà di enti pubblici, e la vicenda di Scajola, a sua volta acquirente, ad una cifra ridicola, di una mega abitazione vista Colosseo. Cifra bassa quella sborsata dall’ex Ministro, non perché si fosse imbattuto in una irripetibile “occasione immobiliare” ma perché gran parte della stessa sarebbe stata pagata dalla classica “cricca”, dagli “amici degli amici”, di cui ormai quasi ogni politico ama circondarsi. In questo caso Anemone & C., coinvolti nello scandalo degli appalti riguardanti il G8, il terremoto in Abruzzo, la Protezione Civile.
E’ indubbio che l’intento di Sallusti era quello di confondere le acque e di provocare l’ira del baffetto, ma è palese che le due questioni non si potessero e non si possano accomunare e che le dimissioni di Scajola, di fronte alle fattispecie di reato che si stanno delineando, fossero, per rispetto delle istituzioni e degli italiani, doverose. Ma ribadendo la personale ripugnanza per le vicende di Scajola mi chiedo anche, e soprattutto, come faccia un politico, consapevole dei propri privilegi, ad accettare in affitto da un ente pubblico ad equo canone ( importo a dir poco irrisorio stabilito dalla legge) una casa che sicuramente farebbe molto più comodo ad un comune cittadino, in situazione economica “leggermente” più svantaggiata? E come è possibile che ad accettarla sia un politico di sinistra?
Stefano Petroselli, sul “Secolo d’Italia”, in merito alla rabbiosa reazione di baffetto D’Alema di cui sopra, ha parlato di “scatto d’orgoglio della politica vera, della politica dei contenuti, contro la politica fatta di propaganda e provocazioni”. Una affermazione del tutto opinabile se non si chiarisce preventivamente che cosa si intende per politica “vera e dei contenuti”. Anche perché negli ultimi anni di contenuti ne abbiamo visti ben pochi, anche a sinistra. Soprattutto da parte di D’Alema, capace esclusivamente di tagliare le gambe ai vari Prodi, Franceschini, Veltroni e per poco (tentativo miseramente fallito) anche a Vendola. Tutto per il potere. Quel potere che fa accumulare privilegi su privilegi. Ma che nel caso del baffetto li fa, forse, velocemente dimenticare.
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RIPORTO UN ARTICOLO DEL DIRETTORE DEL SETTIMANALE GLI ALTRI PIERO SANSONETTI
Big Bang: è la parola giusta. La politica italiana ha bisogno di un Big Bang, cioè di un atto di creazione. Di nuova creazione. Non si esce con qualche aggiustamento dalla crisi devastante che stiamo attraversando. La crisi non è Berlusconi. Berlusconi è il sintomo della crisi. Berlusconi è un tentativo, ormai esaurito, di soluzione. Berlusconi è il leader politico che ha tentato di coprire la crisi con il suo carisma e il suo populismo. Ci è riuscito solo in parte e solo per un periodo. E questo periodo si è concluso.
Ma il problema oggi non è come abbattere Berlusconi, cioè “il male”; ma come affrontare la crisi che Berlusconi non riesce più a interpretare. Il “male” è la crisi. Non si tratta di porre fine al berlusconismo ma di costruire il dopo-berlusconismo. In cosa consiste la crisi politica italiana? Nel fatto che le idee non corrispondono più in nessun modo agli schieramenti. Gli schieramenti si sono costruiti attraverso un artigianale e pasticciato travaso dei vecchi partiti della prima Repubblica nei due contenitori – grossolani – del bipolarismo. In questo travaso, le idee si sono disperse. Si sono dispersi anche i gruppi dirigenti, schiantati dalle lotte di potere e dall’assenza di politica.
La lotta politica ha perso di senso. Il bipolarismo, che avrebbe dovuto marcare l’alternatività tra destra e sinistra, si è realizzato – paradossalmente – attraverso la scomparsa di destra e sinistra. Oggi l’ex leader del Msi si batte contro la Lega e il clericalismo, e Repubblica invoca Cordero di Montezemolo come leader della sinistra. Esistono ancora destra e sinistra? E in che cosa consistono? E dov’è la linea di demarcazione? E se non esistono più, o se la linea di demarcazione è diventata troppo sbiadita, esiste la possibilità di rendere più forte e visibile questa linea, e di rimettere ordine, e di far tornare destra e sinistra alle loro nette identità di una volta? Cioè: ha un senso battersi per restaurare i vecchi schemi? La clamorosa uscita di Gianfranco Fini, cioè il gesto di rottura – con tutte le possibili frenate, gli stop and go, le cautele – è un punto di non ritorno.
Perché? Perché è un atto di frattura fondato non su una tattica – su uno spostamento “interno”, su una valutazione di opportunità – ma su alcuni principi. Due essenzialmente. Quello laico (sul Secolo, domenica, c’era scritto che le cose sono cambiate sul caso Englaro, e dunque su una idea diversa di laicità, e di vita, e di morte, e di diritti, cioè sui temi decisivi della politica); e quello solidale (la filosofia xenofoba leghista viene considerata incompatibile coi principi di libertà e di civiltà). Una frattura di questo genere non è sanabile, perché avviene su un terreno non negoziabile. Presuppone il ripensamento di tutto l’impianto di pensiero della destra. Ricordate altre rotture, nella recente vita politica italiana, di questa portata? Forse l’ultima fu la scissione del manifesto dal Pci, anno 1969.
Per questo faceva impressione nei giorni scorsi leggere i commenti dei grandi giornali, degli opinionisti, dei politologi. Nessuno sembrava neppure interessato a porre la questione a quest’altezza. L’editoriale domenicale di un intellettuale prestigioso e esperto come Scalfari era quassi uguale a quello del “corrierista” Panebianco. Scalfari si chiedeva: dove vuole arrivare Fini? A diventare presidente del Senato, o forse della Repubblica? Non si accorge che in questo modo porta voti alla Lega? Colpiva la distanza tra la complessità di quello che sta avvenendo e il metro di lettura di Scalfari. Il fondatore di Repubblica (come anche l’editorialista del Corriere) non era neppure sfiorato dal sospetto che una rottura così clamorosa nel centrodestra abbia altre ragioni e altri obiettivi, e metta in discussione molto più che la distribuzione di alcune poltrone: mette in discussione i futuri assetti della politica.
Perché Scalfari e Panebianco non avvertono questa novità? Perché Scalfari e Panebianco, come la stragrande maggioranza degli opinionisti, non vogliono, o non riescono, a uscire dagli schemi vecchi della politica, dalla divisione secca destra/sinistra e dalle sottodivisioni tattiche al loro interno. Pensano che in quello schema si esaurisca tutto il “pensabile”. La rottura di Fini pone questioni grandissime alla sinistra. Nell’area della sinistra molti sono convinti che occorra un Big Bang. Lo hanno detto. Cioè che bisogna fare punto, mandare tutto all’aria e rifondare la sinistra. Però quasi tutti sono convinti che rifondare la sinistra voglia dire azzerare ogni cosa, e poi, con le stesse forze, le stesse idee, gli stessi recinti, rifondare – appunto – una strategia e un gruppo dirigente. Tra ri-fondare e ricreare c’è una enorme differenza.
Ri-creare prevede uno scompaginamento non solo del proprio campo, ma di tutti i campi. Il Big Bang, che è un atto creativo, avviene sul caos generale, non può avvenire sul caos solo di una parte definita, limitata, dell’universo. Ri-creare non può essere ri-creare solamente la sinistra: deve essere una ri-creazione (ma se volete, e siete allegri, levate pure quel trattino…) di tutta la politica. Fini – è chiaro – è dentro questa prospettiva. Se troverà interlocutori a sinistra – seri e coraggiosi – sarà difficile fermare una specie di rivoluzione. Che travolgerà tutti, che travolgerà la seconda Repubblica. E solo questo può determinare il superamento del berlusconismo e il superamento della crisi che lo ha prodotto.
Se la sinistra non darà sponda a Fini, Fini perderà, la sinistra si adatterà alla linea Montezemolo e magari vincerà anche le prossime elezioni, ottenendo che Confindustria succeda a Berlusconi. E così la crisi si aggraverà.
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A campagna elettorale finita e a verdetti delle urne acquisiti, vorrei concentrarmi su alcuni aspetti che hanno caratterizzato le ultime settimane della vita politica provinciale, in particolare ugentina. Settimane durante le quali mi è capitato più volte di sentire pronunciare, dai cittadini, due frasi. Innanzitutto, la classica “i politici sono tutti uguali”, con la quale ho avuto conferma del persistente e consolidato sconforto in cui sono caduti gli elettori di fronte ad una classe politica a dir poco distante e indifferente alle problematiche quotidiane. E, in aggiunta, un’altra affermazione che lascia benissimo intendere quale sia l’idea di politica di alcuni cittadini, anche ugentini: che cosa può darmi in termini di favori questo candidato rispetto ad un altro?Quale sarebbe il mio tornaconto se venisse eletto?Che cosa ci guadagnerei? Domande che attestano l’esistenza di un vero e proprio gioco al rialzo, moralmente inaccettabile, che fa sprofondare la politica a mero rapporto privato e clientelare, attestandone, ancora una volta, la perdita di dimensione pubblica. A questa visione privatistica del cittadino, ha fatto riscontro “la ricerca privata del consenso” da parte di molti candidati. Un aspetto, anche questo, su cui riflettere e che personalmente, se utilizzato come unica strada di raccolta dei consensi, non condivido. La politica deve porsi invece, a mio parere, come spazio aperto in cui ci si ritrova, ognuno per dare il proprio contributo. Uno spazio all’interno del quale creare un sentimento di appartenenza, in cui i cittadini arrivino reciprocamente “a sentirsi”, “a capirsi”, a considerarsi parte integrante di una comunità e, di conseguenza, ad essere sempre attori principali del suo sviluppo. Uno spazio in cui ognuno arrivi ad avere dentro di sé gli altri, in cui tutti (nessuno escluso) sentano l’appartenenza ad un progetto. Ecco perché sogno che gli ugentini riacquistino vigore politico, che siano capaci di riscoprire il senso e l’importanza dello sforzo collettivo, del camminare insieme. E mi auguro che presto una nuova solidarietà prenda il posto della vecchia complicità.
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Ripropongo alcune domande, sulla discarica Burgesi, più volte poste dai cittadini alla Amministrazione Comunale di Ugento, e mai evase dalla stessa:
1. Quali sono i motivi che hanno impedito dopo la consegna avvenuta il 1 ottobre 2002, la messa in funzione del Centro Stoccaggio Rifiuti per il quale sono stati spesi 5 miliardi circa delle vecchie lire?
2. Perché il Comune di Ugento non ha mai rivendicato il pagamento, dalla società GIECO, dei 200 milioni (delle vecchie lire) all’anno previsti nella prima convenzione?
3. Perché il Comune di Ugento non ha mai rivendicato e continua a non rivendicare dalla società Monteco il pagamento dei 500mila euro previsti, nella convenzione approvata il 31 ottobre 2002, a titolo di risarcimento delle spese per ristoro ambientale?
4. Perché si è proceduto nel 2002 al rinnovo della Convenzione con la Monteco pur esistendo seri elementi di inaffidabilità a carico della stessa società?
Questo semplicemente perché, pur accogliendo, da cittadino ugentino, con immenso “sollievo” l’archiviazione disposta dal Gip di Lecce in merito alla bonifica della discarica Burgesi (fatta secondo la stessa procura a regola d’arte) ritengo sia opportuno continuare a mettere in evidenza alcuni punti, tuttora oscuri, della vicenda. Anche se sulla profondità degli scavi effettuati durante l’attività di prelievo e di controllo, nonché sulla loro relativa sufficienza ad escludere, in modo assoluto, alcun tipo di illecito nella procedura di bonifica non posso non esprimere forti dubbi.
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In settimana è stato discusso e approvato, in aula, al Senato il documento istitutivo dell’ennesima Commissione di Inchiesta sull’uranio impoverito. Una Commissione che, sulla falsariga di quanto avvenuto nelle due precedenti legislature, dovrà indagare sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito il personale italiano impiegato in Italia e nelle missioni militari all’estero.
È un dato di fatto ormai che decine di soldati siano tornati, negli ultimi anni, dalle missioni internazionali offesi da contaminazioni derivanti da contatto con l’uranio impoverito e l’amianto delle navi. Ecco, rispetto a questa tragica certezza, penso che la politica non possa più far finta di niente e che lo stato abbia il dovere di non abbandonare coloro che, spesso in giovane età, hanno deciso di lavorare all’estero per la Patria e tornando sono costretti ad affrontare malattie insidiose e spesso mortali senza che venga loro riconosciuto alcun risarcimento economico. Questo è un tema, a parer mio, di estrema importanza. Una battaglia di verità e giustizia.
Penso che non si possa più retoricamente inneggiare alla presenza dei nostri militari all’estero, colmandoli di lodi per i compiti che svolgono nei molteplici e difficili fronti su cui operano (Afghanistan, Iraq, Libano, Balcani) e poi essere totalmente indifferenti e silenti di fronte ai problemi di salute che, più delle volte, sono costretti ad affrontare una volta ritornati a casa.
Ben venga, quindi tale Commissione. A patto che si definisca, nel più breve tempo possibile e con estrema precisione, tale drammatico fenomeno e tutti gli aspetti che lo caratterizzano. Mi riferisco, innanzitutto, ai dubbi sollevati, nella precedente legislatura, in merito alla adeguatezza delle misure precauzionali e degli equipaggiamenti di protezione individuale in favore dei nostri militari, i quali si trovano ad operare in contesti fortemente degradati dal punto di vista ambientale ed igienico-sanitario. Contesti caratterizzati, soprattutto, dalla presenza di uranio impoverito e dalla dispersione delle cosiddette “nanoparticelle” ossia polveri ultrasottili, prodotte dalla esplosione di materiale bellico, che, se inalate ed ingerite, producono gravi danni alla salute. Su questo aspetto, nonostante la desolante parzialità dei dati a disposizione, l’ultima Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, prendendo atto che i dati e le ricerche disponibili non confermavano, ma nemmeno escludevano, il possibile legame tra l’insorgere di patologie gravi tra i nostri militari e l’esposizione all’uranio impoverito o altri agenti nocivi da parte degli stessi, ha intelligentemente sostituito il nesso di causalità, impossibile da provare direttamente, con l’utilizzo di strumenti statistico-probabilistici. In base a tali strumenti si è stabilito che il verificarsi dell’evento morboso su militari che abbiano operato in contesti fortemente degradati ed inquinati costituisce, a meno che l’Amministrazione militare non sia in grado di escludere un nesso di causalità, elemento sufficiente a determinare, per le vittime delle patologie e per i loro familiari, il diritto a ricorrere agli strumenti indennitari previsti dalla legislazione vigente.
Ma il pericolo viene anche dall’amianto delle navi che, presente in molte imbarcazioni della Marina Militare negli ultimi dieci anni, ha stroncato la vita di oltre 300 militari. Una convinzione provata dal fatto che lo scorso settembre il ministero della Difesa, primo e finora unico caso nella storia della Marina Militare, ha risarcito con 850mila euro (per ognuna) le famiglie di due marinai uccisi da mesotelioma pleurico, il tumore da esposizione all’amianto. Inoltre, tale risarcimento è arrivato a sorpresa, prima ancora che i giudici del tribunale di Padova si pronunciassero sulla richiesta di rinvio a giudizio, presentata dalla Procura e successivamente accolta, per 14 ammiragli della Marina, indagati per omicidio colposo e inosservanza delle norme di prevenzione e protezione sui luoghi di lavoro.
In pratica, il Ministero della Difesa, ha pagato prima della sentenza, ammettendo di fatto che la morte dei marinai in questione fosse necessariamente da relazionarsi al contatto con le navi killer.
Di fronte a tali fatti, pur condividendo la necessità di avere informazioni più precise sul numero di militari deceduti e contagiati e sulle dinamiche produttrici di tale tragedia, credo che obiettivo primario debba essere solo uno: chi ha messo a rischio la propria vita e la propria salute per la Patria, al punto da ammalarsi seriamente, deve necessariamente poter contare sulla presenza dello stato, deve poter fare affidamento su un sistema di aiuti economici ben definito e non farraginoso che gli permetta di curarsi nel miglior modo possibile.
Ecco perché mi auguro che tale Commissione d’Inchiesta, l’ennesima, sia il primo passo per la soluzione definitiva del problema e non una ulteriore e mera occasione di sperpero di denaro pubblico, attraverso la mera elargizione di cariche e privilegi, di natura economica e non, per i componenti della stessa Commissione e il continuo e sproporzionato ricorso al sistema di esperti pubblici e privati cui la stessa potrà rivolgersi per espletare la sua attività.
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Norman Podhoretz in un suo libro molto interessante, La quarta guerra mondiale, sostiene che l’attentato dell’11 settembre 2001 sia stato frutto di una sottovalutazione trentennale, da parte degli Usa, dei terroristi islamici che, di fronte all’inerzia dei vari governi americani del passato, oltre a mettere a segno in tutto il mondo, già dagli anni ’70, numerosi attentati contro obiettivi statunitensi, avrebbero sviluppato competenze e capacità militari tali da permettere loro di organizzare l’attentato contro il World Trade Center, provocando la morte di circa 3000 persone. Una inerzia e una “trascuratezza” che, dopo questa tragedia, non poteva più essere tollerata. Da questa convinzione e dalla necessità di annientare militarmente Al Qaeda, sarebbero nate la dottrina Bush e le conseguenti guerre in Afghanistan ed Iraq.
Nel discorso del 20 settembre 2001 George W. Bush dichiarava: “Non dimenticherò la ferita inferta al nostro paese né tantomeno coloro che ci hanno colpito. Non esiterò, non mi fermerò e non mi tirerò mai indietro in questa battaglia per la libertà e la sicurezza del popolo americano”.
Queste parole dell’ex presidente americano erano dettate dalla convinzione che l’America, l’occidente, il mondo libero fossero, con gli attentati alle Torri Gemelle, sotto attacco dell’Islam radicale, intenzionato a distruggere tutto ciò per cui l’America ritenesse giusto combattere. Pertanto, partendo dall’ assegnazione di un giudizio morale alle relazioni internazionali, gli Stati Uniti erano il bene, mentre gli stati che aiutavano logisticamente e finanziariamente i terroristi erano il male.
Secondo Bush e la sua amministrazione gli islamisti radicali avevano iniziato una guerra contro l’occidente e il mondo libero.
Ma veramente l’Islam ha, dal 2001, l’obiettivo di invadere e soppiantare l’Occidente?
Alcuni studiosi sostengono sia esattamente il contrario e cioè che l’11 settembre 2001 sia la risposta dell’Islam al tentativo della civiltà occidentale di espandersi imperialisticamente e senza limiti. A tal proposito, Toynbee, uno dei massimi studiosi dell’argomento, ha dichiarato che “la civiltà occidentale ha letteralmente assediato le altre civiltà, possedendo la capacità di aggredire il codice genetico delle altre culture.” La tecnologia e gli avanzati mezzi di comunicazione sarebbero gli strumenti cardine di questa aggressione.
Da queste affermazioni risulterebbe una aggressione dell’Occidente alle altre civiltà, alla quale l’Islam, possedendo poche capacità adattative ed essendo ancora un sistema teocratico, reagirebbe con l’intransigenza ed il terrorismo.
Dove risiede la verità? Gli occidentali sono veramente invasivi oppure è l’Islam che sta cercando di imporre i suoi dogmi all’Occidente? L’occidente deve farsi carico della missione civilizzatrice di insediare la democrazia in terra islamica? E, soprattutto, una civiltà “imperialista e capace di intaccare il codice genetico delle altre culture” può legittimamente “esportare” la democrazia?
Su questo tema ritornerò nei post successivi.
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![svBERLUSCONI_wideweb__470x312,0[1] svBERLUSCONI_wideweb__470x312,0[1]](http://tblog.iltaccoditalia.net/stradeimbattute/files/2010/02/svBERLUSCONI_wideweb__470x31201-300x199.jpg)
“Chi sbaglia e commette reati sarà messo fuori dal partito e non potrà pretendere di stare in nessun movimento politico”.
E’ ( o meglio sarebbe) la nuova linea politica del premier Berlusconi, il quale ha annunciato anche “severe” misure anticorruzione. L’uso del condizionale è d’obbligo in quanto, per l’ennesima volta, alle parole non corrispondono, almeno per ora, i fatti.
Subito dopo le dichiarazioni del premier, infatti, Nicola Cosentino (coordinatore PDL in Campania e Sottosegretario all’economia con delega al CIPE) su cui pende un ordine di cattura per associazione camorristica, non eseguito per respingimento della richiesta di autorizzazione a procedere, ha rassegnato le dimissioni da entrambi gli incarichi. Berlusconi si è però affrettato a respingerle, ribadendo la sua personale stima nei confronti di Cosentino.
L’annuncio del Premier riguardante la “necessaria” presentazione di “liste pulite” alle prossime elezioni regionali e l’imminente adozione, da parte del governo, di norme anticorruzione non possono non destare scalpore, alla luce del curriculum giudiziario di alcuni esponenti dell’esecutivo e della maggioranza. Su tutti Marcello Dell’Utri ( condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa a Palermo, nonché condanna definitiva, rimediata a Torino, per aver patteggiato 2 anni e 3 mesi riguardo a false fatturazioni e frodi fiscali riconducibili a Publitalia), il ministro Umberto Bossi (condanna definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxi tangente Enimont), l’ex ministro della giustizia Castelli (condannato dalla Corte dei Conti per 500 mila euro di danno erariale causato dalla elargizione di facili consulenze ai tempi in cui era ministro), l’attuale ministro per i rapporti con le Regioni Raffaele Fitto, sotto processo per corruzione ( avrebbe ricevuto da Giampaolo Angelucci, re delle cliniche private romane e pugliesi, 500 mila euro per finanziare la propria lista, “La Puglia prima di tutto” durante le elezioni regionali del 2005) . Per non parlare dello stesso Premier che però, attraverso prescrizioni e leggi ad personam, evita da decenni di presentarsi ai processi.
Con queste premesse che contenuto potranno avere queste nuove norme? Che efficacia e credibilità potranno avere le stesse se a vararle saranno membri della maggioranza e di governo palesemente nei guai con la giustizia?
Probabilmente, con la vicinanza delle elezioni regionali, il premier cercherà di fagocitare mediaticamente anche il tema della questione morale. Aspetto su cui, invece, dovrebbe avere il buon gusto, assieme ad una folta schiera di parlamentari bipartisan, di non pronunciare nemmeno una parola.
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Sono molti, negli ultimi giorni, gli spunti di carattere politico che, indubbiamente, meriterebbero un approfondimento: la visita di Berlusconi in Israele, la legge sul legittimo impedimento, la decisione del governo di impugnare, davanti alla Corte Costituzionale, le leggi di Campania, Puglia, Basilicata che vietano l’installazione di centrali nucleari sui propri rispettivi territori.
Nonostante ciò, vorrei però soffermarmi su un provvedimento ( il disegno di legge n. 1956), in discussione in aula al Senato, nel quale si prevede la trasformazione della Protezione Civile in una S.p.A. a capitale interamente pubblico, “al fine di garantire economicità e tempestività agli interventi del Dipartimento della Protezione Civile”. In pratica pur se la titolarità della stessa Protezione Civile continuerà a rimanere del Dipartimento, facente capo alla Presidenza del Consiglio, le funzioni strumentali passeranno interamente nelle mani della Protezione Civile Servizi S.p.A, la quale acquisirà le competenze ed il know how necessari ad affrontare le situazioni di emergenza e di calamità che potrebbero verificarsi sul territorio italiano. Pertanto, il rapporto tra il Dipartimento e tale S.p.A sarà regolato da un contratto di servizio i cui contenuti, assieme ai costi che dovranno essere sostenuti ogni volta che il Dipartimento chiederà l’impiego del personale, sono ancora, peraltro, del tutto sconosciuti. Gli unici due aspetti certi della vicenda sono che i sindaci verranno svuotati delle loro competenze in materia di Protezione Civile e che, essendo la società che si sostituirà a capitale interamente pubblico (inizialmente di un milione di euro), qualora si verificassero perdite di bilancio, le stesse sarebbero socializzate, cioè pagate dai cittadini, attraverso continui aumenti di capitale che, secondo quanto previsto dal comma 2 dell’art. 16 del suddetto disegno di legge, “sono determinati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze”.
Ho la sensazione (e forse anche più) che si stiano beffando, per l’ennesima volta, i cittadini italiani.
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La vittoria di Nichi Vendola alle primarie rappresenta, indubbiamente, una lezione per gli strateghi della politica. Per coloro che pensano la politica come un qualcosa che debba decidersi nei palazzi, per coloro che si sono presentati in questi mesi come i salvatori della Puglia. Lo spettacolo (indecente) sviluppatosi attorno alla scelta del candidato del centro-sinistra alla presidenza della Regione Puglia mi lasciava, giorno per giorno, sempre più amareggiato. Era chiaro a tutti, è stato chiaro a tutti, che la premiata ditta Casini-D’Alema (e non solo) ha cercato in tutti i modi di sbarazzarsi di Nichi. Il quale aveva avuto come unica colpa quella di mandare via dalla giunta regionale il delfino di baffetto D’Alema, Sandro Frisullo, implicato in uno scandalo di escort (e non solo) e di opporsi alla privatizzazione dell’Acquedotto Pugliese, business su cui Caltagirone, suocero di Casini, ha da tempo “messo gli occhi”. Di fronte a questo ostracismo continuo, Vendola ha chiamato a raccolta i giovani pugliesi, ha rimesso al centro della politica i cittadini pugliesi, ha restituito alla stessa quella dimensione pubblica da cui deve costantemente alimentarsi, ha fatto nuovamente sentire la Puglia partecipe di un qualcosa di cui i partiti di centrosinistra si erano abusivamente appropriati: la scelta del candidato alla presidenza della Regione Puglia. La politica non si fa nei palazzi ma coinvolgendo, il più possibile, la gente, facendola sentire costantemente partecipe dei destini di un territorio. Sinceramente ho sempre apprezzato Vendola. E’ preparato, capace, sempre pronto a condurre battaglie politicamente difficili. Ha commesso degli errori durante la sua presidenza, ma è dotato di un elemento non comune ai politici di oggi: è appassionato e ama la Puglia ed i pugliesi. In un articolo on-line qualche mese fa, prima dell’elezione a segretario di Pierluigi Bersani, si esortava provocatoriamente Vendola a “prendere” il PD, a diventare leader del maggior partito di opposizione, a costruire una alternativa al centrodestra. Ora Bersani, sostenuto da D’Alema, è diventato leader del Partito Democratico ( talmente democratico che fino a due settimane fa ha tentato di imporre il candidato dall’alto) e l’allargamento dell’alleanza di centrosinistra all’Udc rappresenta un elemento fondamentale della sua linea programmatica. Progetto, però, che con la vittoria di Vendola, non potrà realizzarsi in Puglia (come nel Lazio), subendo una non sottovalutabile battuta d’arresto. Il regno del “baffetto” non sarà definitivamente tramontato ma almeno lo stesso D’Alema ha capito che i pugliesi hanno ormai aperto gli occhi. E soprattutto, dopo ieri, hanno dimostrato di non volerli più chiudere.
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