Archivio per la Categoria “Premessa”

obama medvedev

Il metro di misurazione degli attuali rapporti Usa-Russia, nonché della loro probabile evoluzione, è la regione Caucasica, ormai oggetto di numerose attenzioni da parte degli americani. I russi non vogliono rinunciare alla influenza politica, economica e culturale che storicamente esercitano sull’area. Ecco perché si oppongono alla costruzione di basi antimissilistiche americane in territorio polacco e ceco ed all’ingresso di stati ex sovietici, come Ucraina e Georgia, nella Alleanza Atlantica. Le notizie sullo stato della democrazia russa lasciano molto perplessi gli americani. Putin e Medvedev devono convivere con il fardello rappresentato dalle palesi violazioni dei diritti umani dell’esercito russo in Cecenia, alacremente documentati dalla stampa estera, e con i sospetti che piovono, altrettanto palesemente, sul coinvolgimento del regime nella morte delle inviate Anna Politkovskaja e Natalia Estemirova, nonché di numerosi altri giornalisti. E’, pertanto, ampiamente dimostrato che chiunque tenti di schierarsi contro il Cremlino viene fisicamente eliminato. Un anno fa, allo scoppio della guerra in Georgia gli americani (sotto presidenza repubblicana) appoggiarono l’esercito di Tbilisi assicurando addestramento e armamenti. Oggi che la guerra sembra non esserci, la tensione continua ad essere alta. Perché gli americani continuano ad addestrare le truppe georgiane, perché i russi si “coccolano” le due province, l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, “scippate” al governo di Tbilisi, perché il presidente georgiano Sakhashvili non manca occasione per manifestare, a causa di tali perdite, la rabbia georgiana. In questo quadro l’amministrazione Obama mostra alcune incertezze. Se da un lato dialogo è la parola d’ordine nella gestione delle relazioni internazionali, dall’altro il progetto bushiano dello scudo spaziale non è stato ancora del tutto accantonato. Incertezze che si stanno manifestando anche riguardo la situazione iraniana. Titubanze dovute, forse, alle maggiori energie finanziarie e strategico-militari che si è deciso di convogliare in Afghanistan ed in Pakistan, al fine di imprimere una accelerazione decisiva nella guerra al terrorismo. Nella speranza che gli americani non facciano la stessa fine dei russi dopo l’invasione del 1979.

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In un periodo di sfiducia verso i politici, oltre che di un loro assoluto distacco dalla società civile, vorrei umilmente cercare di risvegliare stimoli, in questo periodo in gran parte sopiti, di partecipazione attiva, oltre che momenti costruttivi di riflessione politica.
Strade imbattute nasce con l’intento di disseppellire una concezione utopistica della politica. In questo spazio faccio riferimento all’utopia (alla società umana perfetta) non nella sua accezione negativa, cioè qualcosa di irraggiungibile, bensì al significato da essa assunto a fine ‘700 quando per la prima volta venne associata al tempo, cioè al futuro. La diretta conseguenza di questa assimilazione fu enorme. Questo nuovo concetto apriva la possibilità di vedere il presente come punto di partenza di un cammino volto al raggiungimento della futura perfezione. Il progresso diventa così possibile e la storia quindi si impossessa di quelle caratteristiche che prima erano attribuite alla sola utopia.
Giovanni Sartori nel suo ultimo libro “La democrazia in trenta lezioni”, dopo un breve ma interessante excursus storico,sottolinea come si tenda attualmente a considerare le utopie “ delle verità premature e delle realtà di domani”. Ogni tempo è caratterizzato dalla sua utopia.
Lo stato attuale della politica italiana permette di far nascere, nell’animo e nelle menti del comune cittadino, uno strabordante numero di utopie. Una di queste è la riscoperta degli ideali. “Gli ideali in una democrazia sono importanti, afferma il professor Sartori, ma dobbiamo fare attenzione nel maneggiarli, perchè se li esageriamo si rischia di sfociare nel perfezionismo o nell’utopismo”. Il più importante e capace politologo italiano ci conferma che la politica non deve basarsi semplicemente sugli ideali, e quindi sulla mera negazione della realtà, bensì, soprattutto, sulla cultura del fare, sulla adozione di provvedimenti che soddisfino i bisogni comuni dei cittadini. È questa una delle condizioni essenziali affinché la politica ritorni ad avere credibilità sociale. E’ anche vero però ciò che, durante i miei studi universitari, continuava a ripetere, durante le sue interessanti lezioni, un mio professore. Egli sosteneva che la classe governante fosse semplicemente lo specchio della cittadinanza. In questa sua riflessione, più che mai attuale, aveva tremendamente ragione.
Bisogna, pertanto, riprendere coraggio, impegnandoci dal basso a creare una situazione futura che sia migliore di quella presente, facendoci, noi cittadini, portatori di un nuovo modo di pensare ed agire che sia riluttante al clientelismo, ai particolarismi e all’illegalità. Questa deve essere la nostra utopia.

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