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Circa un anno fa parlai, in questo spazio, di PDL che, fin dalla sua nascita, si contraddistingueva per le vedute non proprio comuni dei due cofondatori: il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e quello della Camera Gianfranco Fini. Due leader che, dal marzo del 2009 ad oggi, hanno via via acuito le loro distanze. Su tutti i fronti. Sull’organizzazione del partito ( il PDL non è una caserma ripeteva costantemente Fini) e su questioni prettamente politiche (su tutte l’immigrazione, la legalità, la laicità dello stato, il testamento biologico). Ad esse si sono sicuramente aggiunte comuni ambizioni personali. Entrambi puntano, infatti, nel 2013, anno in cui finirà il mandato di Giorgio Napolitano, al Quirinale. Fini si è opposto a tutto (o quasi) negli ultimi mesi. Ha criticato il DDL intercettazioni ( a dir poco vergognoso e voluto fortemente dal Premier in nome della difesa della privacy), costringendo la maggioranza a modificarne il testo originario e rimandandone l’esame in aula a settembre. Ha espresso continuamente la propria contrarietà per la posizione dominante della Lega all’interno della coalizione di Governo. Si è opposto duramente alla nomina a Ministro per l’Attuazione del Federalismo di Aldo Brancher che, appena dopo aver giurato dinanzi al Capo dello Stato, ha tentato opportunisticamente di avvalersi del legittimo impedimento. Dopo soli 17 giorni lo stesso Brancher è stato costretto a dimettersi. L’aveva fatta troppo grossa agli occhi dell’opinione pubblica!!! Anche su Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, Fini non si è tirato indietro dal dire la sua ( “qualsiasi governo serio non dovrebbe accettare che chi ha avuto e continua ad avere comprovati rapporti col clan dei Casalesi continui a fare il sottosegretario”). Cosentino pochi giorni dopo si sarebbe (finalmente !!!) dimesso. E poi i continui richiami sugli innumerevoli tentativi di leggi ad personam da parte del Premier ( il lodo Alfano, il processo breve e, per ultimo, il legittimo impedimento, sulla cui legittimità costituzionale si pronuncerà la Consulta il prossimo 14 dicembre) nonché l’insofferenza verso quella parte del PDL che delegittima costantemente il lavoro dei magistrati e assurge a propri eroi personaggi come Vittorio Mangano. E’,dunque, sul tema della legalità che negli ultimi mesi si è incentrato lo scontro tra Fini e Berlusconi, in passato uniti dal garantismo oggi divisi dall’illimitato desiderio di impunità del Premier e della sua cricca. Oggi su “Il Fatto Quotidiano” Furio Colombo, a proposito della rottura tra Berlusconi e Fini e della conseguente formazione in Parlamento, da parte di quest’ultimo, di un proprio gruppo parlamentare (“Futuro e Libertà per l’Italia) parlava di “giorno di inizio della fine”. Non sarei per ora così ottimista ma sicuramente si è chiusa un’epoca.

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RIPORTO UN ARTICOLO DEL DIRETTORE DEL SETTIMANALE GLI ALTRI PIERO SANSONETTI

Big Bang: è la parola giusta. La politica italiana ha bisogno di un Big Bang, cioè di un atto di creazione. Di nuova creazione. Non si esce con qualche aggiustamento dalla crisi devastante che stiamo attraversando. La crisi non è Berlusconi. Berlusconi è il sintomo della crisi. Berlusconi è un tentativo, ormai esaurito, di soluzione. Berlusconi è il leader politico che ha tentato di coprire la crisi con il suo carisma e il suo populismo. Ci è riuscito solo in parte e solo per un periodo. E questo periodo si è concluso.

Ma il problema oggi non è come abbattere Berlusconi, cioè “il male”; ma come affrontare la crisi che Berlusconi non riesce più a interpretare. Il “male” è la crisi. Non si tratta di porre fine al berlusconismo ma di costruire il dopo-berlusconismo. In cosa consiste la crisi politica italiana? Nel fatto che le idee non corrispondono più in nessun modo agli schieramenti. Gli schieramenti si sono costruiti attraverso un artigianale e pasticciato travaso dei vecchi partiti della prima Repubblica nei due contenitori – grossolani – del bipolarismo. In questo travaso, le idee si sono disperse. Si sono dispersi anche i gruppi dirigenti, schiantati dalle lotte di potere e dall’assenza di politica.

La lotta politica ha perso di senso. Il bipolarismo, che avrebbe dovuto marcare l’alternatività tra destra e sinistra, si è realizzato – paradossalmente – attraverso la scomparsa di destra e sinistra. Oggi l’ex leader del Msi si batte contro la Lega e il clericalismo, e Repubblica invoca Cordero di Montezemolo come leader della sinistra. Esistono ancora destra e sinistra? E in che cosa consistono? E dov’è la linea di demarcazione? E se non esistono più, o se la linea di demarcazione è diventata troppo sbiadita, esiste la possibilità di rendere più forte e visibile questa linea, e di rimettere ordine, e di far tornare destra e sinistra alle loro nette identità di una volta? Cioè: ha un senso battersi per restaurare i vecchi schemi? La clamorosa uscita di Gianfranco Fini, cioè il gesto di rottura – con tutte le possibili frenate, gli stop and go, le cautele – è un punto di non ritorno.

Perché? Perché è un atto di frattura fondato non su una tattica – su uno spostamento “interno”, su una valutazione di opportunità – ma su alcuni principi. Due essenzialmente. Quello laico (sul Secolo, domenica, c’era scritto che le cose sono cambiate sul caso Englaro, e dunque su una idea diversa di laicità, e di vita, e di morte, e di diritti, cioè sui temi decisivi della politica); e quello solidale (la filosofia xenofoba leghista viene considerata incompatibile coi principi di libertà e di civiltà). Una frattura di questo genere non è sanabile, perché avviene su un terreno non negoziabile. Presuppone il ripensamento di tutto l’impianto di pensiero della destra. Ricordate altre rotture, nella recente vita politica italiana, di questa portata? Forse l’ultima fu la scissione del manifesto dal Pci, anno 1969.

Per questo faceva impressione nei giorni scorsi leggere i commenti dei grandi giornali, degli opinionisti, dei politologi. Nessuno sembrava neppure interessato a porre la questione a quest’altezza. L’editoriale domenicale di un intellettuale prestigioso e esperto come Scalfari era quassi uguale a quello del “corrierista” Panebianco. Scalfari si chiedeva: dove vuole arrivare Fini? A diventare presidente del Senato, o forse della Repubblica? Non si accorge che in questo modo porta voti alla Lega? Colpiva la distanza tra la complessità di quello che sta avvenendo e il metro di lettura di Scalfari. Il fondatore di Repubblica (come anche l’editorialista del Corriere) non era neppure sfiorato dal sospetto che una rottura così clamorosa nel centrodestra abbia altre ragioni e altri obiettivi, e metta in discussione molto più che la distribuzione di alcune poltrone: mette in discussione i futuri assetti della politica.

Perché Scalfari e Panebianco non avvertono questa novità? Perché Scalfari e Panebianco, come la stragrande maggioranza degli opinionisti, non vogliono, o non riescono, a uscire dagli schemi vecchi della politica, dalla divisione secca destra/sinistra e dalle sottodivisioni tattiche al loro interno. Pensano che in quello schema si esaurisca tutto il “pensabile”. La rottura di Fini pone questioni grandissime alla sinistra. Nell’area della sinistra molti sono convinti che occorra un Big Bang. Lo hanno detto. Cioè che bisogna fare punto, mandare tutto all’aria e rifondare la sinistra. Però quasi tutti sono convinti che rifondare la sinistra voglia dire azzerare ogni cosa, e poi, con le stesse forze, le stesse idee, gli stessi recinti, rifondare – appunto – una strategia e un gruppo dirigente. Tra ri-fondare e ricreare c’è una enorme differenza.

Ri-creare prevede uno scompaginamento non solo del proprio campo, ma di tutti i campi. Il Big Bang, che è un atto creativo, avviene sul caos generale, non può avvenire sul caos solo di una parte definita, limitata, dell’universo. Ri-creare non può essere ri-creare solamente la sinistra: deve essere una ri-creazione (ma se volete, e siete allegri, levate pure quel trattino…) di tutta la politica. Fini – è chiaro – è dentro questa prospettiva. Se troverà interlocutori a sinistra – seri e coraggiosi – sarà difficile fermare una specie di rivoluzione. Che travolgerà tutti, che travolgerà la seconda Repubblica. E solo questo può determinare il superamento del berlusconismo e il superamento della crisi che lo ha prodotto.

Se la sinistra non darà sponda a Fini, Fini perderà, la sinistra si adatterà alla linea Montezemolo e magari vincerà anche le prossime elezioni, ottenendo che Confindustria succeda a Berlusconi. E così la crisi si aggraverà.

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Nonostante le escort, lo scandalo della Protezione Civile (e il tentativo, per fortuna fallito, di privatizzarla), le norme sul legittimo impedimento, la sentenza di condanna in secondo grado a carico dell’avvocato inglese David Mills (procedimento poi prescritto), il Popolo della Libertà e la Lega sono riuscite a strappare al centrosinistra il Piemonte, il Lazio, la Campania e la Calabria, confermandosi in Veneto e Lombardia. Una vittoria che per Silvio Berlusconi vale doppio.
Di contro il centrosinistra conserva le tradizionali regioni rosse, Toscana, Emilia Romagna, Marche e Umbria e si conferma in Puglia con Nichi Vendola. Ma l’assenza di leadership al suo interno è a dir poco imbarazzante. Berlusconi riesce sistematicamente con le sue indubbie doti mediatiche a spostare negli ultimi giorni di campagna elettorale molti consensi. Doti che non posseggono i vari Bersani, Di Pietro ecc. Ma il vero problema è che il centrosinistra non riesce ad offrire una alternativa al modello berlusconiano. Non riesce a parlare ai cuori degli italiani, non riesce, a mio parere, ad esprimere quell’empatia politica che il centrodestra, invece, riesce efficacemente a comunicare. Ecco perché penso che il centrosinistra abbia bisogno di un cambio di passo. Ecco perché credo che il centrosinistra debba iniziare a farsi capire dalla gente. Che debba dialogare costantemente con essa. Che debba liberarsi delle solite facce e favorire il ricambio generazionale. Che debba avere maggior coraggio. Che debba riacquistare quella supremazia morale che, perduta miseramente negli ultimi anni, storicamente gli appartiene.

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“Chi sbaglia e commette reati sarà messo fuori dal partito e non potrà pretendere di stare in nessun movimento politico”.

E’ ( o meglio sarebbe) la nuova linea politica del premier Berlusconi, il quale ha annunciato anche “severe” misure anticorruzione. L’uso del condizionale è d’obbligo in quanto, per l’ennesima volta, alle parole non corrispondono, almeno per ora, i fatti.
Subito dopo le dichiarazioni del premier, infatti, Nicola Cosentino (coordinatore PDL in Campania e Sottosegretario all’economia con delega al CIPE) su cui pende un ordine di cattura per associazione camorristica, non eseguito per respingimento della richiesta di autorizzazione a procedere, ha rassegnato le dimissioni da entrambi gli incarichi. Berlusconi si è però affrettato a respingerle, ribadendo la sua personale stima nei confronti di Cosentino.
L’annuncio del Premier riguardante la “necessaria” presentazione di “liste pulite” alle prossime elezioni regionali e l’imminente adozione, da parte del governo, di norme anticorruzione non possono non destare scalpore, alla luce del curriculum giudiziario di alcuni esponenti dell’esecutivo e della maggioranza. Su tutti Marcello Dell’Utri ( condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa a Palermo, nonché condanna definitiva, rimediata a Torino, per aver patteggiato 2 anni e 3 mesi riguardo a false fatturazioni e frodi fiscali riconducibili a Publitalia), il ministro Umberto Bossi (condanna definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxi tangente Enimont), l’ex ministro della giustizia Castelli (condannato dalla Corte dei Conti per 500 mila euro di danno erariale causato dalla elargizione di facili consulenze ai tempi in cui era ministro), l’attuale ministro per i rapporti con le Regioni Raffaele Fitto, sotto processo per corruzione ( avrebbe ricevuto da Giampaolo Angelucci, re delle cliniche private romane e pugliesi, 500 mila euro per finanziare la propria lista, “La Puglia prima di tutto” durante le elezioni regionali del 2005) . Per non parlare dello stesso Premier che però, attraverso prescrizioni e leggi ad personam, evita da decenni di presentarsi ai processi.
Con queste premesse che contenuto potranno avere queste nuove norme? Che efficacia e credibilità potranno avere le stesse se a vararle saranno membri della maggioranza e di governo palesemente nei guai con la giustizia?
Probabilmente, con la vicinanza delle elezioni regionali, il premier cercherà di fagocitare mediaticamente anche il tema della questione morale. Aspetto su cui, invece, dovrebbe avere il buon gusto, assieme ad una folta schiera di parlamentari bipartisan, di non pronunciare nemmeno una parola.

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Ci si aspettava un discorso ad effetto stile piazza San Babila. Ad attenderlo, in Piazza Duomo, c’era il Popolo della Libertà, riunitosi per sostenere ed acclamare il Presidente del Consiglio, sistematicamente “perseguitato” dai giudici, dalla carta stampata e da alcune trasmissioni televisive.
Un accanimento mediatico-giudiziario che gli impedirebbe, oltre all’esercizio del mandato di governo attribuitogli dagli elettori circa un anno e mezzo fa, di occuparsi, a pieno regime, dei problemi del paese.
Ci si aspettava un colpo di teatro, in perfetto stile berlusconiano, alla luce delle continue prese di distanza dei finiani dalle decisioni del governo (ultima l’apposizione della fiducia sulla legge finanziaria) e dell’intervista rilasciata da Pierferdinando Casini, il giorno prima dell’aggressione, in cui il leader Udc auspicava la nascita di un fronte antiberlusconiano, a difesa della democrazia, che avrebbe coinvolto tutti i partiti d’opposizione.
Nessuno, invece, avrebbe potuto prevedere che un uomo, in cura da dieci anni per problemi psichici, Massimo Tartaglia, lanciasse una statuetta (raffigurante il Duomo di Milano) contro il premier, provocandogli la rottura di due denti, la lacerazione del labbro e l’infrazione del setto nasale.
Un episodio certamente figlio del clima di intolleranza e odio che caratterizza, da tempo, la vita politica italiana. Un odio che tutte le forze politiche, chi più chi meno, hanno contribuito a creare. Una deriva che ha portato la politica ad essere terreno di reciproche contese e scaramucce personali e non di soluzione dei problemi del paese. L’atto del Tartaglia è sicuramente deprecabile e da condannare, non degno di un paese civile. Ma bisogna anche precisare che in un paese civile Silvio Berlusconi non potrebbe mai ricoprire la carica di Presidente del Consiglio. Il lodo Alfano (bocciato dalla Corte Costituzionale ma in via di riproposizione) le leggi sul processo breve e il legittimo impedimento (che si stanno mettendo a punto il più velocemente possibile) non contribuiscono certamente ad accrescere la fiducia (peraltro bassissima in questo periodo) dei cittadini nelle istituzioni. Inevitabilmente, in questo modo, si da l’impressione (e non solo) che il premier manipoli la legge a suo piacimento, modellandola in base alle proprie esigenze e bisogni. Cosa ancor più grave, a mio parere, è che si faccia costantemente riferimento al consenso elettorale per giustificare tale condotta. Il consenso, è vero, attribuisce il diritto di governare. Ma non autorizza a violare costantemente la nostra costituzione, ad esautorare continuamente il parlamento delle sue funzioni, ad attaccare i garanti della nostra democrazia (Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale), a non rispettare i diritti della minoranza ( ieri ventisettesima fiducia in 18 mesi di governo). Senza dimenticare tali aspetti, continuando a metterli in evidenza agli occhi dell’opinione pubblica, sarebbe però opportuno abbassare i toni della contesa politica, iniziare ad offrire agli italiani una alternativa di governo a Berlusconi, combatterlo sui programmi e non solo sul terreno giudiziario. Alternativa che non deve essere la consueta sommatoria di forze politiche, accomunate dal semplice NO al Cavaliere, bensì un programma che si basi su valori condivisi e su un modello di società alternativo, che valorizzi le imprese e garantisca i diritti dei lavoratori, che riconosca il merito e sostenga la solidarietà, che rispetti le leggi e dia fiducia ai giovani di questo paese. Perché Berlusconi ha vinto e continua a vincere…….. anche e soprattutto culturalmente.

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Siamo il paese delle procure della Repubblica che fanno politica.
Siamo il paese dei politici che cercano di fuggire dal giudizio delle procure.
Siamo il paese della magistratura “sovversiva” che cerca con le proprie inchieste di ribaltare il voto degli elettori.
Siamo il paese dei politici che ci propinano la riduzione dei tempi di prescrizione dei processi come strada maestra per velocizzare lo svolgimento degli stessi ed avere una giustizia più rapida ed efficiente.
Siamo il paese dei giudici che impiegano ben nove anni a scrivere le motivazioni di una sentenza di condanna contro esponenti mafiosi.
Siamo il paese dei giudici incapaci di svolgere correttamente e con competenza il loro lavoro.
Siamo il paese dei giudici impossibilitati a svolgere correttamente e con competenza il proprio lavoro.
Siamo il paese in cui gli avvocati difensori di Berlusconi, eletti in parlamento, propongono riguardo la giustizia le più grandi ed inimmaginabili porcherie, parlando costantemente di riforma della stessa ma producendo sostanzialmente provvedimenti ad hoc per il proprio assistito (nonché nostro presidente del Consiglio)
Siamo il paese in cui i politici sotto processo dichiarano, senza quasi mai dimettersi, la piena volontà a collaborare con la magistratura affinché tutto possa positivamente chiarirsi nel più breve tempo possibile.
Siamo il paese in cui sempre tali politici invocano costantemente il legittimo impedimento istituzionale quando è il momento di presentarsi alle udienze.
POI siamo ANCHE il paese dei giovani inoccupati o disoccupati.
Siamo il paese delle platoniche pari opportunità.
Siamo il paese che non dispone, al contrario degli altri paesi europei, di una adeguata legge sugli ammortizzatori sociali.
Siamo il paese che non finanzia la ricerca scientifica.
Siamo il paese che investe sul nucleare piuttosto che sulle fonti alternative.
Siamo il paese del lavoro sommerso e dell’evasione fiscale più alta d’Europa.
Siamo il paese in cui una paziente, dopo aver atteso quattro ore nella corsia di un pronto soccorso, muore per non essere stata assistita e curata nei modi e nei tempi giusti.
Siamo il paese delle lunghe liste d’attesa nell’erogazione di prestazioni sanitarie pubbliche.
Siamo il paese che perde progressivamente i propri giovani saperi.
Siamo il paese dei clientelismi.
Siamo il paese delle due velocità.
Siamo il paese della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta e di altre piccole o grandi organizzazioni criminali.
Ma di ciò sembra che in pochi si siano accorti negli ultimi quindici anni.

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Il governatore della regione Puglia Nichi Vendola ha riportato in auge, nei giorni scorsi, il tema della QUESTIONE MORALE azzerando la giunta regionale, in seguito allo scandalo degli appalti della sanità pugliese. La procura di Bari già nel febbraio scorso aveva aperto, a tal proposito, un’inchiesta. Ad essa si è poi affiancata, nelle ultime due settimane, l’indagine, condotta dal Pubblico Ministero Scelsi, riguardante le escort che l’imprenditore Gianpaolo Tarantini (particolarmente attivo nella sanità pugliese) avrebbe messo a disposizione del premier Silvio Berlusconi per alcune serate “mondane” tenutesi a Villa Certosa e Palazzo Grazioli.
Il dibattito sulle modalità di selezione delle candidature alle recenti elezioni europee ed amministrative e le polemiche inerenti le derive sultaniste del premier ( bramoso di circondarsi di belle e giovani donne) sono necessariamente da ricondurre al “ciarpame politico“ che Veronica Lario, moglie del premier, si è affrettata a denunciare dalle pagine di Repubblica circa un mese fa. Successivamente sarebbero state diffuse, dalla stampa estera, le foto delle feste in Sardegna. Immagini che ritraevano addirittura premiers stranieri (il ceco Topolanek) completamente nudi.
Come è lontano per Berlusconi il 25 aprile quando, con fazzoletto partigiano attorcigliato al collo, tenne nel piccolo paese di Onna in provincia dell’Aquila, distrutto dal terremoto, un discorso improntato all’unità nazionale, esaltando comunisti del calibro di Togliatti e Terracini, riconoscendone il merito, al pari degli altri padri costituenti, di aver scritto “una grande pagina della storia del nostro paese”. Avrebbe addirittura dichiarato la Resistenza “valore fondante della nazione”. Un discorso che l’Italia attendeva da quindici anni e che ha rappresentato forse il momento di maggior gradimento e popolarità del premier. Un intervento da Presidente della Repubblica in pectore, primo tassello di un puzzle che una volta completato, alla scadenza naturale della legislatura (nel 2013), avrebbe dovuto portarlo al Quirinale, coronamento di una vita a dir poco straordinaria, sia nel campo imprenditoriale che in quello politico.
Su questa vicenda di veline e gossip mi sento di dire ben poco. Nonostante la presenza degli ispettori del ministro Alfano, piombati presso la procura di Bari già all’avvio dell’inchiesta nei confronti dell’attuale ministro per i rapporti con le regioni Raffaele Fitto, attendo fiducioso l’evolversi naturale dei fatti. Ciò che mi preme sottolineare è la superficialità con la quale i TG e le televisioni nazionali hanno affrontato la questione. Alcuni di essi adducendo addirittura come giustificazione il fatto che ancora non fosse stata (e non sia tuttora) stata definita alcuna tipologia di reato e che le notizie circolanti fossero strettamente legate alla vita privata del premier. Pur sforzandosi di far rientrare la vicenda di Patrizia D’Addario ( una delle escort presentate a Berlusconi dall’imprenditore Gianpaolo Tarantini) nella sfera privata del premier, le buone intenzioni decadono quando ritroviamo la candidatura della stessa escort, alle recenti elezioni amministrative, nella lista “La Puglia prima di tutto” facente capo all’attuale ministro Fitto. Ciò fa automaticamente acquistare alla vicenda una dimensione pubblica ed apre inevitabilmente il dibattito sui criteri utilizzati (ben poco meritocratici) per la scelta delle candidature.
Attendendo, come detto precedentemente l’evolversi degli eventi, mi pare, invece, che l’indagine riguardante gli appalti della sanità pugliese sia, dal mio punto di vista, molto più grave in riferimento a quella questione morale cui Vendola ha fatto riferimento.
Proprio da questo spazio, circa un mese fa, ho indirizzato una lettera aperta al governatore nella quale, tra le altre cose, facevo cenno, prendendo spunto dalle parole pronunciate da Enrico Berlinguer nel lontano 1981, alla questione morale, alla commistione tra funzioni di partito e funzioni statali.
Fino a quindici-venti anni fa lo stato garantiva al cittadino, in quanto tale, alcuni diritti essenziali come la sanità e l’istruzione. Questi settori sono progressivamente divenuti opportunità di lucro e profitto per i privati che si sono sostituiti al soggetto pubblico nella erogazione di gran parte dei servizi ad essi correlati. Lo stato, pertanto, ha cominciato a demandare al privato (tramite lo strumento dell’appalto) l’organizzazione di alcune attività necessarie a garantire tali diritti che, essendo previsti dalla costituzione, sono costitutivi dell’essere cittadino. Il problema non sono le aperture al privato, bensì il fatto che le società vincitrici degli appalti sono spesso di proprietà degli stessi politici appaltanti ovvero che essi abbiano una partecipazione nelle stesse o favoriscano al momento dell’assegnazione aziende gestite da amici o soggetti a loro molto vicini. Ciò costituisce prassi fortemente antidemocratica, lesiva del principio delle pari opportunità.
Ecco quindi i contenuti che assume, oggi, la questione morale. Se a ciò aggiungiamo che molto raramente, almeno nel mezzogiorno, all’assegnazione al privato dell’attività di erogazione del servizio corrisponde un miglioramento della qualità dello stesso, il quadro è completo. Un quadro che svuota il concetto di cittadinanza di qualsiasi significato, che fa sentire il cittadino spogliato di alcuni fondamentali diritti. L’inchiesta di Bari sembra prevedere uno scenario, l’ennesimo, fatto di favori, scambi reciprocamente vantaggiosi, corruzione.
La mossa del Presidente Vendola è, in tal senso, sicuramente apprezzabile.
La trasparenza è una qualità che deve necessariamente essere incarnata dalla politica del futuro. A chi accusa il governatore di aver scelto superficialmente i suoi assessori quattro anni fa, rispondo che in politica come nella vita si possono fare delle scelte sbagliate. L’importante è riconoscere gli errori e porvi rimedio. Aggiungo che in politica ciò accade molto raramente.
Ora, il governatore lavori alacremente in questi otto mesi che rimangono alla scadenza del suo mandato e si impegni, anche in caso di sua rielezione, a promuovere un progetto politico che abbia come esclusive fondamenta i bisogni dei cittadini pugliesi e la loro voglia di riscatto.

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Le recenti elezioni europee ed amministrative hanno messo in evidenza tre importanti aspetti:
la conferma del Popolo della Libertà al ruolo di primo partito italiano, la perdita di consensi del Partito Democratico ( più del 7% dei voti) e le vittorie di Lega ( per la prima volta presente in tutta Italia) e Italia dei Valori.
Tuttavia, di fronte ad un corposo successo a livello locale, il PDL non è riuscito a livello europeo a raggiungere quel 40% auspicato ( o addirittura dato per certo) da Berlusconi, fermandosi al 35%. E su questo il Premier starà facendo le sue riflessioni: il caso Noemi, le vicende personali e familiari, la sentenza Mills.
Al “successo contenuto” del PDL ha fatto riscontro l’aumento di consensi della Lega. Una redistribuzione di voti che, di conseguenza, cambierà i rapporti di forza tra i due partiti di governo. Bossi a poco più di un anno dalla vittoria alle elezioni politiche ha ottenuto dal governo importanti provvedimenti su alcuni storici cavalli di battaglia: la sicurezza ( con l’avvento delle ronde), l’immigrazione ( con l’istituzione del reato di immigrazione clandestina e della pratica dei respingimenti), il federalismo fiscale. Gli elettori del nord hanno premiato in massa la capacità dell’establishment leghista di far realizzare al governo le promesse fatte durante la campagna elettorale per le elezioni politiche dello scorso anno. Gli addetti ai lavori parlano da tempo di un governo “ostaggio” della Lega. Queste argomentazioni sono ora ancor più valide di prima. Una conferma in tal senso è già arrivata con il repentino cambio di posizione di Berlusconi riguardo la consultazione referendaria del prossimo 21 giugno. “Noi, del Popolo della Libertà, non faremo alcuna campagna referendaria” ha affermato il Premier. “Silvio non è mica scemo, altrimenti sfascia tutto” si è affrettato a precisare Bossi. Appoggiare un referendum, che prevede in caso di vittoria del SI il riconoscimento e l’attribuzione del premio di maggioranza (55% del totale dei seggi) non più alla coalizione vincitrice delle elezioni bensì al singolo partito che prende la maggioranza relativa dei consensi, aprirebbe uno scenario politico caratterizzato da una crisi di governo che porterebbe, per effetto del ritiro leghista dalla maggioranza, alla caduta dello stesso. La vittoria del SI significherebbe l’apertura di una nuova fase politica che si caratterizzerebbe per un meccanismo elettorale che darebbe ancora più valenza al premio di maggioranza, in cui il partito che raccoglie il maggior numero di voti, vincendo le elezioni, potrebbe tranquillamente governare senza fare alcuna alleanza. E’ chiaro che una prospettiva di questo genere è ben voluta dal premier. Ma impegnarsi attivamente in questa direzione significherebbe far cadere l’attuale governo.
Ritornando ai recentissimi risultati elettorali bisogna sottolineare anche il successo dell’Italia dei Valori. Il partito di Di Pietro ha, negli ultimi cinque anni, quadruplicato i propri consensi. L’antiberlusconismo, le battaglie per la legalità, per l’ineleggibilità dei condannati in parlamento, per la giustizia e il rispetto della costituzione, la raccolta firme contro il lodo Alfano, il ritorno della questione morale al centro del dibattito politico, l’impegno per un rinnovo generazionale della classe politica. Unica opposizione è stato ed è lo slogan di Antonio Di Pietro. Mai slogan fu così opportuno. Lo accusano da più parti di dire NO a tutto ciò che propone Berlusconi. Dicerie. Prova ne è stata ad esempio l’approvazione in parlamento, anche con i voti dell’IDV, del federalismo fiscale, una riforma che se fatta bene potrebbe, a mio parere, rappresentare un’opportunità per il mezzogiorno.
Ora, l’8% dei consensi conseguito alle elezioni europee conferisce “al guastafeste” (dal titolo del suo ultimo libro) l’onore e l’onere di ristrutturare, dal punto di vista organizzativo, il partito per farlo diventare elemento fondante di una nuova ed omogenea coalizione politica che abbia alla base della propria azione una visione della società strettamente legata ai valori, al rispetto delle leggi e al riconoscimento del merito.

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“Le assemblee pletoriche sono assolutamente inutili e addirittura controproducenti. I parlamentari sono numericamente troppi. Per ridurli potremmo lanciare una proposta di legge di iniziativa popolare”.
E’ l’ennesima invettiva lanciata dal premier Berlusconi (questa volta dal palco di Confindustria) al parlamento e ai suoi inquilini. L’oggettivo immobilismo che caratterizza le nostre aule parlamentari e la riflessa insoddisfazione popolare nei confronti della politica, alimentano e alimenteranno il progetto di Berlusconi di una legge di iniziativa popolare che riduca il numero dei parlamentari. Le fortune politiche del premier sono strettamente collegate alla sua immagine decisionista, costruita in modo determinante dalle sue tv, e alla sfiducia dei cittadini che, proprio in virtù della stessa immagine, lo vedono come il solo capace di trovare velocemente una soluzione alle loro esigenze.
Cavalcando questo sentimento, il premier cercherà di ridurre numericamente il parlamento, dopo averlo già svuotato, attraverso il porcellum e il continuo ricorso allo strumento del decreto-legge, delle sue competenze e della sua forza.
Dopo, sul finire della legislatura, provvederà, a colpi di maggioranza, alla trasformazione della Repubblica in senso presidenziale. Una nuova architettura costituzionale che prevederà l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e, pertanto, il riconoscimento allo stesso di poteri molto più ampi rispetto a quelli attuali.
Arriveremo così al 2013, anno in cui terminerà l’odierna legislatura ma anche il mandato del Presidente Napolitano. Lascio a voi capire ciò che potrebbe accadere.

GUARDA SU SLANCIO GIOVANILE IL VIDEO DISINFORMAZIONE DI REGIME

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