Posts Tagged “Bersani”
Nonostante le escort, lo scandalo della Protezione Civile (e il tentativo, per fortuna fallito, di privatizzarla), le norme sul legittimo impedimento, la sentenza di condanna in secondo grado a carico dell’avvocato inglese David Mills (procedimento poi prescritto), il Popolo della Libertà e la Lega sono riuscite a strappare al centrosinistra il Piemonte, il Lazio, la Campania e la Calabria, confermandosi in Veneto e Lombardia. Una vittoria che per Silvio Berlusconi vale doppio.
Di contro il centrosinistra conserva le tradizionali regioni rosse, Toscana, Emilia Romagna, Marche e Umbria e si conferma in Puglia con Nichi Vendola. Ma l’assenza di leadership al suo interno è a dir poco imbarazzante. Berlusconi riesce sistematicamente con le sue indubbie doti mediatiche a spostare negli ultimi giorni di campagna elettorale molti consensi. Doti che non posseggono i vari Bersani, Di Pietro ecc. Ma il vero problema è che il centrosinistra non riesce ad offrire una alternativa al modello berlusconiano. Non riesce a parlare ai cuori degli italiani, non riesce, a mio parere, ad esprimere quell’empatia politica che il centrodestra, invece, riesce efficacemente a comunicare. Ecco perché penso che il centrosinistra abbia bisogno di un cambio di passo. Ecco perché credo che il centrosinistra debba iniziare a farsi capire dalla gente. Che debba dialogare costantemente con essa. Che debba liberarsi delle solite facce e favorire il ricambio generazionale. Che debba avere maggior coraggio. Che debba riacquistare quella supremazia morale che, perduta miseramente negli ultimi anni, storicamente gli appartiene.
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Ha aspettato l’elezione di Pier Luigi Bersani alla carica di segretario nazionale del Partito Democratico per andarsene. Aveva preparato le valigie però da circa due mesi, quando nel suo libro, “La svolta, lettera ad un partito mai nato”, denunciò l’incapacità del PD di “progettare l’innovazione”, nonché la tendenza, degli stessi democratici, “di accontentarsi della condizione di minoranza nella quale sono stati spinti dai propri errori”. Francesco Rutelli aspettava soltanto l’evolversi degli eventi, la consacrazione, da parte del popolo delle primarie, dell’ex ministro dello sviluppo economico, peraltro prevista da gran parte degli analisti politici, per lasciare il partito. Credo che la base democratica abbia preferito, scegliendo Bersani (appoggiato da massimo D’Alema), la certezza di un immediato e più concreto radicamento del partito sul territorio. Ma credo anche che tale elezione, oltre a rappresentare una negazione delle aspettative e dei principi che avevano caratterizzato la nascita del PD, dimostri, inoltre, quella incapacità del partito di reinventarsi e di innovarsi, cui fa riferimento, l’ex sindaco di Roma, nel suo libro. Personalmente non nutro molta stima per l’uomo politico Rutelli, ma penso che in questo caso abbia ragione. La carica innovativa del discorso pronunciato da Veltroni al Lingotto di Torino ha lasciato ormai il posto alla restaurazione dalemiana, capace di porre fine però, ad esempio, ad una delle numerose incertezze che hanno caratterizzato il PD in questi due anni di vita: la sua collocazione europea. L’elezione di Bersani spinge inevitabilmente il PD nel partito socialista europeo e questa è una delle motivazioni della “fuoriuscita” di Rutelli. Il quale, in una intervista al Corriere della Sera, ha parlato anche di inadeguatezza a rinunciare alle “vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali ed interessi economici” oltre che di un “partito lontanissimo dal saper esprimere un pensiero originale, maggiormente propenso nel mettere all’angolo chiunque dissenta”. Ha ora individuato in Pier Ferdinando Casini l’interlocutore essenziale per costituire quel Grande Centro che dovrà divenire nel giro di pochi anni, a detta di entrambi, prima forza del paese. Una scelta che costituisce tappa ulteriore di una carriera politica cominciata nei primi anni ottanta tra i Radicali, il partito del diritto alla libera sessualità, della legalizzazione del divorzio e dell’aborto, della libertà della ricerca scientifica, della “necessaria” laicità dello stato e che, passando per i Verdi, il movimento dell’Asinello, la Margherita e il PD, ha trovato (per ora) la chiusura del cerchio in un progetto, quello dell’Udc, totalmente contrapposto a quei principi.
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Ci avviciniamo a grandi passi al congresso nazionale del Partito Democratico. I tre candidati alla segreteria, Franceschini, Bersani, Marino sono in giro per l’Italia a sostenere le proprie mozioni. L’appuntamento di ottobre, a detta dei protagonisti, dovrebbe rappresentare un punto di svolta importante per il partito. Un nuovo inizio. Per costruire una credibile alternativa politica a Berlusconi. Il PD non è mai riuscito dal giorno della sua nascita, il 27 giugno 2007, ad esprimere una leadership forte, capace di tenere insieme le due anime, quella cattolico-popolare e quella socialista-riformista, divise su tutte le principali questioni, dai temi etici a quelli della collocazione europea, e unite esclusivamente dall’atteggiamento di appeasement verso Berlusconi. Un’assenza di leadership che non ha permesso al PD di fornire una visione dell’Italia che fosse alternativa a quella del PDL.
Walter Veltroni aveva ambiziosamente lanciato, col famoso discorso del Lingotto di Torino, l’idea di un’Italia unita, in cui Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi, lasciando da parte ciò che li divideva, collaborassero per la costruzione di un Italia nuova in cui libertà e giustizia sociale, crescita economica ed equa ripartizione della ricchezza potessero convivere. Insomma una rivoluzione culturale prima che politica. Per dirla metaforicamente nasceva in quel momento una nuova macchina che però sarebbe stata affidata a piloti (alcuni addirittura al governo fino a pochi mesi prima), fortemente restii ad abbandonare il vecchio sistema di guida per adottarne uno nuovo. D’Alema con la sua fondazione Italianieuropei, Bersani, Rutelli e i teodem, Parisi e i prodiani avrebbero ben presto cominciato a minare la leadership di Veltroni, costringendolo alle dimissioni. Ora il discorso è sospeso, in attesa del congresso nazionale. Premesso che si potrebbe discutere su molte altre scelte del PD, dalla adozione di una vocazione estremamente maggioritaria alla struttura organizzativa, almeno agli inizi, “leggera” e poco propensa al radicamento territoriale, la causa primaria dello scarso appeal elettorale è, a parer mio, l’ipocrisia dei suoi vertici.
Un aspetto legato ad un processo che parte da molto lontano. Dagli anni in cui si sbandierava, da un lato, la necessità di regolare il conflitto d’interessi del Premier e, dall’altra, si decideva di tenere la legge che avrebbe dovuto regolamentarlo nel cassetto, al fine di riutilizzare l’argomento nella successiva campagna elettorale. Dalla fine degli anni ’90 quando il governo Prodi introduceva, con il pacchetto TREU, le prime forme di flessibilità contrattuale ( accentuate poi dalla legge BIAGI) che avrebbero costituito il germe di quella dualità del mercato del lavoro che rappresenta uno dei problemi delle nuove generazioni. Dall’indulto votato nella scorsa legislatura, su forte sponsorizzazione dell’allora ministro della giustizia Clemente Mastella, che avrebbe contribuito a “condonare” pene legate a reati finanziari e contabili avvenuti nella pubblica amministrazione. Da un atteggiamento fatto, ancora tuttora, di dura opposizione al governo nei salotti televisivi della politica ma di concreti ammiccamenti al premier nelle aule parlamentari.
Provvedimenti, comportamenti, strategie, decisioni che hanno minato quella superiorità morale che la sinistra poteva vantare, nei confronti della destra, prima della discesa in campo di Berlusconi. Una superiorità che, alla luce degli ultimi scandali registratisi in Campania, Puglia e Calabria sarà difficile ricostruire in tempi brevi.
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