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“ VENT’ANNI DA PICCIOTTO”

E’ questo il titolo apparso il 30 giugno scorso sull’Unità in merito alla sentenza del processo d’appello a carico di Marcello Dell’Utri. Sentenza che ha condannato il senatore del Popolo della Libertà a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Concorso esterno riferibile, secondo i giudici d’appello, esclusivamente ai rapporti tenuti dallo stesso Dell’Utri con Cosa Nostra dalla metà degli anni ’70 fino al 1992.
Un passaggio importante, alla luce soprattutto delle delicatissime indagini che le Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze stanno svolgendo sulla ormai certa trattativa Stato – Mafia, iniziata subito dopo la strage di Capaci.
Il Popolo della Libertà ( con l’esclusione dei finiani), proprio in riferimento a queste indagini che sembrerebbero indicare, dopo il “disimpegno” di Vito Ciancimino e la cattura di Salvatore Riina, lo stesso Dell’Utri come interlocutore privilegiato del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano e dei fratelli Graviano nella definizione dei nuovi equilibri politico-mafiosi, ha accolto trionfalmente tale sentenza che, paradossalmente, sottrarrebbe Forza Italia dal “marchio di Cosa Nostra”, non considerandola come frutto di tale trattativa. I sette anni di reclusione comminati a Dell’Utri vengono del tutto dimenticati non solo da gran parte del PDL ma anche dalla stampa e dai tg. Su tutti, oltre al solito TG1 di Minzolini, il direttore di Studio Aperto Giovanni Toti che, in un apposito editoriale, ha parlato di inattendibilità delle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, pagato per anni dallo stato e capace solamente, con le sue dichiarazioni, di avvelenare la vita pubblica e di fantasiose ricostruzioni sui rapporti tra mafia e politica nel periodo buio delle stragi che sarebbero state, con questa sentenza, spazzate via.
I sette anni di carcere sono quindi diventati una vittoria per la difesa e il fatto che Dell’Utri sia stato considerato, dalla sentenza, un uomo che favoriva la mafia è passato del tutto in secondo piano.

DELL’UTRI E’ STATO INVECE CONDANNATO IN APPELLO A SETTE ANNI DI RECLUSIONE PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA.

E’ STATO CONDANNATO IN APPELLO A SETTE ANNI DI RECLUSIONE PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA.

E’ STATO CONDANNATO IN APPELLO A SETTE ANNI DI RECLUSIONE PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA.

Sul resto le Procure di Firenze, Palermo e Caltanissetta a quanto risulta (almeno agli italiani che intendono minimamente informarsi) continuano ad indagare. E stanno venendo fuori incredibili scenari.

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“Chi sbaglia e commette reati sarà messo fuori dal partito e non potrà pretendere di stare in nessun movimento politico”.

E’ ( o meglio sarebbe) la nuova linea politica del premier Berlusconi, il quale ha annunciato anche “severe” misure anticorruzione. L’uso del condizionale è d’obbligo in quanto, per l’ennesima volta, alle parole non corrispondono, almeno per ora, i fatti.
Subito dopo le dichiarazioni del premier, infatti, Nicola Cosentino (coordinatore PDL in Campania e Sottosegretario all’economia con delega al CIPE) su cui pende un ordine di cattura per associazione camorristica, non eseguito per respingimento della richiesta di autorizzazione a procedere, ha rassegnato le dimissioni da entrambi gli incarichi. Berlusconi si è però affrettato a respingerle, ribadendo la sua personale stima nei confronti di Cosentino.
L’annuncio del Premier riguardante la “necessaria” presentazione di “liste pulite” alle prossime elezioni regionali e l’imminente adozione, da parte del governo, di norme anticorruzione non possono non destare scalpore, alla luce del curriculum giudiziario di alcuni esponenti dell’esecutivo e della maggioranza. Su tutti Marcello Dell’Utri ( condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa a Palermo, nonché condanna definitiva, rimediata a Torino, per aver patteggiato 2 anni e 3 mesi riguardo a false fatturazioni e frodi fiscali riconducibili a Publitalia), il ministro Umberto Bossi (condanna definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxi tangente Enimont), l’ex ministro della giustizia Castelli (condannato dalla Corte dei Conti per 500 mila euro di danno erariale causato dalla elargizione di facili consulenze ai tempi in cui era ministro), l’attuale ministro per i rapporti con le Regioni Raffaele Fitto, sotto processo per corruzione ( avrebbe ricevuto da Giampaolo Angelucci, re delle cliniche private romane e pugliesi, 500 mila euro per finanziare la propria lista, “La Puglia prima di tutto” durante le elezioni regionali del 2005) . Per non parlare dello stesso Premier che però, attraverso prescrizioni e leggi ad personam, evita da decenni di presentarsi ai processi.
Con queste premesse che contenuto potranno avere queste nuove norme? Che efficacia e credibilità potranno avere le stesse se a vararle saranno membri della maggioranza e di governo palesemente nei guai con la giustizia?
Probabilmente, con la vicinanza delle elezioni regionali, il premier cercherà di fagocitare mediaticamente anche il tema della questione morale. Aspetto su cui, invece, dovrebbe avere il buon gusto, assieme ad una folta schiera di parlamentari bipartisan, di non pronunciare nemmeno una parola.

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