L’incognita federalista
Scritto da Salvatore Ventruto in Politica, tags: Federalismo fiscaleIn uno dei precedenti post, ho fatto riferimento alla crescente visibilità ed importanza assunta negli ultimi anni, nel dibattito politico, dal tema del federalismo fiscale. Molte domande sono state poste al riguardo: un tale provvedimento porterebbe benefici o rappresenterebbe un ulteriore costo per i cittadini? Produrrebbe un’opportunità di sviluppo per il mezzogiorno oppure il suo completo affossamento? Soprattutto, si potrebbe realizzare in Italia?
A tutte queste domande è impossibile rispondere anche dopo l’approvazione, lo scorso 23 gennaio al Senato, del relativo disegno di legge, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione. La verità è che non sappiamo nulla delle conseguenze, positive o negative, che tale legge delega potrà produrre, se prima non verranno approvati i decreti attuativi della stessa. Solo allora si potrà avere una univoca interpretazione di tutti gli elementi che la compongono.
La legge delega sul federalismo fiscale nasce con l’intento di riorganizzare i rapporti tra centro e periferia al fine di ottenere maggiore efficienza nella spesa locale. L’obiettivo dovrebbe essere il conferimento agli enti locali di una più ampia autonomia tributaria al fine di accrescere la responsabilità degli stessi e permettere ai cittadini di esercitare un controllo più efficace sul corretto utilizzo delle risorse.
Ciò induce ad un paio di riflessioni.
Innanzitutto, è chiaro che ad una maggiore autonomia impositiva degli enti locali deve corrispondere un forte ridimensionamento della macchina burocratica centrale. Pertanto, potendo “maneggiare” maggiori risorse, gli enti locali non dovrebbero, contemporaneamente, chiedere gli stessi o addirittura maggiori quantitativi di risorse allo stato centrale. Inoltre, nel caso continuassero a farlo, non dovrebbero trovare un governo o un parlamento disposti, per finalità esclusivamente elettorali, a concedere loro tali somme, mettendo a rischio l’equilibrio della finanza pubblica.
Ecco quindi che alla base di qualsiasi assetto costituzionale ci deve sempre essere un rapporto eticamente irreprensibile tra stato centrale ed enti locali. Questo è il vero problema. E’ innegabile che l’utilizzo non efficiente delle risorse sia una grana soprattutto del mezzogiorno, vittima delle “dimenticanze” di Roma ma anche dell’azione parassitaria di una parte del suo ceto politico. Proprio per questo, la bontà della legge si giudicherà, anche in questo caso, dalla presenza o meno della effettiva volontà politica di metterla in pratica. Forse sarebbe stato sufficiente adottare, intanto, pochi ma mirati provvedimenti. Ad esempio, un maggiore controllo sui finanziamenti destinati alla sanità ( “bollato”, in un recente rapporto della Corte dei Conti , come il settore dove si registrano maggiori casi di corruzione), oppure la revisione del sistema tributario locale.
Il governo ha voluto invece “strafare” prevedendo nella stessa legge delega, sanzioni per gli amministratori non rispettosi dei vincoli e premi e maggiori risorse per gli enti territoriali meritevoli. Un sistema di incentivi e disincentivi, a prima vista positivo, la cui effettiva applicazione dipenderà dalla volontà politica cui ho fatto precedentemente riferimento. Ma questo è un altro discorso….


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