Posts Tagged “Il fatto Quotidiano”

Massimo-Fini

RIPORTO UN TESTO DI FANTASIA MA VEROSIMILE DELLO SCRITTORE E GIORNALISTA MASSIMO FINI PUBBLICATO SU “IL FATTO QUOTIDIANO”.

Egregio dottor Massimo Fini, le chiedo scusa se mi permetto di rivolgermi a Lei, ma, benché io sia notoriamente religioso e credente, non so più a che santo votarmi. Da anni, anzi da decenni, sono vittima di un “racket dell’odio” che vede uniti certi settori di una magistratura deviata e si può dire l’intera stampa nazionale. Sono oggetto di un “accanimento giudiziario” che non ha precedenti né paralleli nella storia del nostro paese: centinaia di perquisizioni, anche nelle abitazioni dei miei familiari, decine di rinvii a giudizio, di processi, di sentenze senza che potessi beneficiare, almeno una volta, di quella prescrizione che, come Lei certamente sa, oggi non si nega a nessuno.

I magistrati, che quando non sono corrotti sono “antropologicamente dei pazzi” (solo a un individuo che ha delle turbe, probabilmente di origine sessuale, può venire in mente di fare un mestiere che consiste nell’andare a ficcare il naso nei fatti altrui) e i media non hanno avuto riguardo nemmeno per mio figlio, Salvatore, che è un bravissimo ragazzo, che ha fatto studi regolari e si è laureato brillantemente.

Non pretendo che sia nominato sottosegretario agli Esteri, come è accaduto a rampolli di personaggi che più o meno si trovano penalmente nella mia situazione e che oggi vengono doverosamente onorati, ma perlomeno che sia lasciato in pace.

Non intendo, egregio dottor Fini, a differenza di altri, occultare le mie responsabilità. Qui, dalle mie parti, quando ero una persona stimata, rispettata e, diciamolo pure, temuta da tutti (del resto sono convinto che col tempo, che è galantuomo, sarò ricordato dagli amici, e forse anche dai nemici, come un uomo buono) ho chiesto a imprenditori e commercianti quello che da noi si chiama “il pizzo” e al nord “tangente”.

Per la verità non l’ho mai fatto direttamente, alla bisogna provvedevano i miei amici. Potrei quindi anch’io trincerarmi dietro l’argomento che il “non poteva non sapere” è un teorema indegno di uno Stato di diritto. Ma non intendo spingermi fino a questo punto, sarebbe contrario alla mia coscienza morale e al patto di fedeltà che mi lega agli amici. Sapevo, dunque. Ma quanti importanti uomini politici del nord che riscuotevano il “pizzo”, pardon la tangente, si sono salvati mentendo, affermando che non sapevano nulla di quanto accadeva all’interno della loro organizzazione? Che il loro errore era stato solo quello di fidarsi di persone sbagliate? Per me invece questa giustificazione non è stata mai ritenuta valida.

La solita discriminazione ai danni del Mezzogiorno. Aggiungo che non ho cercato di corrompere testimoni in giudizio, che non ho reso falsa testimonianza , che non sono mai stato iscritto alla P2, un’organizzazione peraltro di ciarlatani e di carrieristi ben lontana, mi consenta di dirlo, dal rigore e dalla serietà della mia. Per me sarebbe stata una retrocessione. Infine, benché inseguito da infiniti mandati di cattura, non sono mai scappato dal mio paese. Lo amo troppo, per quanto si sia dimostrato così ingiusto con me.

Lei dice: e gli assassinii? Eh no, io qui mi indigno, mi indigno veramente, sono cose di cui non voglio più nemmeno sentir parlare. Accuse fondate sul niente se non su pregiudizi nei miei confronti, senza lo straccio di una prova che non siano le parole di “pentiti”, di infami, di assassini pronti a tutto pur di sfuggire alla galera. I veri “uomini d’onore”, quelli che, come me, hanno una parola sola, non mi hanno mai accusato di nulla del genere. Hanno tenuto la bocca chiusa.

Il “racket dell’odio” mi accusa anche di aver accumulato enormi ricchezze. Ma tutti hanno potuto vedere in che razza di fetido tugurio, privo di qualsiasi comodità, vivevo quando sono stato ingiustamente arrestato.

Egregio dottor Fini sono vissuto povero e morirò povero. I miei soldi li ho sempre versati all’organizzazione. Dalla mia attività non ho mai tratto guadagni personali. Non ho mai avuto case a New York. Non pretendo per questo che ministri della Repubblica vengano a rendere omaggio alla mia tomba quando sarò morto. Ma che sia riconosciuta la mia onestà personale, questo sì. È un mio diritto.

Le porgo i miei più deferenti saluti

Totò Riina

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RIPORTO UN ARTICOLO PUBBLICATO IERI SUL FATTO QUOTIDIANO A FIRMA DEL DIRETTORE PADELLARO

È vero, Renato Schifani è stato l’avvocato di mafiosi patentati (o non ancora definiti tali) ma era la sua professione. E poi, i mafiosi qualcuno dovrà pure difenderli nelle aule di giustizia o no? E’ vero, Renato Schifani è stato l’avvocato di un costruttore palermitano poi risultato legato a Cosa Nostra, proprietario di un palazzone dove, forse non casualmente, andarono ad abitare alcuni tra i boss più sanguinari. Ma lui che c’entra con le questioni di condominio? Adesso esce fuori l’informativa Dia nella quale il pentito Gaspare Spatuzza sostiene di aver visto, nei primissimi anni Novanta, Renato Schifani, incontrare il boss Filippo Graviano. Sì, quello successivamente condannato all’ergastolo per le stragi mafiose del ’92-‘93 e per l’omicidio di don Puglisi. Legittimo che Renato Schifani difenda la sua onorabilità. Altrettanto legittimo domandarsi, serenamente, se questi suoi, diciamo così, agitati trascorsi professionali lo mettano nella condizione più adatta a esercitare le funzioni di presidente del Senato, che è poi la seconda carica dello Stato. Sappiamo che Schifani resterà tranquillamente al suo posto, circondato dalla calorosa solidarietà della maggioranza e forse anche di una parte dell’opposizione. Noi però quella domanda continueremo a farla, immaginando di vivere in un paese normale.
Ma è un paese normale quello nel quale la casta dei parlamentari si autoassolve regolarmente anche di fronte alle accuse più gravi e infamanti? Sempre ieri quello straordinario lavacro di ogni nequizia che è la Giunta per le autorizzazioni della Camera si è pronunciata contro la richiesta d’arresto dell’onorevole Cosentino indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il Pdl si è stretto attorno al sottosegretario mentre dall’opposizione si è levato alto il grido: che messaggio stiamo dando al paese? Ce lo chiediamo anche noi mentre giungono notizie sulla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa di Totò Cuffaro, già presidente della regione Sicilia e serbatoio di voti dell’Udc. Il partito alfiere del nuovo centro ispirato ai valori della legalità e della famiglia.

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