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adriana_poli_bortone

“I miei convincimenti in tema di Mezzogiorno e l’attuale scarsa attenzione nei riguardi di un territorio di rilevante importanza per l’Europa e l’area del Mediterraneo, mi impediscono di mantenere la carica, seppur elettiva, di coordinatore regionale di Alleanza Nazionale.”
Con queste parole il 22 gennaio scorso Adriana Poli Bortone si è dimessa dalla carica di coordinatrice di Alleanza Nazionale in Puglia. La Poli, ormai da decenni uno dei politici di riferimento per il nostro mezzogiorno, rimprovera al governo di riservare poca attenzione ai problemi e alle esigenze del sud. L’abbandono del meridione e il suo sottosviluppo costituiscono, tuttavia, un problema fortemente datato del quale solo ora l’ex ministro Poli Bortone sembra accorgersene. Basti pensare che la prima volta che nel parlamento italiano si fece riferimento alla “questione meridionale” fu addirittura nel 1873. Da allora il dibattito sull’arretratezza del mezzogiorno rispetto alle regioni del nord è rimasto sempre attuale ma, in più di un secolo, nulla è cambiato.
In questi ultimi anni è prepotentemente entrato nei salotti politici il tema del Nord (con annesso federalismo fiscale) mentre la questione meridionale ha continuato ad aggravarsi e le differenze tra Nord e Sud del Paese sono diventate abissali, manifestandosi innanzitutto riguardo ai dati sul lavoro. A tal proposito basti pensare che al Nord lavorano sessantacinque persone in età lavorativa su cento, mentre al sud sono solo quarantacinque. Se a questo dramma aggiungiamo la presenza della criminalità organizzata, la mancanza di infrastrutture, lo spreco di denaro pubblico e la presenza di corposi “uffici di collocamento” alle dirette dipendenze dei partiti o degli uomini politici di turno allora il gioco è fatto.
La situazione del mezzogiorno è molto grave e nulla è stato fatto per migliorarla. Le politiche economiche adottate negli ultimi decenni non sono riuscite ad offrire opportunità stabili di lavoro alle donne del mezzogiorno, non hanno migliorato le loro condizioni di vita e non hanno restituito ai giovani la speranza di trovare vere opportunità di crescita professionale e di carriera, condannandoli a una vita lavorativa caratterizzata da continui passaggi da un contratto instabile all’altro e all’assenza della benché minima mobilità verso l’alto. Ecco perché la motivazione fornita dall’ex sindaco di Lecce (divenuta parlamentare per la prima volta addirittura nel lontano 1983) riguardo l’abbandono del PDL mi lascia sgomento e, in qualche modo, mi fa sentire preso per i fondelli.

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