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Ci avviciniamo a grandi passi al congresso nazionale del Partito Democratico. I tre candidati alla segreteria, Franceschini, Bersani, Marino sono in giro per l’Italia a sostenere le proprie mozioni. L’appuntamento di ottobre, a detta dei protagonisti, dovrebbe rappresentare un punto di svolta importante per il partito. Un nuovo inizio. Per costruire una credibile alternativa politica a Berlusconi. Il PD non è mai riuscito dal giorno della sua nascita, il 27 giugno 2007, ad esprimere una leadership forte, capace di tenere insieme le due anime, quella cattolico-popolare e quella socialista-riformista, divise su tutte le principali questioni, dai temi etici a quelli della collocazione europea, e unite esclusivamente dall’atteggiamento di appeasement verso Berlusconi. Un’assenza di leadership che non ha permesso al PD di fornire una visione dell’Italia che fosse alternativa a quella del PDL.
Walter Veltroni aveva ambiziosamente lanciato, col famoso discorso del Lingotto di Torino, l’idea di un’Italia unita, in cui Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi, lasciando da parte ciò che li divideva, collaborassero per la costruzione di un Italia nuova in cui libertà e giustizia sociale, crescita economica ed equa ripartizione della ricchezza potessero convivere. Insomma una rivoluzione culturale prima che politica. Per dirla metaforicamente nasceva in quel momento una nuova macchina che però sarebbe stata affidata a piloti (alcuni addirittura al governo fino a pochi mesi prima), fortemente restii ad abbandonare il vecchio sistema di guida per adottarne uno nuovo. D’Alema con la sua fondazione Italianieuropei, Bersani, Rutelli e i teodem, Parisi e i prodiani avrebbero ben presto cominciato a minare la leadership di Veltroni, costringendolo alle dimissioni. Ora il discorso è sospeso, in attesa del congresso nazionale. Premesso che si potrebbe discutere su molte altre scelte del PD, dalla adozione di una vocazione estremamente maggioritaria alla struttura organizzativa, almeno agli inizi, “leggera” e poco propensa al radicamento territoriale, la causa primaria dello scarso appeal elettorale è, a parer mio, l’ipocrisia dei suoi vertici.
Un aspetto legato ad un processo che parte da molto lontano. Dagli anni in cui si sbandierava, da un lato, la necessità di regolare il conflitto d’interessi del Premier e, dall’altra, si decideva di tenere la legge che avrebbe dovuto regolamentarlo nel cassetto, al fine di riutilizzare l’argomento nella successiva campagna elettorale. Dalla fine degli anni ’90 quando il governo Prodi introduceva, con il pacchetto TREU, le prime forme di flessibilità contrattuale ( accentuate poi dalla legge BIAGI) che avrebbero costituito il germe di quella dualità del mercato del lavoro che rappresenta uno dei problemi delle nuove generazioni. Dall’indulto votato nella scorsa legislatura, su forte sponsorizzazione dell’allora ministro della giustizia Clemente Mastella, che avrebbe contribuito a “condonare” pene legate a reati finanziari e contabili avvenuti nella pubblica amministrazione. Da un atteggiamento fatto, ancora tuttora, di dura opposizione al governo nei salotti televisivi della politica ma di concreti ammiccamenti al premier nelle aule parlamentari.
Provvedimenti, comportamenti, strategie, decisioni che hanno minato quella superiorità morale che la sinistra poteva vantare, nei confronti della destra, prima della discesa in campo di Berlusconi. Una superiorità che, alla luce degli ultimi scandali registratisi in Campania, Puglia e Calabria sarà difficile ricostruire in tempi brevi.

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