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Ad un anno dal crac di Lehmann Brothers autorevoli economisti, come il premio nobel Joseph Stiglitz, invitano il sistema economico-finanziario ad accelerare l’individuazione e l’adozione di regole che favoriscano un maggiore controllo dei bilanci e delle transazioni finanziarie. Affermazioni che denunciano palesemente quanto poco si sia fatto per evitare che quanto accaduto un anno fa possa ripetersi in futuro. Affianco a questo immobilismo si sostiene che la recessione sia finita e si lanciano, inoltre, proclami ottimistici di ripresa per il prossimo anno. Mi domando come si possa credere a tali previsioni se i dati sul fronte dell’occupazione giungono quotidianamente in tutta la loro drammaticità e se ormai la disoccupazione è un fenomeno che coinvolge ben 22 milioni di cittadini europei. Prendendo in considerazione esclusivamente la realtà italiana, nell’ultimo semestre si sono polverizzati 500.000 posti di lavoro. Per la maggior parte di giovani e precari, due categorie che spesso coincidono e che pagano più di altre l’attuale situazione economica. Una crisi che, secondo l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, sarebbe figlia di un “uso distorto della libertà”, di irresponsabili comportamenti individuali, di insufficienti regole e controlli istituzionali. Tendenze tremendamente corrispondenti alla realtà che durante questi anni si sono affiancate al costante svilimento del fattore produttivo lavoro, alla mera mercificazione delle risorse umane che, assieme all’innovazione tecnologica, dovrebbero essere cardine di qualsiasi sano sistema produttivo, alla perdita di dignità dei lavoratori, alla nascita di numerose forme di lavoro atipico. La volatilità del posto di lavoro, la diffusione di molteplici forme contrattuali (tutte a tempo determinato) sprovviste di qualsiasi minima forma di tutela rappresentano indubbiamente terreno fertile per l’attuale crisi economica. Si parla continuamente di ammortizzatori sociali, per i quali sarebbe necessaria una organica riforma che garantisca tutti i lavoratori e non dei semplici provvedimenti tampone approvati all’occorrenza. Si invitano continuamente le banche a sottoscrivere i Tremonti bond, a ridare ossigeno alle imprese dopo averlo ricevuto dallo stato (e quindi da noi cittadini). Poi invece assistiamo alle lamentele del ministro Tremonti che bacchetta le banche per il fatto di tenere chiusi i rubinetti del credito a favore delle imprese e ai richiami della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia che si augura vengano garantiti i fondi per gli ammortizzatori sociali annunciati dal governo. E capisci che forse sta cambiando ben poco. Che forse non si vuole veramente percorrere una strada diversa. Che forse non si vuole costruire un sistema economico che abbia fondamenta più solide. Un forte segnale di discontinuità si riscontrerebbe invece, una volta passata la tempesta, nel riconoscimento, non solo retributivo, delle forme di lavoro precario, nell’individuazione di un modello alternativo che abbia come punti cardine l’aggregazione delle idee e il risveglio del sentimento di appartenenza all’interno dell’azienda, nella individuazione di forme di tutele che garantiscano, per un determinato periodo di tempo, il lavoratore nei periodi di inoccupazione, aiutandolo nel contempo a ricollocarsi sul mercato del lavoro. Riguardo a quest’ultimo punto, sarebbe ad esempio idonea la programmazione di efficaci programmi di formazione che permettano al lavoratore inoccupato di “reinventarsi”, di ricostruirsi una minima opportunità per il futuro, di non sentirsi abbandonato nel suo percorso di vita.
E’ insomma necessario un ambizioso progetto di rivalorizzazione del Lavoro per liberare i lavoratori e noi giovani, dal senso di vuoto ed incertezza che ci circonda.

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