“Quello di canale 5 e un nostro affidabile compaesano”
Scritto da Salvatore Ventruto in Mafia, Politica, tags: Arnaldo La Barbera, Biennio 1992-93, Gaspare Spatuzza, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Vincenzo Scarantino
Ancora la trattativa tra Stato e Mafia al centro di questo spazio. A costo di annoiarvi. Un tema su cui non bisogna trascurare nulla, nemmeno i minimi particolari, per poter giungere alla vera verità. Verità che per anni ha coinciso con l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per volontà esclusiva di Cosa Nostra, come conseguenza della mancata revisione, nel maxiprocesso di appello a Palermo, delle condanne inflitte in primo grado ai boss della Cupola (Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Luchino Bagarella su tutti, peraltro ancora in quel periodo latitanti). Poi hanno iniziato a parlare Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito ex Sindaco di Palermo e Gaspare Spatuzza, boss del quartiere di Brancaccio Entrambi, con le loro rivelazioni, stanno riscrivendo il biennio 1992- 93, diventato ormai quello della trattativa.
Gaspare Spatuzza, soprattutto, ha fatto più volte riferimento nelle aule di Tribunale alla strategia stragista di Cosa Nostra. Le stragi furono utilizzate, secondo quanto da lui riferito, come strumento di ricatto nei confronti dello Stato e delle Istituzioni, al fine di ottenere alcune di quelle richieste, contenute nel famoso papello, che Salvatore Riina, per mano di don Vito Ciancimino, avrebbe qualche mese prima fatto pervenire al capitano del Ros De Donno: la revisione del maxiprocesso, l’ammorbidimento del 41-bis e delle norme disciplinanti la confisca dei beni mafiosi, la riforma della legge sui pentiti. Gli attentati di Via Palestro a Milano ( 27 luglio 1993) e di via dei Georgofili a Firenze ( 27 maggio 1993), nonché quelli alla basilica di San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro a Roma, avevano un unico obiettivo: ridefinire i contenuti e i referenti della nuova convivenza con lo Stato. Referenti che secondo Spatuzza, sulla base di alcune confidenze fattegli da Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio, furono individuati in “quello di Canale 5 ( il premier Silvio Berlusconi) un affidabile compaesano (Marcello Dell’Utri) che, al contrario dei socialisti, si erano rivelati gente molto seria, in quanto capaci di affidare il paese nelle loro mani”.
Spatuzza, dunque, ha ribaltato tutti i teoremi costruiti, in anni ed anni di indagine, sulla base delle rivelazioni di un altro pentito, Vincenzo Scarantino, presentato, fin da subito, come l’uomo che procurò la Fiat 126 utilizzata per la strage di Via D’Amelio. Scarantino, pur non essendo mai stato riconosciuto dai boss di Cosa Nostra, sarebbe stato considerato attendibile dalle Procure per un pò di anni. In pratica un falso pentito, creato a tavolino per depistare le indagini. Verità appurata in questi mesi e vicenda anch’essa piena di misteri. A tal proposito, sono state sollevate non poche ombre sulla figura dell’ex capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, morto nel 2002 a causa di un tumore, autore dell’arresto dello stesso Scarantino. È possibile che un poliziotto così esperto come La Barbera, a Palermo dal 1987, possa non essersi accorto del “falso pentito Scarantino“? Oppure è stato lo stesso La Barbera che “su commissione” ha costruito il pentito Scarantino? Nuove domande, nuovi dubbi su cui le Procure, soprattutto quella di Caltanissetta, stanno alacremente lavorando.


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