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Negli ultimi mesi abbiamo assistito (ed assistiamo) ad un teatrino a dir poco indecente, caratterizzato da rotture e schermaglie politiche, dalla continua minaccia o richiesta ( a seconda dei diversi punti di vista) di elezioni anticipate, dalle dimissioni di ministri e sottosegretari, dalla nascita di nuovi gruppi parlamentari. I berluscones e i finiani continuano a rimbalzarsi le responsabilità della rottura, Bossi parla assiduamente di elezioni anticipate nel caso in cui Berlusconi non riuscisse ad ottenere, alla ripresa dei lavori parlamentari, la fiducia sui famigerati cinque punti che dovrebbero caratterizzare il nuovo programma di governo: fisco, giustizia, immigrazione, federalismo, mezzogiorno. Il Partito Democratico non ha altro di meglio da proporre che un nuovo Ulivo ( che poi sarebbe il vecchio), una nuova accozzaglia di partiti uniti semplicemente dall’antiberlusconismo. Peccato che a molti elettori sfugga il modello sociale alternativo che il centrosinistra vorrebbe realizzare nel caso in cui si riuscisse a far “cadere” Berlusconi. Per una ragione molto semplice: perché non esiste. L’Udc continua a fare ciò che gli riesce meglio: stare con un piede in due (o addirittura tre) scarpe. Un giorno ammicca al PDL, l’altro giorno a Bersani, l’altro ancora ai finiani e Rutelli. Anche l’Italia dei Valori chiede elezioni anticipate, a meno che non ci siano i presupposti di un governo tecnico che abbia come unico obiettivo quello della riforma della legge elettorale.
I partiti, come al solito, litigano e la gente si disaffeziona sempre più alla politica. Politica che ormai non è più produzione di idee, non è più individuazione delle priorità da affrontare, non è più soluzione dei problemi, non è più momento di partecipazione, non è più occasione per i cittadini di dire la propria su questioni che essi ritengono importanti. Politica che non è più diritto di scegliere liberamente i propri rappresentanti in Parlamento. Questione, quest’ultima, fondamentale per restituire al cittadino quella dignità democratica di cui è stato porcatamente derubato
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La vittoria di Nichi Vendola alle primarie rappresenta, indubbiamente, una lezione per gli strateghi della politica. Per coloro che pensano la politica come un qualcosa che debba decidersi nei palazzi, per coloro che si sono presentati in questi mesi come i salvatori della Puglia. Lo spettacolo (indecente) sviluppatosi attorno alla scelta del candidato del centro-sinistra alla presidenza della Regione Puglia mi lasciava, giorno per giorno, sempre più amareggiato. Era chiaro a tutti, è stato chiaro a tutti, che la premiata ditta Casini-D’Alema (e non solo) ha cercato in tutti i modi di sbarazzarsi di Nichi. Il quale aveva avuto come unica colpa quella di mandare via dalla giunta regionale il delfino di baffetto D’Alema, Sandro Frisullo, implicato in uno scandalo di escort (e non solo) e di opporsi alla privatizzazione dell’Acquedotto Pugliese, business su cui Caltagirone, suocero di Casini, ha da tempo “messo gli occhi”. Di fronte a questo ostracismo continuo, Vendola ha chiamato a raccolta i giovani pugliesi, ha rimesso al centro della politica i cittadini pugliesi, ha restituito alla stessa quella dimensione pubblica da cui deve costantemente alimentarsi, ha fatto nuovamente sentire la Puglia partecipe di un qualcosa di cui i partiti di centrosinistra si erano abusivamente appropriati: la scelta del candidato alla presidenza della Regione Puglia. La politica non si fa nei palazzi ma coinvolgendo, il più possibile, la gente, facendola sentire costantemente partecipe dei destini di un territorio. Sinceramente ho sempre apprezzato Vendola. E’ preparato, capace, sempre pronto a condurre battaglie politicamente difficili. Ha commesso degli errori durante la sua presidenza, ma è dotato di un elemento non comune ai politici di oggi: è appassionato e ama la Puglia ed i pugliesi. In un articolo on-line qualche mese fa, prima dell’elezione a segretario di Pierluigi Bersani, si esortava provocatoriamente Vendola a “prendere” il PD, a diventare leader del maggior partito di opposizione, a costruire una alternativa al centrodestra. Ora Bersani, sostenuto da D’Alema, è diventato leader del Partito Democratico ( talmente democratico che fino a due settimane fa ha tentato di imporre il candidato dall’alto) e l’allargamento dell’alleanza di centrosinistra all’Udc rappresenta un elemento fondamentale della sua linea programmatica. Progetto, però, che con la vittoria di Vendola, non potrà realizzarsi in Puglia (come nel Lazio), subendo una non sottovalutabile battuta d’arresto. Il regno del “baffetto” non sarà definitivamente tramontato ma almeno lo stesso D’Alema ha capito che i pugliesi hanno ormai aperto gli occhi. E soprattutto, dopo ieri, hanno dimostrato di non volerli più chiudere.
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Ha aspettato l’elezione di Pier Luigi Bersani alla carica di segretario nazionale del Partito Democratico per andarsene. Aveva preparato le valigie però da circa due mesi, quando nel suo libro, “La svolta, lettera ad un partito mai nato”, denunciò l’incapacità del PD di “progettare l’innovazione”, nonché la tendenza, degli stessi democratici, “di accontentarsi della condizione di minoranza nella quale sono stati spinti dai propri errori”. Francesco Rutelli aspettava soltanto l’evolversi degli eventi, la consacrazione, da parte del popolo delle primarie, dell’ex ministro dello sviluppo economico, peraltro prevista da gran parte degli analisti politici, per lasciare il partito. Credo che la base democratica abbia preferito, scegliendo Bersani (appoggiato da massimo D’Alema), la certezza di un immediato e più concreto radicamento del partito sul territorio. Ma credo anche che tale elezione, oltre a rappresentare una negazione delle aspettative e dei principi che avevano caratterizzato la nascita del PD, dimostri, inoltre, quella incapacità del partito di reinventarsi e di innovarsi, cui fa riferimento, l’ex sindaco di Roma, nel suo libro. Personalmente non nutro molta stima per l’uomo politico Rutelli, ma penso che in questo caso abbia ragione. La carica innovativa del discorso pronunciato da Veltroni al Lingotto di Torino ha lasciato ormai il posto alla restaurazione dalemiana, capace di porre fine però, ad esempio, ad una delle numerose incertezze che hanno caratterizzato il PD in questi due anni di vita: la sua collocazione europea. L’elezione di Bersani spinge inevitabilmente il PD nel partito socialista europeo e questa è una delle motivazioni della “fuoriuscita” di Rutelli. Il quale, in una intervista al Corriere della Sera, ha parlato anche di inadeguatezza a rinunciare alle “vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali ed interessi economici” oltre che di un “partito lontanissimo dal saper esprimere un pensiero originale, maggiormente propenso nel mettere all’angolo chiunque dissenta”. Ha ora individuato in Pier Ferdinando Casini l’interlocutore essenziale per costituire quel Grande Centro che dovrà divenire nel giro di pochi anni, a detta di entrambi, prima forza del paese. Una scelta che costituisce tappa ulteriore di una carriera politica cominciata nei primi anni ottanta tra i Radicali, il partito del diritto alla libera sessualità, della legalizzazione del divorzio e dell’aborto, della libertà della ricerca scientifica, della “necessaria” laicità dello stato e che, passando per i Verdi, il movimento dell’Asinello, la Margherita e il PD, ha trovato (per ora) la chiusura del cerchio in un progetto, quello dell’Udc, totalmente contrapposto a quei principi.
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Ci avviciniamo a grandi passi al congresso nazionale del Partito Democratico. I tre candidati alla segreteria, Franceschini, Bersani, Marino sono in giro per l’Italia a sostenere le proprie mozioni. L’appuntamento di ottobre, a detta dei protagonisti, dovrebbe rappresentare un punto di svolta importante per il partito. Un nuovo inizio. Per costruire una credibile alternativa politica a Berlusconi. Il PD non è mai riuscito dal giorno della sua nascita, il 27 giugno 2007, ad esprimere una leadership forte, capace di tenere insieme le due anime, quella cattolico-popolare e quella socialista-riformista, divise su tutte le principali questioni, dai temi etici a quelli della collocazione europea, e unite esclusivamente dall’atteggiamento di appeasement verso Berlusconi. Un’assenza di leadership che non ha permesso al PD di fornire una visione dell’Italia che fosse alternativa a quella del PDL.
Walter Veltroni aveva ambiziosamente lanciato, col famoso discorso del Lingotto di Torino, l’idea di un’Italia unita, in cui Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi, lasciando da parte ciò che li divideva, collaborassero per la costruzione di un Italia nuova in cui libertà e giustizia sociale, crescita economica ed equa ripartizione della ricchezza potessero convivere. Insomma una rivoluzione culturale prima che politica. Per dirla metaforicamente nasceva in quel momento una nuova macchina che però sarebbe stata affidata a piloti (alcuni addirittura al governo fino a pochi mesi prima), fortemente restii ad abbandonare il vecchio sistema di guida per adottarne uno nuovo. D’Alema con la sua fondazione Italianieuropei, Bersani, Rutelli e i teodem, Parisi e i prodiani avrebbero ben presto cominciato a minare la leadership di Veltroni, costringendolo alle dimissioni. Ora il discorso è sospeso, in attesa del congresso nazionale. Premesso che si potrebbe discutere su molte altre scelte del PD, dalla adozione di una vocazione estremamente maggioritaria alla struttura organizzativa, almeno agli inizi, “leggera” e poco propensa al radicamento territoriale, la causa primaria dello scarso appeal elettorale è, a parer mio, l’ipocrisia dei suoi vertici.
Un aspetto legato ad un processo che parte da molto lontano. Dagli anni in cui si sbandierava, da un lato, la necessità di regolare il conflitto d’interessi del Premier e, dall’altra, si decideva di tenere la legge che avrebbe dovuto regolamentarlo nel cassetto, al fine di riutilizzare l’argomento nella successiva campagna elettorale. Dalla fine degli anni ’90 quando il governo Prodi introduceva, con il pacchetto TREU, le prime forme di flessibilità contrattuale ( accentuate poi dalla legge BIAGI) che avrebbero costituito il germe di quella dualità del mercato del lavoro che rappresenta uno dei problemi delle nuove generazioni. Dall’indulto votato nella scorsa legislatura, su forte sponsorizzazione dell’allora ministro della giustizia Clemente Mastella, che avrebbe contribuito a “condonare” pene legate a reati finanziari e contabili avvenuti nella pubblica amministrazione. Da un atteggiamento fatto, ancora tuttora, di dura opposizione al governo nei salotti televisivi della politica ma di concreti ammiccamenti al premier nelle aule parlamentari.
Provvedimenti, comportamenti, strategie, decisioni che hanno minato quella superiorità morale che la sinistra poteva vantare, nei confronti della destra, prima della discesa in campo di Berlusconi. Una superiorità che, alla luce degli ultimi scandali registratisi in Campania, Puglia e Calabria sarà difficile ricostruire in tempi brevi.
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Si susseguono, con frequenza sempre maggiore, le voci sulla nascita di un partito del sud. Un nuovo soggetto politico che, prendendo atto delle “dimenticanze” del governo Berlusconi nei confronti del mezzogiorno, ne rilanci le istanze, riportandolo al centro delle attenzioni e dell’attività di governo. Un partito che attingerebbe ad “intellighenzie” bipartisan, coinvolgendo esponenti del PDL ( l’ex ministro della difesa Antonio Martino, il sottosegretario Fabrizio Miccichè, l’attuale ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo), rappresentanti del PD ( il governatore della regione Campania Antonio Bassolino e quello della Calabria Agazio Loiero) ed i movimenti Io Sud di Adriana Poli Bortone e quello per le Autonomie di Raffaele Lombardo, attuale governatore della Sicilia. E’ fuor di dubbio che il governo Berlusconi stia trascurando il mezzogiorno d’Italia, tagliando fondi a destra e a manca, ma coloro che propongono tale progetto non mi pare siano outsiders della politica, non mi pare abbiano raggiunto, in anni (ed in alcuni casi decenni) di pratiche di governo, risultati almeno soddisfacenti: gli italiani continuano ad abbandonare il mezzogiorno per trasferirsi al nord in cerca di lavoro ( addirittura negli ultimi undici anni sono stati ben settecentomila), la disoccupazione giovanile si assesta sempre su livelli molto alti, la parità tra uomini e donne, nel mondo del lavoro, continua a rimanere esclusivamente tra i buoni propositi. Probabilmente questi “professionisti” della politica non riescono più, avendo una disponibilità ridotta di fondi, a sfamare le loro grasse clientele. HANNO PAURA DI PERDERE I VOTI. TEMONO DI RIMETTERCI LE POLTRONE, SU CUI SIEDONO COMODAMENTE DA ANNI. E’ questo il VERO MOTIVO che rilancia l’interesse di questi “signori” per la questione meridionale. Mi auguro che il Sud non abbocchi a questa ennesima azione di sciacallaggio politico. Essi si presentano come salvatori del mezzogiorno, come difensori delle sue istanze. Ma pur ricoprendo negli ultimi anni, sia a livello nazionale che locale, molteplici incarichi di governo non hanno fatto nulla per il suo sviluppo.
E’ vero, la drastica riduzione delle risorse destinate al sud ( anche da parte del governo Prodi) ci ha fortemente penalizzato e ci sta penalizzando.
Nonostante ciò, ritengo che il meridione abbia avuto, in passato, importanti occasioni di risveglio ma la condotta assistenzialista e clientelare dei vari “potenti di turno” ha soffocato sul nascere qualsiasi minima opportunità di cambiamento.
Non sono d’accordo con la mentalità vittimista di alcuni meridionali che, animati dalla convinzione di essere condannati, per ragioni storico-geografiche, al disagio socio-economico accettano, volenti o nolenti, tale situazione con rassegnazione. Proprio essi contribuiscono ad alimentare la cultura assistenzialista. E ad alcuni politici, che devono le loro fortune a tale cultura, conviene che i meridionali siano dormienti.
Sono personalmente convinto, invece, che il mezzogiorno, come qualsiasi parte del mondo, possieda delle risorse importanti e che sia nostro dovere puntare su di esse: turismo, beni culturali, beni naturali, relazioni commerciali con l’area mediterranea ed asiatica. Tutti settori nei quali dovrebbero essere programmate efficaci strategie di sviluppo finalizzate al miglioramento della qualità del patrimonio naturalistico e culturale, alla maggiore integrazione di esso con le comunità locali, al potenziamento delle rotte commerciali che conducono ai mercati asiatici e mediterranei. Al mezzogiorno, oltre che maggiore propensione al rischio, occorre una corretta ed efficace programmazione da parte delle pubbliche amministrazioni, maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità, il ricambio generazionale della classe politica. Non affidiamo il nostro futuro a coloro che, presentandosi per l’ennesima volta come paladini del mezzogiorno, non rappresentano altro che la solita politica. Una minestra riscaldata che abbiamo già troppe volte ingerito.
LEGGI SU SLANCIO GIOVANILE IL POST BIENNIO 1992-93: VOGLIAMO LA VERITA’
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Le recenti elezioni europee ed amministrative hanno messo in evidenza tre importanti aspetti:
la conferma del Popolo della Libertà al ruolo di primo partito italiano, la perdita di consensi del Partito Democratico ( più del 7% dei voti) e le vittorie di Lega ( per la prima volta presente in tutta Italia) e Italia dei Valori.
Tuttavia, di fronte ad un corposo successo a livello locale, il PDL non è riuscito a livello europeo a raggiungere quel 40% auspicato ( o addirittura dato per certo) da Berlusconi, fermandosi al 35%. E su questo il Premier starà facendo le sue riflessioni: il caso Noemi, le vicende personali e familiari, la sentenza Mills.
Al “successo contenuto” del PDL ha fatto riscontro l’aumento di consensi della Lega. Una redistribuzione di voti che, di conseguenza, cambierà i rapporti di forza tra i due partiti di governo. Bossi a poco più di un anno dalla vittoria alle elezioni politiche ha ottenuto dal governo importanti provvedimenti su alcuni storici cavalli di battaglia: la sicurezza ( con l’avvento delle ronde), l’immigrazione ( con l’istituzione del reato di immigrazione clandestina e della pratica dei respingimenti), il federalismo fiscale. Gli elettori del nord hanno premiato in massa la capacità dell’establishment leghista di far realizzare al governo le promesse fatte durante la campagna elettorale per le elezioni politiche dello scorso anno. Gli addetti ai lavori parlano da tempo di un governo “ostaggio” della Lega. Queste argomentazioni sono ora ancor più valide di prima. Una conferma in tal senso è già arrivata con il repentino cambio di posizione di Berlusconi riguardo la consultazione referendaria del prossimo 21 giugno. “Noi, del Popolo della Libertà, non faremo alcuna campagna referendaria” ha affermato il Premier. “Silvio non è mica scemo, altrimenti sfascia tutto” si è affrettato a precisare Bossi. Appoggiare un referendum, che prevede in caso di vittoria del SI il riconoscimento e l’attribuzione del premio di maggioranza (55% del totale dei seggi) non più alla coalizione vincitrice delle elezioni bensì al singolo partito che prende la maggioranza relativa dei consensi, aprirebbe uno scenario politico caratterizzato da una crisi di governo che porterebbe, per effetto del ritiro leghista dalla maggioranza, alla caduta dello stesso. La vittoria del SI significherebbe l’apertura di una nuova fase politica che si caratterizzerebbe per un meccanismo elettorale che darebbe ancora più valenza al premio di maggioranza, in cui il partito che raccoglie il maggior numero di voti, vincendo le elezioni, potrebbe tranquillamente governare senza fare alcuna alleanza. E’ chiaro che una prospettiva di questo genere è ben voluta dal premier. Ma impegnarsi attivamente in questa direzione significherebbe far cadere l’attuale governo.
Ritornando ai recentissimi risultati elettorali bisogna sottolineare anche il successo dell’Italia dei Valori. Il partito di Di Pietro ha, negli ultimi cinque anni, quadruplicato i propri consensi. L’antiberlusconismo, le battaglie per la legalità, per l’ineleggibilità dei condannati in parlamento, per la giustizia e il rispetto della costituzione, la raccolta firme contro il lodo Alfano, il ritorno della questione morale al centro del dibattito politico, l’impegno per un rinnovo generazionale della classe politica. Unica opposizione è stato ed è lo slogan di Antonio Di Pietro. Mai slogan fu così opportuno. Lo accusano da più parti di dire NO a tutto ciò che propone Berlusconi. Dicerie. Prova ne è stata ad esempio l’approvazione in parlamento, anche con i voti dell’IDV, del federalismo fiscale, una riforma che se fatta bene potrebbe, a mio parere, rappresentare un’opportunità per il mezzogiorno.
Ora, l’8% dei consensi conseguito alle elezioni europee conferisce “al guastafeste” (dal titolo del suo ultimo libro) l’onore e l’onere di ristrutturare, dal punto di vista organizzativo, il partito per farlo diventare elemento fondante di una nuova ed omogenea coalizione politica che abbia alla base della propria azione una visione della società strettamente legata ai valori, al rispetto delle leggi e al riconoscimento del merito.
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Di fronte ad una crisi economica di grosse proporzioni come quella attuale, ogni paese dovrebbe dare risposte importanti ai propri cittadini. Abbiamo ascoltato più volte come ci sia la necessità di adottare delle misure globali per risolvere una crisi che, nei suoi effetti, perdita di numerosi posti di lavoro, fallimenti bancari, restrizioni del credito alle imprese, si è rivelata globale. “I grandi della terra” sono unanimemente d’accordo sulla necessità di adottare dei meccanismi che rafforzino la cooperazione finanziaria internazionale, sull’individuazione di più efficaci strumenti di controllo per quanto concerne l’operato della finanza mondiale, sulla adozione di regole più rigide finalizzate ad una maggiore trasparenza. Di tali aspetti i leaders mondiali stanno già discutendo e torneranno a farlo durante il G20 di Londra, il prossimo 2 aprile.
In Italia, invece, neanche la crisi economica ha fatto sì che maggioranza ed opposizione cooperassero per aiutare i cittadini ad uscire dalla stessa o almeno ad alleviarla. Di fronte a continui richiami all’ottimismo, ad inviti agli italiani affinchè lavorino di più, più duramente ( ma i disoccupati come fanno!!!), e consumino di più (come si fa a consumare senza soldi???) proposte come il contributo di solidarietà, cioè la richiesta a coloro che «stanno bene», (nella fattispecie i possessori, anche parlamentari, di redditi superiori ai 120.000 euro) di fare un piccolo sforzo per aiutare le fasce più deboli maggiormente in difficoltà con la crisi economica oppure l’assegno mensile pari al 60% dell’ultima retribuzione per i lavoratori precari che abbiano già perduto o perderanno il posto di lavoro dal 1 settembre 2008 al 31 dicembre 2009, avrebbero rappresentato, qualora non fossero state frettolosamente etichettate come demagogiche, un’occasione importante per sfoltire l’esercito dell’antipolitica e per costruire concretamente una nuova idea di società.
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