Posts Tagged “PDL”

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Ci si aspettava un discorso ad effetto stile piazza San Babila. Ad attenderlo, in Piazza Duomo, c’era il Popolo della Libertà, riunitosi per sostenere ed acclamare il Presidente del Consiglio, sistematicamente “perseguitato” dai giudici, dalla carta stampata e da alcune trasmissioni televisive.
Un accanimento mediatico-giudiziario che gli impedirebbe, oltre all’esercizio del mandato di governo attribuitogli dagli elettori circa un anno e mezzo fa, di occuparsi, a pieno regime, dei problemi del paese.
Ci si aspettava un colpo di teatro, in perfetto stile berlusconiano, alla luce delle continue prese di distanza dei finiani dalle decisioni del governo (ultima l’apposizione della fiducia sulla legge finanziaria) e dell’intervista rilasciata da Pierferdinando Casini, il giorno prima dell’aggressione, in cui il leader Udc auspicava la nascita di un fronte antiberlusconiano, a difesa della democrazia, che avrebbe coinvolto tutti i partiti d’opposizione.
Nessuno, invece, avrebbe potuto prevedere che un uomo, in cura da dieci anni per problemi psichici, Massimo Tartaglia, lanciasse una statuetta (raffigurante il Duomo di Milano) contro il premier, provocandogli la rottura di due denti, la lacerazione del labbro e l’infrazione del setto nasale.
Un episodio certamente figlio del clima di intolleranza e odio che caratterizza, da tempo, la vita politica italiana. Un odio che tutte le forze politiche, chi più chi meno, hanno contribuito a creare. Una deriva che ha portato la politica ad essere terreno di reciproche contese e scaramucce personali e non di soluzione dei problemi del paese. L’atto del Tartaglia è sicuramente deprecabile e da condannare, non degno di un paese civile. Ma bisogna anche precisare che in un paese civile Silvio Berlusconi non potrebbe mai ricoprire la carica di Presidente del Consiglio. Il lodo Alfano (bocciato dalla Corte Costituzionale ma in via di riproposizione) le leggi sul processo breve e il legittimo impedimento (che si stanno mettendo a punto il più velocemente possibile) non contribuiscono certamente ad accrescere la fiducia (peraltro bassissima in questo periodo) dei cittadini nelle istituzioni. Inevitabilmente, in questo modo, si da l’impressione (e non solo) che il premier manipoli la legge a suo piacimento, modellandola in base alle proprie esigenze e bisogni. Cosa ancor più grave, a mio parere, è che si faccia costantemente riferimento al consenso elettorale per giustificare tale condotta. Il consenso, è vero, attribuisce il diritto di governare. Ma non autorizza a violare costantemente la nostra costituzione, ad esautorare continuamente il parlamento delle sue funzioni, ad attaccare i garanti della nostra democrazia (Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale), a non rispettare i diritti della minoranza ( ieri ventisettesima fiducia in 18 mesi di governo). Senza dimenticare tali aspetti, continuando a metterli in evidenza agli occhi dell’opinione pubblica, sarebbe però opportuno abbassare i toni della contesa politica, iniziare ad offrire agli italiani una alternativa di governo a Berlusconi, combatterlo sui programmi e non solo sul terreno giudiziario. Alternativa che non deve essere la consueta sommatoria di forze politiche, accomunate dal semplice NO al Cavaliere, bensì un programma che si basi su valori condivisi e su un modello di società alternativo, che valorizzi le imprese e garantisca i diritti dei lavoratori, che riconosca il merito e sostenga la solidarietà, che rispetti le leggi e dia fiducia ai giovani di questo paese. Perché Berlusconi ha vinto e continua a vincere…….. anche e soprattutto culturalmente.

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Si susseguono, con frequenza sempre maggiore, le voci sulla nascita di un partito del sud. Un nuovo soggetto politico che, prendendo atto delle “dimenticanze” del governo Berlusconi nei confronti del mezzogiorno, ne rilanci le istanze, riportandolo al centro delle attenzioni e dell’attività di governo. Un partito che attingerebbe ad “intellighenzie” bipartisan, coinvolgendo esponenti del PDL ( l’ex ministro della difesa Antonio Martino, il sottosegretario Fabrizio Miccichè, l’attuale ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo), rappresentanti del PD ( il governatore della regione Campania Antonio Bassolino e quello della Calabria Agazio Loiero) ed i movimenti Io Sud di Adriana Poli Bortone e quello per le Autonomie di Raffaele Lombardo, attuale governatore della Sicilia. E’ fuor di dubbio che il governo Berlusconi stia trascurando il mezzogiorno d’Italia, tagliando fondi a destra e a manca, ma coloro che propongono tale progetto non mi pare siano outsiders della politica, non mi pare abbiano raggiunto, in anni (ed in alcuni casi decenni) di pratiche di governo, risultati almeno soddisfacenti: gli italiani continuano ad abbandonare il mezzogiorno per trasferirsi al nord in cerca di lavoro ( addirittura negli ultimi undici anni sono stati ben settecentomila), la disoccupazione giovanile si assesta sempre su livelli molto alti, la parità tra uomini e donne, nel mondo del lavoro, continua a rimanere esclusivamente tra i buoni propositi. Probabilmente questi “professionisti” della politica non riescono più, avendo una disponibilità ridotta di fondi, a sfamare le loro grasse clientele. HANNO PAURA DI PERDERE I VOTI. TEMONO DI RIMETTERCI LE POLTRONE, SU CUI SIEDONO COMODAMENTE DA ANNI. E’ questo il VERO MOTIVO che rilancia l’interesse di questi “signori” per la questione meridionale. Mi auguro che il Sud non abbocchi a questa ennesima azione di sciacallaggio politico. Essi si presentano come salvatori del mezzogiorno, come difensori delle sue istanze. Ma pur ricoprendo negli ultimi anni, sia a livello nazionale che locale, molteplici incarichi di governo non hanno fatto nulla per il suo sviluppo.
E’ vero, la drastica riduzione delle risorse destinate al sud ( anche da parte del governo Prodi) ci ha fortemente penalizzato e ci sta penalizzando.
Nonostante ciò, ritengo che il meridione abbia avuto, in passato, importanti occasioni di risveglio ma la condotta assistenzialista e clientelare dei vari “potenti di turno” ha soffocato sul nascere qualsiasi minima opportunità di cambiamento.
Non sono d’accordo con la mentalità vittimista di alcuni meridionali che, animati dalla convinzione di essere condannati, per ragioni storico-geografiche, al disagio socio-economico accettano, volenti o nolenti, tale situazione con rassegnazione. Proprio essi contribuiscono ad alimentare la cultura assistenzialista. E ad alcuni politici, che devono le loro fortune a tale cultura, conviene che i meridionali siano dormienti.
Sono personalmente convinto, invece, che il mezzogiorno, come qualsiasi parte del mondo, possieda delle risorse importanti e che sia nostro dovere puntare su di esse: turismo, beni culturali, beni naturali, relazioni commerciali con l’area mediterranea ed asiatica. Tutti settori nei quali dovrebbero essere programmate efficaci strategie di sviluppo finalizzate al miglioramento della qualità del patrimonio naturalistico e culturale, alla maggiore integrazione di esso con le comunità locali, al potenziamento delle rotte commerciali che conducono ai mercati asiatici e mediterranei. Al mezzogiorno, oltre che maggiore propensione al rischio, occorre una corretta ed efficace programmazione da parte delle pubbliche amministrazioni, maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità, il ricambio generazionale della classe politica. Non affidiamo il nostro futuro a coloro che, presentandosi per l’ennesima volta come paladini del mezzogiorno, non rappresentano altro che la solita politica. Una minestra riscaldata che abbiamo già troppe volte ingerito.

LEGGI SU SLANCIO GIOVANILE IL POST BIENNIO 1992-93: VOGLIAMO LA VERITA’

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Le recenti elezioni europee ed amministrative hanno messo in evidenza tre importanti aspetti:
la conferma del Popolo della Libertà al ruolo di primo partito italiano, la perdita di consensi del Partito Democratico ( più del 7% dei voti) e le vittorie di Lega ( per la prima volta presente in tutta Italia) e Italia dei Valori.
Tuttavia, di fronte ad un corposo successo a livello locale, il PDL non è riuscito a livello europeo a raggiungere quel 40% auspicato ( o addirittura dato per certo) da Berlusconi, fermandosi al 35%. E su questo il Premier starà facendo le sue riflessioni: il caso Noemi, le vicende personali e familiari, la sentenza Mills.
Al “successo contenuto” del PDL ha fatto riscontro l’aumento di consensi della Lega. Una redistribuzione di voti che, di conseguenza, cambierà i rapporti di forza tra i due partiti di governo. Bossi a poco più di un anno dalla vittoria alle elezioni politiche ha ottenuto dal governo importanti provvedimenti su alcuni storici cavalli di battaglia: la sicurezza ( con l’avvento delle ronde), l’immigrazione ( con l’istituzione del reato di immigrazione clandestina e della pratica dei respingimenti), il federalismo fiscale. Gli elettori del nord hanno premiato in massa la capacità dell’establishment leghista di far realizzare al governo le promesse fatte durante la campagna elettorale per le elezioni politiche dello scorso anno. Gli addetti ai lavori parlano da tempo di un governo “ostaggio” della Lega. Queste argomentazioni sono ora ancor più valide di prima. Una conferma in tal senso è già arrivata con il repentino cambio di posizione di Berlusconi riguardo la consultazione referendaria del prossimo 21 giugno. “Noi, del Popolo della Libertà, non faremo alcuna campagna referendaria” ha affermato il Premier. “Silvio non è mica scemo, altrimenti sfascia tutto” si è affrettato a precisare Bossi. Appoggiare un referendum, che prevede in caso di vittoria del SI il riconoscimento e l’attribuzione del premio di maggioranza (55% del totale dei seggi) non più alla coalizione vincitrice delle elezioni bensì al singolo partito che prende la maggioranza relativa dei consensi, aprirebbe uno scenario politico caratterizzato da una crisi di governo che porterebbe, per effetto del ritiro leghista dalla maggioranza, alla caduta dello stesso. La vittoria del SI significherebbe l’apertura di una nuova fase politica che si caratterizzerebbe per un meccanismo elettorale che darebbe ancora più valenza al premio di maggioranza, in cui il partito che raccoglie il maggior numero di voti, vincendo le elezioni, potrebbe tranquillamente governare senza fare alcuna alleanza. E’ chiaro che una prospettiva di questo genere è ben voluta dal premier. Ma impegnarsi attivamente in questa direzione significherebbe far cadere l’attuale governo.
Ritornando ai recentissimi risultati elettorali bisogna sottolineare anche il successo dell’Italia dei Valori. Il partito di Di Pietro ha, negli ultimi cinque anni, quadruplicato i propri consensi. L’antiberlusconismo, le battaglie per la legalità, per l’ineleggibilità dei condannati in parlamento, per la giustizia e il rispetto della costituzione, la raccolta firme contro il lodo Alfano, il ritorno della questione morale al centro del dibattito politico, l’impegno per un rinnovo generazionale della classe politica. Unica opposizione è stato ed è lo slogan di Antonio Di Pietro. Mai slogan fu così opportuno. Lo accusano da più parti di dire NO a tutto ciò che propone Berlusconi. Dicerie. Prova ne è stata ad esempio l’approvazione in parlamento, anche con i voti dell’IDV, del federalismo fiscale, una riforma che se fatta bene potrebbe, a mio parere, rappresentare un’opportunità per il mezzogiorno.
Ora, l’8% dei consensi conseguito alle elezioni europee conferisce “al guastafeste” (dal titolo del suo ultimo libro) l’onore e l’onere di ristrutturare, dal punto di vista organizzativo, il partito per farlo diventare elemento fondante di una nuova ed omogenea coalizione politica che abbia alla base della propria azione una visione della società strettamente legata ai valori, al rispetto delle leggi e al riconoscimento del merito.

LEGGI ANCHE SU SLANCIO GIOVANILE IL POST GHEDDAFI NUOVO “PALADINO” DEI DIRITTI UMANI

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Nasce in questi giorni, alla Fiera di Roma, il Partito del Popolo della libertà, il partito degli italiani come ribadito più volte dal Premier Berlusconi e dal Presidente della Camera Gianfranco Fini. Confesso come per il sottoscritto sia stato fino ad ora molto difficile, se non impossibile, sentire l’appartenenza ad un partito. Per “fortuna”, a detta di molti, questo “nuovo” soggetto politico consentirà a me e a molti italiani di sentirsi meno spaesati e confusi, di poter finalmente contare su una destra liberale e moderna, “aperta alle idee di tutti”. Francamente non riesco a comprendere questo ottimismo. Cosa significa aperta alle idee di tutti? Il PDL rappresenta veramente un’occasione per risanare la democrazia dalla crisi che la contraddistingue?
L’articolo 49 della costituzione stabilisce che “tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La crisi della democrazia e della politica passa inevitabilmente dalla non osservanza di questo articolo. I nostri padri costituenti con esso vollero sottolineare la dimensione pubblica della politica, la necessità che la stessa fosse uno spazio aperto in cui confluissero quella pluralità di idee e convincimenti che sono la base per la costruzione del bene comune e dell’interesse generale. Una politica quindi aperta al paritario contributo di più attori politici in cui i partiti avrebbero avuto tra le loro funzioni quella di selezionare il personale politico, di formare identità collettive nonché di sviluppare senso civico e spirito pubblico. Oggi si ha la sensazione, molto spesso sostenuta dai fatti, che in Italia i partiti siano chiusi alla società civile e che non ci sia differenza tra chi vince e chi perde le elezioni, tra chi governa e chi sta all’opposizione: l’unico obiettivo delle forze politiche è essere d’accordo, scambiandosi anche spesso i giocatori, per garantirsi l’accesso alle risorse e agli spazi della politica. Come aveva argutamente anticipato Enrico Berlinguer, i partiti hanno occupato lo stato, rubandolo ai cittadini , riducendolo a campo in cui si definiscono interessi che sono indipendenti e del tutto estranei dagli interessi di coloro che una volta si chiamavano cittadini e che ora sono concretamente semplici elettori . Gli spazi di partecipazione attiva all’interno dei partiti si sono drasticamente ridotti, i cittadini sono strumentalizzati, invitati ad intervenire su questioni che vengono presentate come importanti problemi politici ma che in realtà sono problemi importanti per i soli politici. Un esempio calzante è lo scontro Berlusconi-magistratura e la questione intercettazioni. Proprio questa autoreferenzialità dei partiti ha portato e porta la società civile a ricercare nuovi spazi di partecipazione nei movimenti e nelle associazioni, in quanto entità slegate dai principi di marketing e riluttanti sia all’equazione elettore-consumatore, che alla politica come fredda e mera professione. Tutti elementi che invece caratterizzeranno, al pari delle altre forze politiche presenti in Italia, anche il PDL, accentuando ancor di più quella percezione di “corpo separato rispetto ai cittadini” che caratterizza la nostra classe politica.
A meno che non inizi un processo di autoriforma dei partiti.
Ma nessuno rinuncia a ciò che si è guadagnato con “tanta fatica”……La rinascita della politica dipende da noi.

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