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Ha aspettato l’elezione di Pier Luigi Bersani alla carica di segretario nazionale del Partito Democratico per andarsene. Aveva preparato le valigie però da circa due mesi, quando nel suo libro, “La svolta, lettera ad un partito mai nato”, denunciò l’incapacità del PD di “progettare l’innovazione”, nonché la tendenza, degli stessi democratici, “di accontentarsi della condizione di minoranza nella quale sono stati spinti dai propri errori”. Francesco Rutelli aspettava soltanto l’evolversi degli eventi, la consacrazione, da parte del popolo delle primarie, dell’ex ministro dello sviluppo economico, peraltro prevista da gran parte degli analisti politici, per lasciare il partito. Credo che la base democratica abbia preferito, scegliendo Bersani (appoggiato da massimo D’Alema), la certezza di un immediato e più concreto radicamento del partito sul territorio. Ma credo anche che tale elezione, oltre a rappresentare una negazione delle aspettative e dei principi che avevano caratterizzato la nascita del PD, dimostri, inoltre, quella incapacità del partito di reinventarsi e di innovarsi, cui fa riferimento, l’ex sindaco di Roma, nel suo libro. Personalmente non nutro molta stima per l’uomo politico Rutelli, ma penso che in questo caso abbia ragione. La carica innovativa del discorso pronunciato da Veltroni al Lingotto di Torino ha lasciato ormai il posto alla restaurazione dalemiana, capace di porre fine però, ad esempio, ad una delle numerose incertezze che hanno caratterizzato il PD in questi due anni di vita: la sua collocazione europea. L’elezione di Bersani spinge inevitabilmente il PD nel partito socialista europeo e questa è una delle motivazioni della “fuoriuscita” di Rutelli. Il quale, in una intervista al Corriere della Sera, ha parlato anche di inadeguatezza a rinunciare alle “vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali ed interessi economici” oltre che di un “partito lontanissimo dal saper esprimere un pensiero originale, maggiormente propenso nel mettere all’angolo chiunque dissenta”. Ha ora individuato in Pier Ferdinando Casini l’interlocutore essenziale per costituire quel Grande Centro che dovrà divenire nel giro di pochi anni, a detta di entrambi, prima forza del paese. Una scelta che costituisce tappa ulteriore di una carriera politica cominciata nei primi anni ottanta tra i Radicali, il partito del diritto alla libera sessualità, della legalizzazione del divorzio e dell’aborto, della libertà della ricerca scientifica, della “necessaria” laicità dello stato e che, passando per i Verdi, il movimento dell’Asinello, la Margherita e il PD, ha trovato (per ora) la chiusura del cerchio in un progetto, quello dell’Udc, totalmente contrapposto a quei principi.

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